Connect with us

Dialoghi

Dialoghi. Daniela Gariglio, dialoghi intorno alla psicoanalisi

The following two tabs change content below.
Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Daniela, tu fai un lavoro che ti permette di vedere uno spaccato interessante della società in evoluzione. La domanda é, in questi anni, quali sono i cambiamenti più evidenti che hai registrato nelle persone che entrano nello studio di una psicoanalista?

Per rispondere a questa domanda, preferisco tralasciare in partenza qualsiasi generalizzazione, per tentare invece un abbozzo di risposta, in termini di “trasformazione della situazione psicoanalitica attivatasi nel mio studio”, in questi anni. E con ciò rimando subito a un’altra domanda, non meno importante e tuttavia spesso sottaciuta e che riguarda, in particolare, la formazione dello psicoanalista e il suo successivo lavoro clinico: “Con il passare degli anni, nel singolo psichismo dello psicoanalista, meglio detto in tutta la sua realtà psicobiologica, è avvenuto un avvicendamento di immagini? Da quelle di alta vibrazione legate alle parti distruttive della pulsione di morte, generatesi dunque da traumi e conflitti a tracce che hanno lasciato il posto ad aspetti, temi personali e familiari, in breve, a memorie onto e filogenetiche legate alla pulsione di vita che hanno a che fare con la creatività, la capacità di sintonizzazione affettiva, l’adattamento, la distensione, la relazione…?

Insomma, il lavoro psicoanalitico dell’analista, ha immesso nella persona, in quanto unità psicofisica, almeno, la rappresentazione di cosa significhi il tendere verso un maggior benessere dove corpo e anima (nel senso di psiche) tentano, olisticamente, di esprimersi insieme, in una visione unitaria, tipica dell’essere umano?

Secondo la mia esperienza, quando questo succede, è facilitato l’incontro, nella stanza di seduta, con qualche aspetto inconscio che mette in scena, come materiale conflittuale e traumatico, quel tale congelamento energetico, pulsionale, creativo e relazionale; congelamento affettivo diventato propulsore di un operare perverso, diabolico e irriducilmente fedele alla stasi che ne consegue, con gli immancabili e correlati sensi di colpa che si esprimono anche nelle dinamiche transferali-controtransferali.

Tutto ciò viene empaticamente accolto e sentito, dall’analista di cui sopra, come il primo momento (più o meno lungo, relativamente al livello di fissazione) di un percorso di trasformazione che si esprimerà, come da copione, in una continua fluttuazione di tensione-distensione con dei momenti di pausa rasserenante (me ne occupo da anni!!). Bene, se, alla fine, qualcuno riesce “a riveder le stelle”, lasciandosi alle spalle quei gorghi fagocitanti della coazione a ripetere onto e filogenetica, ciò significa che, anche quel paziente, quella persona, si stanno indirizzando a rendere protagonista un personale tendere verso un maggior benessere, per un arricchimento personale e dell’intera situazione.

Ecco, Alessandro, fatta salva questa premessa che riflette il mio personale punto di vista, posso ora considerare qualche “cambiamento nelle persone che in questi ultimi anni sono entrate” nel mio “studio di psicoanalista”.

E dunque, a ben pensarci, vi sono passate donne e uomini, tutti più o meno desiderosi di riequilibrare la propria angoscia che si esprimeva nell’infinita gamma della psicopatologia. In questi anni, mi son trovata a lavorare diverse volte con persone ultracinquantenni dall’energia bloccata in lutti, separazioni, malattie, impotenza per l’esaurimento di risorse libidiche, che ne appesantivano l’esistenza, aggravata dall’insoddisfazione per la fine di un ruolo, ad es. di allevamento figli, di lavoro, di accudimento dei propri genitori. Tutte situazioni che richiedono la capacità di un cambio di abitudini in un rifiorire di creatività. E questo, pur se collegato a fatti esterni, dipende dalla rispettiva struttura di personalità che cerca di alleviarsi la sofferenza con una miriade di meccanismi difensivi. Aggiungici i mali del corpo che, nella psicosomatica attuale, son sempre più alla ribalta e che anche lo psicoanalista esplora; ne ho appena parlato a un convegno, relazionando sui piccoli sintomi fisici di seduta, apparentemente insignificanti che, se trattati come microdettagli, rivelano invece l’entrata in gioco di un rimosso o la negazione di problemi in corso con lo spostamento nel somatico.

Addentrandomi di più su quei “cambiamenti” di cui mi chiedi conto, esaminando l’attività che riguarda la sessualità e l’aggressività, a cui ho aggiunto la creatività nel mio modo di pensare e agire, mentre ho riscontrato un miglior accordo con la pulsione sessuale analizzata in tutte le sue sfaccettature e problemi collegati, è venuto sempre più alla luce il peso di un rimosso aggressivo che imbavaglia ancora molto le spinte vitali. Il “tabù del toccare” oggi è nei confronti dell’aggressività. Per cui, mi verrebbe da dire che il problema ora sia soprattutto quello di far venire sempre più alla luce quella capacità (leggi caparbietà per ottusità!) di farsi e fare del male, stanando, al di là delle evidenze dei corsi e ricorsi della Storia (e anche attualmente non ci facciamo mancare niente!) le punte sommerse di quell’aggressività mortifera che, scaricatasi in famiglia e nelle istituzioni in generale, diventa un modello-chiave di autoriproduzione per il giovane che l’ha inconsciamente subita senza potervisi mettere al riparo. Penso che questo sia comune alla psicoterapia in generale. Nel lavoro psicoanalitico che va, per sua natura, alla ricerca delle radici questo svelamento delle matrici aggressivi, anche se con fatica, spesso riesce e se ne sta parlando a più voci.

Per quanto riguarda la creatività, l’ho sempre vista riemergere dalla sua latenza di matrice potenziale, come risorsa di resilienza cui far riferimento dopo la disattivazione di qualche trauma o conflitto e relativo lutto con possibile stagnazione in un vissuto di vuoto come annientamento (vuoto d’angoscia riconvertibile in un vuoto potenzialmente ricco di nuove possibilità creatrici/creative. E rimando, per la sistematizzazione teorica di questo discorso al libro: Creatività benessere, Movimenti creativi in analisi, in Collana di psicoanalisi e psichiatria dinamica a cura di Leonardo Ancona, Armando, 2007, http://www.psicoanalisi.it/libri/3605 e a tanti altri scritti).

Ciò detto, tenendomi sulle generali sempre riferito alla mia esperienza, ho ancora ravvisato un maggior coraggio nella donna a cercare di conciliare il risvolto femminile, sessuale-affettivo con quello professionale e con quello biologico, di maternità (matrice importantissima quest’ultima, che narra l’imprinting di gravidanza e di nascita, che si compenetra con lasciti filogenetici, sempre più messi in luce da studi pluridisciplinari) e un maggior desiderio nell’uomo di coinvolgersi anche affettivamente nelle relazioni, ivi compresa la relazione con il figlio, nelle varie età, così che l’incontro con l’ambivalenza edipico-controedipica e relativo tabù dell’incesto (desiderio, inconscio) fa meno paura come consapevolezza.

C’è da dire che se ne parla molto, in letteratura e nel cinema. Potremmo anche parlare, con un linguaggio comune, del tentativo di trasformazione dell’autoritarismo in autorevolezza, come ne ho appena scritto in una Prefazione. Ho anche riscontrato un minor freno all’incontro con i propri temi genealogici, questo, in sintonia con diverse scuole psicoterapeutiche attuali che riconoscono il peso e l’importanza quindi, della genealogia. Nel mio modo di lavorare, si incontrano sia le matrici genealogiche produttrici di ripetizione coatta, sia (successivamente) quelle destinate a ripetersi come motivi di un benessere, da proseguirsi come ho esemplificato tante volte. Spesso penso che le persone insanabili stiano fuori dai nostri studi e mi riferisco qui al ruolo psicoterapeutico, in senso lato.

Chi bussa alla nostra porta, ieri come oggi, a mio modesto avviso, è per una domanda, più o meno consapevole, di cambiamento interiore, al di là della difficoltà oggettiva insita nella realtà. Per quanto attiene alla psicoanalisi, per la sottoscritta, tale esperienza resta, oggi come ieri, soprattutto un’istanza di libertà, “una levatrice dell’anima” come ebbe a dire la poetessa Hilda Doolittle, parlando di Freud, in occasione della sua esperienza analitica con il Maestro e soprattutto un’occasione di passare da un narcisismo legato alla pulsione di morte ad un narcisismo vitale e creativo, legato al raggiungimento di una sana, piena coscienza di sé e auto-realizzazione, nell’accettazione delle proprie capacità che, nella vita di realtà, potranno venire esplorate da sole o insieme ad altri per un arricchimento di tanti.

Chi fa il tuo lavoro, incontra molte storie. Come tutte le storie, alcune ci colpiscono più di altre, per mille e mille motivi. Me ne racconti una che porti con te?

“Di là, si stava allegramente banchettando in famiglia, con bimbi, nonni e presenze amiche… Una telefonata per me. La prendo, cambiando stanza per non disturbare la situazione così ricca di affetto e buon cibo: “(…) è appena mancata Chiarastella! Un’auto l’ha presa in pieno mentre stava attraversando la strada, sulle strisce. È morta sul colpo, senza soffrire, si pensa. E’ rimasta per terra e l’auto non si è neanche fermata…”.

Oggi ho dimenticato il latore della telefonata. Ripensandoci, rievoco solo la mia perplessità, la ritrosia a tornare di là per l’orrore di dover fingere una gioia che non sentivo più e poi… non avevo nessuna intenzione di condividere un’emozione che sentivo solo mia per una forma di rispetto verso chi non c’era più. Me ne restavo zitta, sperando di essere dimenticata per un po’, da sola, al buio della stanza, cercando di respirare piano fino a contenere quel senso di impotenza e di rabbia per tanto lavoro sprecato, buttato alle ortiche. Tanto valeva non averci neanche tentato di uscire alla luce verso un tentativo di vita più sana… . La mia prima reazione e poi un dolore sottile, tanta tristezza e, da laica, una sorta di muta e lunga preghiera… . Questo il ricordo riemerso alla mia memoria, un po’ alla volta,

Alessandro, nell’incontrare la tua seconda domanda che, lì per lì, mi era sembrata… leggerina. E ho subito ricordato di averla già celebrata, Chiarastella (nome cambiato, ovviamente, insieme ad altri dettagli) in un mio libro del 2000, una raccolta di scritti in cui, tra tante narrazioni di aspetti riguardanti il lavoro psicoanalitico, avevo anche accennato all’incesto in famiglia. Dove a proteggerne il segreto, qualche volta, è spesso la stessa vittima, nell’illusione di evitare a un proprio familiare la dolorosa presa d’atto dell’infamia. Salvo poi a scoprire, in un momento di confidenza e affidamento, che quel caro protetto è pure lui, portatore dello stesso segreto, spostato indietro di una generazione e chissà di quante altre, dico ora, visto che il trauma tende a ripetersi e, che comunque ne viene conservata traccia per tre generazioni… . Un segreto che, a condividerlo, non fa neanche più testo, perché è un’abitudine di famiglia.

…. Cara Chiarastella… che avevi già cominciato a sentire più caldo quel tuo corpo diventato di ghiaccio e offerto a tanti nella patetica speranza di farlo reagire; cara Chiarastella, che cominciavi appena a sentirti possibilista verso la costruzione di una tua famiglia. A modo tuo. Come nuovo inizio… . Ti ricordo con quei bei capelli rossi e lunghi e i tuoi occhi larghi e penetranti. Con quello sguardo intelligente e sensibile che, poco alla volta, nel passare delle sedute, aveva avuto il coraggio di guardar dritto in faccia una situazione di primitività (così pensavo, allora, nel mio ascolto silenzioso) in cui le femmine appartengono al capobranco o a chi ne fa le veci. In tanta oscurità avevi, però, già compiuto il tuo miracolo di generosità nell’impedire ad una persona fragile e indifesa a te cara e di te poco più giovane, di non essere anch’essa fagocitata dalla bestialità.

L’avevi salvata. Ed eri già forte dunque. Per questo, avevo pensato, riuscisti ad approdare alla mia porta, lacerata, certo, piena di un contezioso che pensavi insanabile ma, al contempo, con una spinta aggressiva che non avevamo sentita distruttiva ma, anzi, vitale. E vitale era stato il nostro lavoro, senza lasciarsi morire nè uccidere, se non simbolicamente, nel sogno o nel transfert. Anzi, recuperando, alla fine, il valore di aver aiutato, impedendo sia il ripetersi di altri obbrobri, sia concedendo a chi sapeva e non parlava di essere stato, a sua volta, ostaggio oltraggiato. Un eroico e spontaneo gesto d’amore.

Forse quando sei morta ti stavi ancora interrogando se denunciare l’uso dell’oltraggio o forse eri già andata oltre, dopo la morte dell’orco. Ti ricordo certo, e conservo in me, ben chiara, l’informazione di un’analisi terminata con una certa soddisfazione da parte di entrambe, di fronte alla tua ripresa della spinta affettiva e lavorativa. Quella risorsa vitale di cui ho sentito parlare anche Franco Borgogno, presentando il film Second chance di Susanne Bier di cui ha, appunto, colto e celebrato la rimessa in moto, dopo fatti orribili di morte e violenza, di qualcosa di vitale come una capacità di adattamento, il lavoro e la capacità di relazione. Per me, tracce di un benessere da cui attinge la resilienza per trasformare ciò che sta solo sopravvivendo respirando a fatica, in un tentativo di vita vera. E ricordo, quando per la prima volta, al fondo di una zona buia di un tuo incubo, un sogno terribile e ricorrente, avevi visto “il mio viso splendente”, così narrasti, ancora obnubilata dalla colpa impropria che ti impediva di riconoscere, in te, lo splendore di un’anima generosa. “Può uscirne, avevo pensato, può farcela”! E, contenta di questo prezioso transfert positivo, espressosi nel silenzio della seduta analitica, mi nutrii per un tempo successivo di questo spazio neutro e protetto. Uno spazio dove era già stato messo in scena quel dolore e disperazione per quel vissuto (ma è un rivissuto!) di solitudine e incomprensione che porta in sé un forte desiderio di morte eliminando se stessi o l’altro, che tanto è lo stesso.

Uccidere, allora, almeno con la forza delle parole chi, da dietro, tace. Perché è lì che eri diventata grande, Chiarastella, degna, finalmente di dare e ricevere amore. Perché è lì che si comincia a ipotizzare che il gioco diabolico e perverso non abbia più a ripetersi. Volevi una “storia che porto ancora con me”, Alessandro. Eccola, ma per lasciarla andare definitivamente ora che ne ho ritrovato un senso. Non della morte di Chiarastella, lì senso non ce n’è, ma di quella vita, anche se breve, che la giovane era riuscita a recuperare. La sua psiche e l’intera sua persona si erano già liberate internamente in un gioco di istanze psichiche resesi più fluide e quest’ altra sua libertà stava attualizzandosi anche nella realtà sociale, se si vuol considerare il conflitto o il trauma disattivatisi, nella loro risonanza reale secondo un orientamento attuale in corso di approfondimento, in quella psicoanalisi che oggi parla anche di “situazione”.

Non so se ciò si sarebbe mantenuto sia a livello intrapsichico che interpersonale. Di sicuro, è avvenuto qualcosa di nuovo. Poi, l’incidente e la morte che, al tempo, mi era sembrata un’odiosa, inconfutabile fine della narrazione di questa storia analitica e di vita. E invece, oggi, qui, ho celebrato in una sorta di “seconde esequie”, la trasformazione vivifica, avvenuta in un viaggio verso la ricerca di quella libertà interiore che rende sani e degni di rispetto, quando l’immagine interna dello sporco si è disattivata, estinguendosi. Posso dire che, sicuramente, prima di morire, Chiarastella, aveva almeno goduto di un piccolo periodo di benessere relazionale, professionale e di stima nel suo nuovo lavoro. Sarebbe bastato per ripagarla definitivamente? Per riparare l’odioso torto subito? Per impedire al maleficio di rimettersi in moto?

Un caso nefando ci ha impedito di saperlo. Tuttavia, generalizzando, la verifica della possibilità di ripresa pulsionale, immessa nell’energia di un nuovo tentativo di vita – ciò che toglie protagonismo al trauma dopo tanta stasi – mi sento oggi di dire che lei ce lo aveva ben testimoniato. Per quanto riguarda la mia elaborazione al riguardo, nel corso di tanti anni, sicuramente vi inserisco anche questo incontro con Chiarastella. Ora lei è in noi.”

Ti potrebbe interessare

Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dialoghi

Psicologia Plurale: Un Dialogo con Costanza Jesurum (Roma)

The following two tabs change content below.
Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Proseguono i dialoghi di Psicologia Plurale, tenuti da Gabriele Cassullo con psicologi di vario ambito e orientamento.

In questa intervista con Costanza Jesurum (Roma) si toccano i temi dell’antiviolenza, dell’afflato politico inerente alla professione e della qualità della presenza dello psicologo nel web.

Costanza Jesurum è nata a Roma, dove lavora come psicoterapeuta a orientamento junghiano. Si è laureata prima in Filosofia, poi in Psicologia. Si è specializzata presso l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e ha pubblicato “Manuale Antistalking” (Melangolo, 2014), “Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana” (Minimum Fax, 2015), “Dentro e fuori la stanza. Cosa succede a chi fa psicoterapia oggi” (Minimum Fax, 2017).

Prevalentemente svolge attività di studio privato, ma collabora anche con testate giornalistiche e, da dieci anni, tiene il blog “Bei zauberei”.

Gabriele: La prima domanda di questa intervista sull’avviamento alla professione di Psicologo è la più classica. Come sei arrivata a scegliere questa professione?

Costanza: Sono arrivata tardivamente alla scelta della professione, e direttamente a quella di psicoterapeuta. Mi sono prima laureata in filosofia e in quegli anni qualcuno mi diceva che mi avrebbe vista come psicologa, mentre io pensavo che avrei più volentieri voluto scrivere e lavorare nell’editoria o nell’imprenditoria culturale (cose che in effetti ho anche fatto). Accadde però che sull’orlo della laurea mi avvicinassi al mondo del volontariato (violenza di genere – all’epoca telefono rosa) e fu un’esperienza galvanizzante e frustrante. Parlare con le persone delle loro storie personali e trovare insieme a loro possibilità nuove mi piaceva molto, ma mi rendevo conto di essere senza strumenti adatti, capii che quel tipo di lavoro mi sarebbe piaciuto molto di più di qualsiasi lavoro intellettuale. C’era una dimensione di piacere ecco, e anche una sensazione di fare filosofia in un altro modo. E quindi mi iscrissi a Psicologia.

Gabriele: Come hai trovato lo studio della Psicologia all’Università? Era come te lo aspettavi? E che cosa all’Università ti ha appassionata e indirizzata utilmente, ripensandola alla luce del poi?

Costanza: Sono arrivata a psicologia con una laurea in filosofia e una grandissima spocchia, ero preparata al fatto che nell’accademia specie i primi anni si studia la microfisica di una disciplina e i suoi spesso poco fascinosi fondamenti perciò non tradì le mie aspettative e anzi, al contrario mi sorprese. Inoltre psicologia a Roma è particolarmente intrisa di psicologia dinamica – e all’epoca c’erano diversi psicoanalisti junghiani e freudiani a tenere dei corsi, e per me l’incrocio tra prospettiva psicodinamica e ricerca standardizzata fu una cosa impressionante e fulminante, che mi ha credo condizionata profondamente dopo. Ero approdata alla psicologia con un’idea letteraria, artistica e artigianale della disciplina e questa idea tutto sommato rimane, ma l’università mi ha dato un secondo polo, un secondo centro prospettico, un modo – la ricerca scientifica la logica sperimentale – che si è messo in tensione costante con il primo modo di vedere la disciplina e la pratica clinica. Trovai anche in tutta la riflessione sulla metodologia della rilevazione dei dati – analisi dei dati! – il proseguio di quello che avevo studiato a filosofia della scienza, e mi resi conto di quanto il mondo intellettuale da cui provenivo poco sapesse della mole di lavoro intorno alla nostra ricerca. Pensando anche a questo ho lavorato poi al mio modo di fare divulgazione, quasi nel tentativo di riparare un torto.
Poi c’è un’altra cosa. Io mi sono laureata con Lingiardi. Gli sono molto grata, perché è stata una salubre correzione ancora una volta ai vizi di una matrice culturale e possiamo dire di ceto e di classe, feci entrambe le mie tesi (per la triennale e per la specialistica nell’area dei “gender studies” e ho acquisito un modo di pensare non solo le questioni di sesso e di genere ma anche di storia della disciplina e di consapevolezza politica delle categorie che utilizziamo che non mi ha abbandonata. Ci sarebbe ancora nel cassetto un libro su psicoanalisi e femminismo a metà, prima o poi lo finirò – ma le mie due tesi di laurea hanno influenzato molto il mio lavoro successivo. Sono stata nei centri antiviolenza, ho scritto di stalking, etc.

Gabriele: È molto interessante questa traiettoria che dal Telefono Rosa ti ha condotta ai centri antiviolenza. È un tema caldo, come sai. Che cosa pensi dell’attuale situazione di questi servizi? E come la psicologia potrebbe aiutare a migliorarla in futuro?

Costanza: La realtà dei centri antiviolenza è estremamente variegata e penso quasi del tutto sconosciuta all’opinione pubblica. I centri nascono come risposta ideologica e politica a una necessità materiale e risolvono con pochissime risorse situazioni di estrema gravità, di cui l’opinione pubblica ha contezza solo nelle forme episodiche e definitive dei fatti di cronaca.

Nei centri antiviolenza trovano protezione donne sfregiate, madri e bambini vittime di tentato omicidio e su cui pendono promesse di morte, e una serie di situazioni che non solo soltanto semplicemente l’esito di un sistema culturale maschilista ma anche l’esito di incontri con psicopatologie gravi e la spuma di una grave marginalità sociale. Fanno perciò un grande lavoro di recupero di donne in difficoltà e di reinserimento sociale, quando lavorano bene, le tolgono da contesti gravemente abusanti e le reinseriscono in progetti di vita più salubri per loro, fanno cioè non soltanto un prezioso lavoro di riparazione dell’abuso, ma anche di riconsegna a una vita quotidiana. Tutte queste cose vengono portate avanti con pochissimi soldi, con operatrici sottopagate e a forza di appalti e di bandi regionali o nazionali. Fanno molto, ma indubbiamente non coprono la domanda che viene dal territorio, e la situazione è particolarmente ingravescente nel sud e nelle isole, dove i centri sono molti di meno. Quindi, al netto di tutte le critiche possibili a me pare che siano un dispositivo che argina in maniera efficace la violenza di genere e che necessita di sostegno politico ed economico.

Questo non vuol dire che lavorino sempre al meglio, ma pensare a un miglioramento nell’attuale momento storico è più complicato di quanto si pensi. I centri antiviolenza sono infatti una soluzione a un problema della comunità che viene dalla critica femminista.

Nascono dalla riflessione delle donne femministe e come azione militante verso quelli che per loro sono gli effetti di una società maschilista. Ne consegue che ci lavorano solo donne, che si occupano soprattutto di donne e che sono affezionate al momento della storia del pensiero femminista che combacia con la teoresi della differenza. Non si mastica Judith Butler, non si conosce Teresa De Lauretiis, ci si ferma a Irigaray e ancora si celebra Carla Lonzi. Di conseguenza, l’intervento psicologico è visto con molta ambivalenza: viene chiamato in causa quando si tratta di aiutare le donne, ma ributtato fuori dalla finestra quando si tratta di ragionare intorno alle dinamiche perverse dei sistemi familiari o delle psicopatologia che connota l’uomo violento. E io per questo motivo – cioè sia per affetto a Hegel per un verso, e a Butler per un altro, sia per fatica a un modo di concepire uomini donne e sguardo psicologico, sono uscita dai centri, e ho smesso di lavorarci. Ero a disagio – pur riconoscendone la grande utilità materiale.

Se dovessi però pensare a un intervento, non penso che dall’alto, dallo stato debba venire un intervento che corregga in maniera uniforme l’attività dei centri – perché in un certo senso penso che sia più intelligente culturalmente rispettare quel sapere e quella storia politica, che in qualche modo sono ancora utili ed efficaci. Piuttosto mi piacerebbe in linea di massima- temo al momento onirica – che venissero finanziati dei progetti di intervento sociale sulla violenza di genere intrafamiliare che abbiano una primigenia prospettiva psicodinamica con uno sguardo attento ai bambini e alla psicopatologia di tutte le parti in causa, dove possano essere arruolate donne e uomini con competenze specifiche, che abbiano anche tesaurizzato la lezione femminista e che vadano oltre in un progetto sociale e inclusivo. Va detto però, lo dico con una certa esperienza anche di terapia con maschi abusanti, che sarebbe un progetto molto complesso da realizzare perché la psicopatologia dell’uomo talmente violento da far finire una donna in un centro, è in generale piuttosto resistente all’intervento clinico, refrattaria, cronicizzata. Secondo alcuni operatori ha maggior probabilità disuccesso, l’intervento avvenuto dopo che c’è stata una sanzione giuridica e una condanna penale. In ogni caso, e sempre sul piano utopico perché di questi tempi soldi non ce ne sono, mi parrebbe più intelligente affiancare i centri con nuovi spazi riformulati e gestiti dal pubblico, piuttosto che modificare quelli che ci sono, spazi in cui la priorità sia data allo sguardo psicologico che alla critica sociale, diversamente da come funziona attualmente.

Gabriele: Sì, negli anni si sono create strutture, pubbliche e private, che operano in questo ambito. Consultori, comunità ecc. Ti viene in mente qualche estratto dal tuo lavoro psicoterapeutico con persone vittime di violenza? Anche per dare un’idea di quale potrebbe essere il contributo dello Psicologo in questo campo.

Costanza: Si certo, anche se mi piacerebbero più bandi pubblici per progetti di case di accoglienza, perché molte di queste donne hanno bisogno di una riprogrammazione ab ovo della loro vita pubblica e privata, anche per questioni di sicurezza, e con una particolare attenzione logistica alla segretezza.

Ma per venire alla tua domanda. C’è una sorta di diagnosi differenziale che va fatta con le donne vittime di violenza ai primi incontri. Semplificando grossolonamente, perché poi sappiamo che in psicologia le differenze non sono mai così nette – c’è un tipo di violenza di genere che è l’esito di una organizzazione patologica della coppìa dove la donna colpita è invischiata in una relazione altamente disfunzionale, in un gioco di perversioni, identificazioni proiettive e deleghe. Poi ce ne è un secondo tipo, molto frequente con la violenza di genere correlata allo stalking che invece si determina quando la donna in realtà ha un benessere psicologico di fondo, nella coppia patologica non ci vuole stare, ci è finita per uno stato di debolezza transitorio. Il primo caso riguarda sistemi di coppie violente che possono durare anni e decenni e che si spezzano spesso e volentieri per questioni estranee alla violenza fisica o psicologica, che è un linguaggio accettato dalle parti in causa. Si tratta di coppie dove c’è un alto grado di malessere, diagnosi psichiatriche intorno all’asse due (disturbi di personalità) quasi sicuramente per entrambi, dove indubbiamente la componente sociale ed economica può costituire una variabile di rinforzo importante, ma non è il dato saliente. Il secondo gruppo di casi è quello per cui invece una donna è entrata in relazione con un uomo con una patologia grave, ma con un approccio molto fusionale, molte attenzioni, un corteggiamento serrato e che la sollevava e la faceva sentire riscaldata in una fase di debolezza transitoria. Relazioni che nascono dopo episodi difficili della vita della donna: un lutto, una malattia importante, la perdita di un posto di lavoro, e che hanno all’inizio per lei un sapore riparativo. Se non che poi la donna si riprende, aveva una depressione reattiva e transitoria, l’uomo invece aveva un problema più strutturato e importante, la fusionalità non è più dirimente per lei ma rimane vitale per lui per cui: lei deciderà di chiudere quando lui vorrà continuare. A quel punto emerge la violenza di genere come dispositivo psichico e in alcuni casi socio culturale – per tentare invano di ripristinare la fusionalità perduta o la gerarchia in declino ( il gradiente con cui si mischia la componente sociale e maschilista, meriterebbe una discussione a parte. Il dato psicodiagnostico e psichiatrico per me c’è sempre, ma ci sono contesti, anche nel nostro paese, in cui questo dato diagnostico è socializzato vi si assegnano dei valori condivisi diventa sistema culturale).

Gabriele: Mi pare che si possa dire che nel tuo modo di declinare la professione di Psicologo ci sia quindi un equilibrio fra il versante individuale e quello sociale, senza che nessuno dei due ne risulti sacrificato.

Traspare dalle tue risposte un impegno sociale che si fa quasi politico direi. Secondo te davvero il lavoro psicologico puó contribuire a modificare non solo la vita del singolo ma anche quei contesti culturali a cui ti riferivi?

Costanza: Discorso molto ampio. Penso quasi più al lavoro possibile dello psicologo che della psicoterapia, che per la verità è ciò che faccio per la maggior parte del mio tempo professionale. Ma la psicoterapia è – se davvero fatta bene – la scoperta e riappropriazione di un destino, anche quando dovesse andare distante dalle nostre convinzioni. Invece io ho in effetti diverse idee su un possibile uso politico in senso vasto del sapere psicologico o più strettamente psicodinamico. Sulle modifiche che potrebbe apportare. Per esempio mi capita spesso di riflettere su come i cosiddetti fattori di rischio incidano sulle matrici relazionali, o su come le psicopatologie incontrandosi e contattandosi, generino a loro volta microculture.

Questo mi da una visione di uno sguardo sociologico psicologicamente investito che suggerisce dei provvedimenti politici. E quindi come psicologa fare determinate proposte.

Per esempio: se so che in una certa area amministrativa c’è una potente disoccupazione e un dilagante alcolismo, elementi che procurano una maggior incidenza di aspri conflitti intrafamiliari, con conseguenze maggior incidenza statistica di diagnosi importanti nell’area dei disturbi di personalità, posso immaginare degli interventi di natura preventiva. Per esempio garantire un maggior numero di posti negli asili nido pubblici, e il tempo prolungato per le scuole primarie. Perché è vero che le figure genitoriali sono primarie e importanti, ma è vero pure che si sottovaluta il potere salvifico di relazioni secondarie e protettive, Una buona compagine al nido, una brava maestra elementare possono (un potere che deve fare i conti con la biologia e il dna ma c’è ) essere la differenza tra una nevrosi e un Disturbo Borderline di Personalità. Oppure, se penso alla quantità di malessere psicologico anche grave che circola nelle scuole, e che sale agli onori della cronaca solo quando esita nel suicidio o nel bullismo, io mi chiedo se non sia possibile immaginare un’attività di screening e un intervento nelle scuole che sia meno affidato alle politiche di questo o quel preside, con sportelli affidati senza criteri chiari.
Invece guardo con molto sospetto all’uso delle categorie politiche per delegittimare organizzazioni partitiche o orientamenti e scelte elettorali, come reiteratamente ci è capitato di leggere fin da quando si facevano le diagnosi a Berlusconi. Questo sia per un motivo marcatamente deontologico che riguarda il rispetto per i pazienti titolari di quelle stesse diagnosi usate per squalificare le persone, sia per un rispetto per le logiche elettorali ma anche a causa di un certo disincanto in merito all’epistemologia della diagnosi. Le diagnosi sono molto versatili, se uno è narcisista lo è a destra come a sinistra, nel sindacato come nell’esercito.

Gabriele: Anche il titolo del tuo libro “Dentro e fuori la stanza”, per Minimun Fax, evoca questo tuo specifico modo di stare sulla soglia fra mondo interno ed esterno.

Credo che ciò implichi anche un modo per lo Psicologo di abitare i Social e il virtuale in generale, come nuovi luoghi di aggregazione di forze vitali e non solo di disgregazione del tessuto sociale “reale”. Ci puoi esprimere il tuo pensiero al riguardo?

Forse talvolta la differenza nella vita la fa anche solo il fatto di effettuare, in quei momenti di fragilità a cui ti riferivi prima quando parlavi delle vittime di relazioni disfunzionali, un buon o un cattivo incontro.

Costanza: Devo molto alla rete, soprattutto, ma non solo, professionalmente. Con la rete – e cioè con il Blog e Facebook – ho avuto degli editori, delle collaborazioni a riviste e giornali, perfino la televisione – anche se non ho accettato mai. Ho fatto anche dei bellissimi incontri con colleghi, o con persone che magari mi interessavano per altre cose – per esempio amo scrivere: sono un lettore forte, e mi sono ritrovata a poter chiacchierare con qualcuno di cui avevo letto i libri anni prima. Penso che per molte persone l’uso dei Social abbia modificato la struttura del quotidiano inserendo delle ritualità comunicative e relazionali in più, e che anzi possono essere persino eccessive. Regolarmente arriva qualcuno che dice che oggi, con i Social siamo tutti più soli, e io credo che chi lo dice in realtà non abbia capito neanche lontanamente di cosa si tratta. Invece la mia sensazione è – nel bene, come devo dire anche nel male – che il mutamento antropologico dell’immissione dei Social – con la correlazione a tratti mefistofelica ai telefonini – è quella di una potenziale relazionalità costante, con una sempre potenziale possibilità di interloquire e far sapere dove si è cosa si fa e che problema si ha. Questa interconnessione costante può essere sicuramente collusiva, con problematiche individuali che le siano complementari, o che ci si incastrino in maniera anche non proprio scontata, ma questo vale per tutte le cose, tutto sommato anche con il baretto di paese dove l’eterno disoccupato passerà intere giornate a parlare con le persone di passaggio, non può voler dire che il baretto sia una cattiva istituzione.

Gabriele: La tua risposta mi fa venire in mente due cose.

La prima è associativa e riguarda l’intervista a un musicista, Moby, il quale disse che New York è la città in cui ci si puó sentire più soli al mondo. Perche, anche se si è circondati da gente, si puó finire a vivere isolati in un appartamento e, avendo tutto a portata di mano o di click, non si esce mai dal proprio isolato.

La seconda riguarda l’ “essere iperconnesso”. Mi viene da riflettere su come le popolazioni umane abbiano sempre avuto bisogno di confini, e questo ad esempio per arginare epidemie virali. Di modo che non si diffondessero nell’intera popolazione.

Forse questo è uno dei rischi dell’iperconnessione odierna. Possiamo diventare portatori e trasmettitori inconsapevoli di “epidemie psichiche” (idee, mentalità…) se non si è attenti e critici verso i contenuti che vengono condivisi. In questo senso vedo anche il ruolo dello psicologo online come un elaboratore di vaccini che immunizzino la comunità rispetto alla trasmissione virale e acritica di contenuti. Un intessitore di pensiero, insomma.

Che cosa ne pensi? Ti viene da associare altri pensieri o esperienze personali?

Costanza: No io non penso che la vita sui Social aumenti la percezione della solitudine in modo dirimente – o meglio forse può capitare di vedere scritte le modalità delle relazioni proprio e altrui e di riflettere sulla difficoltà che si ha nel reagirvi per cui chi ha certe strutture difensive se la vivrà in un modo e un altro in un altro. Il paragone che fai però non mi convince del tutto perché il funzionamento dei Social ti permette di decollare dal pianerottolo delle tue conoscenze e di confrontarti con grandi numeri di contatti anche estranei solo quando lo decidi, ad intensità molto diverse, ed è diverso dalla grande città che in qualche modo ti impone grandi numeri di estraneità nel momento stesso in cui ci metti piede – senza considerare il fatto che nella prassi dei Social la comunicazione tra sconosciuti è un fatto accettato quasi tipico del mezzo, mentre nei contesti urbani al contrario è giudicata con sospetto. Ma per dire, le persone con pochi contatti perché così desiderano, vivono in un clima interattivo sui Social pari a quello della frazione sull’Aurelia. Piuttosto ho constatato che molte persone difficoltà sul piano relazionale, troveranno nella connessione collettiva e costante della rete una serie di occasioni intermedie che permettono alle resistenze comunicative di negoziare, entrare in relazione e scavalcare i muri. Per le persone che hanno difficoltà relazionali la rete è un aiuto materiale molto consistente. Questa cosa potrebbe sfuggire a chi sta poco in rete e chi ne gode poco delle potenzialità relazionali. Chi la abita molto spesso si trova a vedere relazioni che dalla rete cadono nel reale, e si intrecciano alla vita materiale diventando amicizie materiali. Ho fatto delle amicizie tramite il Blog e Facebook, amicizie di persone che vedo a cena, con cui parlo dei di cose banali e private, o con cui ragiono di progetti di lavoro – anche questa intervista per dire. E in qualche caso, ho incontrato persone di una timidezza incredibile, qualcuna molto ritrosa e diffidente, che molto difficilmente avrei contattato se fossimo state insieme in un analogo grande contesto.
invece penso che la rete possa costituire un problema per persone di diverso assetto psichico i narcisisti e i seduttivi, per certe personalità magari facilmente alla mercé del parere del prossimo, che magari delegano a terzi delle decisioni, che affidano al collettivo o per quelli che non si mettono in gioco in certe cose importanti della propria vita, impegnative, che esigono solitudine, ma si spendono nel gioco liquido e spicciolo di una comunicazione non sempre concludente, necessaria. La rete è un’occasione di levità costante. Perciò non solo esiste un problema di confini ma anche di saperla usare in un modo capace di produrre gerarchie di senso importanti. E tutto questo non è impossibile ma neanche immediato.

Per quello che mi dici tu cioè sulle epidemie emotive e culturali, è assolutamente vero, e credo che dipenda da questioni che forse spiegherebbe meglio un collega cognitivista di me, che ho una formazione psicodinamica. Ma io rilevo un particolare funzionamento cognitivo nell’approcciare lo schermo, e quello che vi si legge, una sospensione di giudizio critico, un affidarsi ipso facto a oggetti che si considerano immediatamente credibili e condivisibili. Per fare un esempio ( a cui confesso di ricorrere spesso): qualche anno fa Steven Spielberg pubblicò una foto in cui era seduto davanti a un triceratopo morto, un dinosauro del suo film Jurassic Park, e 5000 animalisti (cinquemila) protestarono e scrissero arrabbiatissimi perché si vantava di aver ucciso una creatura innocente. Cioè hanno visto la foto, hanno deciso che era tutto vero, non hanno considerato l’ipotesi che un bestione con tutti bozzi in testa di dieci metri forse era la copia di un dinosauro, e si sono incendiati. Dopo di che è avvenuto quello che dici tu, una sorta di contagio emotivo, e ideologico, come se la sospensione del giudizio di suo slatentizzasse con più agio altre cose sotterranee ed emotive, e qui forse l’armamentario psicodinamico torna utile. Si abbassa la valutazione critica dell’immagine, si scatenano meccanismi difensivi arcaici: scissione e proiezione. Nella comunicazione tra soggetti anche affascinanti subdole quanto efficaci forme di identificazione proiettiva.

Gabriele: Costanza, ti ringrazio molto per la tua generosità. e per la densità dei contenuti che hai offerto.

Mi verrebbe da portare avanti la chiacchierata, riflettendo su concetti come “occasioni intermedie”, non immediatezza/immediatezza della rete, e quella magia per cui noi siamo percettivamente soli con un device (assorbiti nel nostro privato, e come se nessuno ci vedesse) ed esprimiamo qualcosa che diventa istantaneamente pubblico. Cose di questo tipo, che meriterebbero di essere espanse. Ma che è anche bene forse lasciare insature, in modo che si espandano nelle mente di chi ci legge eventualmente.

Vuoi ancora aggiungere qualcosa?

Costanza: Grazie di tutte queste belle domande. Quello spazio intermedio, o meglio la materialità degli atti di cui si compone l’azione solitaria che si iscrive nel discorso collettivo, è un’ellisse in cui ci possiamo pensare a due coppie di fuochi. La prima riguarda il grado di autenticità degli atti comunicativi. Le comunicazioni sui Social infatti sono tutte fortemente mediate e hanno ognuna un grado di artefazione: si comincia controllando la grammatica e la logica di quello che si scrive – che è già un’operazione di controllo dell’immagine di se, e si va verso un grado successivo di perfezionamento nella cesellatura dello stile, fino a gradi sempre più sofisticati: la scelta di foto migliori, il ritoccare le foto in cui si è ritratti. Non si tratta di menzogna, di mettere davanti diciamo una personalità diversa dalla propria per ingannare l’altro – in rete ingannano in pochissimi e pochissimi hanno il dominio necessario sul linguaggio per poter vestire le spoglie di un altro da se – ma di una rappresentazione del meglio di se, l’ideale dell’io secondo i canoni propri del proprio modo di pensare e di sentire. La seconda polarità riguarda l’uso buono e cattivo della prima, il mancato controllo delle proprie logiche comunicative, versus una sorveglianza matura e attenta delle modalità con cui si entra in relazione. Su questo asse – quando capita – si può iscrivere l’inclusione dello sguardo psicoterapeutico sull’uso dei Social, i quali come dicevo prima tridimensionalizzano i propri comportamenti rendendoli osservabili. Verba volant, scripta manent: due persone litigano su Facebook ed entrambe hanno la possibilità di ragionare con lo storico delle loro reazioni emotive, la lettura dei loro scambi, il fatto che circostanze analoghe si sono riprodotte su altre bacheche, su certe loro ricorrenze, vulnerabilità, tic comunicativi. In stanza di terapia tutto questo può diventare un patrimonio prezioso, e specie considerando quanto spesso queste interazioni sono con persone non incontrate dal vero, e su cui si hanno informazioni sommarie, si ha per le mani un dispositivo che procura un vero e proprio dispositivo che mette controluce, e da piena visibilità a tutte le proiezioni messe in gioco. Parlare dell’attività sui Social con uno psicoterapeuta può allora diventare particolarmente interessante.

Gabriele: Sono molto d’accordo. Di nuovo, ti ringrazio per questa bella intervista.

I libri di Costanza Jesurom:

Fuori e Dentro la Stanza

Negli ultimi trent’anni la psicologia e la psicoterapia sono diventate delle presenze costanti delle nostre vite. Gli psicologi sono spesso protagonisti del dibattito pubblico, intervengono sui giornali, in tv, hanno voce in cause giudiziarie, sono interpellati da chi decide le politiche sociali… La psicologia è autorevole, ha guadagnato credito, e chi ne fa uso fa molta meno fatica a capirne la necessità e a chiederne il sostegno. Al contrario, la psicoterapia appare ancora come un nebuloso insieme di questioni: se la sua efficacia comincia a essere data per assodata, rimane un senso di grande confusione sulla sua essenza. Che cos’è, rispetto alla medicina? Perché ci sono tante scuole? Quanto è bene pagare? Perché bisogna pagare anche le sedute che si saltano? Perché il genitore che manda il figlio in terapia non può avere informazioni dal terapeuta ogni volta che desidera? Perché tanti psicoterapeuti non prendono in terapia parenti dei propri pazienti? Quali rischi ci sono nell’affidarsi a chi promette di guarire la nostra psiche? Dentro e fuori la stanza è un libro che articola una serie di risposte chiare per chi va in terapia, e al tempo stesso ricostruisce il dibattito contemporaneo e la storia della psicologia recente. Un testo divulgativo su un mondo che pensiamo di conoscere ma che è molto meno trasparente di quanto appaia, utile a fare la cosa più difficile e più semplice di sempre: diventare se stessi.

Guida portatile alla psicopatologia quotidiana

«Datemi un uomo normale e io lo guarirò». Questo prometteva Carl Gustav Jung nel secolo scorso. Il tempo passato ha trasformato le sue parole in una profezia, rivelando come gli esseri umani non siano altro che dei fasci di nevrosi. Costanza Jesurum, psicanalista e terapeuta, da anni tiene un blog amatissimo, Zauberei, con cui ci aiuta a districarci nella psicopatologia della vita quotidiana al tempo delle ansie onnipresenti. E con la stessa ironia ma con un metodo ancora più stringente, ha voluto scrivere un manuale divertentissimo ma solidamente scientifico. Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana è un prontuario di resistenza umana che risponde alle mille domande che ci assillano mentre andiamo ai colloqui con gli insegnanti a scuola, ai pranzi domenicali coi parenti, dopo una nottata inaspettata di sesso con uno sconosciuto o proprio mentre usciamo dalla nostra seduta settimanale sul lettino dello psicologo.

 

 

Ti potrebbe interessare

Continue Reading

Dialoghi

La rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico

The following two tabs change content below.
Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Psicodiagnosi RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPI

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo articolo – dialogando con il Dr Daniele Berto – ci concentriamo sul tema della rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico, per arrivare infine all’utilizzo del RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPIRIO è un sistema interpretativo online del MMPI, per tutte le sue versioni attualmente distribuite in Italia.

RIO | Info

RIO può essere utilizzato in tutti i contesti nei quali sia stato deciso di utilizzare una delle forme del MMPI (2, A, RF).  L’ampiezza del report permette allo specialista di individuare e scegliere le ipotesi diagnostiche più appropriate tra quelle proposte da RIO, nonché le indicazioni terapeutiche in funzione della concordanza con i dati legati all’anamnesi e all’osservazione del comportamento.

In particolare è utile in contesti dove sia necessaria una decisione operativa e terapeutica, oltre che diagnostica, effettuata in tempi ristretti.

In ambito forense, il report è stato studiato per far emergere situazioni di simulazione e/o dissimulazione di patologia nel corso di accertamenti peritali. In ambito penale il report utilizza specifiche regole interpretative e decisionali finalizzate alla formulazione di una o più ipotesi diagnostiche presentate in forma gerarchica (a partire cioè dalla ipotesi diagnostica più probabile) piuttosto che alla descrizione della personalità.

Il report del MMPI-A, oltre alla consueta accurata descrizione del profilo di personalità, prevede invece una specifica più ampia funzione in termini di ipotesi trattamentali e/o riabilitative collegate alla/e ipotesi diagnostica/che derivate dall’analisi del profilo.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

IL DIALOGO

La valutazione psicodiagnostica è una delle funzioni svolte nell’ambito dei servizi sanitari territoriali. Vista la sua esperienza diretta come psicologo dirigente e psicoterapeuta presso le AULSS, quale ritiene sia la rilevanza di tale funzione all’interno dei servizi stessi?

La valutazione psicodiagnostica, unitamente al sostegno psicologico ed in alcuni casi alla psicoterapia, effettivamente è una delle funzioni maggiormente espletate dagli psicologi operanti nel servizio sanitario. In alcuni servizi questa attività assume una rilevanza specifica tale da essere alla base di importanti operazioni decisionali sulle singole persone e/o sulle famiglie. L’operato degli psicologi nei servizi si confronta continuamente con valutazioni effettuate sia a fini certificativi sia ai fini della verifica dell’andamento dell’attività trattamentale. Negli ultimi quindici anni ha acquistato un peso progressivamente maggiore l’apporto diagnostico-descrittivo che gli psicologi hanno saputo dare in termini di ipotesi diagnostiche, meccanismi di funzionamento, potenzialità cognitive, possibili deficit, capacità residue, ecc. utilizzati all’interno delle procedure certificate o anche più semplicemente per la gestione delle singole persone.

Che tipologia di soggetti afferisce al servizio pubblico per una valutazione psicodiagnostica?

I servizi pubblici da diverso tempo hanno individuato procedure finalizzate alla certificazione a valenza psicologica. Tali procedure hanno a che fare soprattutto con la metodologia necessaria, con le figure da coinvolgere per tali certificazioni, con le aree di analisi e con i tempi necessari per produrre la certificazione. Tuttavia, queste procedure non prevedono gli standard condivisi di utilizzo di particolari strumenti psicodiagnostici. Ogni servizio, consultorio, singolo professionista, può utilizzare gli strumenti che professionalmente ritiene più adeguati a rispondere alle varie necessità. Ne consegue che i servizi possono utilizzare strumenti differenti per una stessa tipologia di valutazione. Ciò a scapito di una uniformità e confronto di procedure e di linguaggio. Può succedere infatti che per una diagnosi di disabilità cognitiva possano essere utilizzati strumenti di natura neuropsicologica oppure strumenti di performance all’interno di procedure più complesse ed ampie. Da più parti si assiste alla necessità di uniformare non tanto le procedure generali, quanto la scelta dei singoli strumenti utilizzati all’interno di tali procedure.

All’interno del servizio pubblico esistono procedure finalizzate alla formulazione di certificazioni psicodiagnostiche? Quali sono gli strumenti utilizzati a questo scopo?

All’interno dei servizi pubblici arrivano differenti tipologie di richieste di valutazione psicologica. Tale ampia gamma di valutazioni va, a titolo esemplificativo e non esaustivo, dalla valutazione delle coppie finalizzata all’adozione, alle certificazioni di deficit di natura cognitiva finalizzata al sostegno scolastico, dalla valutazione di persone tossicodipendenti con doppia diagnosi, alle necessità di natura diagnostica presente nei CSM, nei servizi di Psichiatria, di Neuropsichiatria Infantile e di Medicina del Lavoro. La gamma di problematiche esaminate e la tipologia delle condizioni psicologicamente rilevanti è molto ampia a fronte di una non altrettanto ampia, in termini di tipologia e di numero, presenza ed utilizzo nel Servizio Pubblico di strumenti oggettivi di natura psicodiagnostica.

Il MMPI è un test utilizzato da ormai molti anni e molto conosciuto. A quale motivo deve la sua diffusione?

Il MMPI fonda le proprie “fortune” italiane, e non solo, su alcuni fattori.
Il primo di essi e sicuramente l’ampia disponibilità di pubblicazioni scientifiche e di testi dedicati alla sua applicazione, alla sua interpretazione, alla sua validazione e ai suoi ambiti applicativi. Questa mole di studi ha permesso una sempre migliore e più approfondita raffinatezza descrittiva ed anche diagnostica. Il secondo fattore è che questo questionario, inoltre, negli ultimi trent’anni ha risposto alla sempre più pressante richiesta di oggettivazione dei risultati nella valutazione psicodiagnostiche. Il terzo è che questo strumento è entrato nei programmi di studio delle università, dei master e delle scuole di specializzazione. Questa popolarità si è quindi autoalimentata, favorendo una capillarità dell’utilizzo dello strumento, ritenuto, a torto o a ragione, oggettivo, pratico e di relativamente facile utilizzo in più ambiti clinici e forensi.

Quali sono i rischi legati ad una così ampia popolarità di questo questionario?

Questo ampio utilizzo ha però portato con sé numerosi rischi. Il primo rischio è legato ad un approccio interpretativo e di utilizzo superficiale ed approssimativo, favorito dal nome delle scale cliniche che riportano ad una nomenclatura diagnostica e clinica che le scale stesse non rappresentano tout-court. Faccio un esempio: di fronte ad una forte elevazione della scala 6-Pa (Paranoia), abbiamo osservato che diversi utilizzatori del test erano orientati verso una diagnosi di Paranoia, favorita unicamente dall’elevazione di tale scala. In realtà, per porre una ipotesi diagnostica di un Disturbo Paranoide o di altre psicosi, è necessario mettere insieme almeno una decina di criteri presenti all’interno del MMPI. Conoscere il MMPI non deve essere legato al semplice “averne sentito parlare”, questo non significa conoscerlo. Il suo utilizzo dovrebbe essere permesso solo dopo un approfondito studio della sua storia, della sua struttura, nonché delle fasi e dei livelli interpretativi.

A fronte della notorietà e dell’ampia diffusione di questo strumento, gli aspetti legati all’interpretazione dei risultati e al loro impiego ai fini della formulazione diagnostica sono, a suo parere, ugualmente acquisiti da parte dei professionisti che operano in ambito clinico? Ci possono essere dei rischi relativi alla corretta applicazione?

La mia esperienza è che a fronte di un massiccio e diffuso utilizzo di questo strumento, non vi sia un’altrettanta uniformità né descrittiva del funzionamento della personalità, né lessicale, né diagnostica, al punto che il profilo grafico talvolta viene “interpretato” unicamente attraverso la lettura dell’elevazione delle singole scale, senza tener conto di tutte le altre regole interpretative presenti nella manualistica e nella letteratura internazionale. Questa semplicistica modalità interpretativa non è solamente riduttiva, ma è metodologicamente errata. Ciò ha comportato una disparità e una differenza interpretativa di uno strumento che viene annunciato come uno tra i più oggettivi. Il rischio, in questo caso, non è solo di errore diagnostico o descrittivo del funzionamento della personalità, ma è anche un rischio di errore che ha implicazioni di natura deontologica.

Da dove nasce l’esigenza di mettere a punto un report interpretativo?

Devo premettere che, paradossalmente, fino a pochi anni fa non sono mai stato un fautore dei report interpretativi informatizzati/automatici. La complessità dell’analisi psicologica e psicodiagnostica è legata a una visione a trecentosessanta gradi del paziente, che comprende una corretta raccolta dell’anamnesi, l’osservazione del comportamento, il colloquio clinico, il tempo di durata dei sintomi e, non ultimo, l’utilizzo di strumenti psicodiagnostici. Tuttavia, la necessità di utilizzare non solo un linguaggio comune, ma soprattutto una corretta sequenza applicativa di regole interpretative del MMPI, ha favorito l’idea della messa a punto di un programma che risolvesse questo problema metodologico e interpretativo, lasciando nel contempo un spazio decisionale diagnostico finale al professionista. Oltre a questi innegabili vantaggi, il report interpretativo dell’MMPI ha il grande vantaggio di limitare, se non eliminare, gli errori interpretativi dei singoli professionisti e/o le omissioni di particolari elementi presenti nel test ma non riconosciuti dall’esaminatore. Altro grande vantaggio consiste nel grande risparmio in termini di tempo: mentre un buon report interpretativo necessita di un esame di circa due ore del profilo grafico, per il report interpretativo sono sufficienti pochi minuti per l’inserimento dati e circa mezz’ora per la revisione critica del report, per giungere poi ad una decisione diagnostico-interpretativa finale. Un elemento da non trascurare infine è l’“effetto suggestione” che, talvolta, un determinato profilo o l’elevazione di determinate scale possono indurre nell’esaminatore creando un bias interpretativo a scapito di una corretta interpretazione che un report interpretativo informatizzato, evidentemente, non subisce.

Come è strutturato RIO, il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-2-RF e l’MMPI-A? Che vantaggi offre al clinico che lo utilizza?

RIO è attualmente il sistema interpretativo più sofisticato e complesso presente in Italia per le interpretazioni informatizzate di tutte le forme dell’MMPI presenti sul mercato: MMPI-2, MMPI-RF e MMPI-A; dell’MMPI-2 inoltre prevede il report sia clinico sia forense e, per ciascuno dei due, sia il report della forma completa sia quello della forma ridotta. Il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-RF, l’MMPI-A è strutturato in modo tale da ottenere un report interpretativo e un report grafico a partire dai punteggi standardizzati ottenuti dalla persona in ognuna delle scale del test. Per poter utilizzare RIO è dunque necessario aver somministrato ed aver effettuato lo scoring del test ottenendone i punteggi grezzi ed i punteggi T per ciascuna delle singole scale.
RIO si avvale di circa 1600 regole interpretative che permettono una accurata descrizione del funzionamento della personalità, nonché della formulazione di una o più proposte diagnostiche presentate gerarchicamente. L’organizzazione del report prende in considerazione gli aspetti legati alla validità, la descrizione del funzionamento generale della persona, la sintesi di tale funzionamento, le considerazioni cliniche legate alla sintomatologia e/o ai meccanismi di difesa e le ipotesi diagnostiche possibili per quel tipo di profilo ricavate dalla letteratura internazionale. Come valore aggiunto, inoltre, offre alcune indicazioni di natura trattamentale sulla base del profilo precedentemente esposto. I vantaggi di questo sistema sono già evidenti solo se si considera la vasta gamma di regole interpretative applicate al test. Oltre ai vantaggi generali appena descritti, nel considerare l’utilizzo di un report informatizzato, si aggiunge anche l’uniformità del linguaggio clinico tra i vari professionisti e quindi il confronto dialettico tra gli stessi.
Ricordiamo che RIO è uno strumento dinamico in continuo aggiornamento, in grado di formulare ipotesi diagnostiche sulla base della corrente manualistica (attualmente fa riferimento al DSM-IV-TR e al DSM-5); laddove RIO fa riferimento al DSM-IV-TR significa che non esiste, al momento attuale, un lavoro accreditato sul piano scientifico che giustifichi una diagnosi o una descrizione fatta con il MMPI in riferimento al DSM-5. Sulla base del ventaglio di possibilità psicodiagnostiche fornite da RIO il clinico avrà modo, infine, di riflettere più approfonditamente sul caso permettendo di formulare anche una diagnosi differenziale consapevole e precisa con il contributo di altre informazioni qualitative acquisite sulla persona durante il processo psicodiagnostico.

RIO consente di scegliere tra un report clinico e un report forense per l’MMPI-2. Che differenze ci sono tra i due tipi di report?

Il MMPI-2 ha trovato e sta trovando ampio utilizzo in ambito forense. La richiesta della magistratura giudicante e della magistratura inquirente, di avere dati il più possibile oggettivi al fine di avere un aiuto il più possibile concreto da parte del professionista, è andata progressivamente ampliandosi nel corso degli anni. A tale scopo è stata pubblicata una serie di lavori di approfondimento specificatamente dedicati. RIO prende in considerazione entrambi gli ambiti di utilizzo, clinico e forense, offrendo alle due modalità interpretative una stessa base di interpretazione che tuttavia si differenzia in una seconda fase di analisi approfondita: il report clinico in termini di funzionamento personologico, relazionale e diagnostico-terapeutico mentre il report forense in termini di attendibilità, falsificazione, esagerazione, strumentalizzazione dei sintomi e elementi simulatori e dissimulatori. In sintesi, il report clinico analizza più approfonditamente la descrizione della personalità, si focalizza sugli aspetti trattamentali e dà maggiore spazio alla sintesi descrittiva e alle ipotesi diagnostiche. Il report forense utilizzato in ambito penale analizza il comportamento criminale secondo la classificazione di Megargee ed include anche considerazioni sulla cosiddetta “pericolosità sociale”.

RIO offre un report forma breve e un report forma completa per l’MMPI-2. Che differenze ci sono in merito alla quantità di informazioni prese in esame e alla complessità dell’interpretazione fornita?

La cosiddetta forma breve o di base del MMPI-2, consistente nella risposta ai soli primi 370 item del questionario, permette il computo e l’analisi completa di tutte le scale cliniche di base, di quelle scale cioè che hanno un peso fondamentale nella formulazione delle ipotesi diagnostiche. La forma ridotta permette la lettura e l’interpretazione di tali scale, dei code-type, dello schema di Diamond, delle scale di Harris e Lingoes e delle formule derivate. Nello specifico, il profilo generato da RIO, che analizza i punteggi derivati dalla forma breve dell’MMPI-2, prende in considerazione i seguenti fattori: analisi delle scale di validità e sottoscale di Harris e Lingoes e la loro configurazione, elevazione media del profilo, indice di dissimulazione, percentuale di risposte V/F, elevazione media delle triadi, configurazioni particolari, code-type, schema di Diamond e indici derivati. L’analisi del profilo completo permette, oltre a quanto previsto sopra per il profilo della forma ridotta, anche l’interpretazione descrittiva di ulteriori scale di validità (VRIN e TRIN) e l’interpretazione delle scale di contenuto e delle scale aggiuntive. I due report non si differenziano in termini di qualità e accuratezza.

I servizi pubblici utilizzano strumenti informatizzati di supporto al processo diagnostico? Utilizzano report informatizzati?

Nell’ambito della diagnostica sanitaria nei servizi pubblici si assiste sempre di più all’utilizzo di strumenti che favoriscano un risultato uniforme e comparabile. Ciò purtroppo non sta accadendo per la diagnostica di natura psicologica a causa della scarsità degli strumenti informatizzati disponibili per la diagnosi psicologica e della loro, talvolta, scarsa affidabilità, salvo qualche rara eccezione. La pubblicazione di RIO ha favorito l’utilizzo di questo strumento, oltre che da parte dei professionisti, anche da parte di alcuni servizi operanti in ambito pubblico. Un esempio è rappresentato nella Regione Veneto dove, con l’obiettivo di uniformare il linguaggio e l’analisi delle persone che presentavano possibile patologia da stress lavoro correlato, tutti i dipartimenti di prevenzione si sono dotati di questo strumento, allo scopo di produrre report interpretativi uniformi e comparabili tra i vari servizi della Regione stessa. Uniformare i report informatizzati non significa uniformare le diagnosi, bensì uniformare i processi diagnostici in quanto la diagnosi è prerogativa di un complesso ragionamento clinico di cui il report interpretativo rappresenta un momento e una proposta affidabile. I servizi pubblici si stanno avvicinando a questo e ad altri strumenti in considerazione del risparmio, in termini di tempo/operatore, dato dall’utilizzo di questi, anche a fronte di una talvolta impegnativa spesa iniziale. Se consideriamo, ad esempio, che un servizio di Psichiatria o di Neuropsichiatria infantile utilizza, ad esempio, anche solo 20 MMPI al mese, questo può risparmiare in termini di tempo/operatore dalle 200 alle 300 ore all’anno, guadagnando anche in termini di affidabilità e uniformità diagnostica. Questa semplice considerazione ha permesso, per esempio, ad alcuni professionisti di convincere le proprie aziende sanitarie di fornirli di RIO.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

BIO Dr  Berto

Psicologo dirigente e psicoterapeuta presso la AULSS 6 Euganea di Padova, opera presso il Centro per il Benessere Organizzativo. Ha collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Osservatorio Europeo sulle Droghe, le Università del Kent e di Birmingham in qualità di responsabile italiano di progetti multicentrici finanziati dall’Unione Europea sulla sanità carceraria e sulla psicodiagnostica. Specialista in psicologia clinica e in sessuologia, applica il MMPI e il MMPI-2 da oltre trent’anni, sia in ambito clinico che forense. Unisce all’attività clinica l’attività di CTU per conto del Consiglio Superiore della Magistratura, del Tribunale per i Minorenni di Venezia e di diversi Tribunali Civili e Penali Italiani. È stato consulente del Ministero della Difesa e del Ministero della Giustizia per attività di psicodiagnostica in tali contesti. Svolge attività didattica presso diverse scuole di Specializzazione in Psicoterapia ed al Master di II livello in Psicopatologia e neuropsicologia forense presso l’Università di Padova. Ha introdotto in Italia (curandolo e scrivendo alcuni capitoli) il manuale MMPI, MMPI-2 e MMPI-A in Tribunale. Manuale pratico per consulenti tecnici, avvocati e giudici con casistica criminologica italiana (K.S. Pope, J.N. Butcher e J. Seelen. Giunti OS, 2006). È autore di oltre 50 pubblicazioni in tema di psicologia clinica, psicodiagnostica, psicologia forense. Per Hogrefe ha pubblicato, in collaborazione ad altri AA, il programma RIO. Report Interpretativo Online di tutte le forme del MMPI ed EXIDA, un questionario per la valutazione del danno esistenziale.

Ti potrebbe interessare

Continue Reading

Dialoghi

Protetto: Psicologia Plurale. Dialogo con Michele Piccolo: fare lo Psicologo a New York

The following two tabs change content below.
Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Ti potrebbe interessare

Continue Reading

Iscriviti alla News Letter

La nostra newsletter mensile con una selezione dei migliori post

Dichiaro di aver letto e di accettare la privacy policy del sito

Più letti

Articoli recenti

Più letti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: