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Dialoghi

DIALOGHI | Lo psicologo di domani: dialogo con Marco Inghilleri

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

DIALOGHI | Lo psicologo di domani: dialogo con Marco Inghilleri

Marco, dal tuo osservatorio, come immagini lo psicologo di domani?

Sostanzialmente, Alessandro, credo che poco cambierà nel futuro e che la psicologia, scienza senza oggetto, continuerà, come indicato dalla sua storia, a ricoprire un ruolo essenzialmente normativo, cioè valoriale. E’ noto come, in qualsiasi settore della scienza, ad un insieme di dati sia sempre possibile sovrapporre più di una costruzione teorica. Poiché in psicologia nessuna spiegazione risolve mai tutti i problemi relativi ad un dato argomento, è spontaneo porre l’interrogativo circa quali tipi di problemi siano più importanti da risolvere e quale funzione possano poi svolgere le spiegazioni prescelte. La questione dei valori viene così ad essere scoperta a monte di qualsiasi discorso scientifico.

Nonostante ciò, le formulazioni teoriche che riguardano i “settori” caldi della psicologia, cioè educativi, terapeutici, sociali, ecc.. che ruotano intorno al problema della personalità, continuano a rimanere arroccate al mito della conoscenza oggettiva e a-valutativa. In effetti non si riflette abbastanza sul fatto che i valori rappresentano una parte costitutiva di tutte le conoscenze intorno all’uomo, negarne l’evidenza significa sottoscrivere, attraverso l’ideologia fatta scienza, i valori dominanti; cosicché ogni dichiarazione di neutralità diventa un’affermazione di consenso ad una data visione del mondo, ritenuta eterna e immodificabile.

Lo stesso Freud ha creduto che la sua scienza, a similitudine del modo di pensare del suo tempo, fosse la vera ed unica analisi della psiche. Ma gli psicoanalisti che sono disposti a rischiare la propria ortodossia, riconoscono che il loro sapere è condizionato e reso unilaterale e, come ogni altro, contiene una serie di scelte di valore conformi ad una determinata visione della realtà. Per cui si può dire che la prospettiva dell’analisi cambia se il suo modello non è quello astratto di “armonia interiore” ma in origine è sociale. In altri termini la psicologia deve tener presente che il dato in analisi è un dato di valore; che come tale esso non potrà mai essere analizzato in parametri estranei alle dimensioni che strutturano il valore stesso.

Nasce quindi la domanda se sia auspicabile e possibile che gli psicologi considerino come relativi i propri valori. La risposta è sì. Infatti, per quanto scientificamente validi (attendibili e verificabili) possano dimostrarsi i risultati di una ricerca o di una costruzione teorica, tale validità oggettiva non si ripercuote sui valori che muovono gli intenti conoscitivi e soprattutto gli interventi, cioè sull’impiego del sapere psicologico. Il ricercatore, il clinico, possono preferire determinati valori perché appaiono migliori, non perché sono più certi. Da cui consegue che l’oggettività metodologica viene ad essere utilizzata, quand’anche non fosse già un valore, entro le opzioni dello scienziato o del tecnico e quindi della loro società e non viceversa.

Ogni atto teorico e pratico è condizionato, non solo dalla scelta dei problemi, ma anche dalle categorie concettuali e linguistiche con le quali risolverlo. Un metodo empirico-analitico produce soltanto sapere valorizzabile tecnicamente in un quadro precostituito. Ciò significa che qualsiasi scopo scientifico riceve l’indicazione del fine ed assume valore solo all’interno di un ordine sociale verso cui tale fine è diretto. Si può quindi affermare che se i giudizi di valore non facessero parte della struttura della scienza, farebbero comunque parte del motivo della sua produzione. Questo perché la scienza non è sola forza produttiva sociale, ma è anche rapporto sociale di produzione. Perciò non si può parlare di una scienza assolutamente oggettiva, cioè estranea ai valori ed alle scelte che la determinano.

Le stesse condizioni del conoscere variano a seconda delle condizioni in cui si esplica il ruolo dello psicologo, cioè in relazione alle aspettative ed ai fini che il suo atto conoscitivo deve perseguire, ossia secondo le indicazioni istituzionali ed i valori egemoni. La scienza dell’uomo è mossa molte volte dall’idea dell’esistenza di leggi statiche, di una realtà di fatto, senza tenere conto che non esiste una realtà definita una volta per tutte. Difatti il soggetto con cui si è in rapporto (che non è mai un oggetto) è impegnato in una continua trasformazione di se stesso nel momento che interagisce con la realtà che lo circonda.

Le misurazioni, le osservazioni, che lo psicologo esegue sulla persona non riflettono il dato dell’esperienza, ma ciò che è presupposto come tale sulla base di un paradigma teorico, metodologico e tramite un’azione strumentale. Tale forma d’approccio alla situazione dell’altro comporta certe operazioni mentali, che finiscono per porre in risalto e ritagliare una realtà che può essere lontanissima dall’esperienza immediata da cui deriva. Anche il linguaggio non può riferire il “dato” in maniera neutrale ed obiettiva in quanto utilizza un linguaggio appreso per descrivere il mondo degli uomini conosciuto in anticipo. Mondo predefinito da certe operazioni logico-linguistiche e metodologiche che sono sempre degli apriori. Inoltre l’infrastruttura linguistica utilizzata nel momento scientifico non è un qualcosa di diverso dalla società che l’ha prodotta, e come tale contiene una motivazione ed un orientamento all’azione conoscitiva che è di per sé un valore.

Ora è certo che nel campo degli studi sulla personalità, quanto più gli psicologi diventano abili nel classificare i tratti, gli atteggiamenti, le motivazioni, le azioni ecc.., congelandoli entro espressioni presunte obiettive, tanto meno SVILUPPANO LA LORO COSCIENZA CRITICA verso la natura e la funzione di un dato sapere e quindi intorno ad una effettiva consapevolezza dei bisogni degli uomini; da cui la loro inserzione nel mondo non come agenti dell’emancipazione, ma come scienziati burocrati, che convalidano un certo modo sociale ed istituzionale di definire e concepire l’individuo, prestabilendo quindi, secondo una ideologia dello statu-quo, il suo modo di essere nel mondo. Le teorizzazioni sulla personalità, lungi dall’essere avalutative hanno finito sempre per radicare nella psicologia l’egemonia di un dato modo di considerare la realtà psicologica dell’individuo.

Cioè impedendo di leggere e capire le azioni, le motivazioni, le idee, i sentimenti dell’uomo in relazione ad una interazione sociale storicamente e politicamente agente sulla personalità, negando quindi la possibilità di riconoscere nella dinamica psichica e comportamentale dell’individuo l’influenza del dato organizzativo della società, ma spiegandola secondo leggi “naturali” di funzionamento. La consapevolezza critica che qualsiasi riflessione scientifica centrata sull’uomo, in effetti, trascina dei valori amalgamandoli come fatti con l’atto conoscitivo, deve essere particolarmente presente nello scienziato sociale.

Soltanto una tale consapevolezza è garanzia per una psicologia che non voglia rimanere prigioniera della razionalità dei propri strumenti. Contemplazione sacrale della scientificità, nella presunzione che la razionalità del mezzo contenga la capacità di sapere indicare dei fini. La maggioranza degli uomini si attacca all’illusione che la conoscenza debba fornire anche le norme per l’azione, e trasferisce quindi la dignità della conoscenza stessa, come se gli scopi dell’etica o della pedagogia si potessero dimostrare “giusti” per il fatto che, per realizzarli, ci si lascia guidare da conoscenze “giuste”.
Ad un tale rischio sembrano oggi essere esposte le scienze sociali, in quanto tecnologie in voga per l’amministrazione degli uomini e mezzi di razionalizzazione del controllo sociale. Finiti i tempi in cui psicologi, sociologi, psichiatri, antropologi, potevano non porsi con immediatezza tali problemi e responsabilità dietro l’alibi di una scienza che come sosteneva Peirce, era etica di per sè. Anche per gli scienziati sociali, alla stregua di quelli fisici, è giunto il momento di interrogarsi ed assumersi la responsabilità ed il peso del tempo storico che contribuiscono a costruire.
Se è vero che non ci può essere scienza senza uomini e fuori dalla storia, a maggior ragione non ci può essere una psicologia (che è scienza DI e PER gli uomini) avulsa dalla loro concreta realtà.
Una psicologia della personalità in senso naturalistico (biotipologica, istintualista, behaviorista, organicista, psicometrica, ecc..) anzichè ermeneutica e critico-dialettica, suona come l’affermazione di un uomo astratto, meccanico, isolato, senza legami con la società e senza responsabilità verso di essa. Cioè l’affermazione di un mondo senza uomini.
Il ruolo di una siffatta psicologia è quello di partecipare al calcolo delle strutture di una realtà, che la scienza e la tecnica hanno preparato a somiglianza delle ideologie tendenti a legittimare le nuove forme di potere e di controllo.
Scopo di una PSICOLOGIA CRITICA è invece l’emancipazione sociale, ovvero la liberazione del soggetto dalla realtà diventata potenza subordinata al calcolo. Non confondere quindi l’uomo che emerge da questa realtà come l’unica e naturale manifestazione umana, anche perché lo strumento teorico e metodologico utilizzato dallo psicologo può far parte di questa realtà e svolgervi un lavoro (inconsapevole) di legittimazione e conferma.
Il postulato valoriale di una scienza dell’uomo è che essa si configuri, a priori, come uno strumento critico contro l’ordine apparente del sapere, cosicché la psicologia possa disporsi verso il suo antico oggetto, finalmente divenuto soggetto, partendo da un interesse gnoseologico di emancipazione.
Fare della teoria scientifica in senso critico, comporta sempre un chiarimento preliminare capace di suggerire il senso ed il perché di una tale attività. Perciò teorizzare in tale modo implica per lo psicologo un atteggiamento critico che, unito a quello conoscitivo, sia in grado di esprimersi a favore e nell’interesse della gente. Persone quindi viste non come astratte portatrici di una natura umana, ma protagoniste di determinate vicende biografiche all’interno di una situazione storica e sociale.

Perciò maturazione di un conoscere che trovi la sua giusta validazione nel confronto con i bisogni che tale realtà manifesta.. Cioè in quello spazio rappresentato dal mondo interno ed esterno dell’uomo, la cui interazione problematica è il campo di indagine ed intervento dello psicologo. Spazio a cui compete testimoniare e verificare la bontà delle proposizioni adottate dallo psicologo, in relazione alla loro capacità di incidere sul sociale svelando la vera natura dei problemi. Ma questa sarebbe una pura enunciazione di principio se non si riconoscesse che l’atto di “capire scientificamente” dello psicologo è già prestabilito nel suo mandato sociale. Cioè in quel ruolo la cui sopravvivenza è resa possibile a patto che condivida la realtà che giustifica la sua IDENTITA’ PROFESSIONALE.

In altre parole lo psicologo è nella condizione, per esempio, di non poter rinunciare a certi miti scientifici autolegittimanti il proprio ruolo, nel contesto di una società favorevole al concetto di “malattia mentale” o del “disadattamento” come giustificazione della diversità sociale. Lo psicologo, portatore di determinate convinzioni su cosa sia e come funzioni la personalità umana, se delegato istituzionalmente ad interpretare il “linguaggio della devianza”, lo fa impossessandosi delle espressioni di tale personalità e le traduce secondo parametri di una conoscenza ideologica e non preventivamente sottoposta a verifica critica. Tipo di conoscenza che il più delle volte ha codificato risposte e definizioni atte a negare i bisogni e le contraddizioni di cui il soggetto è portatore. Bloccando così, anche a livello interpretativo, tutto il processo interpersonale ed esperienziale, deviando l’attenzione sulla psiche dell’individuo, sui suoi gesti, sui dati dei test, ecc.. Cosicché il linguaggio dello psicologo si viene a declinare come una conoscenza che ha sviluppato la propria teoria secondo le aspettative di chi detiene il potere, cioè entro una cornice ideologica alle cui richieste di razionalizzazione egli risponde. A maggior chiarimento si può dire che le operazioni ed i settori di conoscenza vengono predisposti già dalla domanda sociale, che indica allo psicologo certe strade d’accesso che finiscono per condurre a determinate spiegazioni anziché ad altre. Ciò con il risultato di svuotare il linguaggio dei bisogni di ogni contenuto contrario all’ordine esistente.

Per esempio gli psicologi che operano in istituzioni come la scuola sono chiamati ad intervenire ad un crocevia di situazioni in cui i problemi dei singoli ragazzi finiscono per rivelarsi prigionieri di quelli di natura ideologica, economica, culturale ecc.., all’interno di una particolare struttura, che è quella scolastica. Tali operatori si trovano quindi coinvolti nella gestione di spazi che non riconoscono ed alla cui trattazione possono sentirsi estranei. Ma la constatazione è di essere dei tecnici il cui profilo professionale è funzionale alle richieste dell’istituzione e di esercitare per essa un ruolo di legittimazione attestante la normalità delle sue richieste, rispetto ai comportamenti non conformi. Tale constatazione è un momento di crisi. Presa di coscienza che porta lo psicologo a scoprire che il giudizio emesso sulla personalità del ragazzo, non solo viene richiesto all’interno di una cornice normativa prestabilita, ma obbliga l’operatore a condividere la bontà di tale richiesta partecipando, per il solo fatto di esistere come ruolo, ad obiettivare la realtà del ragazzo diverso, secondo una prassi che corrisponde a esigenze stigmatizzanti collegate con il venir meno di un adattamento scolastico. Cioè di una norma istituzionale per eccellenza.

La prassi dello psicologo nei suoi rapporti con gli uomini è sempre sostenuta, non solo da una o più teorie sulla personalità, ma anche dal suo ruolo e dalle attese pubbliche connesse con tale ruolo. Lo psicologo criticamente orientato deve quindi essere consapevole che la persona che gli sta davanti non può testimoniargli se stessa e la sua realtà, se non per quella parte consentitagli dallo schema teorico impiegato e dalla reciproca collocazione istituzionale o di ruolo. Ecco qui che si delinea il fatto che qualsiasi riflessione sulla personalità non si esaurisce in un atto meramente teorico e tecnico al riparo di una presunta neutralità, ma si estende alle implicazioni sociologiche dell’azione conoscitiva, che in primo luogo è una azione di potere, ideologicamente orientata. Ciò perché la prassi dello psicologo acquista significato negativo o positivo solo in riferimento all’interesse che esso tutela.

La conoscenza intorno alla personalità come dato ideologico, scientificizzato per tramite dello psicologo, dello psichiatra, del pedagogista, ecc.. può diventare un mezzo di indottrinamento, controllo e manipolazione attraverso tre tendenze negative che caratterizzano l’intervento e la funzione sociale di questi operatori, cioè: 1. trasformazione dei problemi sociali, dalla loro natura economica e politica, in problemi di soluzioni tecniche o professionali; 2. indicazione di un’etica la cui saggezza, normalità ed equilibrio viene a coincidere scientificamente con le prescrizioni psicologiche. Tutto ciò in vista di una integrazione ottimale, che spalanca all’immagine di un sempre più vasto numero di persone, consensualizzate fin nelle sfumature emotive, alle condizioni oggettive dell’organizzazione predominante. 3. imperativo della salute e della normalità che attraverso la teorizzazione della personalità matura ed integrata acquista una sacralizzazione ed un valore feticistico, divenendo così un fattore di ricatto da cui non è possibile sottrarsi in quanto interiorizzato come prerequisito di efficienza e capacità produttiva. Mito della normalità che sempre di più permea la condizione dell’uomo occidentale, al quale sembra non venir più consentita la possibilità di avere fantasie e razioni difformi da quelle utilizzabili nella catena di riproduzione della macchina sociale. E ove le abbia, quale conseguenza delle contraddizioni sociali, sia costretto a sperimentarle come colpa privata.

Queste osservazioni suggeriscono una serie di considerazioni riguardo ad ogni elaborazione teorica che deve trovare una sua giustificazione preventiva nella prassi, cioè: orientamento nello studio della personalità come fatto sociale, ovvero secondo le esigenze emergenti dalla problematica reale in maniera che lo psicologo possa porsi di fronte al suo vero committente, cioè la situazione di disagio dell’uomo sociale, a cui offrire non solo delle soluzioni individuali, ma svelando le linee di un’azione sociale e politica. Ciò con la piena consapevolezza che l’origine collettiva, storica, economica, ecc.., di tale disagio non deve avallare piatti determinismi, facendoci quindi dimenticare l’unicità e la irripetibilità dell’esperienza individuale, cioè di quella soggettività che deve essere difesa da ogni manipolazione conformistico-maggioritaria;orientamento della ricerca-intervento dello psicologo nella esplorazione delle alternative per uno sviluppo della personalità dell’uomo, passando attraverso l’esame e la trasformazione delle sue matrici ambientali, senza peraltro prefigurare aprioristicamente come modelli ideali e quindi come nuovi strumenti conoscitivamente coercitivi.

Da cui un atteggiamento costantemente critico e diffidente verso le operazioni di “ingegneria sociale” che, in omaggio alla scienza psicologica, vogliono tradursi in progetti pedagogici di massa. Orientamento a favore di una conoscenza dell’uomo che abbia una funzione innovativa e non di controllo; che si ponga criticamente verso qualsiasi chiusura del discorso fatta da teorie che manifestino la funzione latente di conservare la condizione umana esistente, congelandola nel proprio schema spiegativo. Ciò tenuto conto che quanto più un soggetto sociale è interessato a generare profonde trasformazioni nel tessuto della società, tanto più necessaria diventa l’assunzione di un punto di vista critico e fondamento dell’analisi che esso esprime, mentre, al contrario, quanto più un soggetto sociale è interessato a non modificare la realtà, tanto più la sua analisi sarà “neutrale”, o al limite “apologetica”

– Cosa sta cambiando nella modo di svolgere la professione?

La preparazione sempre è più scadente.  L’Università ha poco chiaro il fatto che le competenze necessarie allo psicologo non sono più quelle che si sono coagulate in società più stabili e meno “liquide”, per dirla alla Zygmunt Bauman. Abbiamo infatti bisogno, oggi, di conoscenze che siano soprattutto antropologiche, sociali,  storiche, ermeneutiche e semeiotiche. Vorrei citare un pensiero molto suggestivo della Prof.ssa Maria Armezzani dell’Università di Padova: “Invece che solidificare le proprie conoscenze teoriche e tecniche, il clinico dovrebbe esercitarsi a continue dislocazioni prospettiche. E può farlo solo se è consapevole, autoriflessivamente, del proprio sistema di costruzioni personali e professionali, solo se può vedere la sua posizione di osservatore mentre accosta la multiformità delle teorie e delle esperienze. Non si tratta, quindi, solo di avere quella generica capacità di ascolto richiesta oramai da tutti i modelli clinici, ma di sviluppare una specifica abilità professionale che consiste, più che nell’uso di ciò che si sa, nell’uso di ciò che si è. In questo senso, si può dire che la formazione è una “messa in forma” professionale di un atteggiamento conoscitivo e relazionale che richiede una continua trasformazione personale. Non si può aiutare l’altro a riconoscere il proprio “stile” se non si possiede, in prima persona, uno stile di cui si è consapevoli. Non si può aiutare l’altro a pensare le possibilità se non si è, in prima persona, pensatori del possibile”.

– Quali bisogni vedi nelle persone che incontri come psicologo, e come sono cambiati in questi anni?

Beh, è una domanda assai ampia. Semplificando al massimo posso tranquillamente sostenere che le problematiche che incontro nel mio lavoro di psicoterapeuta si sono modificate in coerenza ad una aumentata complessità delle nostre società divenute sempre più multiculturali e multietniche e dalla perdita di riferimenti delle medesime.

– Ognuno ha dei punti di riferimento. Quali sono i tuoi a livello professionale?

A me non piace nessun modello psicoterapeutico che sia direttivo, ossia che abbia nelle sue regole di “setting” un modo di costruire la relazione con la persona gerarchico, autoritario e di potere (fosse anche quello del sapere). Per molto tempo, ho ritenuto che il termine psicoterapia fosse un ossimoro professionale, in quanto “cura” della psiche, che in sostanza è una costruzione sociale e personale di ciò che riteniamo essere la Mente. Attualmente, non ritengo più la pratica della psicoterapia una delle tante antinomie presenti nelle scienze psicologiche, al contrario ritengo che l’unico senso che possa in un certo qual modo avere la psicoterapia, riguardi l’intervento sui processi di alienazione che caratterizzano il nostro tempo, le nostre società e la nostra cultura, interiorizzati in modo assolutamente personale da ciascun individuo ( nessuno escluso). La psicoterapia altro scopo non può avere se non quello di restituire alla persona l’esclusiva proprietà di se stessa. Citando Max Stirner: “Solo quando sono sicuro di me e non vado più in cerca di me stesso, sono veramente mia proprietà: io ho me stesso, per questo faccio uso e godo di me. Io non posso mai rallegrarmi di me, invece, finché penso che devo ancora trovare il mio vero io e che chi vive in me non sono io, ma è […] cioè qualche fantasma. (da L’unico e la sua proprietà)”

– Mi dici un libro che si dovrebbe assolutamente leggere?

Vorrei proporre una riflessione su un tema che parte dal titolo di un bellissimo libro di Sheldon Kopp, uno psicoterapeuta americano scomparso nel 1999 e che ci ha lasciato in eredità questo testo che trovo ancor oggi, quando lo riprendo in mano, pieno di stimoli attualissimi.

“Se incontri il Buddha per la strada uccidilo”, ci fa entrare in quello strano paradosso per cui da un lato cerchiamo in un’autorità esterna (lo psicoterapeuta, il guru, il filosofo, ecc.) la via d’uscita ai nostri disagi esistenziali e alla nostra ricerca di senso nella vita; dall’altro prima o poi siamo costretti a prendere atto che quella via d’uscita non la conosce nessuno al di fuori di noi, di conseguenza la soluzione sta nel riconoscere che l’autorità che stiamo cercando siamo noi stessi.
Allora, dirà qualcuno, è inutile cercare consiglio o affidarsi all’aiuto di questi personaggi, più o meno carismatici, che sembrano star lì apposta per indicarci la via?
E’ un po’ come per il cammino dell’individuo dall’infanzia alla maturità. Le persone adulte più autonome e indipendenti (non nel senso che non hanno bisogno di nessuno, ma nel senso che sanno stare in piedi sulle proprie gambe) in genere sono quelle che hanno potuto godere di un’infanzia nella quale hanno sperimentato la totale dipendenza, almeno nei primi anni, dalle loro figure genitoriali o di qualche adulto significativo. Chi non ha fatto questa esperienza (perchè cresciuto nella trascuratezza o nell’assenza di punti di riferimento) certo è cresciuto lo stesso, anzi avrà forse imparato a cavarsela da solo, ma il suo bisogno di dipendenza sarà probabilmente soltanto rimosso, inibito, colpevolizzato. Vivrà quindi la sua (preziosissima) pseudo-autonomia come il suo unico schema relazionale possibile, in quanto l’accesso alla dipendenza gli resterà precluso o comunque molto problematico perché carico di angosce abbandoniche e persecutorie).
Voglio dire, in altri termini, che nessuno penserà mai che si possa diventare indipendenti senza essere stati “dipendenti” da qualcuno che ci ha aiutato a crescere. Allo stesso modo non penso che sia inutile l’aiuto che a volte chiediamo ai personaggi (più o meno autorevoli) che ho citato prima. Ritengo che ciò che conta sia l’atteggiamento di fondo che ci deve guidare: non saranno, cioè, i nostri guru o psicoterapeuti o filosofi (cosi come non lo sono stati i nostri genitori) a darci la libertà o a svelarci il segreto della felicità. Come i nostri genitori, essi (se svolgono con correttezza e competenza il loro compito) ci possono aiutare a ri-scoprire dentro di noi gli strumenti che ci potranno permettere di trovare da soli la nostra strada. E sebbene all’inizio della relazione che instauriamo con questi personaggi sia forse inevitabile un po’ d’idealizzazione, per poterci fidare e riporre in loro qualche ottimistica aspettativa di cambiamento, anche il ricordare ogni tanto che “l’unico Buddha sta dentro di noi” ci potrà aiutare ad assumerci la nostra parte di responsabilità nel cammino alla ricerca del “nostro” senso della vita.
Ma questo è solo ciò che pensa il sottoscritto. Mi sembra comunque un tema attualissimo, visti i tempi che viviamo, in cui dilaga ogni genere di populismo, facendoci pensare a quanto sia profondo e diffuso, tra la gente, il bisogno di credere in qualcuno cui affidare (anche troppo ciecamente…) il proprio destino e persino la responsabilità di pensare con la propria testa e decidere per la propria vita. Qualcuno che indichi la via e proponga la ricetta della felicità, magari attraverso promesse a buon mercato come l’abolizione di qualche tassa, o attraverso la negazione della stessa realtà, quando questa diventa scomoda da spiegare a causa dei problemi e delle difficoltà dell’esistenza, e smentisce proprio quelle stesse promesse di felicità senza le quali sembra difficile dare un senso al vivere…

Stephen J. Gould, biologo e storico della scienza, ha scritto: “La Vita non ha Senso. A noi il compito di dargliene uno”. Mi sembra che questa affermazione riassuma molto bene buona parte del pensiero di Kopp.

Qui sotto riporto “l’elenco della biancheria”, come lo definiva lo stesso S. Kopp alla fine del suo libro. Mi sembra un prezioso elenco di “perle” su cui vale la pena, ogni tanto, soffermarsi a meditare un po’…

1) E’ tutto qui
2) Non ci sono significati reconditi
3) Non puoi arrivarci da qui, e inoltre non c’è alcun altro posto dove andare
4) Siamo tutti già moribondi, e saremo morti per molto tempo
5) Nulla dura per sempre
6) Non c’è alcun modo per ottenere tutto ciò che si vuole
7) Non puoi aver nulla a meno che non lasci la presa
8) Puoi conservare soltanto ciò che dai via
9) Non c’è alcuna ragione particolare per cui non hai ricevuto alcune cose
10) Il mondo non è necessariamente giusto. L’essere buoni spesso non viene ricompensato e non c’è alcuna ricompensa per la sventura
11) Nondimeno hai la responsabilità di fare del tuo meglio
12) E’ un universo casuale a cui non apportiamo significato
13) In realtà non controlli nulla
14) Non puoi costringere nessuno ad amarti
15) Nessuno è più forte o più debole di te
16) Tutti sono, a modo proprio, vulnerabili
17) Non ci sono grandi uomini
18) Se hai un eroe, dagli un altro sguardo: in qualche modo hai diminuito te stesso
19) Tutti mentono, ingannano, fingono (sì anche tu, e certamente io).
20) Tutto il male costituisce una vitalità potenziale bisognosca di trasformazione
21) Ogni parte di te ha il suo valore, se solo l’accetti
22) Il progresso è un’illusione
23) Il male può essere spostato ma mai cancellato, dal momento che tutte le soluzioni generano nuovi problemi
24) Tuttavia è necessario continuare a lottare verso una soluzione
25) L’infanzia è un incubo
26) Ma è così difficile essere un adulto indipendente, autosufficiente, consapevole di dover badare a se stesso perché non c’è nessun altro a farlo
27) Ciascuno di noi è in definitiva solo
28) Le cose più importanti, ciascun uomo deve farle da sé
29) L’amore non basta. ma certamente aiuta
30) Abbiamo soltanto noi stessi, e la fratellanza che ci unisce gli uni agli altri
31) Che strano che tanto spesso, tutto sembri valer la pena
32) Dobbiamo vivere nell’ambiguità di una libertà parziale, di un potere parziale e di una conoscenza parziale
33) Tutte le decisioni importanti devono essere prese sulla base di dati insufficienti
34) Tuttavia siamo tutti responsabili dei nostri atti
35) Nessuna scusa sarà accettata
36) Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti
37) E’ importantissimo trovarsi senza più capri espiatori
38) Dobbiamo imparare la forza di vivere con la nostra impotenza
39) L’unica vittoria importante sta nell’arrendersi a se stessi
40) Tutte le battaglie significative vengono combattute all’interno del sé
41) Sei libero di fare qualunque cosa vuoi. Devi soltanto affrontarne le conseguenze
42) Cosa sai… con sicurezza… ad ogni modo?
43) Impara a perdonare te stesso, più e più e più e più volte…

Marco Inghilleri Bio – http://www.interattivamente.org/

Sono psicologo, psicoterapeuta sessuologo . Mi sono laureato presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Padova e iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto con il n. 3973.

Attualmente sono il direttore di InterattivaMente: Centro di Psicologia giuridica – Sessuologia clinica – Psicoterapia di Padova, fondato con altri Colleghi con lo scopo di approfondire lo studio  dell’ efficacia dei modelli psicoterapeutici più recenti (interazionismo simbolico, costruzionismo sociale, narrativismo, costruttivismo, approccio strategico-breve), integrandoli, là dove possibile e richiesto, con quelli della clinica più tradizionale.

Opero prevalentemente in ambito psicoterapeutico, in qualità di libero professionista. Mi occupo del trattamento di problemi quali: ansia, fobie, attacchi di panico, depressione, disturbi ossessivo-compulsivi, disagio esistenziale, disturbi psicosomatici e dismorfobia.

Le ulteriori aree di consulenza e trattamento riguardano le problematiche della sessualità e dei disturbi sessuali (quali ad esempio la disfunzione erettile, i disturbi del desiderio, l’anorgasmia, il vaginismo, la dispareunia, la dipendenza sessuale e le sessualità atipiche) e le problematiche  della vita di coppia, della vita affettiva e relazionale.

Da molti anni mi interesso di problemi riguardanti l’orientamento sessuale, l’omofobia internalizzata e l’identità di genere (transessualità), sia come psicoterapeuta, sia collaborando con la facoltà di sociologia dell’Università degli Studi Milano-Bicocca.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Psicodiagnosi RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPI

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo articolo – dialogando con il Dr Daniele Berto – ci concentriamo sul tema della rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico, per arrivare infine all’utilizzo del RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPIRIO è un sistema interpretativo online del MMPI, per tutte le sue versioni attualmente distribuite in Italia.

RIO | Info

RIO può essere utilizzato in tutti i contesti nei quali sia stato deciso di utilizzare una delle forme del MMPI (2, A, RF).  L’ampiezza del report permette allo specialista di individuare e scegliere le ipotesi diagnostiche più appropriate tra quelle proposte da RIO, nonché le indicazioni terapeutiche in funzione della concordanza con i dati legati all’anamnesi e all’osservazione del comportamento.

In particolare è utile in contesti dove sia necessaria una decisione operativa e terapeutica, oltre che diagnostica, effettuata in tempi ristretti.

In ambito forense, il report è stato studiato per far emergere situazioni di simulazione e/o dissimulazione di patologia nel corso di accertamenti peritali. In ambito penale il report utilizza specifiche regole interpretative e decisionali finalizzate alla formulazione di una o più ipotesi diagnostiche presentate in forma gerarchica (a partire cioè dalla ipotesi diagnostica più probabile) piuttosto che alla descrizione della personalità.

Il report del MMPI-A, oltre alla consueta accurata descrizione del profilo di personalità, prevede invece una specifica più ampia funzione in termini di ipotesi trattamentali e/o riabilitative collegate alla/e ipotesi diagnostica/che derivate dall’analisi del profilo.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

IL DIALOGO

La valutazione psicodiagnostica è una delle funzioni svolte nell’ambito dei servizi sanitari territoriali. Vista la sua esperienza diretta come psicologo dirigente e psicoterapeuta presso le AULSS, quale ritiene sia la rilevanza di tale funzione all’interno dei servizi stessi?

La valutazione psicodiagnostica, unitamente al sostegno psicologico ed in alcuni casi alla psicoterapia, effettivamente è una delle funzioni maggiormente espletate dagli psicologi operanti nel servizio sanitario. In alcuni servizi questa attività assume una rilevanza specifica tale da essere alla base di importanti operazioni decisionali sulle singole persone e/o sulle famiglie. L’operato degli psicologi nei servizi si confronta continuamente con valutazioni effettuate sia a fini certificativi sia ai fini della verifica dell’andamento dell’attività trattamentale. Negli ultimi quindici anni ha acquistato un peso progressivamente maggiore l’apporto diagnostico-descrittivo che gli psicologi hanno saputo dare in termini di ipotesi diagnostiche, meccanismi di funzionamento, potenzialità cognitive, possibili deficit, capacità residue, ecc. utilizzati all’interno delle procedure certificate o anche più semplicemente per la gestione delle singole persone.

Che tipologia di soggetti afferisce al servizio pubblico per una valutazione psicodiagnostica?

I servizi pubblici da diverso tempo hanno individuato procedure finalizzate alla certificazione a valenza psicologica. Tali procedure hanno a che fare soprattutto con la metodologia necessaria, con le figure da coinvolgere per tali certificazioni, con le aree di analisi e con i tempi necessari per produrre la certificazione. Tuttavia, queste procedure non prevedono gli standard condivisi di utilizzo di particolari strumenti psicodiagnostici. Ogni servizio, consultorio, singolo professionista, può utilizzare gli strumenti che professionalmente ritiene più adeguati a rispondere alle varie necessità. Ne consegue che i servizi possono utilizzare strumenti differenti per una stessa tipologia di valutazione. Ciò a scapito di una uniformità e confronto di procedure e di linguaggio. Può succedere infatti che per una diagnosi di disabilità cognitiva possano essere utilizzati strumenti di natura neuropsicologica oppure strumenti di performance all’interno di procedure più complesse ed ampie. Da più parti si assiste alla necessità di uniformare non tanto le procedure generali, quanto la scelta dei singoli strumenti utilizzati all’interno di tali procedure.

All’interno del servizio pubblico esistono procedure finalizzate alla formulazione di certificazioni psicodiagnostiche? Quali sono gli strumenti utilizzati a questo scopo?

All’interno dei servizi pubblici arrivano differenti tipologie di richieste di valutazione psicologica. Tale ampia gamma di valutazioni va, a titolo esemplificativo e non esaustivo, dalla valutazione delle coppie finalizzata all’adozione, alle certificazioni di deficit di natura cognitiva finalizzata al sostegno scolastico, dalla valutazione di persone tossicodipendenti con doppia diagnosi, alle necessità di natura diagnostica presente nei CSM, nei servizi di Psichiatria, di Neuropsichiatria Infantile e di Medicina del Lavoro. La gamma di problematiche esaminate e la tipologia delle condizioni psicologicamente rilevanti è molto ampia a fronte di una non altrettanto ampia, in termini di tipologia e di numero, presenza ed utilizzo nel Servizio Pubblico di strumenti oggettivi di natura psicodiagnostica.

Il MMPI è un test utilizzato da ormai molti anni e molto conosciuto. A quale motivo deve la sua diffusione?

Il MMPI fonda le proprie “fortune” italiane, e non solo, su alcuni fattori.
Il primo di essi e sicuramente l’ampia disponibilità di pubblicazioni scientifiche e di testi dedicati alla sua applicazione, alla sua interpretazione, alla sua validazione e ai suoi ambiti applicativi. Questa mole di studi ha permesso una sempre migliore e più approfondita raffinatezza descrittiva ed anche diagnostica. Il secondo fattore è che questo questionario, inoltre, negli ultimi trent’anni ha risposto alla sempre più pressante richiesta di oggettivazione dei risultati nella valutazione psicodiagnostiche. Il terzo è che questo strumento è entrato nei programmi di studio delle università, dei master e delle scuole di specializzazione. Questa popolarità si è quindi autoalimentata, favorendo una capillarità dell’utilizzo dello strumento, ritenuto, a torto o a ragione, oggettivo, pratico e di relativamente facile utilizzo in più ambiti clinici e forensi.

Quali sono i rischi legati ad una così ampia popolarità di questo questionario?

Questo ampio utilizzo ha però portato con sé numerosi rischi. Il primo rischio è legato ad un approccio interpretativo e di utilizzo superficiale ed approssimativo, favorito dal nome delle scale cliniche che riportano ad una nomenclatura diagnostica e clinica che le scale stesse non rappresentano tout-court. Faccio un esempio: di fronte ad una forte elevazione della scala 6-Pa (Paranoia), abbiamo osservato che diversi utilizzatori del test erano orientati verso una diagnosi di Paranoia, favorita unicamente dall’elevazione di tale scala. In realtà, per porre una ipotesi diagnostica di un Disturbo Paranoide o di altre psicosi, è necessario mettere insieme almeno una decina di criteri presenti all’interno del MMPI. Conoscere il MMPI non deve essere legato al semplice “averne sentito parlare”, questo non significa conoscerlo. Il suo utilizzo dovrebbe essere permesso solo dopo un approfondito studio della sua storia, della sua struttura, nonché delle fasi e dei livelli interpretativi.

A fronte della notorietà e dell’ampia diffusione di questo strumento, gli aspetti legati all’interpretazione dei risultati e al loro impiego ai fini della formulazione diagnostica sono, a suo parere, ugualmente acquisiti da parte dei professionisti che operano in ambito clinico? Ci possono essere dei rischi relativi alla corretta applicazione?

La mia esperienza è che a fronte di un massiccio e diffuso utilizzo di questo strumento, non vi sia un’altrettanta uniformità né descrittiva del funzionamento della personalità, né lessicale, né diagnostica, al punto che il profilo grafico talvolta viene “interpretato” unicamente attraverso la lettura dell’elevazione delle singole scale, senza tener conto di tutte le altre regole interpretative presenti nella manualistica e nella letteratura internazionale. Questa semplicistica modalità interpretativa non è solamente riduttiva, ma è metodologicamente errata. Ciò ha comportato una disparità e una differenza interpretativa di uno strumento che viene annunciato come uno tra i più oggettivi. Il rischio, in questo caso, non è solo di errore diagnostico o descrittivo del funzionamento della personalità, ma è anche un rischio di errore che ha implicazioni di natura deontologica.

Da dove nasce l’esigenza di mettere a punto un report interpretativo?

Devo premettere che, paradossalmente, fino a pochi anni fa non sono mai stato un fautore dei report interpretativi informatizzati/automatici. La complessità dell’analisi psicologica e psicodiagnostica è legata a una visione a trecentosessanta gradi del paziente, che comprende una corretta raccolta dell’anamnesi, l’osservazione del comportamento, il colloquio clinico, il tempo di durata dei sintomi e, non ultimo, l’utilizzo di strumenti psicodiagnostici. Tuttavia, la necessità di utilizzare non solo un linguaggio comune, ma soprattutto una corretta sequenza applicativa di regole interpretative del MMPI, ha favorito l’idea della messa a punto di un programma che risolvesse questo problema metodologico e interpretativo, lasciando nel contempo un spazio decisionale diagnostico finale al professionista. Oltre a questi innegabili vantaggi, il report interpretativo dell’MMPI ha il grande vantaggio di limitare, se non eliminare, gli errori interpretativi dei singoli professionisti e/o le omissioni di particolari elementi presenti nel test ma non riconosciuti dall’esaminatore. Altro grande vantaggio consiste nel grande risparmio in termini di tempo: mentre un buon report interpretativo necessita di un esame di circa due ore del profilo grafico, per il report interpretativo sono sufficienti pochi minuti per l’inserimento dati e circa mezz’ora per la revisione critica del report, per giungere poi ad una decisione diagnostico-interpretativa finale. Un elemento da non trascurare infine è l’“effetto suggestione” che, talvolta, un determinato profilo o l’elevazione di determinate scale possono indurre nell’esaminatore creando un bias interpretativo a scapito di una corretta interpretazione che un report interpretativo informatizzato, evidentemente, non subisce.

Come è strutturato RIO, il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-2-RF e l’MMPI-A? Che vantaggi offre al clinico che lo utilizza?

RIO è attualmente il sistema interpretativo più sofisticato e complesso presente in Italia per le interpretazioni informatizzate di tutte le forme dell’MMPI presenti sul mercato: MMPI-2, MMPI-RF e MMPI-A; dell’MMPI-2 inoltre prevede il report sia clinico sia forense e, per ciascuno dei due, sia il report della forma completa sia quello della forma ridotta. Il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-RF, l’MMPI-A è strutturato in modo tale da ottenere un report interpretativo e un report grafico a partire dai punteggi standardizzati ottenuti dalla persona in ognuna delle scale del test. Per poter utilizzare RIO è dunque necessario aver somministrato ed aver effettuato lo scoring del test ottenendone i punteggi grezzi ed i punteggi T per ciascuna delle singole scale.
RIO si avvale di circa 1600 regole interpretative che permettono una accurata descrizione del funzionamento della personalità, nonché della formulazione di una o più proposte diagnostiche presentate gerarchicamente. L’organizzazione del report prende in considerazione gli aspetti legati alla validità, la descrizione del funzionamento generale della persona, la sintesi di tale funzionamento, le considerazioni cliniche legate alla sintomatologia e/o ai meccanismi di difesa e le ipotesi diagnostiche possibili per quel tipo di profilo ricavate dalla letteratura internazionale. Come valore aggiunto, inoltre, offre alcune indicazioni di natura trattamentale sulla base del profilo precedentemente esposto. I vantaggi di questo sistema sono già evidenti solo se si considera la vasta gamma di regole interpretative applicate al test. Oltre ai vantaggi generali appena descritti, nel considerare l’utilizzo di un report informatizzato, si aggiunge anche l’uniformità del linguaggio clinico tra i vari professionisti e quindi il confronto dialettico tra gli stessi.
Ricordiamo che RIO è uno strumento dinamico in continuo aggiornamento, in grado di formulare ipotesi diagnostiche sulla base della corrente manualistica (attualmente fa riferimento al DSM-IV-TR e al DSM-5); laddove RIO fa riferimento al DSM-IV-TR significa che non esiste, al momento attuale, un lavoro accreditato sul piano scientifico che giustifichi una diagnosi o una descrizione fatta con il MMPI in riferimento al DSM-5. Sulla base del ventaglio di possibilità psicodiagnostiche fornite da RIO il clinico avrà modo, infine, di riflettere più approfonditamente sul caso permettendo di formulare anche una diagnosi differenziale consapevole e precisa con il contributo di altre informazioni qualitative acquisite sulla persona durante il processo psicodiagnostico.

RIO consente di scegliere tra un report clinico e un report forense per l’MMPI-2. Che differenze ci sono tra i due tipi di report?

Il MMPI-2 ha trovato e sta trovando ampio utilizzo in ambito forense. La richiesta della magistratura giudicante e della magistratura inquirente, di avere dati il più possibile oggettivi al fine di avere un aiuto il più possibile concreto da parte del professionista, è andata progressivamente ampliandosi nel corso degli anni. A tale scopo è stata pubblicata una serie di lavori di approfondimento specificatamente dedicati. RIO prende in considerazione entrambi gli ambiti di utilizzo, clinico e forense, offrendo alle due modalità interpretative una stessa base di interpretazione che tuttavia si differenzia in una seconda fase di analisi approfondita: il report clinico in termini di funzionamento personologico, relazionale e diagnostico-terapeutico mentre il report forense in termini di attendibilità, falsificazione, esagerazione, strumentalizzazione dei sintomi e elementi simulatori e dissimulatori. In sintesi, il report clinico analizza più approfonditamente la descrizione della personalità, si focalizza sugli aspetti trattamentali e dà maggiore spazio alla sintesi descrittiva e alle ipotesi diagnostiche. Il report forense utilizzato in ambito penale analizza il comportamento criminale secondo la classificazione di Megargee ed include anche considerazioni sulla cosiddetta “pericolosità sociale”.

RIO offre un report forma breve e un report forma completa per l’MMPI-2. Che differenze ci sono in merito alla quantità di informazioni prese in esame e alla complessità dell’interpretazione fornita?

La cosiddetta forma breve o di base del MMPI-2, consistente nella risposta ai soli primi 370 item del questionario, permette il computo e l’analisi completa di tutte le scale cliniche di base, di quelle scale cioè che hanno un peso fondamentale nella formulazione delle ipotesi diagnostiche. La forma ridotta permette la lettura e l’interpretazione di tali scale, dei code-type, dello schema di Diamond, delle scale di Harris e Lingoes e delle formule derivate. Nello specifico, il profilo generato da RIO, che analizza i punteggi derivati dalla forma breve dell’MMPI-2, prende in considerazione i seguenti fattori: analisi delle scale di validità e sottoscale di Harris e Lingoes e la loro configurazione, elevazione media del profilo, indice di dissimulazione, percentuale di risposte V/F, elevazione media delle triadi, configurazioni particolari, code-type, schema di Diamond e indici derivati. L’analisi del profilo completo permette, oltre a quanto previsto sopra per il profilo della forma ridotta, anche l’interpretazione descrittiva di ulteriori scale di validità (VRIN e TRIN) e l’interpretazione delle scale di contenuto e delle scale aggiuntive. I due report non si differenziano in termini di qualità e accuratezza.

I servizi pubblici utilizzano strumenti informatizzati di supporto al processo diagnostico? Utilizzano report informatizzati?

Nell’ambito della diagnostica sanitaria nei servizi pubblici si assiste sempre di più all’utilizzo di strumenti che favoriscano un risultato uniforme e comparabile. Ciò purtroppo non sta accadendo per la diagnostica di natura psicologica a causa della scarsità degli strumenti informatizzati disponibili per la diagnosi psicologica e della loro, talvolta, scarsa affidabilità, salvo qualche rara eccezione. La pubblicazione di RIO ha favorito l’utilizzo di questo strumento, oltre che da parte dei professionisti, anche da parte di alcuni servizi operanti in ambito pubblico. Un esempio è rappresentato nella Regione Veneto dove, con l’obiettivo di uniformare il linguaggio e l’analisi delle persone che presentavano possibile patologia da stress lavoro correlato, tutti i dipartimenti di prevenzione si sono dotati di questo strumento, allo scopo di produrre report interpretativi uniformi e comparabili tra i vari servizi della Regione stessa. Uniformare i report informatizzati non significa uniformare le diagnosi, bensì uniformare i processi diagnostici in quanto la diagnosi è prerogativa di un complesso ragionamento clinico di cui il report interpretativo rappresenta un momento e una proposta affidabile. I servizi pubblici si stanno avvicinando a questo e ad altri strumenti in considerazione del risparmio, in termini di tempo/operatore, dato dall’utilizzo di questi, anche a fronte di una talvolta impegnativa spesa iniziale. Se consideriamo, ad esempio, che un servizio di Psichiatria o di Neuropsichiatria infantile utilizza, ad esempio, anche solo 20 MMPI al mese, questo può risparmiare in termini di tempo/operatore dalle 200 alle 300 ore all’anno, guadagnando anche in termini di affidabilità e uniformità diagnostica. Questa semplice considerazione ha permesso, per esempio, ad alcuni professionisti di convincere le proprie aziende sanitarie di fornirli di RIO.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

BIO Dr  Berto

Psicologo dirigente e psicoterapeuta presso la AULSS 6 Euganea di Padova, opera presso il Centro per il Benessere Organizzativo. Ha collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Osservatorio Europeo sulle Droghe, le Università del Kent e di Birmingham in qualità di responsabile italiano di progetti multicentrici finanziati dall’Unione Europea sulla sanità carceraria e sulla psicodiagnostica. Specialista in psicologia clinica e in sessuologia, applica il MMPI e il MMPI-2 da oltre trent’anni, sia in ambito clinico che forense. Unisce all’attività clinica l’attività di CTU per conto del Consiglio Superiore della Magistratura, del Tribunale per i Minorenni di Venezia e di diversi Tribunali Civili e Penali Italiani. È stato consulente del Ministero della Difesa e del Ministero della Giustizia per attività di psicodiagnostica in tali contesti. Svolge attività didattica presso diverse scuole di Specializzazione in Psicoterapia ed al Master di II livello in Psicopatologia e neuropsicologia forense presso l’Università di Padova. Ha introdotto in Italia (curandolo e scrivendo alcuni capitoli) il manuale MMPI, MMPI-2 e MMPI-A in Tribunale. Manuale pratico per consulenti tecnici, avvocati e giudici con casistica criminologica italiana (K.S. Pope, J.N. Butcher e J. Seelen. Giunti OS, 2006). È autore di oltre 50 pubblicazioni in tema di psicologia clinica, psicodiagnostica, psicologia forense. Per Hogrefe ha pubblicato, in collaborazione ad altri AA, il programma RIO. Report Interpretativo Online di tutte le forme del MMPI ed EXIDA, un questionario per la valutazione del danno esistenziale.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Dialoghi

Psicodiagnosi in età evolutiva. Dialogo con Laura Parolin: personalità in età evolutiva e Test Roberts-2

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo dialogo, si approda al grande tema della personalità in età evolutiva, che sviluppiamo insieme a Laura Parolin, a partire dal Test Roberts-2, di cui lei, insieme a Francesca Locati e Pietro De Carli, è tra i curatori dell’edizione italiana per Hogrefe Editore.

 

Il Roberts-2 è un test perfomance-based di tipo narrativo, volto a indagare le competenze sociali e interpersonali integrate con gli aspetti di funzionamento della personalità di soggetti di età compresa tra i 6 e i 18 anni. Offre la possibilità di esaminare, tramite la presentazione di uno stimolo visivo, le risposte narrative (le storie), i comportamenti verbali, percettivi e interattivi ad esse associati, in modo da definire un profilo di funzionamento psicologico. In questo senso, il linguaggio espressivo viene considerato indice delle competenze sociocognitive.

 

 

Prof. ssa Parolin, in qualità di esperta nell’ambito dell’assessment della personalità, intorno a che età di sviluppo possiamo iniziare a parlare di “personalità”? Come interagiscono fattori personali legati al temperamento del bambino e fattori ambientali nella strutturazione di un funzionamento tipico?

La personalità è un modello psichico estremamente complesso, che comprende dentro di sé diverse dinamiche, disposizioni interne, capacità e funzionalità psichiche. Il bambino sin dai primi mesi successivi alla nascita si esprime come individuo e già nella prima infanzia sono identificabili i primi segnali di tratti personologici tipici. I bambini anche più piccoli dell’anno reagiscono in modo differente a diverse sfide, cognitive, sociali e relazionali: differenze individuali sono riscontrabili nell’ambito dell’andamento delle tappe di sviluppo, nella qualità della predisposizione all’avvicinamento degli altri, in modo diverso tra adulti e pari, nel gestire la risposta alle regole imposte dagli adulti o dai contesti che frequentano. La moderna rilettura della teoria dell’attaccamento ricostruisce come i bambini dai 9 mesi di vita iniziano non solo a sviluppare stili di attaccamento differenziati alle figure di riferimento, ma anche caratteristici meccanismi di difesa in risposta a situazioni per loro stressanti o emotivamente elicitanti. Tali predisposizioni sono nel corso della crescita in continuo dialogo con tantissime variabili che causano, influenzano e determinano l’andamento evolutivo e l’espressività dei propri modelli personologici. La personalità, in particolar modo in età evolutiva, infatti, è un elemento plastico e mobile, in continuo interazione e modifica in ordine agli aspetti epigenetici, temperamentali, neuropsicologici, attaccamentali, difensivi, socioculturali. In questa varietà di interconnessioni, lo sviluppo della personalità è più da considerare come una questione di temperamento contro ambiente, entrambi riconosciuti come variabili causali della formazione della stessa, ma piuttosto come continua interazione epigenetica.

In che termini si può parlare di disturbi di personalità in età evolutiva?

Lo sviluppo della personalità nell’infanzia, come detto, ha origini molto precoci e nei primi anni di vita del bambino può essere già riconoscibile l’emergere di caratteristiche disfuzionali che possono impattare negativamente nella crescita evolutiva e nelle relazioni interpersonali del bambino. In alcuni di questi casi è possibile riconoscere la genesi di un disturbo di personalità. lI PDM nella sua prima versione è il primo manuale diagnostico della malattia mentale che apre ad una specifica formulazione dei disturbi di personalità in infanzia e in adolescenza, proponendo in maniera strutturata la possibilità di ricostruire pattern e disturbi di personalità differenziati e specifici per fase evolutiva. In questa direzione, è ormai sdoganata la possibilità di identificare già in età infantile i nuclei di personalità sana e psicopatologica, che tuttavia vengono considerati come indicazioni diagnostiche non statiche e strutturate ma flessibili e “in formazione”, in cui variabili relative alla crescita, al contatto con il contesto ambientale, al passaggio tra diverse tappe evolutive e sociali, possono influenzarne il divenire. Sin dai 4 anni di età, quindi, si possono identificare le origini di disturbi personologici dei bambini, le cui caratteristiche possono variare in un continuum che va da gravi compromissioni ad un funzionamento sano. A questa età, quindi, il disturbo di personalità si esprime come un modello personologico disadattivo, che viene interpretato come una vulnerabilità individuale che nel corso della crescita si interfaccia con fattori rischio e fattori protettivi che possono determinarne l’evoluzione e la prognosi.

Esiste un’ipotetica continuità tra il funzionamento patologico di personalità in età evolutiva e in età adulta?

La formazione di un disturbo di personalità può emergere in età infantile e può indubbiamente proseguire nel suo sviluppo con la crescita, esistono delle corrispondenze, infatti, tra funzionamento di personalità in età infantile altri fasi evolutive ed in particolare tra la fase adolescenziale e quella adulta. La continuità, tuttavia, non si può considerare deterministica: disturbi di personalità infantili non predicono necessariamente un disturbo in età adulta come evidenziato da Caspi e colleghi. La visione evolutiva dei disturbi di personalità, oggi, è rappresentata da il continuo divenire di aspetti di vulnerabilità individuale (ad es. disturbo di personalità in formazione) in interazione continua con fattori di rischio, di protezione e caratteristiche resilienti che possono deviarne l’evoluzione. È questa straordinaria mobilità dello psichismo infantile che suggerisce come interventi psicoterapeutici tempestivi possono avere esiti positivi con maggiore facilità e portata rispetto ad interventi tardivi.

Si riscontra una familiarità per questo tipo di disturbi?

Ci sono evidenze empiriche che testimoniano il contributo di una componente genetica nell’eziologia di disturbi di personalità, anche in epoca infantile. Recenti studi hanno dimostrato che esiste una componente genetica nello sviluppo delle capacità di regolazione emotiva e funzioni esecutive in età evolutiva, che sono componenti importanti del funzionamento di personalità patologica e non. Tale aspetto genetico tuttavia non è l’unica variabile che può influenzare l’emergere di un disturbo di personalità, ma agisce insieme a componenti legate ad esempio all’esposizione ad eventi avversi o al ruolo del contesto parentale. In età evolutiva la componente biologica è strettamente legata a quella esperienziale, che ne rende più mobile la possibilità di espressione. È stato studiato infatti come la qualità delle relazioni con le figure di attaccamento possono mediare in maniera decisiva lo sviluppo psicologico e neurobiologico. Di conseguenza, l’intervento precoce sulla famiglia può in modo consistente limitare la portata di componenti genetiche negative, sia nei figli che nelle generazioni a seguire.

Effettuare una valutazione della personalità in età evolutiva è attualmente una pratica clinica diffusa? Che tipologia di strumenti di valutazione può essere utilizzata a questo scopo?

La valutazione della personalità in età evolutiva è una pratica diffusa da tempo, adottata in tutti i principali servizi di salute mentale per minori. Tale pratica, tuttavia, ha spesso preferito un approccio squisitamente clinico-qualitativo, sia dal punto di vista della tipologia di strumenti utilizzati, che relativamente allo studio dei dati clinici emersi. Tale aspetto, seppur clinicamente importante, lascia aperte delle aree di fragilità nella pratica di assessment, che si compone di strumenti non supportati empiricamente che lasciano troppo spazio all’interpretazione soggettiva del test. Negli ultimi anni, grazie al fiorire di ricerche teorico-empiriche sull’assessment in età evolutiva, la valutazione della personalità in questo periodo del ciclo di vita sta diventando una pratica più rigorosa nell’informare sul funzionamento del paziente e sul suo andamento evolutivo. La letteratura e la pratica clinica indicano come sia necessario, per una valutazione clinica esaustiva e per la costruzione di una formulazione del caso il più completa e articolata possibile, l’utilizzo di un approccio all’assessment multi-method. “Poiché ogni metodo rivela differenti aspetti della realtà empirica, devono essere impiegati metodi multipli di osservazione”. In questo senso, è necessario prevedere l’utilizzo di più strumenti psicodiagnostici, che permette di cogliere aspetti diversi, ma complementari del funzionamento del paziente. L’impiego di un solo strumento per la valutazione non permette acquisire sufficienti dati per fornire indicazioni diagnostiche fondate. La scelta degli strumenti da utilizzare è quindi delicata e da vagliare in base alla validità del singolo test, ma anche al tipo di risposte che può fornire ogni strumento scelto, in un’ottica di interazione dei dati. Per una diagnosi di personalità in età evolutiva si potrebbe prevedere una batteria di test che includa test sulle funzioni cognitive, dei reattivi narrativi, test grafici, misure oggettive di personalità. È importante che i test scelti appartenenti a queste famiglie siano supportati empiricamente e basati su dati di validità e affidabilità comprovata.

Il Roberts-2 è un un performance based personlity test. Ci spiega che cosa significa e come questo si traduce in pratica?

Il Roberts-2 intende valutare la personalità basandosi sulla misurazione della performance, cioè delle prestazioni del soggetto in prove complesse, tramite l’analisi delle strategie di problem solving e di decision making. Il Roberts-2, infatti, interpreta la narrazione prodotta dal paziente a fronte dello stimolo grafico proposto, come una performance di problem solving. Nel corso del processo narrativo, il paziente deve, infatti, rispondere ad una serie di quesiti, quali: cosa sta succedendo tra i personaggi? che emozioni provano? come andrà a finire la situazione problematica? In questo processo elaborativo si indagano la messa in gioco delle capacità del soggetto nell’elaborare strategie di risoluzione del compito, di organizzazione delle proprie conoscenze per elaborare il problema target di ogni tavola del test. Il soggetto deve ricorrere ai propri schemi mentali preesistenti che organizzano e qualificano l’attività di storytelling. L’interpretazione della narrazione come prova di performance dà la possibilità di strutturare una griglia di codifica e un sistema interpretativo che poggia su una base oggettiva e quantitativa.

Quali possono essere i vantaggi nell’utilizzo di un test performance based di tipo narrativo rispetto ad un questionario?

I questionari e i test performance based sono test differenti che si occupano di indagare dati diversi relativamente alla complessità di funzionamento del paziente. I questionari, o strumenti self-report, sono costruiti affinché il soggetto testato condivida informazioni su ciò che sa, che ritiene e che pensa di se stesso. In questo caso il dato emerso è riferito alla visione consapevole che il paziente ha di se stesso e il testista interpreta integrando i dati, senza attribuire alcun significato “soggettivo” alle risposte del paziente. I test performance based narrativi, chiedendo al paziente di raccontare una storia, e l’attenzione è sulla narrazione spontanea a partire da un dato grafico proposto. Il materiale dei test performance based si serve del linguaggio espressivo del paziente che funge da indicatore delle caratteristiche che lo specifico test si propone di indagare, permettendo di fare emergere del materiale non direttamene consapevole del paziente, sul quale lo psicodiagnosta deve intervenire con la propria conoscenza teorica e l’esperienza clinica nell’interpretazione dei risultati. Mi preme ricordare che nella pratica di assessment in età evolutiva e in particolare nel caso della seconda infanzia, non è comune l’uso di questionari, per la strutturale l’immaturità del senso di sé in questa fase evolutiva che difficile permetterebbe al piccoli pazienti di descriversi approcciandosi ad un classico self report.

Che tipo di informazioni possono essere ricavate dalla somministrazione del Roberts-2?

Il Roberts-2 si propone di misurare il funzionamento evolutivo dell’individuo declinato in molteplici aspetti. Innanzitutto indaga la sua comprensione sociale, cioè la capacità di comprendere gli aspetti relazionali e sociali delle tavole proposte. Si possono ricavare anche informazioni sulla competenza socio-cognitiva attraverso l’indagine della capacità narrativa di una storia, in cui vi sia riconosciuta la situazione problematica rappresentata e individuata un’adeguata soluzione. Il test si propone inoltre di individuare le peculiari strategie del soggetto per risolvere le situazioni problematiche. La totalità di queste aspetti permette di cogliere sia il profilo di funzionamento evolutivo adattivo, sia il profilo di funzionamento clinico, quindi, disfunzionale. Tale vantaggio consente di poter valutare sia i punti di forza, sia le aree di criticità all’interno di un andamento di sviluppo evolutivo della personalità.

Perché il Roberts-2 associa la valutazione delle competenze sociali e interpersonali all’assessement del funzionamento di personalità?

L’indagine del funzionamento di personalità comprende l’integrazione di diversi e compositi ambiti psichici, che non sono misurabili con un unico test. Il Roberts-2, in qualità di performance based narrativo, si pone l’obiettivo di cogliere quel lato del funzionamento di personalità che integra le competenze socio-cognitive con quelle relazionali ed interpersonali. Le competenze socio-cognitive sono quelle che permettono di interpretare quello che avviene in una situazione sociale ed elaborarlo in un processamento narrativo, le competenze relazionali e interpersonali sono connesse alle nostre relazionai oggettuali internalizzate o schemi mentali che guidano l’interpretazione di quello che accade nei contesti sociali a partire dalle nostre esperienze arcaiche. Questi aspetti, che costituiscono un’area importante del funzionamento di personalità, permettono di ricostruire il funzionamento evolutivo adattivo (i cambiamenti che il bambino acquisisce nella crescita man mano che aumenta la sua esperienza nella sfera sociale), ed il funzionamento clinico. Tali indicatori mostrano come i bambini con problemi sociali ed emotivi, rispetto ai coetanei non clinici, tendono ad includere elementi più insoliti e atipici nella comprensione delle situazioni sociali. Ciò permette allo psicologo di poter approfondire e ampliare le conoscenze sul funzionamento e sulla personalità del paziente, in cui le competenze sociali e interpersonali sono sia parte integrante della personalità che una diretta espressione manifesta delle sue caratteristiche.

Il Roberts-2 si compone di tre set di tavole, distinti in base al fatto che i personaggi raffigurati abbiano caratteri somatici europei, africani o latino americani. Quali sono le motivazioni sottostanti a questa scelta?

Stiamo vivendo attualmente un grande cambiamento storico in cui il tessuto sociale è sempre più multiculturale e multietnico. La professione dello psicologo è quotidianamente confrontata con questa realtà, qualsiasi sia l’ambito in cui deve effettuare una valutazione, sia essa clinica o giuridica-forense. L’inserimento nel Roberts-2 di tre differenti set di tavole, con personaggi aventi caratteri somatici caucasici, africani e latino-americani, segue e asseconda la necessità di adattare i nostri strumenti al tessuto sociale che andiamo ad incontrare nei contesti di assessment. Le motivazioni sottostanti a tali scelte vanno nella direzione di una rinnovata best practice clinica, che prevede anche di utilizzare i migliori strumenti diagnostici a disposizione dello psicologo per capire il funzionamento del paziente. Per un paziente, osservare delle tavole i cui personaggi rispecchiano i propri tratti somatici favorisce l’immedesimazione e il rispecchiamento e ciò si può riverberare nella qualità e nella complessità delle narrazioni e delle risposte al test al fine di migliorare la validità dei risultati. A ciò si associano anche differenti tabelle normative tarate su specifici campioni etnici. Poiché esistono differenze di personalità tra le culture, lo scopo è quello di valutare nel modo più aderente alla realtà il soggetto testato, confrontando i risultati ottenuti con quelli della popolazione di riferimento.

In breve il test Roberts-2

APPLICAZIONI. Il Roberts-2 si propone due scopi principali: indagare lo sviluppo delle funzioni adattive del bambino, prodotto dalle diverse esperienze sociali con cui è entrato in contatto durante la crescita, ed evidenziare eventuali aspetti clinicamente rilevanti. La valutazione della dimensione evolutiva delle scale mostra la possibilità di un impiego utile alla comprensione degli aspetti maturazionali dei bambini e degli adolescenti in termini di capacità cognitive ed affettive, spendibili per risolvere situazioni potenzialmente problematiche.

APPLICAZIONI. Le tavole illustrate forniscono una serie strutturata di situazioni sociali comuni che inducono il bambino a narrare storie relative alle specifiche problematiche elicitate e alle modalità di gestione delle stesse. La storia raccontata dal bambino viene letta come riflesso delle sue capacità, più o meno spiccate o carenti, di riconoscere, assimilare ed organizzare queste situazioni, dando prova di un’adeguata capacità di risoluzione delle problematiche legate all’interazione.

STRUTTURA. Il Roberts‑2 comprende 7 gruppi di scale, ognuna delle quali ne include a sua volta da 2 a 6:

  • Scale di Descrizione del Tema: relative alla specifica emozione, al comportamento o alla situazione problematica raffigurata da ciascuna tavola;
  • Scale di Risorse Disponibili: riguardano le risorse cui i personaggi possono attingere per gestire i sentimenti e le situazioni problematiche;
  • Scale di Identificazione del Problema: possono essere considerate come diversi livelli della capacità di problem solving, organizzati in modo gerarchico;
  • Scale di Risoluzione: anche queste formano una gerarchia di livelli caratterizzati da un sempre maggior grado di differenziazione e abilità di problem solving;
  • Scale delle Emozioni: le emozioni di base codificate sono state divise in 4 categorie generali che rappresentano l’ampia gamma di sentimenti che i bambini e gli adolescenti sperimentano nella quotidianità: ansia, aggressività, depressione e rifiuto;
  • Scale di Esito: relative all’abilità del bambino o dell’adolescente di elaborare sentimenti e situazioni problematiche;
  • Risposte Insolite o Atipiche: identificano le tematiche tipiche nei bambini o negli adolescenti che presentano un funzionamento disadattivo o una patologia grave.

Test performance-based: il concetto di performance-based personality test è strettamente legato alla possibilità di spiegare il processo di risposta del soggetto a fronte del compito che gli viene proposto. Se lo applichiamo ai test narrativi, il compito di “rac­contare” diventa una prova di “problem solving”, in cui assume importanza il ruolo degli schemi mentali preesistenti nell’or­ganizzazione dello stimolo attuale e, in linea con l’ipotesi proiettiva, si enfatizza l’influenza dei pro­cessi inconsci in queste strutture mentali.

Specificità delle tavole: il Roberts-2 si compone di tre diversi set di tavole in base alla provenienza etnica. Ci sono tavole costruite per bambini e ragazzi italiani, africani e latinoamericani, e – in ogni set – ben 11 tavole su 16 sono differenziate per maschi e femmine, in modo tale che il personaggio principale rappresentato nell’immagine rispecchi il genere del soggetto.

Approccio multiculturale alla valutazione: l’attenzione alla dimensione multiculturale, attraverso set di tavole e norme differenti in base all’etnia, pone al centro dell’attenzione il rapporto tra le procedure di assessment e le caratteristiche di personalità in diverse culture, e consente di declinare l’utilizzo del test nell’assessment multiculturale.

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Laura Parolin. Professore Associato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, i suoi interessi di ricerca vertono su assessment della personalità, strumenti di valutazione “performance based personality tests” vs. test oggettivi, alleanza diagnostica e l’alleanza terapeutica, narrazione e test narrativi.

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