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Alessandro Lombardo

Dialoghi. Lo psicologo di domani. Luca Pezzullo

Di certo, ragionare con Luca su temi di vision viene semplice. Insieme abbiamo lavorato in Enpap proprio ad un gruppo di lavoro con questi obiettivi di analisi degli scenari. Poi, facciamo parte entrambi di Altrapsicologia che – questioni politico professionali a parte –  è forse l’unico contenitore professionale che si pone il tema dello sviluppo, dell’innovazione sia degli apparati istituzionali sia della professione in sé.

Ecco perché viene semplice parlare con Luca di questi temi, ed ecco a voi il nostro dialogo.

 

– Luca, dal tuo osservatorio, come immagini lo psicologo di domani?

Alessandro, non lo possiamo del tutto immaginare ☺Fra venti anni, il lavoro che noi facciamo sarà molto diverso, in un contesto socioculturale, tecnologico, demografico ed economico molto diverso.

Le professioni intellettuali stanno attraversano un periodo di medio livello di “turmoil”, rispetto a cui nessuno sa con certezza che esiti emergeranno. Società di consulenza internazionale, futurologi, analisti se lo chiedono da anni, senza essere in grado di produrre una rappresentazione adeguata.

Ci sarà da tenere le cinture allacciate, essere aperti e proattivi, e disponibili a sentirci sempre fuori dalla comfort zone delle prassi professionali, che evolveranno molto rapidamente, interdisciplinariamente, operativamente.

Lo Psicologo dovrà tornare alla sua vocazione e sfida di fondo: di interprete e costruttore di senso rispetto alla complessità, ma ci aspetta una complessità che adesso non si può neanche immaginare….


– Cosa sta cambiando nel modo di svolgere la professione e cosa ancora dovrà cambiare?

Lavoreremo molto di più con e tramite le nuove tecnologie; lavoreremo in reti e team, intraprofessionali ed interprofessionali (i problemi sono quasi sempre interdisciplinari, non solo psicologici). Dovremo imparare a fare molta progettazione finanziata, a conoscere il diritto e l’economia.

Dovremo uscire dai setting classici, pensando bene a cosa facciamo (per evitare “agiti professionali”), ma al contempo affrontando con entusiasmo il cambiamento.

Dovremo “uccidere il Buddha” di molti modelli della psicologia classica, utili, ma non più adattabili al contesto che cambia; ovviamente da posizione critica ed adulta, e non di sterile adolescenzialismo oppositivo e confuso.

Dovremo anche fare una riflessione su quanti siamo: 120.000 psicologi da qui a pochi anni non potranno fare gli psicologi tutti e 120.000. Ed allora si dovrà passare dal paradigma identitario dell’”Essere Psicologo che fa cose da Psicologo per affermare un’identità da Psicologo”, al “Fare Psicologia, come esperto di processi psicologici adattati in contesti professionali diversificati, anche con nomi diversi”: sembrano simili, ma sono due cose piuttosto diverse. E non sarà facile, perché “Essere Psicologo” è un spesso un bisogno intrinseco, non sempre ben elaborato, di chi sceglie troppo idealisticamente questo lungo percorso.


– Quali bisogni vedi nelle persone che incontri come psicologo, e come sono cambiati in questi anni?
Ricordo quando ho iniziato a studiare, più di venti anni fa. Sembrava tutto molto semplice: persone con bisogni categorizzabili in ambiti psicopatologici classici, tipologie di intervento, contesti sociali molto stabili e prevedibili. E’ cambiato il mondo: da un punto di vista di dinamiche sociali, economiche, tecnologiche. E questo non può non riflettersi ampiamente.

Constant not-preventivable Change is the New Black”: non è retorica, è davvero il new standard. Il problema è che noi, come psicologi, siamo spesso terribilmente conservatori: cerchiamo di applicare le nostre categorie (nate da fenomeni vecchi e diversi) ai fenomeni nuovi, e crediamo che se non si riesce a fare un buon “match” allora il problema è dei fenomeni, non delle nostre categorie. Come dire: “se tra la realtà e la mia teoria personale vi è differenza, cavoli della realtà!”

Così, non si va da nessuna parte: il ritmo dell’evoluzione dei bisogni e delle “domande” che ci arriveranno dal contesto sociale e culturale sarà estremamente rapido, ma noi abbiamo al momento una possibilità/capacità di anticiparlo al massimo in un orizzonte di 5-10 anni. Chi, dieci anni fa, avrebbe pensato all’impatto dei social nella nostra quotidianità? Chi avrebbe pensato alle complesse dinamiche relazionali da “WhatsUp” e sul loro impatto sulle persone, le coppie, i gruppi di lavoro? Chi avrebbe concettualizzato il cyberbullismo nei preadolescenti, o tutti i fenomeni che li accompagnano a ritmo frenetico? Chi avrebbe pensato alle implicazioni della Crisi del 2008 sulla domanda ed offerta di servizi di welfare, all’impatto dell’Austerity, etc.?

Come affronteremo, professionalmente, i grandi cicli migratori di durata pluridecennale? Come affronteremo, e cosa implicherà per noi, la profonda trasformazione socioeconomica, demografica e relazionale della “Piramide dell’Invecchiamento” nella popolazione? Come gestiremo, come categoria, le macroevoluzioni dei sistemi di Welfare sociosanitario nel mondo nei prossimi decenni, e del loro impatto presumibilmente negativo su centinaia di milioni di persone (psicologi compresi)?

Ecco, sono tutti temi magmatici – interni ed esterni all’attività professionale – su cui gli psicologi si devono e dovranno confrontare quotidianamente sempre più nelle proprie prassi; ma spesso non hanno alcuna categoria di pensiero aggiornata per farlo, o peggio ancora ne sottovalutano la necessità, convinti che il pensiero psicologico del secolo scorso è quasi tutto quello che serve per affrontare il prossimo. It’s a recipe for disaster.

Questo sarà IL grosso problema nei prossimi decenni: o impariamo a muoverci “mentalizzanti ma veloci”, o non avremo più categorie concettuali ed operative adeguate per rispondere ai bisogni – spesso gravi e imprevedibili – che emergeranno in continuazione.

Lo psicologo per definizione si dovrà proporre come elaboratore di complessità, filtrando la complessità ed aiutando le persone a “groundizzarsi” in un contesto di cambiamento costante; il problema è che, per navigare questo mare profondo, non bisogna aver “mal di mare” noi per primi, ed anzi amare il cambiamento (…. lo so, tutti dicono di amarlo a parole: ma poi, sono spesso più conservatori e rigidi di un nonno novantenne che racconta dei suoi “bei tempi col telegrafo e il grammofono”…).


– Ognuno ha dei punti di riferimento. Quali sono i tuoi a livello professionale?

Sono partito da Jung, che trovo ancora una chiave di lettura potente della complessità delle processualità psichiche, individuali e collettive.

Sono passato poi al Costruttivismo Kellyano (PCP), una “teoria senza contenuti” che è facilmente adattabile per leggere processi psicologici in contesti molto diversi.

Ed a quel punto ho iniziato ad inserire nel percorso tutto ciò che psicologico (apparentemente) non è: tanta economia, geografia, diritto, matematica…. E’ il “non psicologico” che permette di contestualizzare l’azione psicologica.

Io poi mi occupo in particolare di psicologia dell’emergenza, un settore che è strutturalmente all’intersezione (tecnica, e di pensiero) di temi che vanno dalla geologia all’economia, dalla psicopatologia alla sociologia di comunità, dall’uso dei social media al diritto amministrativo: per lavorarci “essere interdisciplinari” non è un “di più”, è proprio la base.

Più in generale, iniziamo a orientarci nella nostra professione più “per problemi operativi” e non solo “per rigide discipline accademiche”: dobbiamo integrare le diverse competenze che servono per affrontare in maniera trasversale i problemi concreti e complessi; non possiamo essere solo “specialisti disciplinari” chiusi nel nostro “silos verticale”, spesso autoreferenziale.

I problemi sono per definizione interdisciplinari, sempre nella “terra di nessuno” al confine tra discipline diverse; e richiedono quindi tale approccio e tale “mindset” trasversale per essere correttamente compresi ed affrontati.


– Mi dici un libro che si dovrebbe assolutamente leggere?

E come faccio? Te ne devo indicare troppi! E il problema te lo ribalto: quale libro dobbiamo assolutamente scrivere, come psicologi?

La nostra generatività, come categoria professionale, sarà quello che eventualmente ci salverà e permetterà di adattarci all’evoluzione rapidissima di bisogni, setting, contesti.

E quindi dobbiamo generare ed essere promotori di pensiero nuovo, non solo usufruitori! Ma ovviamente le generatività si basa sul conoscere molto bene le proprie basi, i “fondamentali”.

Quindi ti direi, tra i libri che più mi hanno “colpito” per capacità di generare nuove domande e nuove idee in campi diversi (più che di darmi risposte certe):

  • Il Dono della Terapia”, di Irvin Yalom: la migliore riflessione su cosa significa fare clinica, ed essere clinici.
  • La Ricerca del Significato”, di Jerome Bruner: un classico sulla storia del cognitivismo, ma più che altro un accorato appello sulla centralità che deve avere la dimensione “semantica” nella Psicologia.
  • Business Model Canvas”: il testo che ha provocato un “terremoto” mondiale nel ripensare la logica del marketing professionale e del personal business modeling: ovvero, come realizzare nella pratica quello che è il nostro interesse professionale, in maniera semplice ma mai semplicistica.
  • Guida galattica per gli autostoppisti”, di Douglas Adams: per capire che quello che ci rende speciali sono le buone domande, non le risposte…

 

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Alessandro Lombardo

Poteri, massa, resistenze singolari | Dialoghi

Alessandro Lombardo – Il 27 ottobre, nell’Aula Magna del Campus Einaudi, alcune Associazioni (Aletosfera, Centro Psicoanalitico di trattamento dei malesseri contemporanei – onlus, IPOL) e l’Accademia Torinese dell’inatteso di Movida Zadig hanno organizzato una conversazione su “Poteri, massa, resistenze singolari“. Può presentare brevemente queste istituzioni e dirci perché la scelta di un tema così politico e perché la formula della “conversazione“, certamente meno usuale di quella del convegno?

Rosa Elena Manzetti: Tutte le istituzioni che organizzano la conversazione del 27 ottobre hanno in comune il fatto di essere istituzioni pensate e realizzate da membri della Scuola lacaniana di psicoanalisi. Alcune, il Centro Psicoanalitico e Aletosfera, sono istituzioni di applicazioni della psicoanalisi lacaniana ai malesseri contemporanei, vale a dire ai sintomi di cui soffrono oggi le persone, siano esse adulte o di età minore. IPOL è un’associazione che ha costituito una scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento lacaniano (l’istituto IPOL, appunto) riconosciuto dal MIUR e che si occupa essenzialmente di insegnamento della psicoanalisi. La sede di Torino della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi ha la finalità della trasmissione della psicoanalisi e della formazione degli psicoanalisti. L’Accademia torinese dell’inatteso è la realtà associativa più giovane, perché esiste da poco più di un anno e si implica e realizza scambi, discussione, confronti tra psicoanalisti lacaniani e non-psicoanalisti su temi di attualità e sulla relazione psicoanalisi e politica.

Alessandro Lombardo – Perché conversazione e perché politica?

Rosa Elena Manzetti – In breve, gli psicoanalisti, specificatamente gli psicoanalisti lacaniani, non possono non sapere che del nuovo sorge solo in un legame di conversazione con altri che praticano altri discorsi, soprattutto per come in quel legame ci si implica, possibilmente senza pre-giudizio preliminare. Inoltre noi psicoanalisti, come tutto il campo “psi”, come Lei sa, accogliamo soggetti che portano stili e contenuti diversi di discorso presenti in tutti gli ambiti della società e occorre che ci includiamo in ogni discorso nel modo opportuno al sintomo di cui ci si lamenta. Non siamo quindi fuori dalla società, anzi vi siamo inclusi, ma quello che conta è da quale posizione ci si include perché, proprio come nel gioco degli scacchi, mosse e posizioni diverse producono effetti diversi. E questo ha a che fare con la politica, non in senso partitico, ma in generale con la politica dei legami. Dalla conversazione del 27 ottobre, se ci andremmo senza posizioni pregiudiziali, non potrà che sorgere nello scambio, qualcosa che non sapevano prima.

Alessandro Lombardo: Quale il legame tra psicoanalisi e politica?

Ilaria Papandrea: Il legame è profondo se, come già si accennava, non intendiamo “politica” in senso partitico, ma come rapporto fra l’individuale e il collettivo. Pensiamo a quanto scrive Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale”.

Non tenere conto di questa dimensione, non tenere conto di come i sintomi variano in relazione al variare dell’ordine simbolico nel quale si è immersi, al suo stesso vacillamento e venir meno – come dovremmo piuttosto dire oggi – ha un’incidenza sulla pratica dello psicoanalista. Questi, come ricorda Lacan, occorre che si mantenga all’altezza della soggettività del proprio tempo. Se il sintomo testimonia infatti dell’eccezione, assolutamente singolare, che ogni soggetto fa alla presa nel discorso universale – è la dimensione di disagio connesso all’entrata nella civiltà, quale che sia, perché non c’è civiltà senza disagio –, il mutare di questo discorso non potrà che produrre risposte e forme di resistenza singolari diverse. Pensiamo alla differenza fra una società fondata sull’ordine patriarcale e sulla repressione, quella nella quale è sorto il discorso analitico, e una società liquida, orientata dall’ingiunzione a godere e a consumare senza sosta, la società nella quale viviamo e nella quale il rapporto stesso con il sapere e la verità è mutato, trasformando anche il modo in cui i soggetti possono porre una domanda d’analisi.

Se decifrare il discorso nel quale si è calati rientra dunque fra i compiti dello psicoanalista, per l’incidenza che questo ha sulla sua pratica, possiamo però anche aggiungere che questa stessa decifrazione, se messa al lavoro con altri, che operano in altri campi, magari anche in quello della politica in senso più stretto, potrà contribuire a tenerci svegli e ad alimentare quel desiderio di interrogazione e di confronto che anima la vita democratica, oggi così tanto a mal partito.

Alessandro Lombardo: E non c’è il rischio di affrontare in modo troppo elitario questi temi?

Gian Francesco Arzente: Capita di di sentire associare la psicoanalisi alle élite. Ma ciò che conta è che la psicoanalisi si è da sempre occupata di mettere in questione la verità. E la verità riguarda tutti e ciascuno, proprio come il tema di questa Conversazione che ha a cuore temi che vanno a definire di cosa si tratta quando si parla di disagio della civiltà oggi, quindi di cosa non va nell’uomo oggi: ciascuno preso nella fatica di dire in una società frutto del progresso del suo tempo. Ciò che più fa soffrire è di non capire, non capire perché si ha si paura di questo o di quello. E per capire l’uomo ha necessità di parlare, di spiegarsi: la parola è la grande forza della psicoanalisi e questa accomuna tutti gli uomini e non solo le élite.

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Alessandro Lombardo

DIALOGO CON PAOLO GIORDANO | MERCOLEDI’ 31 OTTOBRE ORE 21.00

Abbiamo il piacere di informarti che Mercoledì 31 ottobre, a Torino (zona Centro) ci sarà un incontro con Paolo Giordano, scrittore, autore tra gli altri, de La solitudine dei numeri primi.

L’incontro sarà un dialogo a partire dal suo ultimo romanzo, Divorare il cielo

l’incontro verrà ospitato dalla Libreria Comunardi di via Bogino 2 a Torino.

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Alessandro Lombardo

Come i Brand usano lo Storytelling

LO STORYTELLIG NELLA VITA QUOTIDIANA. Quando incontriamo qualcuno nella vita reale per la prima volta, per conoscerlo gli facciamo numerose domande su quella che è stata fino a quel momento la sua vita: ascoltiamo i suoi aneddoti, idee, opinioni e credenze. Cerchiamo di portare alla luce la loro storia, e di trovare dei punti in comune con la nostra; l’obiettivo finale è quello di connettersi.

Tutto ciò ha il fine ultimo di trovare qualcuno che abbia uno spirito affine al nostro in modo da creare un legame di amicizia o di amore.

Nell’ambito del marketing aziendale, le regole non cambiano così tanto.

Raccontare la tua storia, ovvero ragionare in termini di Storytelling, è una parte fondamentale della costruzione del tuo marchio.

Aiuta a definire il modo in cui le persone ti vedono e consente ai consumatori di iniziare a creare una connessione tra te e la tua azienda.

Per farlo bisogna creare delle basi che ti consentano di sviluppare un marchio forte con un futuro ugualmente fiorente: la gente compra perché ama ciò che fai, ciò che rappresenta quel prodotto e le storie che condividi.

Ecco perché oggi una delle tecniche maggiormente utilizzata dai grandi brand è lo storytelling.

RACCONTARE IL BRAND CON LO STORYTELLING. Nell’era digitale, essere i primi nell’ambito del marketing significa incitare il pubblico a connettersi con il proprio marchio, e il modo migliore per farlo è attraverso una storia.

Del resto ognuno di noi è attratto da storie perché suscitano emozioni e l’emozione è ciò che vende.

Gli studi mostrano che le emozioni positive verso un marchio hanno un’influenza maggiore sulla lealtà del consumatore rispetto alla fiducia o ad altri giudizi basati sulle proprie caratteristiche.

Non è un compito facile creare contenuti che raccontino una storia avvincente ed emozionante, ma quando i brand ci riescono, si viene a creare un’esperienza unica.

Per capire quanto possa essere importante costruire una storia fantastica che racconti il proprio prodotto al fine di fidelizzare un cliente, un aiuto viene dalle strategie inerenti lo storytelling applicate da noti brand.

Nike ha da sempre eccelso nello storytelling del proprio marchio. Una delle loro migliori campagne è l’uguaglianza. Fa una dichiarazione forte sull’azienda: essa stessa diventa protagonista di un cambiamento sociale, offrendo qualcosa in più agli atleti di oggi che un semplice paio di scarpe da ginnastica e abbigliamento da allenamento di marca.

Questo è un esempio dell’uso dello storytelling da parte di un brand che vuole connettersi con il pubblico, invitandolo a diventare parte di un movimento collettivo indossando prodotti Nike o, impegnandosi sui social media, a condividere uno dei video che racconta di questo cambiamento.

Uno tra gli esempi più esemplari di storytelling aziendale è Ikea. Un brand che ha fatto della narrazione il suo strumento più incisivo semplicemente raccontando le storie di chi vive in un ambiente arredato con soli prodotti Ikea. In questo caso la strategia utilizzata è il visual storytelling: attraverso dei video presenti sul canale YouTube vengono mostrate scene di vita quotidiana come una festa o una cena in famiglia. Raccontando le storie di chi utilizza i prodotti Ikea significa riflettere questo brand nella propria vita dal momento che ci si immedesima nei personaggi immaginando che quel tipo di arredamento starebbe proprio bene anche nella propria casa.

Qui, per essere più chiari, con questo video, Ikea non vede i mobili. Ma incorpora tutto in una storia emotivamente rilevante.


Un altro brand che detta legge in materia di storytelling è Airbnb, il noto marketplace online in cui i proprietari di case possono offrire la loro proprietà, o parte di essa, in affitto mentre i viaggiatori possono poi lasciare una recensione sul luogo e sull’ospitalità del padrone di casa.

Ciò che bisogna sottolineare è che Airbnb non possiede o gestisce le proprietà stesse ma fornisce semplicemente un forum per i clienti per promuovere e prenotare proprietà, pasti e altro.

Quindi Airbnb invece di raccontare la storia della compagnia, fa in modo che i suoi clienti raccontino le loro storie. Questo è così importante per Airbnb che vi è un’intera sezione dedicata alle “Storie dalla community di Airbnb”.

Il rebrand e la campagna di Belong Anywhere del sito hanno utilizzato immagini e cortometraggi per offrire un’istantanea della vita degli host di Airbnb e di come potrebbe essere il soggiorno di un ospite.

È il cliente che viene posto al centro del marchio: questa tecnica funziona per Airbnb non solo perché aiuta i consumatori a costruire un’affiliazione con il marchio Airbnb, ma perché aiuta i consumatori a superare uno dei più grandi punti dolenti dell’utilizzo di un servizio come questo: conoscere le persone con cui si dovrà condividere quest’esperienza.

Non c’è un esempio di storia migliore di The Lego Movie. Una pubblicità di un giocattolo lunga ben 90 minuti che riesce a tenere incollati allo schermo tutti i telespettatori, usando il proprio prodotto come protagonista.

Se si analizza il film, è abbastanza evidente ciò che lo rende così efficace: indubbiamente si tratta di un bel film, incredibilmente ben scritto, per bambini e adulti. Il prodotto è l’intero film.

Ogni scena è magistralmente creata con Lego. Ci sono messaggi profondi che vengono evidenziati all’interno del film, che sono tutti incoraggianti e di facile comprensione: c’è un “costruttore” dentro ognuno di noi, se solo riusciamo a crederci e l’immaginazione di ognuno di noi è limitata solo se noi mettiamo dei confini ma che nessuno è mai troppo vecchio per creare qualcosa di magico.

Questi esempi di storytelling aziendale insegnano soprattutto che nulla si può improvvisare senza avere una strategia ben precisa di quello che si vuol trasmettere.

Pertanto è importante seguire alcune linee guida quando si vogliono creare delle storie per il proprio brand:

  • sviluppare contenuti che hanno un elemento emozionale, umano,

  • essere sinceri,

  • chiedersi se una persona sarebbe sinceramente interessata a leggerlo o guardarlo,

  • sapere cosa collega i tuoi clienti a te,

  • rendere semplici le storie,

  • essere in grado di descrivere una storia in un’unica riga.

Una volta trovato l’elemento umano del tuo marchio, puoi iniziare a pensare a come la tua azienda o il tuo prodotto può migliorare la vita delle persone e creare la tua storia.

Se i tuoi clienti si collegano alla tua storia a livello emotivo, vorranno farne parte.

E questa diventerà la tua arma vincente.

Ti interessi di Storytelling? Vuoi Imparare come applicarlo nei tuoi contesti professionali? CLICCA QUI

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