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Alessandro Lombardo

Dialoghi: Massimo Giuliani, psicologo.

Massimo, come immagini lo psicologo di domani? 
Questa è una domanda cruciale. Capita spesso, fra colleghi – soprattutto quelli impegnati nella formazione – di dirci che la professione dello psicologo clinico – e ancora di più del terapeuta – come l’abbiamo conosciuta, va incontro a una trasformazione profonda.
Penso a esperienze come quella di Jaakko Seikkula, l’Open Dialogue, e immagino che sempre di più le quattro mura del clinico si apriranno per includere le reti sociali, i contesti di vita. Mi sembrano alternative credibili che la cura della parola può offrire rispetto alla psicofarmacologia, che domina l’intervento nelle psicosi. Idee come quella sperimentata in Finlandia mostrano come la psicologia ha la capacità di essere lì dove le ferite stanno per aprirsi, e sa riconoscerle prima che diventino difficili da curare, con grande sollievo per i feriti, per le loro famiglie e anche per l’economia.
E comunque, anche se restiamo dentro il setting del colloquio individuale, familiare o del piccolo gruppo, immagino uno psicologo che smonti il suo setting per ricostruirlo più allargato, o in modo meno rigido. Ho molti amici fra i colleghi che lavorano nel trauma e nelle catastrofi naturali, e so che c’è un sapere ormai consolidato e molto vivace su una psicologia fatta, come dire?, in mezzo al fango invece che nell’asetticità del setting tradizionale.
Insomma, immagino nel futuro una psicologia che sappia andare dove stanno le persone, oltre che chiamarle a casa propria.
E poi vedo in questo momento un grande sviluppo di modi alternativi e di tecniche che integrano la parola nella relazione d’aiuto. Tecniche corporee e non verbali. Immagino che la molteplicità delle scuole di pensiero lascerà il posto alla divaricazione fra un clinica ad approccio scientifico, oggettivo, strategico, e una più creativa e narrativa. Al di là delle differenze di scuola (e del fatto che la stessa scuola nella quale sono cresciuto si pose alle origini come alternativa alla psicoanalisi) vedo punti di incontro straordinari fra la sistemica e una certa psicoanalisi che evolve, come vedo una parentela anche epistemologica ed etica fra le terapie strategiche e quelle cognitivo comportamentali. Ecco, immagino differenziarsi sempre più una “famiglia” scientifico-pragmatica, per così dire, e una ermeneutico-narrativa. A me piace sentirmi parte di quest’ultima.

Di cosa dovrà occuparsi e quali competenze dovrà possedere?
Immagino che l’oggetto del suo lavoro non cambierà molto, anche se cambiano nel tempo i modi in cui la sofferenza si manifesta. Vediamo andare e venire a ondate sintomi nuovi, o sintomi antichi in nuove varianti.
Penso che sempre più lo psicologo dovrà avere uno sguardo attento e sensibile a quel che succede intorno. Oggi vediamo sempre di più che uno sguardo clinico che non sia accompagnato da una sensibilità al contesto culturale rischia di condurre ad azioni che generano sofferenza invece di curarla.
Lo psicologo del futuro (possibilmente anche quello del presente: quel futuro mi pare già qui) dovrà sviluppare la propria sensibilità, oltre che attraverso i libri di psicologia, anche attraverso l’antropologia, la letteratura e in generale le arti.
Dovrà avere una capacità di osservazione e ascolto che non si accontenti troppo delle vecchie categorie e classificazioni, che mi sembrano sempre più grossolane rispetto alla realtà che incontriamo.
Soprattutto, anche data l’esplosione del numero dei professionisti negli ultimi anni, dovrà avere ancora più che in passato la voglia di sviluppare uno stile proprio, un proprio modo di stare nella relazione clinica. Imparare dai maestri e dai professionisti più grandi e cercare ispirazione in loro, ma essere se stesso e investire su un proprio modo di lavorare e di porsi.
Veniamo al tuo lavoro. Se pensi al tuo modo di lavorare, cosa hai visto cambiare di più nelle persone che vedi?
Io sono un terapeuta relazionale, dunque oltre alla dimensione della terapia individuale mi muovo in quella della famiglia e della coppia. Gran parte della mia esperienza professionale si è svolta nei primi 25 anni nella provincia lombarda (oggi lavoro più in città, fra Brescia e Milano, e saltuariamente a L’Aquila, che è un contesto ancora diverso). È stato un osservatorio straordinario. Ho visto davvero modificarsi sotto i miei occhi i modelli familiari, ho visto la transizione dalla famiglia rurale a quella dell’industrializzazione, e ho visto il modo in cui tutto questo è entrato nelle relazioni fra le persone. Modelli di convivenza e di relazioni familiari che si opponevano ed entravano in conflitto anche dentro una coppia formata da poco…
Vedo entrare sempre di più nella stanza la realtà di fuori, i problemi del lavoro, la crisi. È diventato anche più difficile lavorare: per le persone chiedere due ore al datore di lavoro per andare dallo psicologo diventa sempre più difficile (e pensa che nel mio modo di lavorare gli appuntamenti non sono settimanali…). Spesso la richiesta è di lavorare oltre l’orario al quale ero abituato anni fa, e non sempre si può rispondere positivamente (non a tutti, almeno: i giorni della settimana sono limitati, e così i tardi pomeriggi).
Molti dei conflitti nelle coppie nascono o sono resi più complicati dal lavoro e da come questo si incastra con la vita familiare. Ad esempio, licenziamenti, delocalizzazione, tutte queste dinamiche che hanno reso più discontinuo e insicuro il rapporto col proprio lavoro, e più fragile l’identità di molti adulti hanno a volte conseguenze sottili ma pesanti, e difficilmente misurabili, sul rapporto fra genitori e figli. Quando poi il lavoro c’è, il rapporto con esso è complicato, spesso le persone si sentono in trappola — non si può dire di no a una pretesa di lavorare oltre gli orari, o la domenica, quando in giro il lavoro manca! — e questo genera conflitti in famiglia e sensi di colpa. E non sono più soltanto le donne a lamentare un’eccessiva dedizione dei propri mariti o compagni al lavoro.
Nelle coppie più giovani pesa l’incertezza sul futuro e sulla possibilità di fare progetti.
Da un altro punto di vista, quello che è cambiato da quando ho cominciato a lavorare, è la consapevolezza delle persone. Oggi per lo più scelgono un professionista avendo qualche informazione su quello che fa e su come lo fa, dove prima andavano per lo più dal professionista che era stato consigliato, senza sapere molto del fatto che la psicologia è un insieme di tante cose diverse. Di me a volte sanno in quale modello teorico mi muovo. Mi telefonano e mi fanno: “lei è sistemico, vero?”. Così, ad esempio, è meno difficile di un tempo convocare in seduta la famiglia (dove l’ingaggio parta dalla richiesta di un solo membro del nucleo, o di una parte). Anni fa l’immagine dello psicologo coincideva con quello, non dico del lettino, ma comunque quello che lavorava faccia a faccia con un individuo. Strumenti che pure avevano una storia e una legittimità scientifica si sono imposti piano piano, e oggi sono più noti.
Poi oggi c’è Internet, e mentre prima un professionista si presentava con la sola qualifica professionale riportata sull’elenco telefonico, oggi si fa conoscere con la propria faccia, la propria storia e quello che ha scritto. Mi piacerebbe dire di aver avuto una piccola parte in questa transizione: mi sono fatto il primo sito “di lavoro” nel 1999, e negli anni successivi ho tenuto corsi e consulenze per colleghi e studi di psicologia su come comunicare attraverso la rete. E tu, diciamolo, sei un altro di quelli che hanno provato tanto tempo fa a inventare linguaggi per la psicologia nella rete!
C’è qualcosa di buono nel modo in cui la psicologia è diventata più trasparente, sta modificando il rapporto che le persone hanno con essa, ma anche il nostro modo di pensare. Guarda soltanto come siamo passati dal mito dell’anonimato del terapeuta all’interrogarci su come gestire quella visibilità che ci viene dai social network. Ma questo è un discorso che ci porterebbe ancora più lontano.
Hai da poco avviato una casa editrice. Come sta procedendo questo progetto, e cosa stai per pubblicare?
Oh, grazie davvero per la domanda, è una storia che mi sta molto a cuore.
Ti dicevo del mio interesse per i nuovi media, ma in realtà m’interessa tutto quello che ha a che fare con la comunicazione: nei dieci anni prima della laurea e della partenza dalla mia città d’origine sono cresciuto nelle radio private, e chi si ricorda quel periodo ha presente quella grande opportunità di fare cultura con la propria voce, coi propri dischi, accanto ai media “ufficiali” e alle riviste di musica. Quando ho conosciuto Internet, i blog, ci ho ritrovato quella possibilità.
Aggiungi che come psicologo i libri erano un territorio che mi riguardava. Come lettore mi ero appassionato alla letteratura psicologica attraverso i casi clinici di Freud, da adolescente, e più tardi i libri del Gruppo di Milano: Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata, e poi, dopo la scissione del gruppo, Boscolo e Cecchin. Per inciso, a un certo punto — avendo già un’età non verdissima e una formazione alle spalle — andai a Milano per conoscere Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin e riprendere la formazione con loro, perché la fascinazione che avevano esercitato su di me era soprattutto letteraria. Insomma, i libri che mi avevano fatto appassionare alla psicologia e alla terapia erano libri molto belli. Li vedevo come grandi libri di storie, scritti da narratori di talento.
Di Freud conosciamo l’ambizione letteraria, ma dei libri della Scuola di Milano sulla terapia dell famiglia scoprii le saghe familiari e le storie di cambiamento delle persone. Essendo partito da lì, non riuscivo ad accettare che la maggior parte dei libri che studiavo fossero così freddi, e scritti imitando il linguaggio del manuale medico. Da lettore, insomma, volevo ritrovare quell’emozione e quelle storie.
Da autore, invece, avevo avuto qualche esperienza felice e altre meno. Editori con cui avevo lavorato con soddisfazione, altri più distratti o dai tempi troppo lunghi. E per fortuna mi ero tenuto alla larga dall’editoria a pagamento, che si andava imponendo come quasi l’unica possibilità di pubblicare e di finire sugli scaffali di una libreria. Possibilità illusoria, peraltro: abbiamo visto poi che se un editore fa il tuo libro avendo già pareggiato i conti grazie ai soldi che gli dai, la motivazione a promuoverlo e a farlo circolare sarà piuttosto debole.
Per colmare questa insoddisfazione che sentivo come lettore e come autore — e scommettendo che non fosse soltanto mia — mi sono detto: ho una certa familiarità con le tecnologie digitali, ho delle idee su come dovrebbe essere un buon libro e su come la psicologia dovrebbe ricongiungersi alla narrativa e all’arte. Ci metto la faccia e apro una mia casa editrice.
Considera anche che lavoro con giovani psicologi nella formazione post laurea, e so come molti di loro vorrebbero leggere più libri ma i soldi a disposizione sono sempre meno. Insomma, ho fatto una società con mia moglie, l’abbiamo chiamata “Durango Edizioni” (come “Romance in Durango” di Dylan, ma prima del Nobel!), abbiamo cominciato a fare e-book e abbiamo fatto un contratto con un distributore che ci permettesse di essere subito in praticamente tutte le librerie online: l’idea era di fare libri digitali belli, ben fatti, con copertine interessanti e al costo di copertina di meno di cinque euro. Ci siamo mossi sin dall’inizio fra la narrativa (ma narrativa scritta da psicologi, o che avesse la cura e la relazione terapeutica come oggetto) e la psicologia clinica (ma in una chiave creativa e non manualistica). Siamo partiti con un romanzo di Luca Casadio, poi abbiamo fatto un e-book del mio collega e amico Massimo Schinco, e siamo andati avanti. A un certo punto ci ho messo dentro anche la mia passione per la musica: ho contattato Maurizio Angeletti, un chitarrista, e studioso di musica e linguistica, che ha avuto un ruolo formidabile nella musica italiana fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80. Formidabile ma breve e poco riconosciuto, purtroppo. Abbiamo ripubblicato un suo libro importantissimo sulla chitarra acustica — un libro che all’epoca avevo amato moltissimo — e uno tutto nuovo, autobiografico, sulla sua esperienza della scena milanese in quegli anni. Maurizio aveva fatto un passo indietro da molti anni, dalla scena musicale, se n’era andato in Inghilterra e fabbricava aquiloni. Lo rintracciai fortunosamente seguendo le tracce di questa sua attività e scoprii che nel frattempo era tornato in Italia.
Poi, per Durango, le cose hanno cominciato a farsi complicate. Né io, né mia moglie avevamo un talento imprenditoriale. Servivano nuove forze. Così da quest’anno Durango è un marchio della società “La Cicloide” di Felice Di Lernia: un amico di lunga data con cui avevo condiviso esperienze di formazione per professionisti della relazione d’aiuto. Felice è antropologo, ha un sacco di interessi e uno spirito di iniziativa formidabile. È una persona con cui si lavora volentieri e proficuamente. Poi Felice ha arruolato Valentina Lomuscio: viene dal Terzo Settore, ha esperienza nel campo della cooperazione e dei diritti umani. Oltre ad aver portato un’altra testa e altre due mani che lavorano a Durango, ha contribuito a marcare ancora di più una sensibilità di Durango verso il mondo della cura, ma verso una visione della cura, diciamo, democratica e sensibile alle differenze. Abbiamo un catalogo che comincia a farsi nutrito, si trova su www.durangoedizioni.it.
Oggi Felice è l’editore di Durango e io sono direttore editoriale. Dal momento che ho potuto dividere con lui e Valentina il peso dell’organizzazione e della gestione, sono riuscito a dedicarmi a un progetto che non avevo mai il tempo di terminare: un mio libro dagli appunti di molti anni di lezioni e seminari sulla metafora in terapia. Così quest’anno ho pubblicato per Durango “Corpi che parlano”.
Circa quello che stiamo per pubblicare, abbiamo un sacco di progetti in attesa, ma soprattutto abbiamo lavorato nell’ultimo periodo per un nuovo esperimento. Le tecnologie digitali, dopo averci dato la possibilità di fare libri “immateriali”, stanno aprendo ora nuove opportunità per il libro “di carta”: se si può stampare ciascuna singola copia venduta, senza avere tiratura, magazzino, resi e trasporti, fare libri di carta può diventare un’attività più sostenibile, da vari punti di vista. Così, grazie all’intraprendenza di Streetlib (è il nostro distributore, è una fucina di progetti e per Durango è molto bello partecipare a questa grande innovazione che li vede in prima linea), stiamo sperimentando questa nuova possibilità di fare libri “fisici” con tecnologie nuove. Attendiamo l’uscita, in questi giorni, della versione cartacea di un romanzo che abbiamo pubblicato qualche mese fa: “Morivamo di freddo” di Rosalia Messina. Poi rifaremo anche un libro di epistemologia, bellissimo e complesso, di Marco Bianciardi: “L’osservatore cieco”, anch’esso pubblicato di recente da noi in digitale. E poi molte altre cose che stanno in attesa. Io personalmente sto coordinando un libro collettaneo di argomento musicale, ma non ti dico altro…
Dovendo consigliare un libro, quale consiglieresti?
Oh… pensa che ai miei allievi, futuri terapeuti, consiglio sempre di leggere piuttosto un libro di psicologia in meno ma un romanzo in più. Adesso che mi fai questa domanda, rientro nei ranghi, ma ti segnalo un libro che è molto difficile catalogare, anche se l’ha scritto uno psicoanalista. Di più: uno che della Società Psicoanalitica Italiana è stato presidente. È Domenico Chianese, ho conosciuto lui e il suo libro in una presentazione al Centro Milanese di Terapia della Famiglia: per dirti che è un libro che può incrociare sensibilità cliniche e scientifiche differenti. Il libro è “Come le pietre e gli alberi”, edito da Alpes (che è un editore che stimo, sta facendo cose belle). È un libro denso e sorprendente, e vorrei che l’avesse scritto un sistemico. Anzi, vorrei averlo scritto io!
Di che parla? Posso dirti che è un libro sulla bellezza, ma credo di non rendere l’idea. È un libro su una “estetica del vivente”, su quella che per Borges era la “Realtà innegabile” di cui siamo parte insieme a — appunto — le pietre e gli alberi. Una realtà che interessa la scienza così come la poesia e l’arte: che mi appare un concetto molto vicino al “sacro” di Gregory Bateson e che mi sorprende ritrovare nel libro di una psicoanalista.
È un libro al quale mi sono rivolto per inseguire un’idea che mi perseguita e mi ispira da qualche anno, cioè che fra noi e i luoghi ci sia una relazione molto più profonda e determinante di quanto non abbiamo riconosciuto finora. Ci ho trovato molto di più: è uno di quei libri che puoi leggere parecchie volte e ogni volta il gioco di figure e sfondi ti fa vedere qualche immagine nuova. Questo si traduce in una lettura non sempre “facile”, ma va bene anche prendersi il tempo che ci vuole.
Non ti so dire di più. Forse è difficile circoscrivere l’argomento di questo libro, ma direi anche che come per molti grandi libri l’argomento è il suo autore. È un percorso originale di questo psicoanalista che, arrivato a un certo punto della sua carriera e della sua vita, connette tutti i temi che lo hanno attraversato per disegnare un quadro molto personale. Ecco, gli sono grato perché c’è bisogno nel nostro campo di libri che parlino in prima persona. Di psicologi che dicano la loro senza farsi scudo dell’oggettività scientifica e che, anzi, ci mettano la propria storia e la propria faccia. Metterci la faccia mi pare il grande tema etico della clinica nel tempo della perdita di fiducia nelle grandi teorie.
Oggi accendo la tv, apro i giornali, scorro le notizie in rete e trovo che la psicologia sta cercando strade per poter dire qualcosa di credibile sulle cose importanti che stanno fuori dalla stanza di terapia. Questo libro mi pare rappresentare un modo dignitoso di farlo. Forse è un modo mediaticamente non molto “cool”, ma almeno noi potremmo provare a non inseguire il consenso facile.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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1 Comment

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  1. Carlo raimondi

    21 giugno 2017 at 7:00 pm

    Ho letto con attenzione. Osservo che ti occupi di tutela della professione.mi permetto un commento da ex. Da chi finalmente con il 31 12 17 si potrà togliere dall’albo e proseguire il suo percorso professionale. Mi occupo di politiche attive del lavoro,la mia azienda opera con aziende e categorie professionali attraverso fondi europei e interprofessionali. La mia esperienza mi fa concludere che il vero problema non sono le nuove tipologie di professione. Il problema della psicologia è il rapporto tra domanda e offerta. Troppo offerta rispetto alla domanda. La laurea in psicologia è stata declassata al livello di quella in scienze politiche. È considerata fragile. Il vero problema è l’indotto ossia coloro che guadagnano non dalla professione ma dalla formazione dei professionisti. …università e scuole di specializzazione. In bocca al lupo!

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Alessandro Lombardo

FOUNDAMENTA | CALL PER IDEE PROGETTUALI| dialogo con Laura Orestano

Cosa é esattamente Foundamenta e che tipo di servizi offre?

Foundamenta è la prima call italiana per accelerare imprese e startup a impatto sociale. Se selezionati il programma 4 mesi residenziale offre investimento diretto nella startup e servizi di accelerazione specifici: product/service design, business modelling & impact assessment, networking for scalability, investment readiness. Tutto è focalizzato per accompagnare l’impresa vs ulteriori investitori e quindi per la crescita.

Chi può partecipare a questa call?

La call è aperta a team formali e informali o imprese/startup già costituite che abbiano almeno un prototipo funzionante come prodotto o servizio che risponda alle sfide sociali contemporanee: salute, welfare, cultural heritage, etc

Che tipo di “idee” imprenditoriali vengono scelte ?

La selezione è stringente in quanto riceviamo application da tutto il mondo. Selezioniamo idee di impresa che si mostrino innovative e rilevanti per la società e che possano scalare a livello almeno nazionale. Da quest’anno lanciamo in contemporanea a Foundamenta anche una call per idee progettuali che non sono ancora impresa: Design Your Impact è la call di pre-accelerazione per idee innovative a impatto sociale che ambiscono a strutturarsi progettualmente per divenire potenziali imprese. Anche questa call è ora aperta su nostro sito.

FOUNDAMENTA è il programma SocialFare per accelerare imprese e startup a impatto sociale. È il primo in Italia e l’unico che effettua investimento cash nelle startup/imprese selezionate.

Cosa & Come:

  • Programma residenziale a Torino
  • 4 mesi di accelerazione full-time
  • Seed fund fino a 100k€ cash
  • Acceleration Team dedicato, mentor d’eccellenza
  • Accesso al network 50+ Social Impact Investor
  • Desk gratuito @ Rinascimenti Sociali

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Alessandro Lombardo

Poteri, massa, resistenze singolari | Dialoghi

Alessandro Lombardo – Il 27 ottobre, nell’Aula Magna del Campus Einaudi, alcune Associazioni (Aletosfera, Centro Psicoanalitico di trattamento dei malesseri contemporanei – onlus, IPOL) e l’Accademia Torinese dell’inatteso di Movida Zadig hanno organizzato una conversazione su “Poteri, massa, resistenze singolari“. Può presentare brevemente queste istituzioni e dirci perché la scelta di un tema così politico e perché la formula della “conversazione“, certamente meno usuale di quella del convegno?

Rosa Elena Manzetti: Tutte le istituzioni che organizzano la conversazione del 27 ottobre hanno in comune il fatto di essere istituzioni pensate e realizzate da membri della Scuola lacaniana di psicoanalisi. Alcune, il Centro Psicoanalitico e Aletosfera, sono istituzioni di applicazioni della psicoanalisi lacaniana ai malesseri contemporanei, vale a dire ai sintomi di cui soffrono oggi le persone, siano esse adulte o di età minore. IPOL è un’associazione che ha costituito una scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento lacaniano (l’istituto IPOL, appunto) riconosciuto dal MIUR e che si occupa essenzialmente di insegnamento della psicoanalisi. La sede di Torino della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi ha la finalità della trasmissione della psicoanalisi e della formazione degli psicoanalisti. L’Accademia torinese dell’inatteso è la realtà associativa più giovane, perché esiste da poco più di un anno e si implica e realizza scambi, discussione, confronti tra psicoanalisti lacaniani e non-psicoanalisti su temi di attualità e sulla relazione psicoanalisi e politica.

Alessandro Lombardo – Perché conversazione e perché politica?

Rosa Elena Manzetti – In breve, gli psicoanalisti, specificatamente gli psicoanalisti lacaniani, non possono non sapere che del nuovo sorge solo in un legame di conversazione con altri che praticano altri discorsi, soprattutto per come in quel legame ci si implica, possibilmente senza pre-giudizio preliminare. Inoltre noi psicoanalisti, come tutto il campo “psi”, come Lei sa, accogliamo soggetti che portano stili e contenuti diversi di discorso presenti in tutti gli ambiti della società e occorre che ci includiamo in ogni discorso nel modo opportuno al sintomo di cui ci si lamenta. Non siamo quindi fuori dalla società, anzi vi siamo inclusi, ma quello che conta è da quale posizione ci si include perché, proprio come nel gioco degli scacchi, mosse e posizioni diverse producono effetti diversi. E questo ha a che fare con la politica, non in senso partitico, ma in generale con la politica dei legami. Dalla conversazione del 27 ottobre, se ci andremmo senza posizioni pregiudiziali, non potrà che sorgere nello scambio, qualcosa che non sapevano prima.

Alessandro Lombardo: Quale il legame tra psicoanalisi e politica?

Ilaria Papandrea: Il legame è profondo se, come già si accennava, non intendiamo “politica” in senso partitico, ma come rapporto fra l’individuale e il collettivo. Pensiamo a quanto scrive Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale”.

Non tenere conto di questa dimensione, non tenere conto di come i sintomi variano in relazione al variare dell’ordine simbolico nel quale si è immersi, al suo stesso vacillamento e venir meno – come dovremmo piuttosto dire oggi – ha un’incidenza sulla pratica dello psicoanalista. Questi, come ricorda Lacan, occorre che si mantenga all’altezza della soggettività del proprio tempo. Se il sintomo testimonia infatti dell’eccezione, assolutamente singolare, che ogni soggetto fa alla presa nel discorso universale – è la dimensione di disagio connesso all’entrata nella civiltà, quale che sia, perché non c’è civiltà senza disagio –, il mutare di questo discorso non potrà che produrre risposte e forme di resistenza singolari diverse. Pensiamo alla differenza fra una società fondata sull’ordine patriarcale e sulla repressione, quella nella quale è sorto il discorso analitico, e una società liquida, orientata dall’ingiunzione a godere e a consumare senza sosta, la società nella quale viviamo e nella quale il rapporto stesso con il sapere e la verità è mutato, trasformando anche il modo in cui i soggetti possono porre una domanda d’analisi.

Se decifrare il discorso nel quale si è calati rientra dunque fra i compiti dello psicoanalista, per l’incidenza che questo ha sulla sua pratica, possiamo però anche aggiungere che questa stessa decifrazione, se messa al lavoro con altri, che operano in altri campi, magari anche in quello della politica in senso più stretto, potrà contribuire a tenerci svegli e ad alimentare quel desiderio di interrogazione e di confronto che anima la vita democratica, oggi così tanto a mal partito.

Alessandro Lombardo: E non c’è il rischio di affrontare in modo troppo elitario questi temi?

Gian Francesco Arzente: Capita di di sentire associare la psicoanalisi alle élite. Ma ciò che conta è che la psicoanalisi si è da sempre occupata di mettere in questione la verità. E la verità riguarda tutti e ciascuno, proprio come il tema di questa Conversazione che ha a cuore temi che vanno a definire di cosa si tratta quando si parla di disagio della civiltà oggi, quindi di cosa non va nell’uomo oggi: ciascuno preso nella fatica di dire in una società frutto del progresso del suo tempo. Ciò che più fa soffrire è di non capire, non capire perché si ha si paura di questo o di quello. E per capire l’uomo ha necessità di parlare, di spiegarsi: la parola è la grande forza della psicoanalisi e questa accomuna tutti gli uomini e non solo le élite.

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Alessandro Lombardo

DIALOGO CON PAOLO GIORDANO | MERCOLEDI’ 31 OTTOBRE ORE 21.00

Abbiamo il piacere di informarti che Mercoledì 31 ottobre, a Torino (zona Centro) ci sarà un incontro con Paolo Giordano, scrittore, autore tra gli altri, de La solitudine dei numeri primi.

L’incontro sarà un dialogo a partire dal suo ultimo romanzo, Divorare il cielo

l’incontro verrà ospitato dalla Libreria Comunardi di via Bogino 2 a Torino.

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