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Dialoghi

Psicodiagnosi e Personalità. Dialogo con Luigi Abbate sul test PAI

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

Continuiamo questo viaggio, in partnership con Hogrefe, nel mondo dei test psicologici e della psicodiagnosi con questo dialogo insieme a Luigi Abbate, psicologo e analista di formazione junghiana. Insieme a lui, dialogheremo intorno al test PAI, Personality Assessment Inventory.

IL TEST PAI

Il PAI è un efficace inventario di personalità ateorico, pensato per l’età adulta (dai 18 anni in poi). Una volta effettuata l’anamnesi e l’esame dello stato mentale della persona, può essere somministrato al fine di rilevare informazioni utili per la diagnosi clinica e la pianificazione del trattamento. Si tratta di un inventario di personalità che vanta una lunga tradizione clinica e di ricerca. Il PAI può essere agevolmente somministrato e compreso anche a soggetti con basso livello di scolarità, non richiede per lo scoring l’uso di complesse griglie di correzione, ma offre un sistema di calcolo dei punteggi automatizzato, e – per la sua brevità (344 item e ca. 45′ per la somministrazione) ed esaustività diagnostica – è una valida alternativa al MMPI-2.

Applicazioni

Ambito clinico: le caratteristiche del PAI connotano questo strumento come particolarmente utile in un’ampia varietà di contesti clinici, tra i quali: screening diagnostico; psicodiagnosi; valutazione della personalità, anche normale; identificazione del rischio suicidario; valutazione di caratteristiche comportamentali di tipo violento; pianificazione del trattamento. In particolare, appare particolarmente utile nel contesto psicodiagnostico più ampio in ragione del bilancio costo-efficacia, inteso come rapporto fra la mole di informazioni che è possibile raccogliere rispetto al tempo impiegato per l’autosomministrazione.

Ambito forense: particolarmente utili ai fini di perizie o altri usi giuridici sono – oltre alle scale cliniche utili per l’inquadramento diagnostico – sono le scale di controllo: InconsistenzaInfrequenzaImpressione NegativaImpressione Positiva e altri indicatori di simulazione e malingering utili per questo tipo di valutazioni. Proprio per queste specifiche caratteristiche il test ha trovato negli Stati Uniti e in altri paesi ampie applicazioni in ambito giuridico.

QUI per maggiori informazioni sul test

 L’intervista con Luigi Abbate

D. “Dobbiamo liberare noi stessi e la nostra professione dall’idea dell’assessment psicologico come attività tecnica semispecializzata, condotta da persone leggermente schizoidi che sarebbero diventati terapeuti se soltanto le fossero piaciuti gli esseri umani quanto i numeri”: è una citazione di Stephen Finn che sintetizza il passaggio dalla visione dell’assessment centrata sul test alla visione dell’assessment centrato sulla persona. Quali sono state in psicodiagnosi, le implicazioni del passaggio dal modello psicometrico al modello clinico dell’assessment?

R. Forse la frase di Finn andrebbe contestualizzata in quello che è stato il suo tentativo di trasformare l’assessment in un Therapeutic Assessment. Nella mia esperienza ho incontrato colleghi che si occupavano di test e comunicavano solo con un computer il che, tuttavia, non è sempre vero. Personalmente faccio l’analista junghiano e la maggior parte dei miei allievi sta facendo una formazione come psicoterapeuta o è già psicoterapeuta. Nonostante io faccia l’analista junghiano, non mi sono mai appassionato a un test interpretativo e ho sempre pensato che non sono le tecniche ad essere proiettive ma che questo è un possibile approccio alla loro interpretazione. Forse il percorso è all’inverso: dal clinico allo psicometrico, ed è solo passando attraverso lo psicometrico che si può fare una clinica sostenuta da evidenze. La personalità del clinico è assolutamente importante, fondamentale, ma se non passa attraverso una “certezza psicometrica” rischia di andare per strade difficilmente percorribili, e soprattutto approda in posizioni difficilmente difendibili. Senza scivolare necessariamente in estremismi psicometrici, un assessment con strumenti empiricamente e psicometricamente sostenuti è fondamentale.

D. Come riesce a integrare la pratica psicodiagnostica, fatta notoriamente di struttura, regole e oggettività, con l’approccio junghiano, dove la relazione e la soggettività assumono un ruolo di primo piano?

La sua domanda è certamente pertinente, in realtà stiamo parlando di due lavori diversi. A volte scherzando, ma non del tutto, dico che posso permettermi due stanze dove ho organizzato setting diversi: in una faccio l’analista, nell’altra faccio valutazioni e test. In realtà sono due realtà così diverse che non c’è il rischio che si possano confondere l’una con l’altra, si confondono solo se chi le fa è confuso lui, o sostiene un approccio impressionistico al test.

D. Sebbene abbia radici antiche, nel DSM-5 sembra che acquisisca più concretezza il dibattito tra analisi della personalità secondo il modello categoriale e secondo il modello dimensionale. Cosa pensa dei due modelli?

R. La diagnosi psichiatrica è inevitabilmente categoriale, mentre quella psicologica non può che essere dimensionale. Semplificando al massimo, potremmo dire che un approccio categoriale consente ai clinici di comunicare tra loro e di riconoscere che la persona ha un qualche disorder, anzi, per continuare a seguire la terminologia anglosassone, una disease. Un approccio dimensionale invece ci mette di fronte a una definizione che è più vicino al concetto di illness che è il vissuto di quella persona che ha quella disease. Una diagnosi DSM è basata prevalentemente su segni e sintomi. Parafrasando Robert Bornstein, uno studioso americano che si occupa di assessment, potremmo dire che l’approccio categoriale consente di comprendere la patologia del paziente, mentre quello dimensionale di capire la persona con quella patologia. Di fatto, nella pratica clinica abbiamo bisogno di entrambi gli approcci. Non possiamo peraltro dimenticarci che grandi sforzi sono stati fatti con il PDM-2 per rendere più diffuso un approccio dimensionale

D. Quando si parla di assessment di personalità, in molti casi si nota un forte scetticismo verso i test proiettivi e le prove grafiche. Tuttavia, i test cognitivi e i self-report da soli non possono accedere a quelle componenti dinamiche della personalità meno consapevoli. Perché c’è ancora questa difficoltà ad integrare metodi diversi di valutazione?

R. Mi perdoni, la sua domanda parte da posizioni oramai superate, forse ancora diffuse ma superate. In un momento di grande crisi della psicologia e di “attacchi armati” nei confronti dei test da parte di una componente di “psicologica scientifica”, alla fine degli anni 90 del secolo scorso, l’American Psychological Association (APA) ha commissionato a un gruppo abbastanza nutrito di clinici (Meyer, ecc.) di fare il punto sull’utilizzo dei test. Il gruppo ha prodotto un documento finale che si pone come un discrimine tra un prima e un dopo; tra le tecniche proiettive tout court e i test cognitivi e i self-report. Di fatto non esistono e non sono mai esistite le tecniche proiettive, come accennavo prima, quello che ci ha sviato è stato l’aver confuso la tecnica con l’approccio interpretativo, e l’approccio proiettivo è uno dei possibili approcci, ma non l’unico. Hermann Rorschach non aveva pensato alle sue macchie come una tecnica proiettiva, tutt’altro. L’approccio proiettivo di fatto è senza regole, è fortemente impressionista e basato su “costrutti ipotetici” poco verificabili, insomma tutto nelle mani del clinico che si affida a una teoria della personalità, quella a impostazione psicodinamica che, tuttavia, non è l’unica teoria né è abbastanza forte da dominare sulle altre. Da quando nel 2001 Greg Meyer, Stephen Finn e altri hanno pubblicato una fondamentale rassegna sull’evidenza del testing e dell’assessment psicologico, l’approccio ai test ha cambiato registro, anzi potremmo dire che è cambiato il paradigma: si è passati (in parte si sta cercando ancora di passare), con grandi sforzi, dal paradigma interpretativo a quello empirico, 

 D. Parliamo del Personality Assessment Inventory (PAI): come è strutturato e come supporta il professionista nella psicodiagnosi?  

R. Nonostante sia un test pubblicato nel 1991, verrebbe da dire che è un “test di ultima generazione”. L’autore, Leslie C. Morey, ha cercato di fare un salto in avanti rispetto ad alcune caratteristiche di altri self-report, soprattutto rispetto a quelli che sono certi difetti, primo tra tutti la sovrapposizione di item tra le diverse scale, problema che nel PAI non si presenta. Si tratta di un self-report che offre informazioni più attuali rispetto alla psicopatologia odierna. La parte interessante sono le scale che ci consentono di valutare l’approccio del soggetto, le cosiddette scale di validità, e tutti quegli indici secondari che consentono di intercettare con maggiore facilità i tentativi di alterare la risposta. Di particolare interesse e utilità è il rapporto tra scale e sottoscale, ognuna di fatto è indipendente. Per esempio, un costrutto complesso come può essere la Depressione è il risultato di tre aspetti diversi, espressi nel PAI dalle sottoscale: perché il clinico possa fare una diagnosi di depressione è necessario che non solo la scala Depressione sia oltre il cut-off, ma che anche tutte le tre sottoscale abbiano superato la soglia di significatività. Di contro, le sottoscale viaggiano anche autonomamente e non sono necessariamente l’espressione del costrutto di riferimento. Facciamo un altro esempio, la sottoscala BOR-S (Autolesionismo) è una delle quattro sottoscale della scala BOR (Caratteristiche Borderline); essa evidenzia comportamenti impulsivi e pericolosi. Per esempio, si alza con facilità in chi gioca d’azzardo rischiando i propri beni, ma chi gioca non è necessariamente un borderline, piuttosto ha una caratteristica che hanno anche i borderline, senza per questo esserlo.

Inoltre, la modalità di risposta secondo una scala Likert a quattro punti consente al soggetto di definire meglio il suo vissuto e al contempo offre al clinico la possibilità di cogliere le sfumature: non solo se un comportamento o un vissuto ci sono, ma “quanto” ci sono.  

D. Nella sua esperienza, con quali altri test può essere integrato il PAI per una valutazione di ampio respiro della personalità?

A un self-report non può che corrispondere, come diremmo col linguaggio di oggi, uno strumento performance based. Il self-report è l’idea che il soggetto ha di sé, per quello che riesce a capire di sé e ha deciso di comunicare, e va messo a confronto con quello che uno strumento diverso, con inferenze indirette, pensa di quel soggetto. Sì, proprio così: quello che lo strumento pensa del soggetto. Se prendiamo ad esempio il Rorschach secondo il Comprehensive System di Exner, compito del clinico è somministrare e siglare bene, poi il resto lo fa l’algoritmo interpretativo sotteso al sistema; solo successivamente interviene il clinico che rielabora le informazioni che vengono dal test, le mette insieme con le altre informazioni che ha, comprese quelle extra-test, per arrivare ad una descrizione coerente e funzionale della persona valutata.

D. Oltre alle scale di validità, cliniche, di trattamento e interpersonali, il PAI presenta degli ulteriori indici che si basano su particolari combinazioni di punteggi di scale o su funzioni discriminanti. Ci può parlare del valore di questi indici? 

R. Le scale di validità come si è sempre detto e saputo sono l’elemento fondante di qualsiasi self-report, è il loro andamento che ci consente di dare un senso al profilo che segue. In questo potremmo dire che il PAI è un self-report di seconda generazione. Nel PAI sono infatti presenti una serie di indici, costruiti attraverso alcune costanti, e un indice di regressione che consentono di dare maggiori indicazioni su alcune condizioni specifiche. Ci sono indici che consentono di inferire più direttamente aspetti di difesa o di malingering, ma ci sono anche indici che consentono di inferire potenzialità comportamentali non direttamente riferite dal soggetto: ad esempio, l’indice su un potenziale di violenza o sulla potenzialità al suicidio.

 D. Il PAI dà la possibilità di interpretare secondo un sistema di codici?

Si, Morey ha proposto un’interpretazione sia per configurazioni rappresentate da codici e sia attraverso configurazioni specifiche frutto di un accorpamento di scale e sottoscale diverse, per definire una configurazione clinica che non è esplicitata direttamente da una specifica scala. Per esempio, nel PAI c’è una scala che definisce il disturbo antisociale di personalità che è il risultato di tre componenti diverse rappresentate da specifiche sottoscale; mentre non esiste, per esempio, una scala per il disturbo narcisistico, tuttavia sappiamo che questo può essere inferito da tre sottoscale che rappresentano caratteristiche tipiche di questo disturbo: MAN-G (Grandiosità), DOM (Dominanza) e ANT-E (Egocentrismo). Queste configurazioni, tuttavia, non sono ancora disponibili per l’edizione italiana del PAI, ma speriamo lo siano presto.

D. Essendo approdato in Italia piuttosto recentemente, sul PAI non ci sono ancora tanti studi italiani, specie relativamente all’ambito forense. Esso però ha, a livello internazionale, una lunga storia in questo settore. Ci parla del potenziale applicativo del PAI in contesto forense?  

R. Direi che, pur non essendoci ancora in Italia una casistica ampia sull’uso in ambito forense, avendo il PAI, più di 25 anni di storia sono tuttavia molti i lavori che ne sostengono l’utilizzo sia in ambito carcerario sia in contesti medico-legali o giuridici. In un incontro tra colleghi che nell’ultimo anno hanno utilizzato il PAI in contesti diversi è emerso come esso ben si adatti all’ambiente giuridico, per le caratteristiche peculiari del modo di valutare l’interpretabilità del protocollo e le interferenze intenzionali di alterarne i risultati. Per esempio, la coppia di scale interpersonali consente di definire uno stile di relazione che va al di là del semplice sapere se uno si relaziona o meno, e questa è certamente un’informazione utile in tutti quei contesti in cui è in gioco il parenting, o la relazione di coppia.

 D. Il report del PAI presenta due cut-off: uno a 70 punti T e quello indicato dal cosiddetto “skyline”. Ci parla di queste due prospettive interpretative?

Lo skyline è certamente uno degli aspetti più interessanti del grafico in cui sono espressi i risultati del PAI.  Vediamo se sinteticamente riesco a spiegarlo in maniera chiara: è come se fossero sovrapposti due campioni, quello generale non clinico e quello clinico. Il campione generale si esprime attraverso il grafico rappresentato dai punteggi ottenuti dal soggetto e questo ci consente di capire quanto questo devia rispetto alla media della popolazione generale non clinica; lo skyline sovrapposto, esprime l’andamento della popolazione clinica e definisce due deviazioni standard dalla sua media. Quindi, contemporaneamente, noi possiamo vedere sia come il soggetto si distanzia dalla popolazione generale sia come si colloca rispetto a quella clinica. Forse un esempio ci aiuta a capire meglio. Due deviazioni standard dalla media sono il cut-off convenzionale per considerare il punteggio d’interesse rispetto alla specifica scala, mentre due deviazioni standard del campione clinico corrispondono ad un innalzamento diverso. Le due deviazioni standard del campione clinico per la scala DEP (Depressione) hanno una corrispondenza nel campione clinico a 91, quindi se il nostro soggetto ha una DEP che si pone tra 70 è 91 è più depresso della media della popolazione generale, mente se si pone a 95 non solo è più depresso della popolazione generale ma è anche più depresso nel riferimento con la popolazione clinica: in questo caso il report fornisce un’informazione importante rispetto alla reale gravità del suo essere depresso.

Luigi Abbate, psicologo, analista di formazione junghiana, insegna Fondamenti di psicodiagnostica clinica presso la scuola di specializzazione in Psicologia Clinica di Sapienza Università di Roma e Psicodiagnostica dell’età evolutiva e dell’adulto alla LUMSA di Roma. Vicedirettore del Master Universitario di II livello in Psicodiagnostica e Valutazione Psicologica del Consorzio Humanitas-Lumsa di Roma, è autore di numerosi lavori sulla psicodiagnostica e l’assessment e, insieme a P. Porcelli ha recentemente pubblicato, IRorschach Comprehensive System. Manuale di siglatura e interpretazioneRaffaello Cortina Editore.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Dialoghi

Psicologia Plurale: Un Dialogo con Costanza Jesurum (Roma)

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Proseguono i dialoghi di Psicologia Plurale, tenuti da Gabriele Cassullo con psicologi di vario ambito e orientamento.

In questa intervista con Costanza Jesurum (Roma) si toccano i temi dell’antiviolenza, dell’afflato politico inerente alla professione e della qualità della presenza dello psicologo nel web.

Costanza Jesurum è nata a Roma, dove lavora come psicoterapeuta a orientamento junghiano. Si è laureata prima in Filosofia, poi in Psicologia. Si è specializzata presso l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e ha pubblicato “Manuale Antistalking” (Melangolo, 2014), “Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana” (Minimum Fax, 2015), “Dentro e fuori la stanza. Cosa succede a chi fa psicoterapia oggi” (Minimum Fax, 2017).

Prevalentemente svolge attività di studio privato, ma collabora anche con testate giornalistiche e, da dieci anni, tiene il blog “Bei zauberei”.

Gabriele: La prima domanda di questa intervista sull’avviamento alla professione di Psicologo è la più classica. Come sei arrivata a scegliere questa professione?

Costanza: Sono arrivata tardivamente alla scelta della professione, e direttamente a quella di psicoterapeuta. Mi sono prima laureata in filosofia e in quegli anni qualcuno mi diceva che mi avrebbe vista come psicologa, mentre io pensavo che avrei più volentieri voluto scrivere e lavorare nell’editoria o nell’imprenditoria culturale (cose che in effetti ho anche fatto). Accadde però che sull’orlo della laurea mi avvicinassi al mondo del volontariato (violenza di genere – all’epoca telefono rosa) e fu un’esperienza galvanizzante e frustrante. Parlare con le persone delle loro storie personali e trovare insieme a loro possibilità nuove mi piaceva molto, ma mi rendevo conto di essere senza strumenti adatti, capii che quel tipo di lavoro mi sarebbe piaciuto molto di più di qualsiasi lavoro intellettuale. C’era una dimensione di piacere ecco, e anche una sensazione di fare filosofia in un altro modo. E quindi mi iscrissi a Psicologia.

Gabriele: Come hai trovato lo studio della Psicologia all’Università? Era come te lo aspettavi? E che cosa all’Università ti ha appassionata e indirizzata utilmente, ripensandola alla luce del poi?

Costanza: Sono arrivata a psicologia con una laurea in filosofia e una grandissima spocchia, ero preparata al fatto che nell’accademia specie i primi anni si studia la microfisica di una disciplina e i suoi spesso poco fascinosi fondamenti perciò non tradì le mie aspettative e anzi, al contrario mi sorprese. Inoltre psicologia a Roma è particolarmente intrisa di psicologia dinamica – e all’epoca c’erano diversi psicoanalisti junghiani e freudiani a tenere dei corsi, e per me l’incrocio tra prospettiva psicodinamica e ricerca standardizzata fu una cosa impressionante e fulminante, che mi ha credo condizionata profondamente dopo. Ero approdata alla psicologia con un’idea letteraria, artistica e artigianale della disciplina e questa idea tutto sommato rimane, ma l’università mi ha dato un secondo polo, un secondo centro prospettico, un modo – la ricerca scientifica la logica sperimentale – che si è messo in tensione costante con il primo modo di vedere la disciplina e la pratica clinica. Trovai anche in tutta la riflessione sulla metodologia della rilevazione dei dati – analisi dei dati! – il proseguio di quello che avevo studiato a filosofia della scienza, e mi resi conto di quanto il mondo intellettuale da cui provenivo poco sapesse della mole di lavoro intorno alla nostra ricerca. Pensando anche a questo ho lavorato poi al mio modo di fare divulgazione, quasi nel tentativo di riparare un torto.
Poi c’è un’altra cosa. Io mi sono laureata con Lingiardi. Gli sono molto grata, perché è stata una salubre correzione ancora una volta ai vizi di una matrice culturale e possiamo dire di ceto e di classe, feci entrambe le mie tesi (per la triennale e per la specialistica nell’area dei “gender studies” e ho acquisito un modo di pensare non solo le questioni di sesso e di genere ma anche di storia della disciplina e di consapevolezza politica delle categorie che utilizziamo che non mi ha abbandonata. Ci sarebbe ancora nel cassetto un libro su psicoanalisi e femminismo a metà, prima o poi lo finirò – ma le mie due tesi di laurea hanno influenzato molto il mio lavoro successivo. Sono stata nei centri antiviolenza, ho scritto di stalking, etc.

Gabriele: È molto interessante questa traiettoria che dal Telefono Rosa ti ha condotta ai centri antiviolenza. È un tema caldo, come sai. Che cosa pensi dell’attuale situazione di questi servizi? E come la psicologia potrebbe aiutare a migliorarla in futuro?

Costanza: La realtà dei centri antiviolenza è estremamente variegata e penso quasi del tutto sconosciuta all’opinione pubblica. I centri nascono come risposta ideologica e politica a una necessità materiale e risolvono con pochissime risorse situazioni di estrema gravità, di cui l’opinione pubblica ha contezza solo nelle forme episodiche e definitive dei fatti di cronaca.

Nei centri antiviolenza trovano protezione donne sfregiate, madri e bambini vittime di tentato omicidio e su cui pendono promesse di morte, e una serie di situazioni che non solo soltanto semplicemente l’esito di un sistema culturale maschilista ma anche l’esito di incontri con psicopatologie gravi e la spuma di una grave marginalità sociale. Fanno perciò un grande lavoro di recupero di donne in difficoltà e di reinserimento sociale, quando lavorano bene, le tolgono da contesti gravemente abusanti e le reinseriscono in progetti di vita più salubri per loro, fanno cioè non soltanto un prezioso lavoro di riparazione dell’abuso, ma anche di riconsegna a una vita quotidiana. Tutte queste cose vengono portate avanti con pochissimi soldi, con operatrici sottopagate e a forza di appalti e di bandi regionali o nazionali. Fanno molto, ma indubbiamente non coprono la domanda che viene dal territorio, e la situazione è particolarmente ingravescente nel sud e nelle isole, dove i centri sono molti di meno. Quindi, al netto di tutte le critiche possibili a me pare che siano un dispositivo che argina in maniera efficace la violenza di genere e che necessita di sostegno politico ed economico.

Questo non vuol dire che lavorino sempre al meglio, ma pensare a un miglioramento nell’attuale momento storico è più complicato di quanto si pensi. I centri antiviolenza sono infatti una soluzione a un problema della comunità che viene dalla critica femminista.

Nascono dalla riflessione delle donne femministe e come azione militante verso quelli che per loro sono gli effetti di una società maschilista. Ne consegue che ci lavorano solo donne, che si occupano soprattutto di donne e che sono affezionate al momento della storia del pensiero femminista che combacia con la teoresi della differenza. Non si mastica Judith Butler, non si conosce Teresa De Lauretiis, ci si ferma a Irigaray e ancora si celebra Carla Lonzi. Di conseguenza, l’intervento psicologico è visto con molta ambivalenza: viene chiamato in causa quando si tratta di aiutare le donne, ma ributtato fuori dalla finestra quando si tratta di ragionare intorno alle dinamiche perverse dei sistemi familiari o delle psicopatologia che connota l’uomo violento. E io per questo motivo – cioè sia per affetto a Hegel per un verso, e a Butler per un altro, sia per fatica a un modo di concepire uomini donne e sguardo psicologico, sono uscita dai centri, e ho smesso di lavorarci. Ero a disagio – pur riconoscendone la grande utilità materiale.

Se dovessi però pensare a un intervento, non penso che dall’alto, dallo stato debba venire un intervento che corregga in maniera uniforme l’attività dei centri – perché in un certo senso penso che sia più intelligente culturalmente rispettare quel sapere e quella storia politica, che in qualche modo sono ancora utili ed efficaci. Piuttosto mi piacerebbe in linea di massima- temo al momento onirica – che venissero finanziati dei progetti di intervento sociale sulla violenza di genere intrafamiliare che abbiano una primigenia prospettiva psicodinamica con uno sguardo attento ai bambini e alla psicopatologia di tutte le parti in causa, dove possano essere arruolate donne e uomini con competenze specifiche, che abbiano anche tesaurizzato la lezione femminista e che vadano oltre in un progetto sociale e inclusivo. Va detto però, lo dico con una certa esperienza anche di terapia con maschi abusanti, che sarebbe un progetto molto complesso da realizzare perché la psicopatologia dell’uomo talmente violento da far finire una donna in un centro, è in generale piuttosto resistente all’intervento clinico, refrattaria, cronicizzata. Secondo alcuni operatori ha maggior probabilità disuccesso, l’intervento avvenuto dopo che c’è stata una sanzione giuridica e una condanna penale. In ogni caso, e sempre sul piano utopico perché di questi tempi soldi non ce ne sono, mi parrebbe più intelligente affiancare i centri con nuovi spazi riformulati e gestiti dal pubblico, piuttosto che modificare quelli che ci sono, spazi in cui la priorità sia data allo sguardo psicologico che alla critica sociale, diversamente da come funziona attualmente.

Gabriele: Sì, negli anni si sono create strutture, pubbliche e private, che operano in questo ambito. Consultori, comunità ecc. Ti viene in mente qualche estratto dal tuo lavoro psicoterapeutico con persone vittime di violenza? Anche per dare un’idea di quale potrebbe essere il contributo dello Psicologo in questo campo.

Costanza: Si certo, anche se mi piacerebbero più bandi pubblici per progetti di case di accoglienza, perché molte di queste donne hanno bisogno di una riprogrammazione ab ovo della loro vita pubblica e privata, anche per questioni di sicurezza, e con una particolare attenzione logistica alla segretezza.

Ma per venire alla tua domanda. C’è una sorta di diagnosi differenziale che va fatta con le donne vittime di violenza ai primi incontri. Semplificando grossolonamente, perché poi sappiamo che in psicologia le differenze non sono mai così nette – c’è un tipo di violenza di genere che è l’esito di una organizzazione patologica della coppìa dove la donna colpita è invischiata in una relazione altamente disfunzionale, in un gioco di perversioni, identificazioni proiettive e deleghe. Poi ce ne è un secondo tipo, molto frequente con la violenza di genere correlata allo stalking che invece si determina quando la donna in realtà ha un benessere psicologico di fondo, nella coppia patologica non ci vuole stare, ci è finita per uno stato di debolezza transitorio. Il primo caso riguarda sistemi di coppie violente che possono durare anni e decenni e che si spezzano spesso e volentieri per questioni estranee alla violenza fisica o psicologica, che è un linguaggio accettato dalle parti in causa. Si tratta di coppie dove c’è un alto grado di malessere, diagnosi psichiatriche intorno all’asse due (disturbi di personalità) quasi sicuramente per entrambi, dove indubbiamente la componente sociale ed economica può costituire una variabile di rinforzo importante, ma non è il dato saliente. Il secondo gruppo di casi è quello per cui invece una donna è entrata in relazione con un uomo con una patologia grave, ma con un approccio molto fusionale, molte attenzioni, un corteggiamento serrato e che la sollevava e la faceva sentire riscaldata in una fase di debolezza transitoria. Relazioni che nascono dopo episodi difficili della vita della donna: un lutto, una malattia importante, la perdita di un posto di lavoro, e che hanno all’inizio per lei un sapore riparativo. Se non che poi la donna si riprende, aveva una depressione reattiva e transitoria, l’uomo invece aveva un problema più strutturato e importante, la fusionalità non è più dirimente per lei ma rimane vitale per lui per cui: lei deciderà di chiudere quando lui vorrà continuare. A quel punto emerge la violenza di genere come dispositivo psichico e in alcuni casi socio culturale – per tentare invano di ripristinare la fusionalità perduta o la gerarchia in declino ( il gradiente con cui si mischia la componente sociale e maschilista, meriterebbe una discussione a parte. Il dato psicodiagnostico e psichiatrico per me c’è sempre, ma ci sono contesti, anche nel nostro paese, in cui questo dato diagnostico è socializzato vi si assegnano dei valori condivisi diventa sistema culturale).

Gabriele: Mi pare che si possa dire che nel tuo modo di declinare la professione di Psicologo ci sia quindi un equilibrio fra il versante individuale e quello sociale, senza che nessuno dei due ne risulti sacrificato.

Traspare dalle tue risposte un impegno sociale che si fa quasi politico direi. Secondo te davvero il lavoro psicologico puó contribuire a modificare non solo la vita del singolo ma anche quei contesti culturali a cui ti riferivi?

Costanza: Discorso molto ampio. Penso quasi più al lavoro possibile dello psicologo che della psicoterapia, che per la verità è ciò che faccio per la maggior parte del mio tempo professionale. Ma la psicoterapia è – se davvero fatta bene – la scoperta e riappropriazione di un destino, anche quando dovesse andare distante dalle nostre convinzioni. Invece io ho in effetti diverse idee su un possibile uso politico in senso vasto del sapere psicologico o più strettamente psicodinamico. Sulle modifiche che potrebbe apportare. Per esempio mi capita spesso di riflettere su come i cosiddetti fattori di rischio incidano sulle matrici relazionali, o su come le psicopatologie incontrandosi e contattandosi, generino a loro volta microculture.

Questo mi da una visione di uno sguardo sociologico psicologicamente investito che suggerisce dei provvedimenti politici. E quindi come psicologa fare determinate proposte.

Per esempio: se so che in una certa area amministrativa c’è una potente disoccupazione e un dilagante alcolismo, elementi che procurano una maggior incidenza di aspri conflitti intrafamiliari, con conseguenze maggior incidenza statistica di diagnosi importanti nell’area dei disturbi di personalità, posso immaginare degli interventi di natura preventiva. Per esempio garantire un maggior numero di posti negli asili nido pubblici, e il tempo prolungato per le scuole primarie. Perché è vero che le figure genitoriali sono primarie e importanti, ma è vero pure che si sottovaluta il potere salvifico di relazioni secondarie e protettive, Una buona compagine al nido, una brava maestra elementare possono (un potere che deve fare i conti con la biologia e il dna ma c’è ) essere la differenza tra una nevrosi e un Disturbo Borderline di Personalità. Oppure, se penso alla quantità di malessere psicologico anche grave che circola nelle scuole, e che sale agli onori della cronaca solo quando esita nel suicidio o nel bullismo, io mi chiedo se non sia possibile immaginare un’attività di screening e un intervento nelle scuole che sia meno affidato alle politiche di questo o quel preside, con sportelli affidati senza criteri chiari.
Invece guardo con molto sospetto all’uso delle categorie politiche per delegittimare organizzazioni partitiche o orientamenti e scelte elettorali, come reiteratamente ci è capitato di leggere fin da quando si facevano le diagnosi a Berlusconi. Questo sia per un motivo marcatamente deontologico che riguarda il rispetto per i pazienti titolari di quelle stesse diagnosi usate per squalificare le persone, sia per un rispetto per le logiche elettorali ma anche a causa di un certo disincanto in merito all’epistemologia della diagnosi. Le diagnosi sono molto versatili, se uno è narcisista lo è a destra come a sinistra, nel sindacato come nell’esercito.

Gabriele: Anche il titolo del tuo libro “Dentro e fuori la stanza”, per Minimun Fax, evoca questo tuo specifico modo di stare sulla soglia fra mondo interno ed esterno.

Credo che ciò implichi anche un modo per lo Psicologo di abitare i Social e il virtuale in generale, come nuovi luoghi di aggregazione di forze vitali e non solo di disgregazione del tessuto sociale “reale”. Ci puoi esprimere il tuo pensiero al riguardo?

Forse talvolta la differenza nella vita la fa anche solo il fatto di effettuare, in quei momenti di fragilità a cui ti riferivi prima quando parlavi delle vittime di relazioni disfunzionali, un buon o un cattivo incontro.

Costanza: Devo molto alla rete, soprattutto, ma non solo, professionalmente. Con la rete – e cioè con il Blog e Facebook – ho avuto degli editori, delle collaborazioni a riviste e giornali, perfino la televisione – anche se non ho accettato mai. Ho fatto anche dei bellissimi incontri con colleghi, o con persone che magari mi interessavano per altre cose – per esempio amo scrivere: sono un lettore forte, e mi sono ritrovata a poter chiacchierare con qualcuno di cui avevo letto i libri anni prima. Penso che per molte persone l’uso dei Social abbia modificato la struttura del quotidiano inserendo delle ritualità comunicative e relazionali in più, e che anzi possono essere persino eccessive. Regolarmente arriva qualcuno che dice che oggi, con i Social siamo tutti più soli, e io credo che chi lo dice in realtà non abbia capito neanche lontanamente di cosa si tratta. Invece la mia sensazione è – nel bene, come devo dire anche nel male – che il mutamento antropologico dell’immissione dei Social – con la correlazione a tratti mefistofelica ai telefonini – è quella di una potenziale relazionalità costante, con una sempre potenziale possibilità di interloquire e far sapere dove si è cosa si fa e che problema si ha. Questa interconnessione costante può essere sicuramente collusiva, con problematiche individuali che le siano complementari, o che ci si incastrino in maniera anche non proprio scontata, ma questo vale per tutte le cose, tutto sommato anche con il baretto di paese dove l’eterno disoccupato passerà intere giornate a parlare con le persone di passaggio, non può voler dire che il baretto sia una cattiva istituzione.

Gabriele: La tua risposta mi fa venire in mente due cose.

La prima è associativa e riguarda l’intervista a un musicista, Moby, il quale disse che New York è la città in cui ci si puó sentire più soli al mondo. Perche, anche se si è circondati da gente, si puó finire a vivere isolati in un appartamento e, avendo tutto a portata di mano o di click, non si esce mai dal proprio isolato.

La seconda riguarda l’ “essere iperconnesso”. Mi viene da riflettere su come le popolazioni umane abbiano sempre avuto bisogno di confini, e questo ad esempio per arginare epidemie virali. Di modo che non si diffondessero nell’intera popolazione.

Forse questo è uno dei rischi dell’iperconnessione odierna. Possiamo diventare portatori e trasmettitori inconsapevoli di “epidemie psichiche” (idee, mentalità…) se non si è attenti e critici verso i contenuti che vengono condivisi. In questo senso vedo anche il ruolo dello psicologo online come un elaboratore di vaccini che immunizzino la comunità rispetto alla trasmissione virale e acritica di contenuti. Un intessitore di pensiero, insomma.

Che cosa ne pensi? Ti viene da associare altri pensieri o esperienze personali?

Costanza: No io non penso che la vita sui Social aumenti la percezione della solitudine in modo dirimente – o meglio forse può capitare di vedere scritte le modalità delle relazioni proprio e altrui e di riflettere sulla difficoltà che si ha nel reagirvi per cui chi ha certe strutture difensive se la vivrà in un modo e un altro in un altro. Il paragone che fai però non mi convince del tutto perché il funzionamento dei Social ti permette di decollare dal pianerottolo delle tue conoscenze e di confrontarti con grandi numeri di contatti anche estranei solo quando lo decidi, ad intensità molto diverse, ed è diverso dalla grande città che in qualche modo ti impone grandi numeri di estraneità nel momento stesso in cui ci metti piede – senza considerare il fatto che nella prassi dei Social la comunicazione tra sconosciuti è un fatto accettato quasi tipico del mezzo, mentre nei contesti urbani al contrario è giudicata con sospetto. Ma per dire, le persone con pochi contatti perché così desiderano, vivono in un clima interattivo sui Social pari a quello della frazione sull’Aurelia. Piuttosto ho constatato che molte persone difficoltà sul piano relazionale, troveranno nella connessione collettiva e costante della rete una serie di occasioni intermedie che permettono alle resistenze comunicative di negoziare, entrare in relazione e scavalcare i muri. Per le persone che hanno difficoltà relazionali la rete è un aiuto materiale molto consistente. Questa cosa potrebbe sfuggire a chi sta poco in rete e chi ne gode poco delle potenzialità relazionali. Chi la abita molto spesso si trova a vedere relazioni che dalla rete cadono nel reale, e si intrecciano alla vita materiale diventando amicizie materiali. Ho fatto delle amicizie tramite il Blog e Facebook, amicizie di persone che vedo a cena, con cui parlo dei di cose banali e private, o con cui ragiono di progetti di lavoro – anche questa intervista per dire. E in qualche caso, ho incontrato persone di una timidezza incredibile, qualcuna molto ritrosa e diffidente, che molto difficilmente avrei contattato se fossimo state insieme in un analogo grande contesto.
invece penso che la rete possa costituire un problema per persone di diverso assetto psichico i narcisisti e i seduttivi, per certe personalità magari facilmente alla mercé del parere del prossimo, che magari delegano a terzi delle decisioni, che affidano al collettivo o per quelli che non si mettono in gioco in certe cose importanti della propria vita, impegnative, che esigono solitudine, ma si spendono nel gioco liquido e spicciolo di una comunicazione non sempre concludente, necessaria. La rete è un’occasione di levità costante. Perciò non solo esiste un problema di confini ma anche di saperla usare in un modo capace di produrre gerarchie di senso importanti. E tutto questo non è impossibile ma neanche immediato.

Per quello che mi dici tu cioè sulle epidemie emotive e culturali, è assolutamente vero, e credo che dipenda da questioni che forse spiegherebbe meglio un collega cognitivista di me, che ho una formazione psicodinamica. Ma io rilevo un particolare funzionamento cognitivo nell’approcciare lo schermo, e quello che vi si legge, una sospensione di giudizio critico, un affidarsi ipso facto a oggetti che si considerano immediatamente credibili e condivisibili. Per fare un esempio ( a cui confesso di ricorrere spesso): qualche anno fa Steven Spielberg pubblicò una foto in cui era seduto davanti a un triceratopo morto, un dinosauro del suo film Jurassic Park, e 5000 animalisti (cinquemila) protestarono e scrissero arrabbiatissimi perché si vantava di aver ucciso una creatura innocente. Cioè hanno visto la foto, hanno deciso che era tutto vero, non hanno considerato l’ipotesi che un bestione con tutti bozzi in testa di dieci metri forse era la copia di un dinosauro, e si sono incendiati. Dopo di che è avvenuto quello che dici tu, una sorta di contagio emotivo, e ideologico, come se la sospensione del giudizio di suo slatentizzasse con più agio altre cose sotterranee ed emotive, e qui forse l’armamentario psicodinamico torna utile. Si abbassa la valutazione critica dell’immagine, si scatenano meccanismi difensivi arcaici: scissione e proiezione. Nella comunicazione tra soggetti anche affascinanti subdole quanto efficaci forme di identificazione proiettiva.

Gabriele: Costanza, ti ringrazio molto per la tua generosità. e per la densità dei contenuti che hai offerto.

Mi verrebbe da portare avanti la chiacchierata, riflettendo su concetti come “occasioni intermedie”, non immediatezza/immediatezza della rete, e quella magia per cui noi siamo percettivamente soli con un device (assorbiti nel nostro privato, e come se nessuno ci vedesse) ed esprimiamo qualcosa che diventa istantaneamente pubblico. Cose di questo tipo, che meriterebbero di essere espanse. Ma che è anche bene forse lasciare insature, in modo che si espandano nelle mente di chi ci legge eventualmente.

Vuoi ancora aggiungere qualcosa?

Costanza: Grazie di tutte queste belle domande. Quello spazio intermedio, o meglio la materialità degli atti di cui si compone l’azione solitaria che si iscrive nel discorso collettivo, è un’ellisse in cui ci possiamo pensare a due coppie di fuochi. La prima riguarda il grado di autenticità degli atti comunicativi. Le comunicazioni sui Social infatti sono tutte fortemente mediate e hanno ognuna un grado di artefazione: si comincia controllando la grammatica e la logica di quello che si scrive – che è già un’operazione di controllo dell’immagine di se, e si va verso un grado successivo di perfezionamento nella cesellatura dello stile, fino a gradi sempre più sofisticati: la scelta di foto migliori, il ritoccare le foto in cui si è ritratti. Non si tratta di menzogna, di mettere davanti diciamo una personalità diversa dalla propria per ingannare l’altro – in rete ingannano in pochissimi e pochissimi hanno il dominio necessario sul linguaggio per poter vestire le spoglie di un altro da se – ma di una rappresentazione del meglio di se, l’ideale dell’io secondo i canoni propri del proprio modo di pensare e di sentire. La seconda polarità riguarda l’uso buono e cattivo della prima, il mancato controllo delle proprie logiche comunicative, versus una sorveglianza matura e attenta delle modalità con cui si entra in relazione. Su questo asse – quando capita – si può iscrivere l’inclusione dello sguardo psicoterapeutico sull’uso dei Social, i quali come dicevo prima tridimensionalizzano i propri comportamenti rendendoli osservabili. Verba volant, scripta manent: due persone litigano su Facebook ed entrambe hanno la possibilità di ragionare con lo storico delle loro reazioni emotive, la lettura dei loro scambi, il fatto che circostanze analoghe si sono riprodotte su altre bacheche, su certe loro ricorrenze, vulnerabilità, tic comunicativi. In stanza di terapia tutto questo può diventare un patrimonio prezioso, e specie considerando quanto spesso queste interazioni sono con persone non incontrate dal vero, e su cui si hanno informazioni sommarie, si ha per le mani un dispositivo che procura un vero e proprio dispositivo che mette controluce, e da piena visibilità a tutte le proiezioni messe in gioco. Parlare dell’attività sui Social con uno psicoterapeuta può allora diventare particolarmente interessante.

Gabriele: Sono molto d’accordo. Di nuovo, ti ringrazio per questa bella intervista.

I libri di Costanza Jesurom:

Fuori e Dentro la Stanza

Negli ultimi trent’anni la psicologia e la psicoterapia sono diventate delle presenze costanti delle nostre vite. Gli psicologi sono spesso protagonisti del dibattito pubblico, intervengono sui giornali, in tv, hanno voce in cause giudiziarie, sono interpellati da chi decide le politiche sociali… La psicologia è autorevole, ha guadagnato credito, e chi ne fa uso fa molta meno fatica a capirne la necessità e a chiederne il sostegno. Al contrario, la psicoterapia appare ancora come un nebuloso insieme di questioni: se la sua efficacia comincia a essere data per assodata, rimane un senso di grande confusione sulla sua essenza. Che cos’è, rispetto alla medicina? Perché ci sono tante scuole? Quanto è bene pagare? Perché bisogna pagare anche le sedute che si saltano? Perché il genitore che manda il figlio in terapia non può avere informazioni dal terapeuta ogni volta che desidera? Perché tanti psicoterapeuti non prendono in terapia parenti dei propri pazienti? Quali rischi ci sono nell’affidarsi a chi promette di guarire la nostra psiche? Dentro e fuori la stanza è un libro che articola una serie di risposte chiare per chi va in terapia, e al tempo stesso ricostruisce il dibattito contemporaneo e la storia della psicologia recente. Un testo divulgativo su un mondo che pensiamo di conoscere ma che è molto meno trasparente di quanto appaia, utile a fare la cosa più difficile e più semplice di sempre: diventare se stessi.

Guida portatile alla psicopatologia quotidiana

«Datemi un uomo normale e io lo guarirò». Questo prometteva Carl Gustav Jung nel secolo scorso. Il tempo passato ha trasformato le sue parole in una profezia, rivelando come gli esseri umani non siano altro che dei fasci di nevrosi. Costanza Jesurum, psicanalista e terapeuta, da anni tiene un blog amatissimo, Zauberei, con cui ci aiuta a districarci nella psicopatologia della vita quotidiana al tempo delle ansie onnipresenti. E con la stessa ironia ma con un metodo ancora più stringente, ha voluto scrivere un manuale divertentissimo ma solidamente scientifico. Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana è un prontuario di resistenza umana che risponde alle mille domande che ci assillano mentre andiamo ai colloqui con gli insegnanti a scuola, ai pranzi domenicali coi parenti, dopo una nottata inaspettata di sesso con uno sconosciuto o proprio mentre usciamo dalla nostra seduta settimanale sul lettino dello psicologo.

 

 

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Dialoghi

La rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Psicodiagnosi RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPI

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo articolo – dialogando con il Dr Daniele Berto – ci concentriamo sul tema della rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico, per arrivare infine all’utilizzo del RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPIRIO è un sistema interpretativo online del MMPI, per tutte le sue versioni attualmente distribuite in Italia.

RIO | Info

RIO può essere utilizzato in tutti i contesti nei quali sia stato deciso di utilizzare una delle forme del MMPI (2, A, RF).  L’ampiezza del report permette allo specialista di individuare e scegliere le ipotesi diagnostiche più appropriate tra quelle proposte da RIO, nonché le indicazioni terapeutiche in funzione della concordanza con i dati legati all’anamnesi e all’osservazione del comportamento.

In particolare è utile in contesti dove sia necessaria una decisione operativa e terapeutica, oltre che diagnostica, effettuata in tempi ristretti.

In ambito forense, il report è stato studiato per far emergere situazioni di simulazione e/o dissimulazione di patologia nel corso di accertamenti peritali. In ambito penale il report utilizza specifiche regole interpretative e decisionali finalizzate alla formulazione di una o più ipotesi diagnostiche presentate in forma gerarchica (a partire cioè dalla ipotesi diagnostica più probabile) piuttosto che alla descrizione della personalità.

Il report del MMPI-A, oltre alla consueta accurata descrizione del profilo di personalità, prevede invece una specifica più ampia funzione in termini di ipotesi trattamentali e/o riabilitative collegate alla/e ipotesi diagnostica/che derivate dall’analisi del profilo.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

IL DIALOGO

La valutazione psicodiagnostica è una delle funzioni svolte nell’ambito dei servizi sanitari territoriali. Vista la sua esperienza diretta come psicologo dirigente e psicoterapeuta presso le AULSS, quale ritiene sia la rilevanza di tale funzione all’interno dei servizi stessi?

La valutazione psicodiagnostica, unitamente al sostegno psicologico ed in alcuni casi alla psicoterapia, effettivamente è una delle funzioni maggiormente espletate dagli psicologi operanti nel servizio sanitario. In alcuni servizi questa attività assume una rilevanza specifica tale da essere alla base di importanti operazioni decisionali sulle singole persone e/o sulle famiglie. L’operato degli psicologi nei servizi si confronta continuamente con valutazioni effettuate sia a fini certificativi sia ai fini della verifica dell’andamento dell’attività trattamentale. Negli ultimi quindici anni ha acquistato un peso progressivamente maggiore l’apporto diagnostico-descrittivo che gli psicologi hanno saputo dare in termini di ipotesi diagnostiche, meccanismi di funzionamento, potenzialità cognitive, possibili deficit, capacità residue, ecc. utilizzati all’interno delle procedure certificate o anche più semplicemente per la gestione delle singole persone.

Che tipologia di soggetti afferisce al servizio pubblico per una valutazione psicodiagnostica?

I servizi pubblici da diverso tempo hanno individuato procedure finalizzate alla certificazione a valenza psicologica. Tali procedure hanno a che fare soprattutto con la metodologia necessaria, con le figure da coinvolgere per tali certificazioni, con le aree di analisi e con i tempi necessari per produrre la certificazione. Tuttavia, queste procedure non prevedono gli standard condivisi di utilizzo di particolari strumenti psicodiagnostici. Ogni servizio, consultorio, singolo professionista, può utilizzare gli strumenti che professionalmente ritiene più adeguati a rispondere alle varie necessità. Ne consegue che i servizi possono utilizzare strumenti differenti per una stessa tipologia di valutazione. Ciò a scapito di una uniformità e confronto di procedure e di linguaggio. Può succedere infatti che per una diagnosi di disabilità cognitiva possano essere utilizzati strumenti di natura neuropsicologica oppure strumenti di performance all’interno di procedure più complesse ed ampie. Da più parti si assiste alla necessità di uniformare non tanto le procedure generali, quanto la scelta dei singoli strumenti utilizzati all’interno di tali procedure.

All’interno del servizio pubblico esistono procedure finalizzate alla formulazione di certificazioni psicodiagnostiche? Quali sono gli strumenti utilizzati a questo scopo?

All’interno dei servizi pubblici arrivano differenti tipologie di richieste di valutazione psicologica. Tale ampia gamma di valutazioni va, a titolo esemplificativo e non esaustivo, dalla valutazione delle coppie finalizzata all’adozione, alle certificazioni di deficit di natura cognitiva finalizzata al sostegno scolastico, dalla valutazione di persone tossicodipendenti con doppia diagnosi, alle necessità di natura diagnostica presente nei CSM, nei servizi di Psichiatria, di Neuropsichiatria Infantile e di Medicina del Lavoro. La gamma di problematiche esaminate e la tipologia delle condizioni psicologicamente rilevanti è molto ampia a fronte di una non altrettanto ampia, in termini di tipologia e di numero, presenza ed utilizzo nel Servizio Pubblico di strumenti oggettivi di natura psicodiagnostica.

Il MMPI è un test utilizzato da ormai molti anni e molto conosciuto. A quale motivo deve la sua diffusione?

Il MMPI fonda le proprie “fortune” italiane, e non solo, su alcuni fattori.
Il primo di essi e sicuramente l’ampia disponibilità di pubblicazioni scientifiche e di testi dedicati alla sua applicazione, alla sua interpretazione, alla sua validazione e ai suoi ambiti applicativi. Questa mole di studi ha permesso una sempre migliore e più approfondita raffinatezza descrittiva ed anche diagnostica. Il secondo fattore è che questo questionario, inoltre, negli ultimi trent’anni ha risposto alla sempre più pressante richiesta di oggettivazione dei risultati nella valutazione psicodiagnostiche. Il terzo è che questo strumento è entrato nei programmi di studio delle università, dei master e delle scuole di specializzazione. Questa popolarità si è quindi autoalimentata, favorendo una capillarità dell’utilizzo dello strumento, ritenuto, a torto o a ragione, oggettivo, pratico e di relativamente facile utilizzo in più ambiti clinici e forensi.

Quali sono i rischi legati ad una così ampia popolarità di questo questionario?

Questo ampio utilizzo ha però portato con sé numerosi rischi. Il primo rischio è legato ad un approccio interpretativo e di utilizzo superficiale ed approssimativo, favorito dal nome delle scale cliniche che riportano ad una nomenclatura diagnostica e clinica che le scale stesse non rappresentano tout-court. Faccio un esempio: di fronte ad una forte elevazione della scala 6-Pa (Paranoia), abbiamo osservato che diversi utilizzatori del test erano orientati verso una diagnosi di Paranoia, favorita unicamente dall’elevazione di tale scala. In realtà, per porre una ipotesi diagnostica di un Disturbo Paranoide o di altre psicosi, è necessario mettere insieme almeno una decina di criteri presenti all’interno del MMPI. Conoscere il MMPI non deve essere legato al semplice “averne sentito parlare”, questo non significa conoscerlo. Il suo utilizzo dovrebbe essere permesso solo dopo un approfondito studio della sua storia, della sua struttura, nonché delle fasi e dei livelli interpretativi.

A fronte della notorietà e dell’ampia diffusione di questo strumento, gli aspetti legati all’interpretazione dei risultati e al loro impiego ai fini della formulazione diagnostica sono, a suo parere, ugualmente acquisiti da parte dei professionisti che operano in ambito clinico? Ci possono essere dei rischi relativi alla corretta applicazione?

La mia esperienza è che a fronte di un massiccio e diffuso utilizzo di questo strumento, non vi sia un’altrettanta uniformità né descrittiva del funzionamento della personalità, né lessicale, né diagnostica, al punto che il profilo grafico talvolta viene “interpretato” unicamente attraverso la lettura dell’elevazione delle singole scale, senza tener conto di tutte le altre regole interpretative presenti nella manualistica e nella letteratura internazionale. Questa semplicistica modalità interpretativa non è solamente riduttiva, ma è metodologicamente errata. Ciò ha comportato una disparità e una differenza interpretativa di uno strumento che viene annunciato come uno tra i più oggettivi. Il rischio, in questo caso, non è solo di errore diagnostico o descrittivo del funzionamento della personalità, ma è anche un rischio di errore che ha implicazioni di natura deontologica.

Da dove nasce l’esigenza di mettere a punto un report interpretativo?

Devo premettere che, paradossalmente, fino a pochi anni fa non sono mai stato un fautore dei report interpretativi informatizzati/automatici. La complessità dell’analisi psicologica e psicodiagnostica è legata a una visione a trecentosessanta gradi del paziente, che comprende una corretta raccolta dell’anamnesi, l’osservazione del comportamento, il colloquio clinico, il tempo di durata dei sintomi e, non ultimo, l’utilizzo di strumenti psicodiagnostici. Tuttavia, la necessità di utilizzare non solo un linguaggio comune, ma soprattutto una corretta sequenza applicativa di regole interpretative del MMPI, ha favorito l’idea della messa a punto di un programma che risolvesse questo problema metodologico e interpretativo, lasciando nel contempo un spazio decisionale diagnostico finale al professionista. Oltre a questi innegabili vantaggi, il report interpretativo dell’MMPI ha il grande vantaggio di limitare, se non eliminare, gli errori interpretativi dei singoli professionisti e/o le omissioni di particolari elementi presenti nel test ma non riconosciuti dall’esaminatore. Altro grande vantaggio consiste nel grande risparmio in termini di tempo: mentre un buon report interpretativo necessita di un esame di circa due ore del profilo grafico, per il report interpretativo sono sufficienti pochi minuti per l’inserimento dati e circa mezz’ora per la revisione critica del report, per giungere poi ad una decisione diagnostico-interpretativa finale. Un elemento da non trascurare infine è l’“effetto suggestione” che, talvolta, un determinato profilo o l’elevazione di determinate scale possono indurre nell’esaminatore creando un bias interpretativo a scapito di una corretta interpretazione che un report interpretativo informatizzato, evidentemente, non subisce.

Come è strutturato RIO, il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-2-RF e l’MMPI-A? Che vantaggi offre al clinico che lo utilizza?

RIO è attualmente il sistema interpretativo più sofisticato e complesso presente in Italia per le interpretazioni informatizzate di tutte le forme dell’MMPI presenti sul mercato: MMPI-2, MMPI-RF e MMPI-A; dell’MMPI-2 inoltre prevede il report sia clinico sia forense e, per ciascuno dei due, sia il report della forma completa sia quello della forma ridotta. Il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-RF, l’MMPI-A è strutturato in modo tale da ottenere un report interpretativo e un report grafico a partire dai punteggi standardizzati ottenuti dalla persona in ognuna delle scale del test. Per poter utilizzare RIO è dunque necessario aver somministrato ed aver effettuato lo scoring del test ottenendone i punteggi grezzi ed i punteggi T per ciascuna delle singole scale.
RIO si avvale di circa 1600 regole interpretative che permettono una accurata descrizione del funzionamento della personalità, nonché della formulazione di una o più proposte diagnostiche presentate gerarchicamente. L’organizzazione del report prende in considerazione gli aspetti legati alla validità, la descrizione del funzionamento generale della persona, la sintesi di tale funzionamento, le considerazioni cliniche legate alla sintomatologia e/o ai meccanismi di difesa e le ipotesi diagnostiche possibili per quel tipo di profilo ricavate dalla letteratura internazionale. Come valore aggiunto, inoltre, offre alcune indicazioni di natura trattamentale sulla base del profilo precedentemente esposto. I vantaggi di questo sistema sono già evidenti solo se si considera la vasta gamma di regole interpretative applicate al test. Oltre ai vantaggi generali appena descritti, nel considerare l’utilizzo di un report informatizzato, si aggiunge anche l’uniformità del linguaggio clinico tra i vari professionisti e quindi il confronto dialettico tra gli stessi.
Ricordiamo che RIO è uno strumento dinamico in continuo aggiornamento, in grado di formulare ipotesi diagnostiche sulla base della corrente manualistica (attualmente fa riferimento al DSM-IV-TR e al DSM-5); laddove RIO fa riferimento al DSM-IV-TR significa che non esiste, al momento attuale, un lavoro accreditato sul piano scientifico che giustifichi una diagnosi o una descrizione fatta con il MMPI in riferimento al DSM-5. Sulla base del ventaglio di possibilità psicodiagnostiche fornite da RIO il clinico avrà modo, infine, di riflettere più approfonditamente sul caso permettendo di formulare anche una diagnosi differenziale consapevole e precisa con il contributo di altre informazioni qualitative acquisite sulla persona durante il processo psicodiagnostico.

RIO consente di scegliere tra un report clinico e un report forense per l’MMPI-2. Che differenze ci sono tra i due tipi di report?

Il MMPI-2 ha trovato e sta trovando ampio utilizzo in ambito forense. La richiesta della magistratura giudicante e della magistratura inquirente, di avere dati il più possibile oggettivi al fine di avere un aiuto il più possibile concreto da parte del professionista, è andata progressivamente ampliandosi nel corso degli anni. A tale scopo è stata pubblicata una serie di lavori di approfondimento specificatamente dedicati. RIO prende in considerazione entrambi gli ambiti di utilizzo, clinico e forense, offrendo alle due modalità interpretative una stessa base di interpretazione che tuttavia si differenzia in una seconda fase di analisi approfondita: il report clinico in termini di funzionamento personologico, relazionale e diagnostico-terapeutico mentre il report forense in termini di attendibilità, falsificazione, esagerazione, strumentalizzazione dei sintomi e elementi simulatori e dissimulatori. In sintesi, il report clinico analizza più approfonditamente la descrizione della personalità, si focalizza sugli aspetti trattamentali e dà maggiore spazio alla sintesi descrittiva e alle ipotesi diagnostiche. Il report forense utilizzato in ambito penale analizza il comportamento criminale secondo la classificazione di Megargee ed include anche considerazioni sulla cosiddetta “pericolosità sociale”.

RIO offre un report forma breve e un report forma completa per l’MMPI-2. Che differenze ci sono in merito alla quantità di informazioni prese in esame e alla complessità dell’interpretazione fornita?

La cosiddetta forma breve o di base del MMPI-2, consistente nella risposta ai soli primi 370 item del questionario, permette il computo e l’analisi completa di tutte le scale cliniche di base, di quelle scale cioè che hanno un peso fondamentale nella formulazione delle ipotesi diagnostiche. La forma ridotta permette la lettura e l’interpretazione di tali scale, dei code-type, dello schema di Diamond, delle scale di Harris e Lingoes e delle formule derivate. Nello specifico, il profilo generato da RIO, che analizza i punteggi derivati dalla forma breve dell’MMPI-2, prende in considerazione i seguenti fattori: analisi delle scale di validità e sottoscale di Harris e Lingoes e la loro configurazione, elevazione media del profilo, indice di dissimulazione, percentuale di risposte V/F, elevazione media delle triadi, configurazioni particolari, code-type, schema di Diamond e indici derivati. L’analisi del profilo completo permette, oltre a quanto previsto sopra per il profilo della forma ridotta, anche l’interpretazione descrittiva di ulteriori scale di validità (VRIN e TRIN) e l’interpretazione delle scale di contenuto e delle scale aggiuntive. I due report non si differenziano in termini di qualità e accuratezza.

I servizi pubblici utilizzano strumenti informatizzati di supporto al processo diagnostico? Utilizzano report informatizzati?

Nell’ambito della diagnostica sanitaria nei servizi pubblici si assiste sempre di più all’utilizzo di strumenti che favoriscano un risultato uniforme e comparabile. Ciò purtroppo non sta accadendo per la diagnostica di natura psicologica a causa della scarsità degli strumenti informatizzati disponibili per la diagnosi psicologica e della loro, talvolta, scarsa affidabilità, salvo qualche rara eccezione. La pubblicazione di RIO ha favorito l’utilizzo di questo strumento, oltre che da parte dei professionisti, anche da parte di alcuni servizi operanti in ambito pubblico. Un esempio è rappresentato nella Regione Veneto dove, con l’obiettivo di uniformare il linguaggio e l’analisi delle persone che presentavano possibile patologia da stress lavoro correlato, tutti i dipartimenti di prevenzione si sono dotati di questo strumento, allo scopo di produrre report interpretativi uniformi e comparabili tra i vari servizi della Regione stessa. Uniformare i report informatizzati non significa uniformare le diagnosi, bensì uniformare i processi diagnostici in quanto la diagnosi è prerogativa di un complesso ragionamento clinico di cui il report interpretativo rappresenta un momento e una proposta affidabile. I servizi pubblici si stanno avvicinando a questo e ad altri strumenti in considerazione del risparmio, in termini di tempo/operatore, dato dall’utilizzo di questi, anche a fronte di una talvolta impegnativa spesa iniziale. Se consideriamo, ad esempio, che un servizio di Psichiatria o di Neuropsichiatria infantile utilizza, ad esempio, anche solo 20 MMPI al mese, questo può risparmiare in termini di tempo/operatore dalle 200 alle 300 ore all’anno, guadagnando anche in termini di affidabilità e uniformità diagnostica. Questa semplice considerazione ha permesso, per esempio, ad alcuni professionisti di convincere le proprie aziende sanitarie di fornirli di RIO.

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BIO Dr  Berto

Psicologo dirigente e psicoterapeuta presso la AULSS 6 Euganea di Padova, opera presso il Centro per il Benessere Organizzativo. Ha collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Osservatorio Europeo sulle Droghe, le Università del Kent e di Birmingham in qualità di responsabile italiano di progetti multicentrici finanziati dall’Unione Europea sulla sanità carceraria e sulla psicodiagnostica. Specialista in psicologia clinica e in sessuologia, applica il MMPI e il MMPI-2 da oltre trent’anni, sia in ambito clinico che forense. Unisce all’attività clinica l’attività di CTU per conto del Consiglio Superiore della Magistratura, del Tribunale per i Minorenni di Venezia e di diversi Tribunali Civili e Penali Italiani. È stato consulente del Ministero della Difesa e del Ministero della Giustizia per attività di psicodiagnostica in tali contesti. Svolge attività didattica presso diverse scuole di Specializzazione in Psicoterapia ed al Master di II livello in Psicopatologia e neuropsicologia forense presso l’Università di Padova. Ha introdotto in Italia (curandolo e scrivendo alcuni capitoli) il manuale MMPI, MMPI-2 e MMPI-A in Tribunale. Manuale pratico per consulenti tecnici, avvocati e giudici con casistica criminologica italiana (K.S. Pope, J.N. Butcher e J. Seelen. Giunti OS, 2006). È autore di oltre 50 pubblicazioni in tema di psicologia clinica, psicodiagnostica, psicologia forense. Per Hogrefe ha pubblicato, in collaborazione ad altri AA, il programma RIO. Report Interpretativo Online di tutte le forme del MMPI ed EXIDA, un questionario per la valutazione del danno esistenziale.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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