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Politica Professionale

Centri pubblici per la salute sessuale senza psicologo?

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Centri pubblici per la salute sessuale senza psicologo? Non medicalizziamo i disturbi sessuali

Un mio intervento, in qualità di presidente dell’Ordine Psicologi Ordine degli Psicologi del Piemonte pubblicato su Quotidiano Sanità.

Centri pubblici per la salute sessuale senza psicologo?

02 LUG – Gentile Direttore,
le scrivo in qualità di Presidente dell’Ordine Psicologi del Piemonte. In data 25 giugno 2014 date notizia sul vostro sito dell’apertura dei cosiddetti Pronto Soccorso per la coppia. Di certo potrebbe apparire una buona notizia. L’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha riconosciuto la salute sessuale come fattore fondamentale per il benessere dell’uomo, e sottolineato l’importanza di trattare i problemi che la ostacolano. E’ quindi di grande interesse pubblico la notizia da Lei pubblicata relativa all’iniziativa che vede la nascita di Dipartimenti per il Benessere di Coppia all’interno degli ospedali pubblici italiani.

Ad una lettura più attenta, mi preoccupa però che si prospetti una visione negletta dei disturbi sessuali, ed una conseguente medicalizzazione rispetto a un tipo di disagio che, giova ricordarlo, ha principalmente implicazioni di carattere psicologico. Tale preoccupazione deriva dal constatare l’esclusione della figura professionale dello psicologo all’interno di tale progetto. Sia chiaro, qui il problema nel non esserci lo psicologo, non è questione corporativa, non è quindi un problema per lo psicologo in sé, ma può essere un vero problema per i pazienti, per come vengono concepiti e rappresentati i disturbi sessuali.Vorrei sottolineare, che l’uomo è una unità biopsicosociale: tutti gli aspetti che riguardano il benessere, dovrebbero essere trattati tenendo conto, non solo degli aspetti medico-biologici, ma anche degli aspetti psicologici e relazionali. Vedere escluso lo psicologo all’interno di tale progetto, non lascia ben sperare insomma sul tipo di intervento alle problematiche sessuali.

Come esistono disagi psichici che risentono dell’influenza di patologie organiche, allo stesso modo molti problemi legati alla salute fisica sono strettamente correlati a dinamiche di tipo psicologico (pensiamo ad esempio all’area della psicosomatica).

La sessualità, in particolare, coinvolge pensieri, corpo, emozioni e relazioni e spesso è difficile trovare problematiche sessuologiche a carattere puramente fisico.

Il disagio nella sessualità individuale o di coppia può essere legato a:
– Scarsa conoscenza del proprio corpo e dei meccanismi legati alla risposta sessuale.
– Paura dell’insuccesso/ansia da prestazione.
– Timore di perdita del controllo.
– Esperienze di traumi, abusi o violenze pregressi.
– Problemi relazionali nell’ambito della coppia (comunicazione, distribuzione del potere, conflitto, ecc.).
– Presenza di problematiche psichiche specifiche (depressione, ansia, disturbi di personalità, ecc.).

È perciò fondamentale che oltre alla gestione medica, venga dato spazio anche agli aspetti psicologici e relazionali dello stesso, e siano previsti, all’interno dei Dipartimenti per il Benessere di Coppia, degli interventi di tipo psicoeducazionale, mansionale o psicoterapeutico (laddove necessario).

Individuare la presenza di un disagio psichico, di uno o più traumi relativi alla sfera sessuale, di dinamiche relazionali disfunzionali, é fondamentale: se non si riconoscono questi aspetti é possibile produrre effetti iatrogeni importanti. Ad esempio, in alcuni casi la problematica sessuale é un epifenomeno di una patologia psichica che va trattata attraverso un percorso di tipo psicoterapeutico; fondare un intervento sul sintomo sessuale sarebbe, in questi casi, inefficace o potrebbe causare degli aggravamenti nella condizione psichica del paziente.

Esistono inoltre dei disturbi della sfera sessuale che non hanno origine organica ma esclusivamente psicogena.
Per questi motivi, il servizio descritto nell’articolo del suo quotidiano, così come si presenta, appare riduttivo rispetto ad una realtà molto più variegata. Non è possibile, oggi, pensare di poter aiutare le coppie con difficoltà sessuali senza prevedere un intervento di tipo psicologico-psicoterapeutico.

Dr. Alessandro Lombardo
Presidente Ordine Psicologi del Piemonte
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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Politica Professionale

PSICOLOGO, E’ ORA DI ATTIVARTI! VOGLIONO NORMARE IL COUNSELLOR

Sembrava tutto concluso sul fronte normazione del cosiddetto Counsellor ma invece, non è così. 

Ecco che ti rispunta l’UNI: l’ente che per legge può normare, e quindi con tale atto legittimare, le nuove professioni. Ora, non si comprende il perchè l’UNI abbia tutta questa fretta e tutto questo zelo nel normare tale figura ma, in ogni caso, siamo in una fase delicata.

Ad oggi, è stata aperta una fase di cosidetta INCHIESTA PUBBLICA SULLA NORMAZIONE DEL COUNSELLOR.

Questa fase, è banalmente una fase preliminare dove si domanda cosa si pensa della questione. Bene, ecco perché noi psicologi, con forza, in massa, dobbiamo dire NO a questo scempio.

COSA DEVI FARE PER VOTARE NO

Farlo è semplice:

  • Accedi al link dell’UNI (SOTTO TROVI IL LINK CHE TI MANDA DRITTO ALLA VOTAZIONE)
  • Metti NO alla domanda “Ritieni che il progetto rispecchi i bisogni del mercato di riferimento?”
  • Scrivi una breve e chiara motivazione nell’apposito spazio. Ad esempio:

Esiste già lo psicologo come figura di riferimento per le aree di cui dovrebbe occuparsi questa nuova figura professionale

ORA, NON TI RESTA CHE AGIRE! TI BASTANO DAVVERO 2 MINUTI!

CLICCA QUI E VAI AL LINK DELLA VOTAZIONE

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ordine psicologi piemonte

Presunti abusi di professione del Counsellor: video inchiesta di Repubblica

Nell’ormai eterna diatriba per rispondere definitivamente, una volta per tutte, alla domanda su quali differenza ci sarebbero tra lo Psicologo e la pseudo professione del counsellor, ecco che spunta una video inchiesta di Repubblica che entra, con telecamera nascosta e microfono, negli studi di tre sedicenti counsellor.

La giornalista, si finge dunque paziente, con problemi che vanno dall’alcolismo al suicidio di un fratello, passando per i disturbi alimentari. Cosa farà il counsellor in questi casi?

Dopo aver visto questo video, le domande sono molte ma una, più di tutte, credo vada messa in evidenza. Ed è una domanda che va posta ai colleghi e alle colleghe che si occupano a vario titolo di formare questi counsellor:

davvero volete prendervi la responsabilità di avallare queste figure?

Pensateci.

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Politica Professionale

Psicologia: il numero chiuso non si può fare

Piccola nota personale per iniziare. Appartengo a quella schiera di persone che se nella sua strada avesse a suo tempo incontrato il numero chiuso, oggi non farei questo mestiere.

Detta in modo semplice: a suo tempo, quando decisi di iscrivermi a psicologia, mi imbattei nei primi tentativi di numero chiuso presso le ormai defunte facoltà e, attenzione, feci il il test e non lo passai. La mia fortuna (o sfortuna chissà …), fu che il test fu ritenuto “orientativo” e non selettivo quindi, entrai.

OPINIONI E POSIZIONI. Ora, con buona pace di chi può pensare, “Peccato, potevamo evitarci Lombardo ci fosse stato il numero chiuso”, ora son qui che fra ruoli istituzionali, opinioni ed esperienze personali, leggi che regolamentano la questione, dati di realtà sul numero degli psicologi in Italia, vi confesso, che faccio molta fatica a dirimere la matassa ed a costruirmi un’opinione definita e netta sulla questione. Più volte mi sono espresso a favore del numero chiuso, che è una necessità, ma non posso non trovarmi in dissonanza viste il mio percorso. Sia chiaro, resto a favore del numero chiuso che ritengo necessario, e penso che il mio ruolo pubblico debba prevalere sulla mia opinione o esperienza personale.

SEMBRA FACILE. Altra questione poi è la faciloneria con la quale sui social ci si deve scontrare quando si parla del numero chiuso a psicologia. Pare sia la cosa più ovvia e semplice di questo mondo. Tralasciando il fatto che qualora entrasse a regime, gli effetti si vedrebbero forse tra vent’anni e nessun ha poi idea cosa fare in questi venti anni di attesa. Tralasciando tutti gli aspetti anche etici, che mi fa dire che è troppo facile chiudere la porta una volta che sei entrato. Tralasciando tante cose incluse le regole, le leggi, le normative, inclusa quest’ultima sentenza del TAR, che dice che a psicologia il numero chiuso non si può fare.

IL FATTO. Si parte da un recente caso avvenuto presso l’Università di Torino, Dipartimento di Psicologia il quale, dopo aver definito che per molti motivi, in primis le risorse disponibili, era necessario attuare il numero chiuso. Come era facile aspettarsi, tale decisione venne impugnata dagli studenti cui, a quanto si apprende da un recente articolo di giornale, il TAR ha dato ragione: psicologia, in quanto percorso universitario, secondo il TAR, non avrebbe i requisiti necessari per poter istituire il numero chiuso. Ora, una decisione del genere, è senza ombra di dubbio una sentenza che potenzialmente può aprire una gran caos nel mondo della psicologia universitaria e professionale.

Ecco l’articolo originale che racconta il fatto:

Il Tar boccia il numero chiuso a Psicologia

I giudici: l’ateneo non ha rispettato i requisiti di legge. Il legale degli studenti: devono aprire anche gli altri corsi

L’Università non può mettere un filtro all’ingresso a proprio piacimento. Per decidere se un corso deve essere aperto a tutti, o se si può mettere un imbuto e fissare un numero chiuso, ci sono precisi requisiti da rispettare. È per questo che i giudici hanno bocciato il test d’ingresso e il numero chiuso a Psicologia. Un test tentato da 1700 ragazzi e ragazze, che si contendevano 410 posti. Negli anni, a Torino le aspiranti matricole per molti corsi di laurea sono aumentate. Ma la risposta sembra ben sintetizzata da quello che dichiarava, dopo il ricorso degli studenti, Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di Psicologia: «Il problema è che noi non abbiamo neanche una minima parte delle risorse, né di personale, né di spazi, per accoglierli tutti». Ecco, secondo i giudici, questo criterio è sbagliato. Il test era nato già un po’ zoppo. Nove domande, su 70 complessive, erano di cultura generale, “materia”, per così dire, che non era però prevista nel bando con cui il test veniva pubblicizzato agli studenti. Di fronte alle rimostranze, l’ateneo lo può fare solo non per i motivi previsti dalla legge.

La prova  

Il numero chiuso deciso dall’Università è stato bocciato dal tribunale. L’Università non può mettere un filtro all’ingresso a proprio piacimento. Per decidere se un corso deve essere aperto a tutti, o se si può mettere un imbuto con un numero chiuso, ci sono precisi requisiti da rispettare. Ruota attorno a questo la bocciatura da parte del Tar Lazio del test d’ingresso e del numero chiuso a Psicologia. Negli anni, a Torino le aspiranti matricole per molti corsi di laurea sono aumentate. Ma la risposta a quest’onda non sembra adeguata. Dopo il ricorso degli studenti, Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di Psicologia, disse: «Non abbiamo neanche una minima parte delle risorse, di personale, di spazi per accogliere tutti».

Il criterio

Se questo è il criterio – aumentano gli studenti e in risposta arrivano i numeri chiusi – secondo i giudici non si rispetta la legge. Fatti salvo i numeri programmati a livello nazionale, come Medicina o Architettura, la sentenza del Tar richiama l’articolo 2 della legge 264 del ’99, in cui si parla di laboratori ad alta specializzazione o dell’obbligo di tirocinio come requisiti del numero chiuso. Secondo il Tar, non è il caso di Psicologia, «perchè quanto prospettato dall’ateneo non risulta differire in alcun modo da comuni lezioni frontali». Il test di Psicologia era nato già zoppo. Nove domande, su 70, erano di cultura generale, “materia” non prevista nel bando. Di fronte alle rimostranze, l’ateneo aveva annullato dai risultati il conteggio di quelle domande. Ma la vittoria degli studenti al Tar è stata giocata sull’altro piano. Esulta l’Udu, Unione degli Universitari, l’organizzazione studentesca che ha portato avanti il ricorso e che si batte per l’abolizione dei numeri chiusi. «È una decisione rivoluzionaria: ricorda che non basta il sovraffollamento per decidere il numero chiuso», dice l’avvocato Michele Bonetti, secondo cui la sentenza avrà un effetto a cascata, obbligando l’Università ad abolire altri numeri chiusi. «Faremo una valanga di ricorsi e siamo pronti a fare un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale». Per Valeria Sartori, coordinatrice dell’Udu Torino, l’Università non può attendere oltre «e deve immediatamente ammettere gli studenti».

Battaglia legale

L’ateneo di via Po, con oltre 70 mila studenti, ha abolito negli anni molti numeri chiusi, politica rivendicata dal rettore, Gianmaria Ajani, per favorire il diritto allo studio. Salvo doverli reintrodurre per Economia, sempre per aule sovraffollate, mancanza di prof e tirocini. Adesso bisognerà capire cosa succederà a settembre: se l’ateneo andrà avanti per la sua strada con il numero chiuso a Psicologia. La battaglia legale potrebbe essere lunga. «Dobbiamo leggere bene la sentenza: è complessa. Di primo acchito non ci convince, ad esempio non considera il nostro obbligo di fare tirocini. Valuteremo la possibilità di fare ricorso al Consiglio di Stato», dice il direttore del dipartimento Zennaro.

Fonte originale: La stampa

 

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