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Politica Professionale

Psicologia scolastica: ecco (anche) come

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Cute little girl drawing with pencil
Ezio Mattio, psicologo psicoterapeuta, racconta in questo dialogo il suo modo di lavorare nei contesti scolastici, con insegnanti e alunni. Una modalità che amplia e rivede lo stereotipo dello psicologo scolastico, votato al più classico “sportello di ascolto”. La scuola, luogo di educazione e formazione per antonomasia, come ogni altro contesto, è luogo di narrazioni. Narrare significa dare voce ai personaggi e agli eventi, metterli insieme per fare “sense making”, unire linguaggi e costruire storie. Ezio, in questo dialogo, ci racconta di come da un piccolo espediente narrativo, possa nascere un progetto che coinvolge alunni e insegnanti, che utilizza differenti linguaggi, dalla testimonianza alla musica rap, per arrivare al linguaggio cinematografico. Buona lettura

AL – Caro Ezio, Puoi farci una tua presentazione? Chi sei e di cosa ti occupi?

EM- Mi chiamo Ezio Mattio, ho 39 anni e sono psicologo, psicoterapeuta e psicodrammatista adleriano. Dopo la laurea ho fatto un master in psicologia sociale in Inghilterra, poi mi sono specializzato in psicologia clinica all’Università di Torino e ho appena finito un percorso biennale in psicodramma infantile ad orientamento adleriano.
Nel mio lavoro ho seguto sempre due filoni. Da un lato la formazione e dall’altro la clinica in particolare con i bambini e gli adolescenti. Da subito, cioè dopo la laurea, ho inziato a occuparmi di formazione degli insegnanti attraverso il metodo narrativo. Questo è un ambito di lavoro e una metodologia veramente appassionanti perchè sono aperti. Non si sa mai dove si va a finire con il metodo narrativo. Per la libertà che ha e per la ricchezza che porta non si finisce mai di aprire nuovi progetti. Facendo formazione con gli insegnanti attraverso la narrazione ho imparato tantissimo e mi sono reso conto quanto sia trasformativo il metodo stesso sul modo di lavorare dei docenti.
Ho la fortuna da dieci anni a questa parte di entrare in classe nella formazione professionale come psicologo. E ascoltando e dialogando coi ragazzi gradatamente ho cambiato idea sugli adolescenti. Che sono considerati sempre un problema e mai una risorsa. Io ho imparato a considerarli una risorsa per noi adulti. Che ascoltandoli cambiamo. Sempre.

AL- Ci spieghi, o meglio ci racconti, cosa vuol dire e cosa si intende per “formazione degli insegnanti con il metodo narrativo” nella tua  pratica?

EM- Nella mia pratica professionale lavorare con gli insegnanti significa utilizzare il metodo della psicologia del paesaggio. un metodo ideato da Carla Gallo Barbisio, mio supervisore, professore di psicologia dinamica e psicologia dell’arte e della letteratura all’Università di Torino. Significa dare voce agli insegnanti facendoli parlare del loro paesaggio interno ed esterno legato alla pratica educativa. Quindi fare emergere la loro individualità, i loro atteggiamenti, le loro visioni del mondo, i loro valori, la loro idea di educazione e di formazione. Negli anni mi sono reso conto di quanto il loro mondo interno entri in comunicazione più o meno inconscia con il mondo interno dei ragazzi con cui lavorano. Conoscere il loro modo di intendere la scuola ma anche la vita permette loro di fare una grande esperienza di libertà, libera la creatività e l’immaginazione e apre strade impensate e impensabili. La metodologia della psicologia del paesaggio infatti non prevede una progettazione ex ante dell’intervento formativo: la progettazione avviene sempre in itinere. La scuola è satura di progetti calati dall’alto (anche
bellissimi intendiamoci) ma che non hanno attinenza con la realtà di quella scuola, di quegli insegnanti, di quei ragazzi. Ho visto negli anni, nelle scuole in cui ho lavorato, un fiorire di progetti, di inziative (spettacoli, restauro di sentieri, living theatre, pubblicazione di testi, realizzazione di documentari) nati dalla creatività degli insegnanti. Una creatività che se liberata attraverso la narrazione dà speranza e aiuta ad affrontare il duro compito di educare.

 AL – Per quello che ci stai raccontando Ezio, i tuoi progetti escono da uno
stereotipo consolidato dello psicologo in ambito scolastico, ovvero si esce
dalla più classica modalità dello “sportello di ascolto”. Per quella che è la
tua esperienza, quali sono gli interventi in ambito scolastico che tu proponi,
su quali temi, con quali modalità, con quali obiettivi?

AM – Nella mia esperienza professionale di psicologo a scuola mi sono reso conto gradatamente dell’importanza di lavorare con il gruppo degli insegnanti e con il gruppo – classe allievi. Lo sportello di ascolto inteso come spazio per i colloqui individuali nel mio modo di lavorare non rende.
Dare un “ascolto agli insegnanti” e un “ascolto alla classe” invece rende moltissimo. Da un lato perchè quello che io propongo dopo un breve periodo di diagnosi del clima di classe è un intervento di dialogo con la classe intera. Ed è la classe che di volta in volta e di anno in anno propone il tema e i temi. Che solitamente sono molto diversi da quelli che io ho in testa. E quando
loro (i ragazzi) propongono il tema c’è da rimanere meravigliati. La cosa molto interessante è che spesso i temi proposti dai ragazzi sono molto vicini a
interessi, valori e punti di vista dei docenti e allora si può condividere. Mescolare. Dialogare. Tra adulti e ragazzi. Da questo metodo nascono ogni anno progetti. Mi viene in mente una classe (di meccanici, 16/17 anni, solo maschi, molto duri) che propongono di parlare di sostanze. E io e la professoressa accettiamo.
Andiamo insieme in una comunità di recupero per tossicodipendenti, vediamo alcuni film, fanno dei temi e poi ecco sbucare il professore di matematica, musicista, che propone di fare un Programma Radiofonico gestito interamente dai ragazzi. Si chiamava Radiotrebi, Ho ancora la registrazione. Ragazzi (studenti) e adulti (professori) che discutono, senza rete, sulle dipendenze. Entusiasmante. Accade molto spesso che se parlano i ragazzi e “vengono fuori” scopri i loro talenti: un rapper, un writer, un poeta… Poi accade che (l’anno scorso) un
giornalista scrive un articolaccio sulla scuola in cui ero consulente psicologo. I ragazzi lo leggono e lo discutono in classe con i professori, che ne avevano già discusso in un piccolo gruppo e uno di loro scrive un testo rap di risposta. E allora nasce un cd con vari pezzi rap e viene presentato dagli insegnanti alla comunità e al territorio. Potrei andare avanti con vari esempi,
ma l’obiettivo del metodo narrativo applicato a scuola con insegnanti e ragazzi è fare venire fuori e valorizzare quel che c’è. In un’ottica di empowerment scolastico ma anche per fare venire fuori l’anima delle classi e del gruppo docente. Per innovare, per sperimentare, per stare bene a scuola insieme.

AL – L’unione e la confluenza di linguaggi, l’eterogeneità di strumenti e percorsi, la creatività che nasce dallo stare in ascolto dei ragazzi e insegnanti. Questo mi sembra il tuo modo di lavorare nel contesto scuola. Quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato nel tuo percorso professionale?

EM – In realtà la più grande difficoltà che ho incontrato nel mio percorso professionale è stata quella di adeguare la mia “forma mentis” al contesto che mi ha sempre richiesto di considerarmi libero professionista. Io non avevo in testa questo abito. Ho sempre immaginato di dover diventare dipendente. Anche per la mia storia familiare in cui la libera professione non è mai stata considerata comeun reale settore lavorativo. Ci sono voluti anni a assumere questo habitus. E a volte faccio fatica ancora ora. In realtà mi rendo conto che non è solo un vincolo ma una ricchezza essere liberi. Si può sperimentare di più e si possono cambiare i contesti. Puoi essere anche “tagliato” da certi contesti ma la competenza rimane e si può ricominciare da un’altra parte. Basta avere un metodo ben chiaro e che appassioni, una testa che funzioni,  ci si metta sempre in discussione, si abbiano dei bravi supervisori e un’analisi personale che funzioni davvero.

AL Parlaci del tuo libro: di cosa parla? come è nato?

EM – Nostrestorie, dialogo a quattro voci sull’educazione è un libro “corale”, un epistolario via mail, scritto da me e da tre formatrici di un importante ente di formazione professionale torinese. E’ un libro che non è nato per diventare un testo. E’ nato invece dalla sollecitazione di una formatrice che ha proposto all’interno di un gruppo di supervisione per insegnanti (che all’epoca conducevo) di iniziare a scrivere, via mail, ciò che accadeva entrando e uscendo da in classe. E l’ha proposto a me come psicologo e alle colleghe formatrici. E ha inviato la prima mail che aveva come oggetto “Nostrestorie”.  E così siamo andati avanti per 17 mesi. Con email quasi giornaliere. Istantanee narrative del qui e ora di ciò che accadeva in classe e dentro ognuno di noi. Un’esperienza appassionante che ci ha coinvolti tutti e quattro per quasi due anni. E questo ha cementato e saldato il nostro gruppo e successivamente ha contagiato altri docenti, formatori, operatori sociali, politici locali. Il testo è stato pubblicato, su idea di Carla Gallo Barbisio e con l’editing di Carlo Quaranta, psicoterapeuta e insegnante, dalla casa Editrice Narrative Studies nel 2011. Ma ancora oggi siamo impegnati in presentazioni in tante biblioteche del territorio e dal libro sono nati i Laboratori Nostrestorie, eventi formativi per insegnanti e genitori di adolescenti che partono dallo stimolo del libro. E da Nostrestorie è tratto Nostrisguardi: un’idea di un regista professionista che ci ha proposto un doc video sugli adolescenti e che parla del metodo narrativo. Il doc video ha come protagonisti cinque ragazzi – studenti, tre insegnanti e uno psicologo. Lo presenteremo pubblicamente a dicembre. E poi si vedrà. Questa è la magia della narrazione.

AL Visto che ti occupi di “storie” e narrazioni, quali altre storie hai intenzione di raccontare nel tuo futuro di psicologo?

EM – Che bella domanda! Grazie Alessandro. Ho voglia di raccogliere tante storie di ragazzi che hanno incontrato difficoltà nella loro carriera scolastica ma che poi hanno trovato la strada. Ho voglia di raccontare e condividere con gli adulti le storie di tanti ragazzi che vengono “espulsi” dalla scuola oppure neppure “visti” dagli insegnanti e che si autoespellono. Ho voglia di farlo anche perchè io stesso ho fatto l’esperienza di non essere visto a scuola. E mi ricordo molto bene quanto dolore ha provocato in me in anni cruciali della mia crescita. Ho voglia di raccogliere e rendere pubbliche e condivisibili le storie di insegnanti, di genitori, di operatori sociali che fronteggiano ogni giorno le difficoltà e trovano le risorse per risolverle. Ho voglia di raccogliere storie, tante storie così perchè sempre meno ragazzi vengano dimenticati o “dispersi” dalla scuola. E perchè chi ci mette l’anima, si spende per il futuro delle giovani generazioni venga valorizzato, messo in evidenza, perchè le buone prassi vengano diffuse, condivise e promosse.

AL –  Ultima Domanda, come immagini la tua professione fra 20 anni?

AM -Tra vent’anni mi immagino a fare il mio lavoro con maggiore competenza e in un contesto internazionale. Ho la fortuna di essere genitore adottivo e per questo di conoscere la realtà di alcuni paesi extraeuropei in cui l’infanzia e l’adolescenza non possono essere troppo considerate. Perchè c’è fame, necessità di sviluppo e di crescita e poco spazio per pensare ai bisogni dei bambini. Ho in mente il lavoro di alcuni colleghi psicoterapeuti italiani e ungheresi che lavorano in Africa e Centro America. Io ho in mente il sud est Asiatico. E ho tante idee. Ma prima voglio dedicare spazio e tempo alla mia famiglia qui in Italia. Più avanti, tra vent’anni oanche prima, molto volentieri me ne andrei a raccogliere storie e costruire nuove storie possibili con tanti bambini e adolescenti che vivono in strada. Che sanno cos’è la fame. Ma che hanno bisogno – come i nostri – di essere incontrati, valorizzati, incoraggiati e “fatti ripartire”. Perchè non sono “rotti” o “limitati” ma semplicemente dimenticati!

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Presunti abusi di professione del Counsellor: video inchiesta di Repubblica

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Nell’ormai eterna diatriba per rispondere definitivamente, una volta per tutte, alla domanda su quali differenza ci sarebbero tra lo Psicologo e la pseudo professione del counsellor, ecco che spunta una video inchiesta di Repubblica che entra, con telecamera nascosta e microfono, negli studi di tre sedicenti counsellor.

La giornalista, si finge dunque paziente, con problemi che vanno dall’alcolismo al suicidio di un fratello, passando per i disturbi alimentari. Cosa farà il counsellor in questi casi?

Dopo aver visto questo video, le domande sono molte ma una, più di tutte, credo vada messa in evidenza. Ed è una domanda che va posta ai colleghi e alle colleghe che si occupano a vario titolo di formare questi counsellor:

davvero volete prendervi la responsabilità di avallare queste figure?

Pensateci.

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Politica Professionale

Psicologia: il numero chiuso non si può fare

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Piccola nota personale per iniziare. Appartengo a quella schiera di persone che se nella sua strada avesse a suo tempo incontrato il numero chiuso, oggi non farei questo mestiere.

Detta in modo semplice: a suo tempo, quando decisi di iscrivermi a psicologia, mi imbattei nei primi tentativi di numero chiuso presso le ormai defunte facoltà e, attenzione, feci il il test e non lo passai. La mia fortuna (o sfortuna chissà …), fu che il test fu ritenuto “orientativo” e non selettivo quindi, entrai.

OPINIONI E POSIZIONI. Ora, con buona pace di chi può pensare, “Peccato, potevamo evitarci Lombardo ci fosse stato il numero chiuso”, ora son qui che fra ruoli istituzionali, opinioni ed esperienze personali, leggi che regolamentano la questione, dati di realtà sul numero degli psicologi in Italia, vi confesso, che faccio molta fatica a dirimere la matassa ed a costruirmi un’opinione definita e netta sulla questione. Più volte mi sono espresso a favore del numero chiuso, che è una necessità, ma non posso non trovarmi in dissonanza viste il mio percorso. Sia chiaro, resto a favore del numero chiuso che ritengo necessario, e penso che il mio ruolo pubblico debba prevalere sulla mia opinione o esperienza personale.

SEMBRA FACILE. Altra questione poi è la faciloneria con la quale sui social ci si deve scontrare quando si parla del numero chiuso a psicologia. Pare sia la cosa più ovvia e semplice di questo mondo. Tralasciando il fatto che qualora entrasse a regime, gli effetti si vedrebbero forse tra vent’anni e nessun ha poi idea cosa fare in questi venti anni di attesa. Tralasciando tutti gli aspetti anche etici, che mi fa dire che è troppo facile chiudere la porta una volta che sei entrato. Tralasciando tante cose incluse le regole, le leggi, le normative, inclusa quest’ultima sentenza del TAR, che dice che a psicologia il numero chiuso non si può fare.

IL FATTO. Si parte da un recente caso avvenuto presso l’Università di Torino, Dipartimento di Psicologia il quale, dopo aver definito che per molti motivi, in primis le risorse disponibili, era necessario attuare il numero chiuso. Come era facile aspettarsi, tale decisione venne impugnata dagli studenti cui, a quanto si apprende da un recente articolo di giornale, il TAR ha dato ragione: psicologia, in quanto percorso universitario, secondo il TAR, non avrebbe i requisiti necessari per poter istituire il numero chiuso. Ora, una decisione del genere, è senza ombra di dubbio una sentenza che potenzialmente può aprire una gran caos nel mondo della psicologia universitaria e professionale.

Ecco l’articolo originale che racconta il fatto:

Il Tar boccia il numero chiuso a Psicologia

I giudici: l’ateneo non ha rispettato i requisiti di legge. Il legale degli studenti: devono aprire anche gli altri corsi

L’Università non può mettere un filtro all’ingresso a proprio piacimento. Per decidere se un corso deve essere aperto a tutti, o se si può mettere un imbuto e fissare un numero chiuso, ci sono precisi requisiti da rispettare. È per questo che i giudici hanno bocciato il test d’ingresso e il numero chiuso a Psicologia. Un test tentato da 1700 ragazzi e ragazze, che si contendevano 410 posti. Negli anni, a Torino le aspiranti matricole per molti corsi di laurea sono aumentate. Ma la risposta sembra ben sintetizzata da quello che dichiarava, dopo il ricorso degli studenti, Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di Psicologia: «Il problema è che noi non abbiamo neanche una minima parte delle risorse, né di personale, né di spazi, per accoglierli tutti». Ecco, secondo i giudici, questo criterio è sbagliato. Il test era nato già un po’ zoppo. Nove domande, su 70 complessive, erano di cultura generale, “materia”, per così dire, che non era però prevista nel bando con cui il test veniva pubblicizzato agli studenti. Di fronte alle rimostranze, l’ateneo lo può fare solo non per i motivi previsti dalla legge.

La prova  

Il numero chiuso deciso dall’Università è stato bocciato dal tribunale. L’Università non può mettere un filtro all’ingresso a proprio piacimento. Per decidere se un corso deve essere aperto a tutti, o se si può mettere un imbuto con un numero chiuso, ci sono precisi requisiti da rispettare. Ruota attorno a questo la bocciatura da parte del Tar Lazio del test d’ingresso e del numero chiuso a Psicologia. Negli anni, a Torino le aspiranti matricole per molti corsi di laurea sono aumentate. Ma la risposta a quest’onda non sembra adeguata. Dopo il ricorso degli studenti, Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di Psicologia, disse: «Non abbiamo neanche una minima parte delle risorse, di personale, di spazi per accogliere tutti».

Il criterio

Se questo è il criterio – aumentano gli studenti e in risposta arrivano i numeri chiusi – secondo i giudici non si rispetta la legge. Fatti salvo i numeri programmati a livello nazionale, come Medicina o Architettura, la sentenza del Tar richiama l’articolo 2 della legge 264 del ’99, in cui si parla di laboratori ad alta specializzazione o dell’obbligo di tirocinio come requisiti del numero chiuso. Secondo il Tar, non è il caso di Psicologia, «perchè quanto prospettato dall’ateneo non risulta differire in alcun modo da comuni lezioni frontali». Il test di Psicologia era nato già zoppo. Nove domande, su 70, erano di cultura generale, “materia” non prevista nel bando. Di fronte alle rimostranze, l’ateneo aveva annullato dai risultati il conteggio di quelle domande. Ma la vittoria degli studenti al Tar è stata giocata sull’altro piano. Esulta l’Udu, Unione degli Universitari, l’organizzazione studentesca che ha portato avanti il ricorso e che si batte per l’abolizione dei numeri chiusi. «È una decisione rivoluzionaria: ricorda che non basta il sovraffollamento per decidere il numero chiuso», dice l’avvocato Michele Bonetti, secondo cui la sentenza avrà un effetto a cascata, obbligando l’Università ad abolire altri numeri chiusi. «Faremo una valanga di ricorsi e siamo pronti a fare un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale». Per Valeria Sartori, coordinatrice dell’Udu Torino, l’Università non può attendere oltre «e deve immediatamente ammettere gli studenti».

Battaglia legale

L’ateneo di via Po, con oltre 70 mila studenti, ha abolito negli anni molti numeri chiusi, politica rivendicata dal rettore, Gianmaria Ajani, per favorire il diritto allo studio. Salvo doverli reintrodurre per Economia, sempre per aule sovraffollate, mancanza di prof e tirocini. Adesso bisognerà capire cosa succederà a settembre: se l’ateneo andrà avanti per la sua strada con il numero chiuso a Psicologia. La battaglia legale potrebbe essere lunga. «Dobbiamo leggere bene la sentenza: è complessa. Di primo acchito non ci convince, ad esempio non considera il nostro obbligo di fare tirocini. Valuteremo la possibilità di fare ricorso al Consiglio di Stato», dice il direttore del dipartimento Zennaro.

Fonte originale: La stampa

 

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Lo Psicologo è definitivamente Professione Sanitaria

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Con oggi, si sancisce un lungo percorso per la professione dello psicologo che, dalla sua istituzione, nel 1989, approda definitivamente nell’alveo delle professioni sanitarie.
Questo definitivo passaggio, si compie con l’approvazione del DDL Lorenzin che oggi è stato approvato in parlamento, a pochi giorni dallo scioglimento delle camere.
Tralasciando il complesso percorso di questo DDL, che più volte sembrava sul punto di essere approvato per poi ritornare indietro, con la sua approvazione molte sono le novità per le cosiddette Professioni sanitarie e per i relativi ordini professionali. Anche per gli psicologi?
Si, qualcosa c’è. Come anticipato, il definitivo passaggio alla Sanità ma, per il resto, poca, pochissima roba.

UNA RIFORMA MANCATA (PER GLI PSICOLOGI)

Andando a scorrere il DDL (QUI il testo completo), si può notare la profonda opera di riforma degli ordini per le professioni che già erano sanitarie, insieme al passaggio da Collegi a Ordini di altre, come per gli infermieri.
Tra le cose di grande portata, per citare un esempio, definite solo ed esclusivamente per gli Ordini citati (in neretto) nel Cap II – Art 4 del DDL, la previsione delle elezioni con il voto telematico.
CAPO I
DEGLI ORDINI DELLE PROFESSIONI SANITARIE
Art. 1. – (Ordini delle professioni sanitarie) 1. Nelle circoscrizioni geografichecorrispondenti alle province esistenti alla data del 31 dicembre 2012 sono costituitigli Ordini dei medici-chirurghi e degli odontoiatri, dei veterinari, dei farmacisti, dei biologi, dei fisici, dei chimici, delle professioni infermieristiche, della professione di ostetrica e dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione.
In sostanza, avevamo una buona occasione per andare ad operare una grande riforma nel funzionamento delle nostre istituzioni, anche in ottica di partecipazione alle votazioni, giusto per stare nell’esempio del voto telematico.
Non si è voluto in sostanza andare oltre alle operazioni di maquillage per quanto ci riguarda.

COSA CAMBIA PER GLI PSICOLOGI

Iniziamo quindi dalla novità più importante già citata nel titolo: la professione dello psicologo approda definitivamente tra le professioni sanitarie. In sostanza, la professione farà riferimento a pieno titolo al ministero della Salute e non più anche al Ministero di Grazia e Giustizia, cui faceva riferimento nei fatti esclusivamente per le questioni elettorali.
Questo approdo, a mio parere, porta con sé luci e ombre. Siamo una professione molto frastagliata, che non si esaurisce di certo nelle sue declinazioni cosiddette sanitarie. Abbiamo intere aree che poco o nulla centrano con la sanità e, sopratutto, siamo l’unica professione sanitaria con un numero non programmato a livello nazionale, siamo l’unica professione sanitaria che vede il 90% dei professionisti non incardinati nel Sistema Sanitario Nazionale. Queste specificità, per esempio, saranno importanti metterle sul piatto delle contrattazioni con il Ministero della Salute quando sarà ora – a breve – di andare a parlare della Formazione continua dei 105 mila psicologi (ne parlo in QUESTO articolo)
Continuiamo ora l’elenco dei cambiamenti che ci riguardano per il DDL Lorenzin.
La proroga degli Ordini: senza dilungarsi troppo, le elezioni per il rinnovo dei consigli avverranno contemporaneamente per tutti gli ordini regionali a dicembre 2019. Questa cosa deve ancora essere definita con un decreto attuativo dal Ministero, ma diciamo che possiamo scommettere che così andrà.
Il quorum e le elezioni: La votazione è valida in prima convocazione quando abbia votato almeno un quarto degli iscritti; in seconda convocazione qualunque sia il numero dei votanti purché non inferiore a un decimo degli iscritti. 

Contrasto all’abusivismo: vi è un inasprimento delle pene per chi infrange gli art.348 e 359 del codice penale che riguarda l’abusivismo professionale di professione che richiede “speciale abilitazione” e le professioni sanitarie. Questo, in ottica di tutela, un buon punto di partenza.

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