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Psicologia

Psicologia della formazione: dialogo con Gian Piero Quaglino

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

Incontro il professor Gian Piero Quaglino, già preside della defunta facoltà di Psicologia a Torino e professore ordinario di Psicologia della formazione, nel suo studio. Non nascondiamolo: è stato uno dei miei maestri. Maestro di sguardi sui fenomeni organizzativi. Questo dialogo, in fondo, inizia circa dieci anni fa, quando frequentai il suo corso di Psicologia della formazione. Insomma, è una lunga storia.

AL – Professor Quaglino, in una precedente intervista nel 2004, si faceva riferimento a due sue recenti pubblicazioni, La vita Organizzativa e Autoformazione. Facendo riferimento proprio al concetto, all’idea e alla pratica dell’auto-formazione le chiedo: è un segno di resa questo, come a dire, le organizzazioni non sono più un luogo deputato a fare formazione ?

GPQ – Forse le questioni sono più d’una dietro questo interrogativo che lei si è posto. L’auto-formazione è una modalità di pensare alla formazione soprattutto dando a quello che viene chiamato normalmente “il partecipante ad un corso di formazione”, e quindi chi ha un progetto di formazione per sé, più spazio in termini di guida e orientamento di questo percorso di formazione. E’ quindi più un mettere a disposizione degli aiuti, in termini metodologici piuttosto che contenutistici, per lasciare che ciascuno costruisca il proprio percorso di formazione, che non il pensare che tutta la formazioni è delegata in toto alle persone che prima erano orientate o comunque sollecitate a partecipare ai corsi. Non è quindi una delega in toto, ma è il rendere i partecipanti più attivi ne decidere dove andare e come andare nella propria formazione. In questo naturalmente c’è l’idea di recuperare la persona considerata in tutte le sue connotazioni soggettive e non semplicemente per quelle che sono le sue appartenenze organizzative, istituzionali, professionali, Semmai quindi di restituire alla formazione uno spazio di attenzione per questioni più personali, che non siano ovviamente riconducibili a problemi da ricondurre ad un setting clinico in senso stretto, ma più educative e formative. In questo la formazione tradizionale, non fa molto. Viceversa l’aspetto dell’auto-formazione come formazione da sé non è esattamente il discorso della formazione di sé ma è soltanto adombrata da questo discorso dell’auto-formazione. Direi che l’auto-formazione si può definire innanzitutto come formazione da sé, con l’aiuto metodologico di un professionista che non è propriamente nel ruolo di docente e la formazione di sé è tutta un’altra questione.

AL – Professore, ascoltando questa sua distinzione fra formazione di sé e formazione da se, mi viene alla mente anni fa, quando frequentai il suo corso di psicologia della formazione nel 2002, lei commentò il fenomeno allora emergente della formazioneon-line. La sua opinione, se non ricordo male, era che la presenza del formatore, o comunque di un professionista, fosse imprescindibile, come a dire che l’auto-formazione di fronte ad uno schermo si presentasse come povera.

GPQ – Quella non è formazione. On-line possiamo fare istruzione ma non facciamo formazione. Se poi si vuole parlare di formazione anche nel caso dell’istruzione, ciascuno è legittimato ad usare le parole come meglio crede ma, a stretto rigor di termini,  non ci si forma on-line, al massimo ci si istruisce. Se intendiamo la formazione come esperienza di apprendimento, la tecnologia non è di nessun aiuto.

AL –Se pensiamo al fatto che l’humus nel quale ci muoviamo adesso è ipertecnologico, anche nelle organizzazioni contemporanee si ha l’impressione paradossale che dietro alle vision futuribili delle varie “Nuove Formazioni”, dietro il “moloch” della tecnologia e del web, dietro la categoria 2.0, se parliamo di formazione, per come l’abbiamo intesa fin qui, si siano fatti metodologicamente mille passi indietro.

GPQ – Certamente la tecnologia permette e consente passi avanti, ma anche passi indietro. Dal punto di vista strettamente della formazione, non della informazione o della istruzione, i passi indietro sono certamente maggiori dei passi avanti, come infiniti sono i passi dal punto di vista dell’informazione. Poi è chiaro che l’informazione non è governata anche se produce conoscenza., con il rischi di rimanere superficiale.

AL – Perché questo?

GPQ – Ma perché tutta l’informazione, la conoscenza, il dato o la nozione che circola in rete, non ha nessuna qualità di approfondimento, di spessore, di rilievo critico, che sia capace di costruire il pensiero. Prevalentemente costruisce suggestioni, spunti, cenni, ma generalmente costruisce una falsa idea di sapere.

AL – In un video che ormai da anni gira in rete, si vede Steve Jobs che racconta ai neolaureati dell’Università americana di Stanford tre storie che in qualche modo riassumono la sua vita. Credo sia un buon esempio questo per capire qual è il nesso tra formazione e narrazione. Nei contesti organizzativi, si parla molto di storytelling e di storie organizzative. Spesso ho però l’impressione che chi entra in un’organizzazione corra il grande rischio di essere fagocitato dalle storie “ufficiali”, dalle storie istituzionali, dal Grande Racconto, perdendo, chissà dove, il senso della propria storia.

GPQ – Certo, chi entra a far parte di un’organizzazione entra a far parte di una storia collettiva, una storia collettiva che c’era prima e che probabilmente continuerà anche dopo. Se la storia collettiva soffoca la storia individuale o se in qualche modo anche solo la confonde, non credo che questo sia alla fine un grosso vantaggio neanche per l’organizzazione. A me sembra che le organizzazioni questo aspetto non lo capiscano e forse non sono interessate a capirlo. Credo che il problema fondamentale sia che la formazione e l’organizzazione siano molto più lontane di quanto realmente si creda, una sorta di inconciliabilità di fondo tra la formazione come esperienza di apprendimento personale e la dimensione di esperienza lavorativa nel contesto organizzativo. Le organizzazioni non formano, cercano invece di con-formare, per come hanno deciso o pensato, anche con buone intenzioni per carità, ma rispetto a quello che pensano che le persone debbano sapere e ovviamente rispetto a quelli che sono gli obiettivi organizzativi, i risultati attesi. Le storie, in questo senso, servono un po’ per condire o contenere tutto questo. Le storie individuali non sono di interesse per nessuna realtà organizzativa in realtà. Questa credo sia l’inconciliabilità di fondo tra storie organizzative e storie individuali. Poi certo, le organizzazioni sono pressate sempre più dalle proprie istanze e quindi credo che la questione sia la pervasività del modello organizzativo su ogni altro modello di vita possibile.

AL – Mi viene in mente professore lo studio di Gareth Morgan, Images, Metafore dell’organizzazione. Quali sono le metafore delle organizzazioni di oggi?

GPQ – A me sembra che la metafora fondamentale delle organizzazioni sia l’egoismo, questo è un dato di fondo.  Questo è una dato confermato dal fatto che le organizzazioni sentono il bisogno di dover continuamente parlare dell’importanza delle risorse umane, delle persone, della motivazione, ma che poi, alla fine, tutto questo non si traduca in qualcosa che non sia strumentale o finalizzata ad altro. Considero quindi che le organizzazioni abbiano perso le metafore ma che allo stesso tempo abbiano calato la maschera.

AL – Questo calare la maschera mi sembra che sia bene raccontato nel suo libro La vita Organizzativa.

GPQ – Sappiamo benissimo che esistono alcuni principi organizzativi irremovibili, come l’efficacia, l’efficienza, la valorizzazione delle risorse, tutte queste parole di cui molto si sente parlare, a cui è difficile contrapporsi. Per cui, il libro La vita Organizzativa è soltanto il tentativo di dire che sotto quella apparente dimensione osservabile di razionalità, di logica, di problem solving o decision making, l’organizzazione è un contenitore di tutta la vita e delle esistenze delle persone e che ovviamente c’è molta più soggettività di quanto in realtà si pretende di governare.


Laboratorio delle Dinamiche di Gruppo e Organizzative

Due mattinate di lavoro sul “Lavoro di gruppo” e sulla “Conduzione di gruppi di lavoro“.

Due i Focus:

  • L’utilizzo e l’apprendimento di esercitazioni e/o Giochi di gruppo quali, a titolo di esempio:

Obelisco di Zin: Esercitazione in gruppo con focus Problem Solving.

Nasa | Allunaggio: Esercitazione classica focalizzata sul Decision making gruppale.

Money Run: Esercitazione in gruppo focalizzata sulla Leadership

  • La sperimentazione e l’apprendimento delle dinamiche di gruppo in contesti organizzativi

Venerdì 16 febbraio | 9 – 13

Sabato 17 febbraio | 9 – 13

Sede: Circolo della Stampa. Corso Stati Uniti Torino

PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI CLICCA QUI

La lunga marcia della formazione iniziata, nel nostro paese, cinquant’anni fa, ha trovato sin dall’inizio la psicologia in posizione di interlocutrice particolarmente attenta e impegnata sul fronte dello sviluppo dei contenuti così come su quello dell’innovazione dei metodi.

Le Esercitazioni di Gruppo, talvolta definite anche, non a caso, “giochi psicologici”, sono da considerare certamente come uno dei contributi più rappresentativi e significativi in tal senso, sia per la capacità di promuovere una didattica attiva sia per la possibilità di stimolare l’apprendere dall’esperienza.

Disponiamo oggi di un archivio ricchissimo composto da centinaia e centinaia di esercitazioni sui più diversi temi relazionali, professionali, organizzativi e istituzionali: team building e team working, leadership e comunicazione, negoziazione e conflitto, problem solving e decision making, e così via. E disponiamo di centinaia e centinaia di varianti di minore o maggiore complessità, in indoor o outdoor, di piccolo o grande gruppo, di role-playing più o meno strutturato, di breve o lunga durata, in forma di simulazione o di storytelling.

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Nonostante ciò stiamo per assistere ad una nuova stagione di innovazione del setting di apprendimento che è proprio delle Esercitazioni di Gruppo sotto la spinta delle nuove tecnologie, della rete, dell’ e-learning, della realtà aumentata, e di tutto ciò che offre il mondo del “digitale”.

Per tutte queste ragioni possiamo considerare le Esercitazioni di Gruppo, non solo come un “classico” metodo di formazione, ma soprattutto come una delle principali risorse applicate nei più differenti contesti di intervento professionale tra sviluppo individuale e sviluppo organizzativo.

Questi 2 workshop si propongono dunque di essere una introduzione al mondo delle Esercitazioni di Gruppo attraverso una presentazione delle questioni principali di definizione del Setting di Apprendimento, di utilizzo in ambito formativo, sociale e consulenziale, di progettazione e innovazione.

In ciascun incontro e’ prevista la sperimentazione di un’esercitazione, l’analisi delle dinamiche emergenti, l’approfondimento delle modalità di conduzione e discussione, l’individuazione dei criteri e delle linee di innovazione, in una prospettiva di “gruppo di progetto” attivo e finalizzato.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Politica Professionale

Psicologia: il numero chiuso non si può fare

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Piccola nota personale per iniziare. Appartengo a quella schiera di persone che se nella sua strada avesse a suo tempo incontrato il numero chiuso, oggi non farei questo mestiere.

Detta in modo semplice: a suo tempo, quando decisi di iscrivermi a psicologia, mi imbattei nei primi tentativi di numero chiuso presso le ormai defunte facoltà e, attenzione, feci il il test e non lo passai. La mia fortuna (o sfortuna chissà …), fu che il test fu ritenuto “orientativo” e non selettivo quindi, entrai.

OPINIONI E POSIZIONI. Ora, con buona pace di chi può pensare, “Peccato, potevamo evitarci Lombardo ci fosse stato il numero chiuso”, ora son qui che fra ruoli istituzionali, opinioni ed esperienze personali, leggi che regolamentano la questione, dati di realtà sul numero degli psicologi in Italia, vi confesso, che faccio molta fatica a dirimere la matassa ed a costruirmi un’opinione definita e netta sulla questione. Più volte mi sono espresso a favore del numero chiuso, che è una necessità, ma non posso non trovarmi in dissonanza viste il mio percorso. Sia chiaro, resto a favore del numero chiuso che ritengo necessario, e penso che il mio ruolo pubblico debba prevalere sulla mia opinione o esperienza personale.

SEMBRA FACILE. Altra questione poi è la faciloneria con la quale sui social ci si deve scontrare quando si parla del numero chiuso a psicologia. Pare sia la cosa più ovvia e semplice di questo mondo. Tralasciando il fatto che qualora entrasse a regime, gli effetti si vedrebbero forse tra vent’anni e nessun ha poi idea cosa fare in questi venti anni di attesa. Tralasciando tutti gli aspetti anche etici, che mi fa dire che è troppo facile chiudere la porta una volta che sei entrato. Tralasciando tante cose incluse le regole, le leggi, le normative, inclusa quest’ultima sentenza del TAR, che dice che a psicologia il numero chiuso non si può fare.

IL FATTO. Si parte da un recente caso avvenuto presso l’Università di Torino, Dipartimento di Psicologia il quale, dopo aver definito che per molti motivi, in primis le risorse disponibili, era necessario attuare il numero chiuso. Come era facile aspettarsi, tale decisione venne impugnata dagli studenti cui, a quanto si apprende da un recente articolo di giornale, il TAR ha dato ragione: psicologia, in quanto percorso universitario, secondo il TAR, non avrebbe i requisiti necessari per poter istituire il numero chiuso. Ora, una decisione del genere, è senza ombra di dubbio una sentenza che potenzialmente può aprire una gran caos nel mondo della psicologia universitaria e professionale.

Ecco l’articolo originale che racconta il fatto:

Il Tar boccia il numero chiuso a Psicologia

I giudici: l’ateneo non ha rispettato i requisiti di legge. Il legale degli studenti: devono aprire anche gli altri corsi

L’Università non può mettere un filtro all’ingresso a proprio piacimento. Per decidere se un corso deve essere aperto a tutti, o se si può mettere un imbuto e fissare un numero chiuso, ci sono precisi requisiti da rispettare. È per questo che i giudici hanno bocciato il test d’ingresso e il numero chiuso a Psicologia. Un test tentato da 1700 ragazzi e ragazze, che si contendevano 410 posti. Negli anni, a Torino le aspiranti matricole per molti corsi di laurea sono aumentate. Ma la risposta sembra ben sintetizzata da quello che dichiarava, dopo il ricorso degli studenti, Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di Psicologia: «Il problema è che noi non abbiamo neanche una minima parte delle risorse, né di personale, né di spazi, per accoglierli tutti». Ecco, secondo i giudici, questo criterio è sbagliato. Il test era nato già un po’ zoppo. Nove domande, su 70 complessive, erano di cultura generale, “materia”, per così dire, che non era però prevista nel bando con cui il test veniva pubblicizzato agli studenti. Di fronte alle rimostranze, l’ateneo lo può fare solo non per i motivi previsti dalla legge.

La prova  

Il numero chiuso deciso dall’Università è stato bocciato dal tribunale. L’Università non può mettere un filtro all’ingresso a proprio piacimento. Per decidere se un corso deve essere aperto a tutti, o se si può mettere un imbuto con un numero chiuso, ci sono precisi requisiti da rispettare. Ruota attorno a questo la bocciatura da parte del Tar Lazio del test d’ingresso e del numero chiuso a Psicologia. Negli anni, a Torino le aspiranti matricole per molti corsi di laurea sono aumentate. Ma la risposta a quest’onda non sembra adeguata. Dopo il ricorso degli studenti, Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di Psicologia, disse: «Non abbiamo neanche una minima parte delle risorse, di personale, di spazi per accogliere tutti».

Il criterio

Se questo è il criterio – aumentano gli studenti e in risposta arrivano i numeri chiusi – secondo i giudici non si rispetta la legge. Fatti salvo i numeri programmati a livello nazionale, come Medicina o Architettura, la sentenza del Tar richiama l’articolo 2 della legge 264 del ’99, in cui si parla di laboratori ad alta specializzazione o dell’obbligo di tirocinio come requisiti del numero chiuso. Secondo il Tar, non è il caso di Psicologia, «perchè quanto prospettato dall’ateneo non risulta differire in alcun modo da comuni lezioni frontali». Il test di Psicologia era nato già zoppo. Nove domande, su 70, erano di cultura generale, “materia” non prevista nel bando. Di fronte alle rimostranze, l’ateneo aveva annullato dai risultati il conteggio di quelle domande. Ma la vittoria degli studenti al Tar è stata giocata sull’altro piano. Esulta l’Udu, Unione degli Universitari, l’organizzazione studentesca che ha portato avanti il ricorso e che si batte per l’abolizione dei numeri chiusi. «È una decisione rivoluzionaria: ricorda che non basta il sovraffollamento per decidere il numero chiuso», dice l’avvocato Michele Bonetti, secondo cui la sentenza avrà un effetto a cascata, obbligando l’Università ad abolire altri numeri chiusi. «Faremo una valanga di ricorsi e siamo pronti a fare un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale». Per Valeria Sartori, coordinatrice dell’Udu Torino, l’Università non può attendere oltre «e deve immediatamente ammettere gli studenti».

Battaglia legale

L’ateneo di via Po, con oltre 70 mila studenti, ha abolito negli anni molti numeri chiusi, politica rivendicata dal rettore, Gianmaria Ajani, per favorire il diritto allo studio. Salvo doverli reintrodurre per Economia, sempre per aule sovraffollate, mancanza di prof e tirocini. Adesso bisognerà capire cosa succederà a settembre: se l’ateneo andrà avanti per la sua strada con il numero chiuso a Psicologia. La battaglia legale potrebbe essere lunga. «Dobbiamo leggere bene la sentenza: è complessa. Di primo acchito non ci convince, ad esempio non considera il nostro obbligo di fare tirocini. Valuteremo la possibilità di fare ricorso al Consiglio di Stato», dice il direttore del dipartimento Zennaro.

Fonte originale: La stampa

 

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Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

Quella che segue, è l’introduzione all’Ebook Medicina Narrativa in Ospedale. Storie di bella sanità pubblica. Questo Ebook, è l’esito finale di un lavoro che, in questi anni, insieme alla collega Angela Fabiano, ho portato avanti in un’azienda ospedaliera di Catania.

Psicologia ospedaliera dunque? Si, io ritengo questo progetto un progetto a forte valenza psicologica, dove le metodologie scelte, quelle della cosiddetta Medicina Narrativa o ancor meglio dello Storytelling, si sono messi al servizio di una visione psicologica del contesto ospedaliero.

Il progetto, che in realtà è ancora in corso, ha visto la partecipazione di numerosi medici, infermieri, ostetriche, fisioterapisti, ed è a loro che va ora il mio pensiero. Perché, grazie al lavoro di questi anni, ne sento ancora le tracce, le parole, le emozioni, quando rileggo queste narrazioni.

Quando, anni fa, ho pensato il progetto, non ho fatto altro che immaginarmi il contesto ospedaliero come una contenitore ipersaturo di narrazioni e, di conseguenza, vedevo come necessaria la costruzione di una processualita’ che avesse funzione desaturante e digestiva. Nei fatti, non è stato semplice trovare il giusto equilibrio, la giusta distanza che è sempre necessaria quando ti poni di fronte a qualcuno è, per dirla in breve, gli dici: raccontami una storia, raccontami le tue storie. E leggendo le narrazioni contenute nell’Ebook, tra ironia, tristezza, angoscia, paura, lacrime, ricordi, traumi, sorrisi, questa giusta distanza, questa stessa giusta distanza, sarà difficile esercitarla in chi avrà voglia di immergersi e di farsi travolgere da queste narrazioni.

CLICCA QUI PER SCARICARE GRATIS L’EBOOK

INTRODUZIONE EBOOK

L’INIZIO. Questo libro è l’esito finale del lavoro svolto nei workshop presso l’Azienda Sanitaria ARNASS Garibaldi di Catania dal titolo “Medicina Narrativa Storie di cura: un percorso di integrazione” con la dott.ssa Angela Fabiano come Responsabile Scientifica ed io, come Progettista e formatore. A questo workshop hanno partecipato medici, infermieri e fisioterapisti dei presidi sanitari Garibaldi e Nesima di Catania ed a loro, ai partecipanti, è d’obbligo un enorme ringraziamento.

Il workshop è stato pensato e disegnato come un luogo esperienziale e autobiografico dove, nel corso delle due giornate, venivano svolte una serie di attività che mettevano al centro i partecipanti. Le loro esperienze, le loro storie, le loro narrazioni, situate e contestualizzate con una cornice identitaria ben definita, la loro professione, sono state finalità e strumento operativo del workshop.

STORIE DI SE’. Sappiamo che le professioni mediche sono professioni ad alto impatto relazionale e ad alto impatto emotivo e psicologico. Tra i costi dell’attuale medicina (si parla spesso di sostenibilità del sistema sanitario), ci si dimentica però di inserire e di valorizzare (letteralmente, dare valore) il costo umano dello stare dentro i sistemi sanitari pubblici attuali. Quanto è emotivamente sostenibile svolgere una professione medica oggi? Immergersi, come farà il lettore in queste storie, storie di pazienti memorabili, di primi pazienti, di aiutanti, non vuol dire altro che immergersi nella vita di chi, la sanità, la vive tutti i giorni: i medici, gli infermieri, i fisioterapisti, e tutto il personale sanitario. Ecco perché Storie di bella sanità.

LE RELAZIONI PERICOLOSE. Queste storie sono storie di relazioni. Relazioni di medici, infermieri, fisioterapisti, con persone che hanno incontrato nella loro più o meno lunga professione e che, inevitabilmente, non sono altro che storie di sé. Ogni storia racconta qualcosa di sé. Storie che hanno lasciato un segno, e che in qualche modo, per qualche motivo che non sempre – e forse è giusto così – viene esplicitato, lascia una traccia, una ferita, un segno per l’appunto, nel sé di chi racconta. E di chi ascolta.

LA LINGUA DEI SEGNI. Segni dunque. Segni che vanno letti come delle tracce di umanità, di una “disperata vitalità che, nel percorso della medicina contemporanea, nell’era della medicina della tecnica, si pensa, erroneamente, di aver lasciato da parte. Se ne accorgerà il lettore: questa “tremenda” umanità che trasuda ed emerge nelle storie di questo libro, nelle parole e nei racconti dei nostri medici, infermieri, fisioterapisti, si ritrova quello che si pensa non esserci più nella medicina attuale: umanità, emozioni, anima.

UMANIZZARE LA MEDICINA. Seguendo le storie che si leggeranno, sembra quindi chiaro che il tema della cosiddetta umanizzazione della medicina è, per certi versi, un falso problema. Anzi, appare paradossalmente come un goffo tentativo di ritrovare qualcosa di andato perso, di reinserire quel che si pensa non esserci: l’umanità per l’appunto. Ed il goffo tentativo è propriamente il principio additivo sottostante ad un’operazione di questa portata: aggiungere, in questo caso, presuppone una mancanza.

Davvero mancherebbe umanità nei reparti e nei rapporti? Davvero pensiamo che i pazienti, la vita delle persone che si affidano volenti o nolenti ai nostri medici, infermieri, incontrano così poca umanità nei nostri ospedali? O forse, ed è questa la nostra tesi, qui di umanità ne incontriamo a volontà, così tanta che si fatica a raccontarla tutta?

TRAVOLTI DALLE STORIE. Allora, vale di certo la pena di dirlo in modo chiaro e netto: di vicende umane, di amore, di vita, di speranza, di morte, di delusioni, di distacchi, di tragedie e anche di commedie verrà sommerso il lettore delle storie contenute in questo libro. Travolto, come ne sono stato travolto io nelle mie vesti di formatore del workshop, io che queste storie le ha vissute e fatte emergere, che queste storie le ha ascoltate e che, inevitabilmente, le ha fatte proprie. Queste storie, non posso che portarle con me, custodirle come fossero piccoli e grandi segreti di chi le ha volute raccontare, come segreti sussurrati a bassa voce.

DI CHI SONO LE STORIE. Viene difficile, seguendo la traccia sopracitata, rispondere così a domande come “a chi appartengono queste storie?” o “di cosa raccontano queste storie?”. Le storie sono di chi le ascolta verrebbe da dire, e di certo, il ruolo che la narrazione ha in queste storie è stato principalmente quello di creare un contesto di condivisione. Ora, con questo libro, compiamo l’ultimo passaggio, che è quello di raccontare ulteriormente, a chi vorrà ascoltare, leggendo queste storie, cosa significa fare il medico, l’infermiere o il fisioterapista, nella sanità di oggi. Storie di bella sanità appunto. Buona lettura.

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