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Psicologia

Psicologia della formazione: dialogo con Gian Piero Quaglino

 

Incontro il professor Gian Piero Quaglino, già preside della defunta facoltà di Psicologia a Torino e professore ordinario di Psicologia della formazione, nel suo studio. Non nascondiamolo: è stato uno dei miei maestri. Maestro di sguardi sui fenomeni organizzativi. Questo dialogo, in fondo, inizia circa dieci anni fa, quando frequentai il suo corso di Psicologia della formazione. Insomma, è una lunga storia.

AL – Professor Quaglino, in una precedente intervista nel 2004, si faceva riferimento a due sue recenti pubblicazioni, La vita Organizzativa e Autoformazione. Facendo riferimento proprio al concetto, all’idea e alla pratica dell’auto-formazione le chiedo: è un segno di resa questo, come a dire, le organizzazioni non sono più un luogo deputato a fare formazione ?

GPQ – Forse le questioni sono più d’una dietro questo interrogativo che lei si è posto. L’auto-formazione è una modalità di pensare alla formazione soprattutto dando a quello che viene chiamato normalmente “il partecipante ad un corso di formazione”, e quindi chi ha un progetto di formazione per sé, più spazio in termini di guida e orientamento di questo percorso di formazione. E’ quindi più un mettere a disposizione degli aiuti, in termini metodologici piuttosto che contenutistici, per lasciare che ciascuno costruisca il proprio percorso di formazione, che non il pensare che tutta la formazioni è delegata in toto alle persone che prima erano orientate o comunque sollecitate a partecipare ai corsi. Non è quindi una delega in toto, ma è il rendere i partecipanti più attivi ne decidere dove andare e come andare nella propria formazione. In questo naturalmente c’è l’idea di recuperare la persona considerata in tutte le sue connotazioni soggettive e non semplicemente per quelle che sono le sue appartenenze organizzative, istituzionali, professionali, Semmai quindi di restituire alla formazione uno spazio di attenzione per questioni più personali, che non siano ovviamente riconducibili a problemi da ricondurre ad un setting clinico in senso stretto, ma più educative e formative. In questo la formazione tradizionale, non fa molto. Viceversa l’aspetto dell’auto-formazione come formazione da sé non è esattamente il discorso della formazione di sé ma è soltanto adombrata da questo discorso dell’auto-formazione. Direi che l’auto-formazione si può definire innanzitutto come formazione da sé, con l’aiuto metodologico di un professionista che non è propriamente nel ruolo di docente e la formazione di sé è tutta un’altra questione.

AL – Professore, ascoltando questa sua distinzione fra formazione di sé e formazione da se, mi viene alla mente anni fa, quando frequentai il suo corso di psicologia della formazione nel 2002, lei commentò il fenomeno allora emergente della formazioneon-line. La sua opinione, se non ricordo male, era che la presenza del formatore, o comunque di un professionista, fosse imprescindibile, come a dire che l’auto-formazione di fronte ad uno schermo si presentasse come povera.

GPQ – Quella non è formazione. On-line possiamo fare istruzione ma non facciamo formazione. Se poi si vuole parlare di formazione anche nel caso dell’istruzione, ciascuno è legittimato ad usare le parole come meglio crede ma, a stretto rigor di termini,  non ci si forma on-line, al massimo ci si istruisce. Se intendiamo la formazione come esperienza di apprendimento, la tecnologia non è di nessun aiuto.

AL –Se pensiamo al fatto che l’humus nel quale ci muoviamo adesso è ipertecnologico, anche nelle organizzazioni contemporanee si ha l’impressione paradossale che dietro alle vision futuribili delle varie “Nuove Formazioni”, dietro il “moloch” della tecnologia e del web, dietro la categoria 2.0, se parliamo di formazione, per come l’abbiamo intesa fin qui, si siano fatti metodologicamente mille passi indietro.

GPQ – Certamente la tecnologia permette e consente passi avanti, ma anche passi indietro. Dal punto di vista strettamente della formazione, non della informazione o della istruzione, i passi indietro sono certamente maggiori dei passi avanti, come infiniti sono i passi dal punto di vista dell’informazione. Poi è chiaro che l’informazione non è governata anche se produce conoscenza., con il rischi di rimanere superficiale.

AL – Perché questo?

GPQ – Ma perché tutta l’informazione, la conoscenza, il dato o la nozione che circola in rete, non ha nessuna qualità di approfondimento, di spessore, di rilievo critico, che sia capace di costruire il pensiero. Prevalentemente costruisce suggestioni, spunti, cenni, ma generalmente costruisce una falsa idea di sapere.

AL – In un video che ormai da anni gira in rete, si vede Steve Jobs che racconta ai neolaureati dell’Università americana di Stanford tre storie che in qualche modo riassumono la sua vita. Credo sia un buon esempio questo per capire qual è il nesso tra formazione e narrazione. Nei contesti organizzativi, si parla molto di storytelling e di storie organizzative. Spesso ho però l’impressione che chi entra in un’organizzazione corra il grande rischio di essere fagocitato dalle storie “ufficiali”, dalle storie istituzionali, dal Grande Racconto, perdendo, chissà dove, il senso della propria storia.

GPQ – Certo, chi entra a far parte di un’organizzazione entra a far parte di una storia collettiva, una storia collettiva che c’era prima e che probabilmente continuerà anche dopo. Se la storia collettiva soffoca la storia individuale o se in qualche modo anche solo la confonde, non credo che questo sia alla fine un grosso vantaggio neanche per l’organizzazione. A me sembra che le organizzazioni questo aspetto non lo capiscano e forse non sono interessate a capirlo. Credo che il problema fondamentale sia che la formazione e l’organizzazione siano molto più lontane di quanto realmente si creda, una sorta di inconciliabilità di fondo tra la formazione come esperienza di apprendimento personale e la dimensione di esperienza lavorativa nel contesto organizzativo. Le organizzazioni non formano, cercano invece di con-formare, per come hanno deciso o pensato, anche con buone intenzioni per carità, ma rispetto a quello che pensano che le persone debbano sapere e ovviamente rispetto a quelli che sono gli obiettivi organizzativi, i risultati attesi. Le storie, in questo senso, servono un po’ per condire o contenere tutto questo. Le storie individuali non sono di interesse per nessuna realtà organizzativa in realtà. Questa credo sia l’inconciliabilità di fondo tra storie organizzative e storie individuali. Poi certo, le organizzazioni sono pressate sempre più dalle proprie istanze e quindi credo che la questione sia la pervasività del modello organizzativo su ogni altro modello di vita possibile.

AL – Mi viene in mente professore lo studio di Gareth Morgan, Images, Metafore dell’organizzazione. Quali sono le metafore delle organizzazioni di oggi?

GPQ – A me sembra che la metafora fondamentale delle organizzazioni sia l’egoismo, questo è un dato di fondo.  Questo è una dato confermato dal fatto che le organizzazioni sentono il bisogno di dover continuamente parlare dell’importanza delle risorse umane, delle persone, della motivazione, ma che poi, alla fine, tutto questo non si traduca in qualcosa che non sia strumentale o finalizzata ad altro. Considero quindi che le organizzazioni abbiano perso le metafore ma che allo stesso tempo abbiano calato la maschera.

AL – Questo calare la maschera mi sembra che sia bene raccontato nel suo libro La vita Organizzativa.

GPQ – Sappiamo benissimo che esistono alcuni principi organizzativi irremovibili, come l’efficacia, l’efficienza, la valorizzazione delle risorse, tutte queste parole di cui molto si sente parlare, a cui è difficile contrapporsi. Per cui, il libro La vita Organizzativa è soltanto il tentativo di dire che sotto quella apparente dimensione osservabile di razionalità, di logica, di problem solving o decision making, l’organizzazione è un contenitore di tutta la vita e delle esistenze delle persone e che ovviamente c’è molta più soggettività di quanto in realtà si pretende di governare.


Laboratorio delle Dinamiche di Gruppo e Organizzative

Due mattinate di lavoro sul “Lavoro di gruppo” e sulla “Conduzione di gruppi di lavoro“.

Due i Focus:

  • L’utilizzo e l’apprendimento di esercitazioni e/o Giochi di gruppo quali, a titolo di esempio:

Obelisco di Zin: Esercitazione in gruppo con focus Problem Solving.

Nasa | Allunaggio: Esercitazione classica focalizzata sul Decision making gruppale.

Money Run: Esercitazione in gruppo focalizzata sulla Leadership

  • La sperimentazione e l’apprendimento delle dinamiche di gruppo in contesti organizzativi

Venerdì 16 febbraio | 9 – 13

Sabato 17 febbraio | 9 – 13

Sede: Circolo della Stampa. Corso Stati Uniti Torino

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La lunga marcia della formazione iniziata, nel nostro paese, cinquant’anni fa, ha trovato sin dall’inizio la psicologia in posizione di interlocutrice particolarmente attenta e impegnata sul fronte dello sviluppo dei contenuti così come su quello dell’innovazione dei metodi.

Le Esercitazioni di Gruppo, talvolta definite anche, non a caso, “giochi psicologici”, sono da considerare certamente come uno dei contributi più rappresentativi e significativi in tal senso, sia per la capacità di promuovere una didattica attiva sia per la possibilità di stimolare l’apprendere dall’esperienza.

Disponiamo oggi di un archivio ricchissimo composto da centinaia e centinaia di esercitazioni sui più diversi temi relazionali, professionali, organizzativi e istituzionali: team building e team working, leadership e comunicazione, negoziazione e conflitto, problem solving e decision making, e così via. E disponiamo di centinaia e centinaia di varianti di minore o maggiore complessità, in indoor o outdoor, di piccolo o grande gruppo, di role-playing più o meno strutturato, di breve o lunga durata, in forma di simulazione o di storytelling.

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Nonostante ciò stiamo per assistere ad una nuova stagione di innovazione del setting di apprendimento che è proprio delle Esercitazioni di Gruppo sotto la spinta delle nuove tecnologie, della rete, dell’ e-learning, della realtà aumentata, e di tutto ciò che offre il mondo del “digitale”.

Per tutte queste ragioni possiamo considerare le Esercitazioni di Gruppo, non solo come un “classico” metodo di formazione, ma soprattutto come una delle principali risorse applicate nei più differenti contesti di intervento professionale tra sviluppo individuale e sviluppo organizzativo.

Questi 2 workshop si propongono dunque di essere una introduzione al mondo delle Esercitazioni di Gruppo attraverso una presentazione delle questioni principali di definizione del Setting di Apprendimento, di utilizzo in ambito formativo, sociale e consulenziale, di progettazione e innovazione.

In ciascun incontro e’ prevista la sperimentazione di un’esercitazione, l’analisi delle dinamiche emergenti, l’approfondimento delle modalità di conduzione e discussione, l’individuazione dei criteri e delle linee di innovazione, in una prospettiva di “gruppo di progetto” attivo e finalizzato.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Alessandro Lombardo

FOUNDAMENTA | CALL PER IDEE PROGETTUALI| dialogo con Laura Orestano

Cosa é esattamente Foundamenta e che tipo di servizi offre?

Foundamenta è la prima call italiana per accelerare imprese e startup a impatto sociale. Se selezionati il programma 4 mesi residenziale offre investimento diretto nella startup e servizi di accelerazione specifici: product/service design, business modelling & impact assessment, networking for scalability, investment readiness. Tutto è focalizzato per accompagnare l’impresa vs ulteriori investitori e quindi per la crescita.

Chi può partecipare a questa call?

La call è aperta a team formali e informali o imprese/startup già costituite che abbiano almeno un prototipo funzionante come prodotto o servizio che risponda alle sfide sociali contemporanee: salute, welfare, cultural heritage, etc

Che tipo di “idee” imprenditoriali vengono scelte ?

La selezione è stringente in quanto riceviamo application da tutto il mondo. Selezioniamo idee di impresa che si mostrino innovative e rilevanti per la società e che possano scalare a livello almeno nazionale. Da quest’anno lanciamo in contemporanea a Foundamenta anche una call per idee progettuali che non sono ancora impresa: Design Your Impact è la call di pre-accelerazione per idee innovative a impatto sociale che ambiscono a strutturarsi progettualmente per divenire potenziali imprese. Anche questa call è ora aperta su nostro sito.

FOUNDAMENTA è il programma SocialFare per accelerare imprese e startup a impatto sociale. È il primo in Italia e l’unico che effettua investimento cash nelle startup/imprese selezionate.

Cosa & Come:

  • Programma residenziale a Torino
  • 4 mesi di accelerazione full-time
  • Seed fund fino a 100k€ cash
  • Acceleration Team dedicato, mentor d’eccellenza
  • Accesso al network 50+ Social Impact Investor
  • Desk gratuito @ Rinascimenti Sociali

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Libri di Psicologia

Psicoterapia di Dio

Questi, gli ultimi due libri che mi sono trovato a leggere, Psicoterapia di Dio di Boris Cyrulink, psicoanalista e Il grande racconto delle religioni, Giovanni Filoramo, storico delle religioni.

Psicoterapia da Dio

Sulla Terra, ogni giorno, miliardi di esseri umani si rivolgono a Dio in cerca di aiuto. Che sia il Dio dei cristiani, quello degli ebrei o quello dei musulmani, che sia una presenza benevola percepita nella natura o che sia un equilibrio cosmico di ascendenza orientale, resta il fatto che moltissime persone – la maggioranza – si rivolgono a Dio offrendo il proprio tempo e le proprie risorse «per provare la gioia di donare gioia». La spiritualità ha un ruolo importante e positivo per i credenti del mondo. Esiste una spiegazione a questo stato di grazia? In questo libro, Boris Cyrulnik, il più noto neuropsichiatra francese, si pone questa domanda cruciale in cerca di una risposta originale. Il tema è immenso e non scevro da valenze politiche in un momento storico come il nostro, nel quale masse di persone compiono crimini efferati proprio in nome di un cieco credo religioso. Ma resta il dato positivo: l’ambiente pacifico, calmo e fiocamente illuminato delle cattedrali gotiche, il cantillare salmodiante delle liturgie ebraiche, la voce rassicurante del muezzin che chiama i fedeli in preghiera sono tutti esempi del lato consolatorio della religione, in cui così tanti esseri umani cercano riparo. Con gli strumenti delle neuroscienze e con i concetti chiave di attaccamento e di resilienza, Cyrulnik ci mostra come la religione sia effettivamente in grado di avere effetti psicoterapeutici, spesso visibili. L’approccio scientifico e psicologico dell’autore porta a comprendere come il cervello del bambino instauri con Dio un rapporto affettivo paragonabile a quello che si instaura coi genitori. Il mondo della mente in via di sviluppo si struttura e nel cervello si scolpisce un sé neurologicamente e psicologicamente legato all’ambiente di crescita, che spesso aiuta, e molto, a combattere le inevitabili avversità della vita. Dio e psicoterapia sembrerebbero dunque alleati, almeno fintanto che Dio viene percepito come un padre buono e accogliente. I problemi iniziano, a livello psicologico e neurologico, quando l’ambiente della crescita presenta ai bambini un Dio vendicativo e intransigente. Proprio come avviene coi padri violenti.

Link al Libro

Il Grande racconto delle religioni

Nella straordinaria varietà di miti, simboli, forme, riti e valori in cui nelle diverse culture storiche trova espressione il sentimento religioso, il nucleo fondamentale è sempre lo stesso: il rapporto dell’uomo con il cosmo e con le sue forze potenti, misteriose e ingovernabili. Che si tratti di aborigeni, di nativi americani, di sumeri, cinesi, di cultura hindu, o di antichi greci, del credo mazdeo, di ebraismo, cristianesimo o islam, la visione religiosa del mondo garantisce ai credenti un punto di vista unitario sulla realtà, una bussola per orientarsi tra il bene e il male. Mentre alcune visioni hanno al loro centro il problema del rapporto con una natura selvaggia e minacciosa, altre insegnano all’uomo a vivere in armonia con il cosmo che lo circonda, lo ha creato e lo nutre. In altre ancora, ordinatrice del cosmo è una figura di sovrano divinamente ispirato. Tra VIII e VII secolo a.C. si fa strada una visione religiosa nuova: il monoteismo. Il divino non si manifesta più nella natura, non ha tratti antropomorfi, ma trascende radicalmente l’uomo. Con il Cristianesimo la concezione del Dio incarnato opera una svolta antropologica destinata a segnare la storia del pensiero occidentale. È di tutto questo che parla il libro: dell’eterno, inesausto bisogno umano di realizzare la pienezza dell’essere attraverso il sacro.

Link al libro

Boris Cyrulnik è un neuropsichiatra, etologo e psicoanalista, nato a Bordeaux nel 1937. Responsabile di un gruppo di ricerca in Etologia clinica all’ospedale di Tolone, insegna Etologia umana all’Università della stessa città ed è membro del Consiglio di orientamento dell’Institut Diderot. Tra i suoi libri tradotti in italiano, Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi (con Elena Malaguti, 2005), Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare un trauma (2009), La vergogna (2011), La vita dopo Auschwitz. Come sono sopravvissuto alla scomparsa dei miei genitori dopo la Shoah (2014) e Morire d’infanzia. Uno studio sul fenomeno del suicidio infantile (2014). Presso Bollati Boringhieri è apparso Psicoterapia di Dio (2018).

Giovanni Filoramo insegna Storia del cristianesimo presso l’Università di Torino. Si è occupato di vari aspetti della storia del cristianesimo antico, di nuovi fenomeni religiosi, di storia delle interpretazioni e di problemi metodologici della storia religiosa. Presso Einaudi ha pubblicato Le vie del sacro (1994), Che cos’è la religione(2004) e Il sacro e il potere (2009) e curato il Dizionario delle religioni (1993) e la serie Le religioni e il mondo moderno (2008). Tra le sue pubblicazioni piú recenti si segnalano Veggenti profeti gnostici. Identità e conflitti nel cristianesimo antico (Morcelliana, 2005) e La Chiesa e le sfide della modernità (Laterza, 2007).

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Alessandro Lombardo

Poteri, massa, resistenze singolari | Dialoghi

Alessandro Lombardo – Il 27 ottobre, nell’Aula Magna del Campus Einaudi, alcune Associazioni (Aletosfera, Centro Psicoanalitico di trattamento dei malesseri contemporanei – onlus, IPOL) e l’Accademia Torinese dell’inatteso di Movida Zadig hanno organizzato una conversazione su “Poteri, massa, resistenze singolari“. Può presentare brevemente queste istituzioni e dirci perché la scelta di un tema così politico e perché la formula della “conversazione“, certamente meno usuale di quella del convegno?

Rosa Elena Manzetti: Tutte le istituzioni che organizzano la conversazione del 27 ottobre hanno in comune il fatto di essere istituzioni pensate e realizzate da membri della Scuola lacaniana di psicoanalisi. Alcune, il Centro Psicoanalitico e Aletosfera, sono istituzioni di applicazioni della psicoanalisi lacaniana ai malesseri contemporanei, vale a dire ai sintomi di cui soffrono oggi le persone, siano esse adulte o di età minore. IPOL è un’associazione che ha costituito una scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento lacaniano (l’istituto IPOL, appunto) riconosciuto dal MIUR e che si occupa essenzialmente di insegnamento della psicoanalisi. La sede di Torino della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi ha la finalità della trasmissione della psicoanalisi e della formazione degli psicoanalisti. L’Accademia torinese dell’inatteso è la realtà associativa più giovane, perché esiste da poco più di un anno e si implica e realizza scambi, discussione, confronti tra psicoanalisti lacaniani e non-psicoanalisti su temi di attualità e sulla relazione psicoanalisi e politica.

Alessandro Lombardo – Perché conversazione e perché politica?

Rosa Elena Manzetti – In breve, gli psicoanalisti, specificatamente gli psicoanalisti lacaniani, non possono non sapere che del nuovo sorge solo in un legame di conversazione con altri che praticano altri discorsi, soprattutto per come in quel legame ci si implica, possibilmente senza pre-giudizio preliminare. Inoltre noi psicoanalisti, come tutto il campo “psi”, come Lei sa, accogliamo soggetti che portano stili e contenuti diversi di discorso presenti in tutti gli ambiti della società e occorre che ci includiamo in ogni discorso nel modo opportuno al sintomo di cui ci si lamenta. Non siamo quindi fuori dalla società, anzi vi siamo inclusi, ma quello che conta è da quale posizione ci si include perché, proprio come nel gioco degli scacchi, mosse e posizioni diverse producono effetti diversi. E questo ha a che fare con la politica, non in senso partitico, ma in generale con la politica dei legami. Dalla conversazione del 27 ottobre, se ci andremmo senza posizioni pregiudiziali, non potrà che sorgere nello scambio, qualcosa che non sapevano prima.

Alessandro Lombardo: Quale il legame tra psicoanalisi e politica?

Ilaria Papandrea: Il legame è profondo se, come già si accennava, non intendiamo “politica”
in senso partitico, ma come rapporto fra l’individuale e il collettivo.
Pensiamo a quanto scrive Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io:
“Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello,
come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in questa accezione
più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è anche,
fin dall’inizio, psicologia sociale”.

Non tenere
conto di questa dimensione, non tenere conto di come i sintomi variano in
relazione al variare dell’ordine simbolico nel quale si è immersi, al suo
stesso vacillamento e venir meno – come dovremmo piuttosto dire oggi – ha
un’incidenza sulla pratica dello psicoanalista. Questi, come ricorda Lacan,
occorre che si mantenga all’altezza della soggettività del proprio tempo. Se il
sintomo testimonia infatti dell’eccezione, assolutamente singolare, che ogni
soggetto fa alla presa nel discorso universale – è la dimensione di disagio
connesso all’entrata nella civiltà, quale che sia, perché non c’è civiltà senza
disagio –, il mutare di questo discorso non potrà che produrre risposte e forme
di resistenza singolari diverse. Pensiamo alla differenza fra una società
fondata sull’ordine patriarcale e sulla repressione, quella nella quale è sorto
il discorso analitico, e una società liquida, orientata dall’ingiunzione a
godere e a consumare senza sosta, la società nella quale viviamo e nella quale
il rapporto stesso con il sapere e la verità è mutato, trasformando anche il
modo in cui i soggetti possono porre una domanda d’analisi.

Se decifrare il
discorso nel quale si è calati rientra dunque fra i compiti dello
psicoanalista, per l’incidenza che questo ha sulla sua pratica, possiamo però
anche aggiungere che questa stessa decifrazione, se messa al lavoro con altri,
che operano in altri campi, magari anche in quello della politica in senso più
stretto, potrà contribuire a tenerci svegli e ad alimentare quel desiderio di
interrogazione e di confronto che anima la vita democratica, oggi così tanto a
mal partito.

Alessandro Lombardo: E non c’è il rischio di affrontare in modo troppo
elitario questi temi?

Gian Francesco Arzente:
Capita di di sentire associare la psicoanalisi alle élite. Ma ciò che conta è
che la psicoanalisi si è da sempre occupata di mettere in questione la verità.
E la verità riguarda tutti e ciascuno, proprio come il tema di questa
Conversazione che ha a cuore temi che vanno a definire di cosa si tratta quando
si parla di disagio della civiltà oggi, quindi di cosa non va nell’uomo oggi:
ciascuno preso nella fatica di dire in una società frutto del progresso del suo
tempo. Ciò che più fa soffrire è di non capire, non capire perché si ha si
paura di questo o di quello. E per capire l’uomo ha necessità di parlare, di
spiegarsi: la parola è la grande forza della psicoanalisi e questa accomuna
tutti gli uomini e non solo le élite.

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