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Psicologia

La chiusura dei manicomi criminali. Un braccio di ferro culturale

180
Dopo il voto del Senato anche alla Camera dei Deputati è stato dato il via libera alla conversione in legge, con modifiche, del D.L. 52/2014 sulla chiusura degli OPG. 
Una lunga storia, che parte dalla legge 180, del 1978, ed arriva fino ad oggi, dopo anni di tentennamenti, di rinvii, di discussioni. Pubblico quindi una riflessione del filosofo Pier Aldo Rovatti, che credo abbia il merito di porre all’attenzione alcuni punti nodali sulla questione.

 

La chiusura dei manicomi criminali. Un braccio di ferro culturale

di Pier Aldo Rovatti

Negli ultimi cinquant’anni Michel Foucault, Franco Basaglia e con loro un’intera cultura critica ci hanno fatto capire che la “malattia mentale” (le virgolette sono d’obbligo) non è solo un problema sociale tra gli altri ma un sintomo eloquente, quasi una misura storica e politica della società nel suo insieme. Se osserviamo e approfondiamo il trattamento riservato di volta in volta alla follia, possiamo comprendere qualcosa di essenziale sui processi che innervano le varie epoche e sulla specificità del presente in cui viviamo. Capiamo che valore hanno “gli altri” per noi e il grado della nostra civiltà.

Questa pur rapida premessa è necessaria per valutare episodi che magari riteniamo significativi ma tendiamo a ritenere politicamente e culturalmente non così centrali, come potrebbe essere il caso dell’approvazione definitiva alla Camera del decreto di chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, insomma i “manicomi criminali”, una sopravvivenza dichiarata a più riprese “vergognosa” e che tuttavia sembra molto difficile far scomparire. Alla conversione in legge di questo decreto (il cui iter risale inizialmente al 2012 e si deve all’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino) si è arrivati dopo acute battaglie tuttora non sopite: non è qui la sede per scendere nei dettagli, basterà evidenziare che ciò che è soprattutto in gioco è la contestata cancellazione di ogni pratica di manicomializzazione.

Il manicomio non è scomparso nei fatti e specialmente nelle nostre teste con la famosa legge 180 del 1978 (la cosiddetta “legge Basaglia”). Già allora la psichiatria ufficiale aveva proseguito per la sua strada e ancora oggi essa fa sentire la propria voce, che rappresenta evidentemente una porzione non così piccola dell’opinione pubblica. Si tratta dell’opinione, radicata in pesanti pregiudizi, secondo la quale tra normalità e follia, tra guaribilità e inguaribilità, tra disturbo mentale e infermità mentale, esiste un confine netto e non oltrepassabile. Un’opinione, ora ammantata di scientificità, che può avere e ha avuto (pensiamo solo al programma hitleriano dell’eliminazione dei “gusci vuoti”, cioè degli individui ormai socialmente inutili) conseguenze terribili.

In Italia, proprio nei mesi scorsi, c’è stato un forte movimento (“Stop-Opg”) che ha cercato di scalfire la crosta dei pregiudizi e di migliorare il decreto di cui sto parlando: ricorderete il “cavallo azzurro” partito da Trieste e che ha girato l’intero Paese armato di questo messaggio di civiltà (con la benedizione dello stesso Presidente della Repubblica Napolitano). Ciò nonostante, le lobby degli psichiatri si sono levate per manifestare il loro dissenso.

Le Società scientifiche della psichiatria ufficiale chiedono in sostanza di salvaguardare il vecchio modello medico, che vedono “tradito” dalla messa in questione delle istituende Rems (ovvero le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, che rischiano di diventare dei mini-manicomi criminali) e dalla valorizzazione di quel canale che farebbe defluire gli attuali internati negli Opg nei Dipartimenti di salute mentale. Questa augurabile ipotesi permetterebbe programmi di cura e di reinserimento personalizzati. C’è anche, come è ovvio, un problema di destinazione delle risorse previste dal decreto, ma il punto è di cultura generale: cosa ce ne facciamo del disturbo mentale, riusciremo finalmente a infrangere la linea spessa che separa normalità da follia?

Insomma, gli psichiatri ufficiali desiderano tenersi addosso il loro camice bianco e impugnare ben stretti nelle loro mani i manuali diagnostici che classificano minuziosamente sindromi vecchie e nuove. La parola manicomio li scandalizza sommamente, intanto però si guardano dallo scendere in piazza per contestare il codice Rocco laddove esso perpetua l’idea di “pericolosità sociale”. Un argine deve pur esserci – sembrano dire – ma non sta a noi il compito di custodirlo: tocca ad altri punire e contenere, noi siamo esclusivamente dei medici del cervello.

Si sa che in vari luoghi della psichiatria istituzionale e privata si continuano a “legare” gli agitati, magari senza curarsi troppo dei motivi dell’agitazione. Si sa che qualcuno, anche di recente, è morto così, ma si fa finta di non saperlo. Quasi sempre la psichiatria ufficiale tende a veleggiare altrove. Non ama immischiarsi troppo: si dichiara fieramente contraria alla contenzione proprio mentre, magari, sta (inconsapevolmente?) avallandola. Non sono tanto in gioco le loro “competenze” quanto il fatto che essi si assumono di rappresentare un’opinione ancora molto diffusa (e in linea con l’attuale trend tecnico-scientifico).

[pubblicato su “Il Piccolo”, 30 maggio 2014]

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Alessandro Lombardo

FOUNDAMENTA | CALL PER IDEE PROGETTUALI| dialogo con Laura Orestano

Cosa é esattamente Foundamenta e che tipo di servizi offre?

Foundamenta è la prima call italiana per accelerare imprese e startup a impatto sociale. Se selezionati il programma 4 mesi residenziale offre investimento diretto nella startup e servizi di accelerazione specifici: product/service design, business modelling & impact assessment, networking for scalability, investment readiness. Tutto è focalizzato per accompagnare l’impresa vs ulteriori investitori e quindi per la crescita.

Chi può partecipare a questa call?

La call è aperta a team formali e informali o imprese/startup già costituite che abbiano almeno un prototipo funzionante come prodotto o servizio che risponda alle sfide sociali contemporanee: salute, welfare, cultural heritage, etc

Che tipo di “idee” imprenditoriali vengono scelte ?

La selezione è stringente in quanto riceviamo application da tutto il mondo. Selezioniamo idee di impresa che si mostrino innovative e rilevanti per la società e che possano scalare a livello almeno nazionale. Da quest’anno lanciamo in contemporanea a Foundamenta anche una call per idee progettuali che non sono ancora impresa: Design Your Impact è la call di pre-accelerazione per idee innovative a impatto sociale che ambiscono a strutturarsi progettualmente per divenire potenziali imprese. Anche questa call è ora aperta su nostro sito.

FOUNDAMENTA è il programma SocialFare per accelerare imprese e startup a impatto sociale. È il primo in Italia e l’unico che effettua investimento cash nelle startup/imprese selezionate.

Cosa & Come:

  • Programma residenziale a Torino
  • 4 mesi di accelerazione full-time
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  • Acceleration Team dedicato, mentor d’eccellenza
  • Accesso al network 50+ Social Impact Investor
  • Desk gratuito @ Rinascimenti Sociali

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Libri di Psicologia

Psicoterapia di Dio

Questi, gli ultimi due libri che mi sono trovato a leggere, Psicoterapia di Dio di Boris Cyrulink, psicoanalista e Il grande racconto delle religioni, Giovanni Filoramo, storico delle religioni.

Psicoterapia da Dio

Sulla Terra, ogni giorno, miliardi di esseri umani si rivolgono a Dio in cerca di aiuto. Che sia il Dio dei cristiani, quello degli ebrei o quello dei musulmani, che sia una presenza benevola percepita nella natura o che sia un equilibrio cosmico di ascendenza orientale, resta il fatto che moltissime persone – la maggioranza – si rivolgono a Dio offrendo il proprio tempo e le proprie risorse «per provare la gioia di donare gioia». La spiritualità ha un ruolo importante e positivo per i credenti del mondo. Esiste una spiegazione a questo stato di grazia? In questo libro, Boris Cyrulnik, il più noto neuropsichiatra francese, si pone questa domanda cruciale in cerca di una risposta originale. Il tema è immenso e non scevro da valenze politiche in un momento storico come il nostro, nel quale masse di persone compiono crimini efferati proprio in nome di un cieco credo religioso. Ma resta il dato positivo: l’ambiente pacifico, calmo e fiocamente illuminato delle cattedrali gotiche, il cantillare salmodiante delle liturgie ebraiche, la voce rassicurante del muezzin che chiama i fedeli in preghiera sono tutti esempi del lato consolatorio della religione, in cui così tanti esseri umani cercano riparo. Con gli strumenti delle neuroscienze e con i concetti chiave di attaccamento e di resilienza, Cyrulnik ci mostra come la religione sia effettivamente in grado di avere effetti psicoterapeutici, spesso visibili. L’approccio scientifico e psicologico dell’autore porta a comprendere come il cervello del bambino instauri con Dio un rapporto affettivo paragonabile a quello che si instaura coi genitori. Il mondo della mente in via di sviluppo si struttura e nel cervello si scolpisce un sé neurologicamente e psicologicamente legato all’ambiente di crescita, che spesso aiuta, e molto, a combattere le inevitabili avversità della vita. Dio e psicoterapia sembrerebbero dunque alleati, almeno fintanto che Dio viene percepito come un padre buono e accogliente. I problemi iniziano, a livello psicologico e neurologico, quando l’ambiente della crescita presenta ai bambini un Dio vendicativo e intransigente. Proprio come avviene coi padri violenti.

Link al Libro

Il Grande racconto delle religioni

Nella straordinaria varietà di miti, simboli, forme, riti e valori in cui nelle diverse culture storiche trova espressione il sentimento religioso, il nucleo fondamentale è sempre lo stesso: il rapporto dell’uomo con il cosmo e con le sue forze potenti, misteriose e ingovernabili. Che si tratti di aborigeni, di nativi americani, di sumeri, cinesi, di cultura hindu, o di antichi greci, del credo mazdeo, di ebraismo, cristianesimo o islam, la visione religiosa del mondo garantisce ai credenti un punto di vista unitario sulla realtà, una bussola per orientarsi tra il bene e il male. Mentre alcune visioni hanno al loro centro il problema del rapporto con una natura selvaggia e minacciosa, altre insegnano all’uomo a vivere in armonia con il cosmo che lo circonda, lo ha creato e lo nutre. In altre ancora, ordinatrice del cosmo è una figura di sovrano divinamente ispirato. Tra VIII e VII secolo a.C. si fa strada una visione religiosa nuova: il monoteismo. Il divino non si manifesta più nella natura, non ha tratti antropomorfi, ma trascende radicalmente l’uomo. Con il Cristianesimo la concezione del Dio incarnato opera una svolta antropologica destinata a segnare la storia del pensiero occidentale. È di tutto questo che parla il libro: dell’eterno, inesausto bisogno umano di realizzare la pienezza dell’essere attraverso il sacro.

Link al libro


Boris Cyrulnik è un neuropsichiatra, etologo e psicoanalista, nato a Bordeaux nel 1937. Responsabile di un gruppo di ricerca in Etologia clinica all’ospedale di Tolone, insegna Etologia umana all’Università della stessa città ed è membro del Consiglio di orientamento dell’Institut Diderot. Tra i suoi libri tradotti in italiano, Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi (con Elena Malaguti, 2005), Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare un trauma (2009), La vergogna (2011), La vita dopo Auschwitz. Come sono sopravvissuto alla scomparsa dei miei genitori dopo la Shoah (2014) e Morire d’infanzia. Uno studio sul fenomeno del suicidio infantile (2014). Presso Bollati Boringhieri è apparso Psicoterapia di Dio (2018).

Giovanni Filoramo insegna Storia del cristianesimo presso l’Università di Torino. Si è occupato di vari aspetti della storia del cristianesimo antico, di nuovi fenomeni religiosi, di storia delle interpretazioni e di problemi metodologici della storia religiosa. Presso Einaudi ha pubblicato Le vie del sacro (1994), Che cos’è la religione(2004) e Il sacro e il potere (2009) e curato il Dizionario delle religioni (1993) e la serie Le religioni e il mondo moderno (2008). Tra le sue pubblicazioni piú recenti si segnalano Veggenti profeti gnostici. Identità e conflitti nel cristianesimo antico (Morcelliana, 2005) e La Chiesa e le sfide della modernità (Laterza, 2007).

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Alessandro Lombardo

Poteri, massa, resistenze singolari | Dialoghi

Alessandro Lombardo – Il 27 ottobre, nell’Aula Magna del Campus Einaudi, alcune Associazioni (Aletosfera, Centro Psicoanalitico di trattamento dei malesseri contemporanei – onlus, IPOL) e l’Accademia Torinese dell’inatteso di Movida Zadig hanno organizzato una conversazione su “Poteri, massa, resistenze singolari“. Può presentare brevemente queste istituzioni e dirci perché la scelta di un tema così politico e perché la formula della “conversazione“, certamente meno usuale di quella del convegno?

Rosa Elena Manzetti: Tutte le istituzioni che organizzano la conversazione del 27 ottobre hanno in comune il fatto di essere istituzioni pensate e realizzate da membri della Scuola lacaniana di psicoanalisi. Alcune, il Centro Psicoanalitico e Aletosfera, sono istituzioni di applicazioni della psicoanalisi lacaniana ai malesseri contemporanei, vale a dire ai sintomi di cui soffrono oggi le persone, siano esse adulte o di età minore. IPOL è un’associazione che ha costituito una scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento lacaniano (l’istituto IPOL, appunto) riconosciuto dal MIUR e che si occupa essenzialmente di insegnamento della psicoanalisi. La sede di Torino della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi ha la finalità della trasmissione della psicoanalisi e della formazione degli psicoanalisti. L’Accademia torinese dell’inatteso è la realtà associativa più giovane, perché esiste da poco più di un anno e si implica e realizza scambi, discussione, confronti tra psicoanalisti lacaniani e non-psicoanalisti su temi di attualità e sulla relazione psicoanalisi e politica.

Alessandro Lombardo – Perché conversazione e perché politica?

Rosa Elena Manzetti – In breve, gli psicoanalisti, specificatamente gli psicoanalisti lacaniani, non possono non sapere che del nuovo sorge solo in un legame di conversazione con altri che praticano altri discorsi, soprattutto per come in quel legame ci si implica, possibilmente senza pre-giudizio preliminare. Inoltre noi psicoanalisti, come tutto il campo “psi”, come Lei sa, accogliamo soggetti che portano stili e contenuti diversi di discorso presenti in tutti gli ambiti della società e occorre che ci includiamo in ogni discorso nel modo opportuno al sintomo di cui ci si lamenta. Non siamo quindi fuori dalla società, anzi vi siamo inclusi, ma quello che conta è da quale posizione ci si include perché, proprio come nel gioco degli scacchi, mosse e posizioni diverse producono effetti diversi. E questo ha a che fare con la politica, non in senso partitico, ma in generale con la politica dei legami. Dalla conversazione del 27 ottobre, se ci andremmo senza posizioni pregiudiziali, non potrà che sorgere nello scambio, qualcosa che non sapevano prima.

Alessandro Lombardo: Quale il legame tra psicoanalisi e politica?

Ilaria Papandrea: Il legame è profondo se, come già si accennava, non intendiamo “politica” in senso partitico, ma come rapporto fra l’individuale e il collettivo. Pensiamo a quanto scrive Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale”.

Non tenere conto di questa dimensione, non tenere conto di come i sintomi variano in relazione al variare dell’ordine simbolico nel quale si è immersi, al suo stesso vacillamento e venir meno – come dovremmo piuttosto dire oggi – ha un’incidenza sulla pratica dello psicoanalista. Questi, come ricorda Lacan, occorre che si mantenga all’altezza della soggettività del proprio tempo. Se il sintomo testimonia infatti dell’eccezione, assolutamente singolare, che ogni soggetto fa alla presa nel discorso universale – è la dimensione di disagio connesso all’entrata nella civiltà, quale che sia, perché non c’è civiltà senza disagio –, il mutare di questo discorso non potrà che produrre risposte e forme di resistenza singolari diverse. Pensiamo alla differenza fra una società fondata sull’ordine patriarcale e sulla repressione, quella nella quale è sorto il discorso analitico, e una società liquida, orientata dall’ingiunzione a godere e a consumare senza sosta, la società nella quale viviamo e nella quale il rapporto stesso con il sapere e la verità è mutato, trasformando anche il modo in cui i soggetti possono porre una domanda d’analisi.

Se decifrare il discorso nel quale si è calati rientra dunque fra i compiti dello psicoanalista, per l’incidenza che questo ha sulla sua pratica, possiamo però anche aggiungere che questa stessa decifrazione, se messa al lavoro con altri, che operano in altri campi, magari anche in quello della politica in senso più stretto, potrà contribuire a tenerci svegli e ad alimentare quel desiderio di interrogazione e di confronto che anima la vita democratica, oggi così tanto a mal partito.

Alessandro Lombardo: E non c’è il rischio di affrontare in modo troppo elitario questi temi?

Gian Francesco Arzente: Capita di di sentire associare la psicoanalisi alle élite. Ma ciò che conta è che la psicoanalisi si è da sempre occupata di mettere in questione la verità. E la verità riguarda tutti e ciascuno, proprio come il tema di questa Conversazione che ha a cuore temi che vanno a definire di cosa si tratta quando si parla di disagio della civiltà oggi, quindi di cosa non va nell’uomo oggi: ciascuno preso nella fatica di dire in una società frutto del progresso del suo tempo. Ciò che più fa soffrire è di non capire, non capire perché si ha si paura di questo o di quello. E per capire l’uomo ha necessità di parlare, di spiegarsi: la parola è la grande forza della psicoanalisi e questa accomuna tutti gli uomini e non solo le élite.

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