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Psicologia

La chiusura dei manicomi criminali. Un braccio di ferro culturale

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

180
Dopo il voto del Senato anche alla Camera dei Deputati è stato dato il via libera alla conversione in legge, con modifiche, del D.L. 52/2014 sulla chiusura degli OPG. 
Una lunga storia, che parte dalla legge 180, del 1978, ed arriva fino ad oggi, dopo anni di tentennamenti, di rinvii, di discussioni. Pubblico quindi una riflessione del filosofo Pier Aldo Rovatti, che credo abbia il merito di porre all’attenzione alcuni punti nodali sulla questione.

 

La chiusura dei manicomi criminali. Un braccio di ferro culturale

di Pier Aldo Rovatti

Negli ultimi cinquant’anni Michel Foucault, Franco Basaglia e con loro un’intera cultura critica ci hanno fatto capire che la “malattia mentale” (le virgolette sono d’obbligo) non è solo un problema sociale tra gli altri ma un sintomo eloquente, quasi una misura storica e politica della società nel suo insieme. Se osserviamo e approfondiamo il trattamento riservato di volta in volta alla follia, possiamo comprendere qualcosa di essenziale sui processi che innervano le varie epoche e sulla specificità del presente in cui viviamo. Capiamo che valore hanno “gli altri” per noi e il grado della nostra civiltà.

Questa pur rapida premessa è necessaria per valutare episodi che magari riteniamo significativi ma tendiamo a ritenere politicamente e culturalmente non così centrali, come potrebbe essere il caso dell’approvazione definitiva alla Camera del decreto di chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, insomma i “manicomi criminali”, una sopravvivenza dichiarata a più riprese “vergognosa” e che tuttavia sembra molto difficile far scomparire. Alla conversione in legge di questo decreto (il cui iter risale inizialmente al 2012 e si deve all’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino) si è arrivati dopo acute battaglie tuttora non sopite: non è qui la sede per scendere nei dettagli, basterà evidenziare che ciò che è soprattutto in gioco è la contestata cancellazione di ogni pratica di manicomializzazione.

Il manicomio non è scomparso nei fatti e specialmente nelle nostre teste con la famosa legge 180 del 1978 (la cosiddetta “legge Basaglia”). Già allora la psichiatria ufficiale aveva proseguito per la sua strada e ancora oggi essa fa sentire la propria voce, che rappresenta evidentemente una porzione non così piccola dell’opinione pubblica. Si tratta dell’opinione, radicata in pesanti pregiudizi, secondo la quale tra normalità e follia, tra guaribilità e inguaribilità, tra disturbo mentale e infermità mentale, esiste un confine netto e non oltrepassabile. Un’opinione, ora ammantata di scientificità, che può avere e ha avuto (pensiamo solo al programma hitleriano dell’eliminazione dei “gusci vuoti”, cioè degli individui ormai socialmente inutili) conseguenze terribili.

In Italia, proprio nei mesi scorsi, c’è stato un forte movimento (“Stop-Opg”) che ha cercato di scalfire la crosta dei pregiudizi e di migliorare il decreto di cui sto parlando: ricorderete il “cavallo azzurro” partito da Trieste e che ha girato l’intero Paese armato di questo messaggio di civiltà (con la benedizione dello stesso Presidente della Repubblica Napolitano). Ciò nonostante, le lobby degli psichiatri si sono levate per manifestare il loro dissenso.

Le Società scientifiche della psichiatria ufficiale chiedono in sostanza di salvaguardare il vecchio modello medico, che vedono “tradito” dalla messa in questione delle istituende Rems (ovvero le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, che rischiano di diventare dei mini-manicomi criminali) e dalla valorizzazione di quel canale che farebbe defluire gli attuali internati negli Opg nei Dipartimenti di salute mentale. Questa augurabile ipotesi permetterebbe programmi di cura e di reinserimento personalizzati. C’è anche, come è ovvio, un problema di destinazione delle risorse previste dal decreto, ma il punto è di cultura generale: cosa ce ne facciamo del disturbo mentale, riusciremo finalmente a infrangere la linea spessa che separa normalità da follia?

Insomma, gli psichiatri ufficiali desiderano tenersi addosso il loro camice bianco e impugnare ben stretti nelle loro mani i manuali diagnostici che classificano minuziosamente sindromi vecchie e nuove. La parola manicomio li scandalizza sommamente, intanto però si guardano dallo scendere in piazza per contestare il codice Rocco laddove esso perpetua l’idea di “pericolosità sociale”. Un argine deve pur esserci – sembrano dire – ma non sta a noi il compito di custodirlo: tocca ad altri punire e contenere, noi siamo esclusivamente dei medici del cervello.

Si sa che in vari luoghi della psichiatria istituzionale e privata si continuano a “legare” gli agitati, magari senza curarsi troppo dei motivi dell’agitazione. Si sa che qualcuno, anche di recente, è morto così, ma si fa finta di non saperlo. Quasi sempre la psichiatria ufficiale tende a veleggiare altrove. Non ama immischiarsi troppo: si dichiara fieramente contraria alla contenzione proprio mentre, magari, sta (inconsapevolmente?) avallandola. Non sono tanto in gioco le loro “competenze” quanto il fatto che essi si assumono di rappresentare un’opinione ancora molto diffusa (e in linea con l’attuale trend tecnico-scientifico).

[pubblicato su “Il Piccolo”, 30 maggio 2014]

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Dialoghi

Psicologia Plurale: Un Dialogo con Costanza Jesurum (Roma)

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Proseguono i dialoghi di Psicologia Plurale, tenuti da Gabriele Cassullo con psicologi di vario ambito e orientamento.

In questa intervista con Costanza Jesurum (Roma) si toccano i temi dell’antiviolenza, dell’afflato politico inerente alla professione e della qualità della presenza dello psicologo nel web.

Costanza Jesurum è nata a Roma, dove lavora come psicoterapeuta a orientamento junghiano. Si è laureata prima in Filosofia, poi in Psicologia. Si è specializzata presso l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e ha pubblicato “Manuale Antistalking” (Melangolo, 2014), “Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana” (Minimum Fax, 2015), “Dentro e fuori la stanza. Cosa succede a chi fa psicoterapia oggi” (Minimum Fax, 2017).

Prevalentemente svolge attività di studio privato, ma collabora anche con testate giornalistiche e, da dieci anni, tiene il blog “Bei zauberei”.

Gabriele: La prima domanda di questa intervista sull’avviamento alla professione di Psicologo è la più classica. Come sei arrivata a scegliere questa professione?

Costanza: Sono arrivata tardivamente alla scelta della professione, e direttamente a quella di psicoterapeuta. Mi sono prima laureata in filosofia e in quegli anni qualcuno mi diceva che mi avrebbe vista come psicologa, mentre io pensavo che avrei più volentieri voluto scrivere e lavorare nell’editoria o nell’imprenditoria culturale (cose che in effetti ho anche fatto). Accadde però che sull’orlo della laurea mi avvicinassi al mondo del volontariato (violenza di genere – all’epoca telefono rosa) e fu un’esperienza galvanizzante e frustrante. Parlare con le persone delle loro storie personali e trovare insieme a loro possibilità nuove mi piaceva molto, ma mi rendevo conto di essere senza strumenti adatti, capii che quel tipo di lavoro mi sarebbe piaciuto molto di più di qualsiasi lavoro intellettuale. C’era una dimensione di piacere ecco, e anche una sensazione di fare filosofia in un altro modo. E quindi mi iscrissi a Psicologia.

Gabriele: Come hai trovato lo studio della Psicologia all’Università? Era come te lo aspettavi? E che cosa all’Università ti ha appassionata e indirizzata utilmente, ripensandola alla luce del poi?

Costanza: Sono arrivata a psicologia con una laurea in filosofia e una grandissima spocchia, ero preparata al fatto che nell’accademia specie i primi anni si studia la microfisica di una disciplina e i suoi spesso poco fascinosi fondamenti perciò non tradì le mie aspettative e anzi, al contrario mi sorprese. Inoltre psicologia a Roma è particolarmente intrisa di psicologia dinamica – e all’epoca c’erano diversi psicoanalisti junghiani e freudiani a tenere dei corsi, e per me l’incrocio tra prospettiva psicodinamica e ricerca standardizzata fu una cosa impressionante e fulminante, che mi ha credo condizionata profondamente dopo. Ero approdata alla psicologia con un’idea letteraria, artistica e artigianale della disciplina e questa idea tutto sommato rimane, ma l’università mi ha dato un secondo polo, un secondo centro prospettico, un modo – la ricerca scientifica la logica sperimentale – che si è messo in tensione costante con il primo modo di vedere la disciplina e la pratica clinica. Trovai anche in tutta la riflessione sulla metodologia della rilevazione dei dati – analisi dei dati! – il proseguio di quello che avevo studiato a filosofia della scienza, e mi resi conto di quanto il mondo intellettuale da cui provenivo poco sapesse della mole di lavoro intorno alla nostra ricerca. Pensando anche a questo ho lavorato poi al mio modo di fare divulgazione, quasi nel tentativo di riparare un torto.
Poi c’è un’altra cosa. Io mi sono laureata con Lingiardi. Gli sono molto grata, perché è stata una salubre correzione ancora una volta ai vizi di una matrice culturale e possiamo dire di ceto e di classe, feci entrambe le mie tesi (per la triennale e per la specialistica nell’area dei “gender studies” e ho acquisito un modo di pensare non solo le questioni di sesso e di genere ma anche di storia della disciplina e di consapevolezza politica delle categorie che utilizziamo che non mi ha abbandonata. Ci sarebbe ancora nel cassetto un libro su psicoanalisi e femminismo a metà, prima o poi lo finirò – ma le mie due tesi di laurea hanno influenzato molto il mio lavoro successivo. Sono stata nei centri antiviolenza, ho scritto di stalking, etc.

Gabriele: È molto interessante questa traiettoria che dal Telefono Rosa ti ha condotta ai centri antiviolenza. È un tema caldo, come sai. Che cosa pensi dell’attuale situazione di questi servizi? E come la psicologia potrebbe aiutare a migliorarla in futuro?

Costanza: La realtà dei centri antiviolenza è estremamente variegata e penso quasi del tutto sconosciuta all’opinione pubblica. I centri nascono come risposta ideologica e politica a una necessità materiale e risolvono con pochissime risorse situazioni di estrema gravità, di cui l’opinione pubblica ha contezza solo nelle forme episodiche e definitive dei fatti di cronaca.

Nei centri antiviolenza trovano protezione donne sfregiate, madri e bambini vittime di tentato omicidio e su cui pendono promesse di morte, e una serie di situazioni che non solo soltanto semplicemente l’esito di un sistema culturale maschilista ma anche l’esito di incontri con psicopatologie gravi e la spuma di una grave marginalità sociale. Fanno perciò un grande lavoro di recupero di donne in difficoltà e di reinserimento sociale, quando lavorano bene, le tolgono da contesti gravemente abusanti e le reinseriscono in progetti di vita più salubri per loro, fanno cioè non soltanto un prezioso lavoro di riparazione dell’abuso, ma anche di riconsegna a una vita quotidiana. Tutte queste cose vengono portate avanti con pochissimi soldi, con operatrici sottopagate e a forza di appalti e di bandi regionali o nazionali. Fanno molto, ma indubbiamente non coprono la domanda che viene dal territorio, e la situazione è particolarmente ingravescente nel sud e nelle isole, dove i centri sono molti di meno. Quindi, al netto di tutte le critiche possibili a me pare che siano un dispositivo che argina in maniera efficace la violenza di genere e che necessita di sostegno politico ed economico.

Questo non vuol dire che lavorino sempre al meglio, ma pensare a un miglioramento nell’attuale momento storico è più complicato di quanto si pensi. I centri antiviolenza sono infatti una soluzione a un problema della comunità che viene dalla critica femminista.

Nascono dalla riflessione delle donne femministe e come azione militante verso quelli che per loro sono gli effetti di una società maschilista. Ne consegue che ci lavorano solo donne, che si occupano soprattutto di donne e che sono affezionate al momento della storia del pensiero femminista che combacia con la teoresi della differenza. Non si mastica Judith Butler, non si conosce Teresa De Lauretiis, ci si ferma a Irigaray e ancora si celebra Carla Lonzi. Di conseguenza, l’intervento psicologico è visto con molta ambivalenza: viene chiamato in causa quando si tratta di aiutare le donne, ma ributtato fuori dalla finestra quando si tratta di ragionare intorno alle dinamiche perverse dei sistemi familiari o delle psicopatologia che connota l’uomo violento. E io per questo motivo – cioè sia per affetto a Hegel per un verso, e a Butler per un altro, sia per fatica a un modo di concepire uomini donne e sguardo psicologico, sono uscita dai centri, e ho smesso di lavorarci. Ero a disagio – pur riconoscendone la grande utilità materiale.

Se dovessi però pensare a un intervento, non penso che dall’alto, dallo stato debba venire un intervento che corregga in maniera uniforme l’attività dei centri – perché in un certo senso penso che sia più intelligente culturalmente rispettare quel sapere e quella storia politica, che in qualche modo sono ancora utili ed efficaci. Piuttosto mi piacerebbe in linea di massima- temo al momento onirica – che venissero finanziati dei progetti di intervento sociale sulla violenza di genere intrafamiliare che abbiano una primigenia prospettiva psicodinamica con uno sguardo attento ai bambini e alla psicopatologia di tutte le parti in causa, dove possano essere arruolate donne e uomini con competenze specifiche, che abbiano anche tesaurizzato la lezione femminista e che vadano oltre in un progetto sociale e inclusivo. Va detto però, lo dico con una certa esperienza anche di terapia con maschi abusanti, che sarebbe un progetto molto complesso da realizzare perché la psicopatologia dell’uomo talmente violento da far finire una donna in un centro, è in generale piuttosto resistente all’intervento clinico, refrattaria, cronicizzata. Secondo alcuni operatori ha maggior probabilità disuccesso, l’intervento avvenuto dopo che c’è stata una sanzione giuridica e una condanna penale. In ogni caso, e sempre sul piano utopico perché di questi tempi soldi non ce ne sono, mi parrebbe più intelligente affiancare i centri con nuovi spazi riformulati e gestiti dal pubblico, piuttosto che modificare quelli che ci sono, spazi in cui la priorità sia data allo sguardo psicologico che alla critica sociale, diversamente da come funziona attualmente.

Gabriele: Sì, negli anni si sono create strutture, pubbliche e private, che operano in questo ambito. Consultori, comunità ecc. Ti viene in mente qualche estratto dal tuo lavoro psicoterapeutico con persone vittime di violenza? Anche per dare un’idea di quale potrebbe essere il contributo dello Psicologo in questo campo.

Costanza: Si certo, anche se mi piacerebbero più bandi pubblici per progetti di case di accoglienza, perché molte di queste donne hanno bisogno di una riprogrammazione ab ovo della loro vita pubblica e privata, anche per questioni di sicurezza, e con una particolare attenzione logistica alla segretezza.

Ma per venire alla tua domanda. C’è una sorta di diagnosi differenziale che va fatta con le donne vittime di violenza ai primi incontri. Semplificando grossolonamente, perché poi sappiamo che in psicologia le differenze non sono mai così nette – c’è un tipo di violenza di genere che è l’esito di una organizzazione patologica della coppìa dove la donna colpita è invischiata in una relazione altamente disfunzionale, in un gioco di perversioni, identificazioni proiettive e deleghe. Poi ce ne è un secondo tipo, molto frequente con la violenza di genere correlata allo stalking che invece si determina quando la donna in realtà ha un benessere psicologico di fondo, nella coppia patologica non ci vuole stare, ci è finita per uno stato di debolezza transitorio. Il primo caso riguarda sistemi di coppie violente che possono durare anni e decenni e che si spezzano spesso e volentieri per questioni estranee alla violenza fisica o psicologica, che è un linguaggio accettato dalle parti in causa. Si tratta di coppie dove c’è un alto grado di malessere, diagnosi psichiatriche intorno all’asse due (disturbi di personalità) quasi sicuramente per entrambi, dove indubbiamente la componente sociale ed economica può costituire una variabile di rinforzo importante, ma non è il dato saliente. Il secondo gruppo di casi è quello per cui invece una donna è entrata in relazione con un uomo con una patologia grave, ma con un approccio molto fusionale, molte attenzioni, un corteggiamento serrato e che la sollevava e la faceva sentire riscaldata in una fase di debolezza transitoria. Relazioni che nascono dopo episodi difficili della vita della donna: un lutto, una malattia importante, la perdita di un posto di lavoro, e che hanno all’inizio per lei un sapore riparativo. Se non che poi la donna si riprende, aveva una depressione reattiva e transitoria, l’uomo invece aveva un problema più strutturato e importante, la fusionalità non è più dirimente per lei ma rimane vitale per lui per cui: lei deciderà di chiudere quando lui vorrà continuare. A quel punto emerge la violenza di genere come dispositivo psichico e in alcuni casi socio culturale – per tentare invano di ripristinare la fusionalità perduta o la gerarchia in declino ( il gradiente con cui si mischia la componente sociale e maschilista, meriterebbe una discussione a parte. Il dato psicodiagnostico e psichiatrico per me c’è sempre, ma ci sono contesti, anche nel nostro paese, in cui questo dato diagnostico è socializzato vi si assegnano dei valori condivisi diventa sistema culturale).

Gabriele: Mi pare che si possa dire che nel tuo modo di declinare la professione di Psicologo ci sia quindi un equilibrio fra il versante individuale e quello sociale, senza che nessuno dei due ne risulti sacrificato.

Traspare dalle tue risposte un impegno sociale che si fa quasi politico direi. Secondo te davvero il lavoro psicologico puó contribuire a modificare non solo la vita del singolo ma anche quei contesti culturali a cui ti riferivi?

Costanza: Discorso molto ampio. Penso quasi più al lavoro possibile dello psicologo che della psicoterapia, che per la verità è ciò che faccio per la maggior parte del mio tempo professionale. Ma la psicoterapia è – se davvero fatta bene – la scoperta e riappropriazione di un destino, anche quando dovesse andare distante dalle nostre convinzioni. Invece io ho in effetti diverse idee su un possibile uso politico in senso vasto del sapere psicologico o più strettamente psicodinamico. Sulle modifiche che potrebbe apportare. Per esempio mi capita spesso di riflettere su come i cosiddetti fattori di rischio incidano sulle matrici relazionali, o su come le psicopatologie incontrandosi e contattandosi, generino a loro volta microculture.

Questo mi da una visione di uno sguardo sociologico psicologicamente investito che suggerisce dei provvedimenti politici. E quindi come psicologa fare determinate proposte.

Per esempio: se so che in una certa area amministrativa c’è una potente disoccupazione e un dilagante alcolismo, elementi che procurano una maggior incidenza di aspri conflitti intrafamiliari, con conseguenze maggior incidenza statistica di diagnosi importanti nell’area dei disturbi di personalità, posso immaginare degli interventi di natura preventiva. Per esempio garantire un maggior numero di posti negli asili nido pubblici, e il tempo prolungato per le scuole primarie. Perché è vero che le figure genitoriali sono primarie e importanti, ma è vero pure che si sottovaluta il potere salvifico di relazioni secondarie e protettive, Una buona compagine al nido, una brava maestra elementare possono (un potere che deve fare i conti con la biologia e il dna ma c’è ) essere la differenza tra una nevrosi e un Disturbo Borderline di Personalità. Oppure, se penso alla quantità di malessere psicologico anche grave che circola nelle scuole, e che sale agli onori della cronaca solo quando esita nel suicidio o nel bullismo, io mi chiedo se non sia possibile immaginare un’attività di screening e un intervento nelle scuole che sia meno affidato alle politiche di questo o quel preside, con sportelli affidati senza criteri chiari.
Invece guardo con molto sospetto all’uso delle categorie politiche per delegittimare organizzazioni partitiche o orientamenti e scelte elettorali, come reiteratamente ci è capitato di leggere fin da quando si facevano le diagnosi a Berlusconi. Questo sia per un motivo marcatamente deontologico che riguarda il rispetto per i pazienti titolari di quelle stesse diagnosi usate per squalificare le persone, sia per un rispetto per le logiche elettorali ma anche a causa di un certo disincanto in merito all’epistemologia della diagnosi. Le diagnosi sono molto versatili, se uno è narcisista lo è a destra come a sinistra, nel sindacato come nell’esercito.

Gabriele: Anche il titolo del tuo libro “Dentro e fuori la stanza”, per Minimun Fax, evoca questo tuo specifico modo di stare sulla soglia fra mondo interno ed esterno.

Credo che ciò implichi anche un modo per lo Psicologo di abitare i Social e il virtuale in generale, come nuovi luoghi di aggregazione di forze vitali e non solo di disgregazione del tessuto sociale “reale”. Ci puoi esprimere il tuo pensiero al riguardo?

Forse talvolta la differenza nella vita la fa anche solo il fatto di effettuare, in quei momenti di fragilità a cui ti riferivi prima quando parlavi delle vittime di relazioni disfunzionali, un buon o un cattivo incontro.

Costanza: Devo molto alla rete, soprattutto, ma non solo, professionalmente. Con la rete – e cioè con il Blog e Facebook – ho avuto degli editori, delle collaborazioni a riviste e giornali, perfino la televisione – anche se non ho accettato mai. Ho fatto anche dei bellissimi incontri con colleghi, o con persone che magari mi interessavano per altre cose – per esempio amo scrivere: sono un lettore forte, e mi sono ritrovata a poter chiacchierare con qualcuno di cui avevo letto i libri anni prima. Penso che per molte persone l’uso dei Social abbia modificato la struttura del quotidiano inserendo delle ritualità comunicative e relazionali in più, e che anzi possono essere persino eccessive. Regolarmente arriva qualcuno che dice che oggi, con i Social siamo tutti più soli, e io credo che chi lo dice in realtà non abbia capito neanche lontanamente di cosa si tratta. Invece la mia sensazione è – nel bene, come devo dire anche nel male – che il mutamento antropologico dell’immissione dei Social – con la correlazione a tratti mefistofelica ai telefonini – è quella di una potenziale relazionalità costante, con una sempre potenziale possibilità di interloquire e far sapere dove si è cosa si fa e che problema si ha. Questa interconnessione costante può essere sicuramente collusiva, con problematiche individuali che le siano complementari, o che ci si incastrino in maniera anche non proprio scontata, ma questo vale per tutte le cose, tutto sommato anche con il baretto di paese dove l’eterno disoccupato passerà intere giornate a parlare con le persone di passaggio, non può voler dire che il baretto sia una cattiva istituzione.

Gabriele: La tua risposta mi fa venire in mente due cose.

La prima è associativa e riguarda l’intervista a un musicista, Moby, il quale disse che New York è la città in cui ci si puó sentire più soli al mondo. Perche, anche se si è circondati da gente, si puó finire a vivere isolati in un appartamento e, avendo tutto a portata di mano o di click, non si esce mai dal proprio isolato.

La seconda riguarda l’ “essere iperconnesso”. Mi viene da riflettere su come le popolazioni umane abbiano sempre avuto bisogno di confini, e questo ad esempio per arginare epidemie virali. Di modo che non si diffondessero nell’intera popolazione.

Forse questo è uno dei rischi dell’iperconnessione odierna. Possiamo diventare portatori e trasmettitori inconsapevoli di “epidemie psichiche” (idee, mentalità…) se non si è attenti e critici verso i contenuti che vengono condivisi. In questo senso vedo anche il ruolo dello psicologo online come un elaboratore di vaccini che immunizzino la comunità rispetto alla trasmissione virale e acritica di contenuti. Un intessitore di pensiero, insomma.

Che cosa ne pensi? Ti viene da associare altri pensieri o esperienze personali?

Costanza: No io non penso che la vita sui Social aumenti la percezione della solitudine in modo dirimente – o meglio forse può capitare di vedere scritte le modalità delle relazioni proprio e altrui e di riflettere sulla difficoltà che si ha nel reagirvi per cui chi ha certe strutture difensive se la vivrà in un modo e un altro in un altro. Il paragone che fai però non mi convince del tutto perché il funzionamento dei Social ti permette di decollare dal pianerottolo delle tue conoscenze e di confrontarti con grandi numeri di contatti anche estranei solo quando lo decidi, ad intensità molto diverse, ed è diverso dalla grande città che in qualche modo ti impone grandi numeri di estraneità nel momento stesso in cui ci metti piede – senza considerare il fatto che nella prassi dei Social la comunicazione tra sconosciuti è un fatto accettato quasi tipico del mezzo, mentre nei contesti urbani al contrario è giudicata con sospetto. Ma per dire, le persone con pochi contatti perché così desiderano, vivono in un clima interattivo sui Social pari a quello della frazione sull’Aurelia. Piuttosto ho constatato che molte persone difficoltà sul piano relazionale, troveranno nella connessione collettiva e costante della rete una serie di occasioni intermedie che permettono alle resistenze comunicative di negoziare, entrare in relazione e scavalcare i muri. Per le persone che hanno difficoltà relazionali la rete è un aiuto materiale molto consistente. Questa cosa potrebbe sfuggire a chi sta poco in rete e chi ne gode poco delle potenzialità relazionali. Chi la abita molto spesso si trova a vedere relazioni che dalla rete cadono nel reale, e si intrecciano alla vita materiale diventando amicizie materiali. Ho fatto delle amicizie tramite il Blog e Facebook, amicizie di persone che vedo a cena, con cui parlo dei di cose banali e private, o con cui ragiono di progetti di lavoro – anche questa intervista per dire. E in qualche caso, ho incontrato persone di una timidezza incredibile, qualcuna molto ritrosa e diffidente, che molto difficilmente avrei contattato se fossimo state insieme in un analogo grande contesto.
invece penso che la rete possa costituire un problema per persone di diverso assetto psichico i narcisisti e i seduttivi, per certe personalità magari facilmente alla mercé del parere del prossimo, che magari delegano a terzi delle decisioni, che affidano al collettivo o per quelli che non si mettono in gioco in certe cose importanti della propria vita, impegnative, che esigono solitudine, ma si spendono nel gioco liquido e spicciolo di una comunicazione non sempre concludente, necessaria. La rete è un’occasione di levità costante. Perciò non solo esiste un problema di confini ma anche di saperla usare in un modo capace di produrre gerarchie di senso importanti. E tutto questo non è impossibile ma neanche immediato.

Per quello che mi dici tu cioè sulle epidemie emotive e culturali, è assolutamente vero, e credo che dipenda da questioni che forse spiegherebbe meglio un collega cognitivista di me, che ho una formazione psicodinamica. Ma io rilevo un particolare funzionamento cognitivo nell’approcciare lo schermo, e quello che vi si legge, una sospensione di giudizio critico, un affidarsi ipso facto a oggetti che si considerano immediatamente credibili e condivisibili. Per fare un esempio ( a cui confesso di ricorrere spesso): qualche anno fa Steven Spielberg pubblicò una foto in cui era seduto davanti a un triceratopo morto, un dinosauro del suo film Jurassic Park, e 5000 animalisti (cinquemila) protestarono e scrissero arrabbiatissimi perché si vantava di aver ucciso una creatura innocente. Cioè hanno visto la foto, hanno deciso che era tutto vero, non hanno considerato l’ipotesi che un bestione con tutti bozzi in testa di dieci metri forse era la copia di un dinosauro, e si sono incendiati. Dopo di che è avvenuto quello che dici tu, una sorta di contagio emotivo, e ideologico, come se la sospensione del giudizio di suo slatentizzasse con più agio altre cose sotterranee ed emotive, e qui forse l’armamentario psicodinamico torna utile. Si abbassa la valutazione critica dell’immagine, si scatenano meccanismi difensivi arcaici: scissione e proiezione. Nella comunicazione tra soggetti anche affascinanti subdole quanto efficaci forme di identificazione proiettiva.

Gabriele: Costanza, ti ringrazio molto per la tua generosità. e per la densità dei contenuti che hai offerto.

Mi verrebbe da portare avanti la chiacchierata, riflettendo su concetti come “occasioni intermedie”, non immediatezza/immediatezza della rete, e quella magia per cui noi siamo percettivamente soli con un device (assorbiti nel nostro privato, e come se nessuno ci vedesse) ed esprimiamo qualcosa che diventa istantaneamente pubblico. Cose di questo tipo, che meriterebbero di essere espanse. Ma che è anche bene forse lasciare insature, in modo che si espandano nelle mente di chi ci legge eventualmente.

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Costanza: Grazie di tutte queste belle domande. Quello spazio intermedio, o meglio la materialità degli atti di cui si compone l’azione solitaria che si iscrive nel discorso collettivo, è un’ellisse in cui ci possiamo pensare a due coppie di fuochi. La prima riguarda il grado di autenticità degli atti comunicativi. Le comunicazioni sui Social infatti sono tutte fortemente mediate e hanno ognuna un grado di artefazione: si comincia controllando la grammatica e la logica di quello che si scrive – che è già un’operazione di controllo dell’immagine di se, e si va verso un grado successivo di perfezionamento nella cesellatura dello stile, fino a gradi sempre più sofisticati: la scelta di foto migliori, il ritoccare le foto in cui si è ritratti. Non si tratta di menzogna, di mettere davanti diciamo una personalità diversa dalla propria per ingannare l’altro – in rete ingannano in pochissimi e pochissimi hanno il dominio necessario sul linguaggio per poter vestire le spoglie di un altro da se – ma di una rappresentazione del meglio di se, l’ideale dell’io secondo i canoni propri del proprio modo di pensare e di sentire. La seconda polarità riguarda l’uso buono e cattivo della prima, il mancato controllo delle proprie logiche comunicative, versus una sorveglianza matura e attenta delle modalità con cui si entra in relazione. Su questo asse – quando capita – si può iscrivere l’inclusione dello sguardo psicoterapeutico sull’uso dei Social, i quali come dicevo prima tridimensionalizzano i propri comportamenti rendendoli osservabili. Verba volant, scripta manent: due persone litigano su Facebook ed entrambe hanno la possibilità di ragionare con lo storico delle loro reazioni emotive, la lettura dei loro scambi, il fatto che circostanze analoghe si sono riprodotte su altre bacheche, su certe loro ricorrenze, vulnerabilità, tic comunicativi. In stanza di terapia tutto questo può diventare un patrimonio prezioso, e specie considerando quanto spesso queste interazioni sono con persone non incontrate dal vero, e su cui si hanno informazioni sommarie, si ha per le mani un dispositivo che procura un vero e proprio dispositivo che mette controluce, e da piena visibilità a tutte le proiezioni messe in gioco. Parlare dell’attività sui Social con uno psicoterapeuta può allora diventare particolarmente interessante.

Gabriele: Sono molto d’accordo. Di nuovo, ti ringrazio per questa bella intervista.

I libri di Costanza Jesurom:

Fuori e Dentro la Stanza

Negli ultimi trent’anni la psicologia e la psicoterapia sono diventate delle presenze costanti delle nostre vite. Gli psicologi sono spesso protagonisti del dibattito pubblico, intervengono sui giornali, in tv, hanno voce in cause giudiziarie, sono interpellati da chi decide le politiche sociali… La psicologia è autorevole, ha guadagnato credito, e chi ne fa uso fa molta meno fatica a capirne la necessità e a chiederne il sostegno. Al contrario, la psicoterapia appare ancora come un nebuloso insieme di questioni: se la sua efficacia comincia a essere data per assodata, rimane un senso di grande confusione sulla sua essenza. Che cos’è, rispetto alla medicina? Perché ci sono tante scuole? Quanto è bene pagare? Perché bisogna pagare anche le sedute che si saltano? Perché il genitore che manda il figlio in terapia non può avere informazioni dal terapeuta ogni volta che desidera? Perché tanti psicoterapeuti non prendono in terapia parenti dei propri pazienti? Quali rischi ci sono nell’affidarsi a chi promette di guarire la nostra psiche? Dentro e fuori la stanza è un libro che articola una serie di risposte chiare per chi va in terapia, e al tempo stesso ricostruisce il dibattito contemporaneo e la storia della psicologia recente. Un testo divulgativo su un mondo che pensiamo di conoscere ma che è molto meno trasparente di quanto appaia, utile a fare la cosa più difficile e più semplice di sempre: diventare se stessi.

Guida portatile alla psicopatologia quotidiana

«Datemi un uomo normale e io lo guarirò». Questo prometteva Carl Gustav Jung nel secolo scorso. Il tempo passato ha trasformato le sue parole in una profezia, rivelando come gli esseri umani non siano altro che dei fasci di nevrosi. Costanza Jesurum, psicanalista e terapeuta, da anni tiene un blog amatissimo, Zauberei, con cui ci aiuta a districarci nella psicopatologia della vita quotidiana al tempo delle ansie onnipresenti. E con la stessa ironia ma con un metodo ancora più stringente, ha voluto scrivere un manuale divertentissimo ma solidamente scientifico. Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana è un prontuario di resistenza umana che risponde alle mille domande che ci assillano mentre andiamo ai colloqui con gli insegnanti a scuola, ai pranzi domenicali coi parenti, dopo una nottata inaspettata di sesso con uno sconosciuto o proprio mentre usciamo dalla nostra seduta settimanale sul lettino dello psicologo.

 

 

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Politica Professionale

Psicologia: il numero chiuso non si può fare

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Piccola nota personale per iniziare. Appartengo a quella schiera di persone che se nella sua strada avesse a suo tempo incontrato il numero chiuso, oggi non farei questo mestiere.

Detta in modo semplice: a suo tempo, quando decisi di iscrivermi a psicologia, mi imbattei nei primi tentativi di numero chiuso presso le ormai defunte facoltà e, attenzione, feci il il test e non lo passai. La mia fortuna (o sfortuna chissà …), fu che il test fu ritenuto “orientativo” e non selettivo quindi, entrai.

OPINIONI E POSIZIONI. Ora, con buona pace di chi può pensare, “Peccato, potevamo evitarci Lombardo ci fosse stato il numero chiuso”, ora son qui che fra ruoli istituzionali, opinioni ed esperienze personali, leggi che regolamentano la questione, dati di realtà sul numero degli psicologi in Italia, vi confesso, che faccio molta fatica a dirimere la matassa ed a costruirmi un’opinione definita e netta sulla questione. Più volte mi sono espresso a favore del numero chiuso, che è una necessità, ma non posso non trovarmi in dissonanza viste il mio percorso. Sia chiaro, resto a favore del numero chiuso che ritengo necessario, e penso che il mio ruolo pubblico debba prevalere sulla mia opinione o esperienza personale.

SEMBRA FACILE. Altra questione poi è la faciloneria con la quale sui social ci si deve scontrare quando si parla del numero chiuso a psicologia. Pare sia la cosa più ovvia e semplice di questo mondo. Tralasciando il fatto che qualora entrasse a regime, gli effetti si vedrebbero forse tra vent’anni e nessun ha poi idea cosa fare in questi venti anni di attesa. Tralasciando tutti gli aspetti anche etici, che mi fa dire che è troppo facile chiudere la porta una volta che sei entrato. Tralasciando tante cose incluse le regole, le leggi, le normative, inclusa quest’ultima sentenza del TAR, che dice che a psicologia il numero chiuso non si può fare.

IL FATTO. Si parte da un recente caso avvenuto presso l’Università di Torino, Dipartimento di Psicologia il quale, dopo aver definito che per molti motivi, in primis le risorse disponibili, era necessario attuare il numero chiuso. Come era facile aspettarsi, tale decisione venne impugnata dagli studenti cui, a quanto si apprende da un recente articolo di giornale, il TAR ha dato ragione: psicologia, in quanto percorso universitario, secondo il TAR, non avrebbe i requisiti necessari per poter istituire il numero chiuso. Ora, una decisione del genere, è senza ombra di dubbio una sentenza che potenzialmente può aprire una gran caos nel mondo della psicologia universitaria e professionale.

Ecco l’articolo originale che racconta il fatto:

Il Tar boccia il numero chiuso a Psicologia

I giudici: l’ateneo non ha rispettato i requisiti di legge. Il legale degli studenti: devono aprire anche gli altri corsi

L’Università non può mettere un filtro all’ingresso a proprio piacimento. Per decidere se un corso deve essere aperto a tutti, o se si può mettere un imbuto e fissare un numero chiuso, ci sono precisi requisiti da rispettare. È per questo che i giudici hanno bocciato il test d’ingresso e il numero chiuso a Psicologia. Un test tentato da 1700 ragazzi e ragazze, che si contendevano 410 posti. Negli anni, a Torino le aspiranti matricole per molti corsi di laurea sono aumentate. Ma la risposta sembra ben sintetizzata da quello che dichiarava, dopo il ricorso degli studenti, Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di Psicologia: «Il problema è che noi non abbiamo neanche una minima parte delle risorse, né di personale, né di spazi, per accoglierli tutti». Ecco, secondo i giudici, questo criterio è sbagliato. Il test era nato già un po’ zoppo. Nove domande, su 70 complessive, erano di cultura generale, “materia”, per così dire, che non era però prevista nel bando con cui il test veniva pubblicizzato agli studenti. Di fronte alle rimostranze, l’ateneo lo può fare solo non per i motivi previsti dalla legge.

La prova  

Il numero chiuso deciso dall’Università è stato bocciato dal tribunale. L’Università non può mettere un filtro all’ingresso a proprio piacimento. Per decidere se un corso deve essere aperto a tutti, o se si può mettere un imbuto con un numero chiuso, ci sono precisi requisiti da rispettare. Ruota attorno a questo la bocciatura da parte del Tar Lazio del test d’ingresso e del numero chiuso a Psicologia. Negli anni, a Torino le aspiranti matricole per molti corsi di laurea sono aumentate. Ma la risposta a quest’onda non sembra adeguata. Dopo il ricorso degli studenti, Alessandro Zennaro, direttore del dipartimento di Psicologia, disse: «Non abbiamo neanche una minima parte delle risorse, di personale, di spazi per accogliere tutti».

Il criterio

Se questo è il criterio – aumentano gli studenti e in risposta arrivano i numeri chiusi – secondo i giudici non si rispetta la legge. Fatti salvo i numeri programmati a livello nazionale, come Medicina o Architettura, la sentenza del Tar richiama l’articolo 2 della legge 264 del ’99, in cui si parla di laboratori ad alta specializzazione o dell’obbligo di tirocinio come requisiti del numero chiuso. Secondo il Tar, non è il caso di Psicologia, «perchè quanto prospettato dall’ateneo non risulta differire in alcun modo da comuni lezioni frontali». Il test di Psicologia era nato già zoppo. Nove domande, su 70, erano di cultura generale, “materia” non prevista nel bando. Di fronte alle rimostranze, l’ateneo aveva annullato dai risultati il conteggio di quelle domande. Ma la vittoria degli studenti al Tar è stata giocata sull’altro piano. Esulta l’Udu, Unione degli Universitari, l’organizzazione studentesca che ha portato avanti il ricorso e che si batte per l’abolizione dei numeri chiusi. «È una decisione rivoluzionaria: ricorda che non basta il sovraffollamento per decidere il numero chiuso», dice l’avvocato Michele Bonetti, secondo cui la sentenza avrà un effetto a cascata, obbligando l’Università ad abolire altri numeri chiusi. «Faremo una valanga di ricorsi e siamo pronti a fare un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale». Per Valeria Sartori, coordinatrice dell’Udu Torino, l’Università non può attendere oltre «e deve immediatamente ammettere gli studenti».

Battaglia legale

L’ateneo di via Po, con oltre 70 mila studenti, ha abolito negli anni molti numeri chiusi, politica rivendicata dal rettore, Gianmaria Ajani, per favorire il diritto allo studio. Salvo doverli reintrodurre per Economia, sempre per aule sovraffollate, mancanza di prof e tirocini. Adesso bisognerà capire cosa succederà a settembre: se l’ateneo andrà avanti per la sua strada con il numero chiuso a Psicologia. La battaglia legale potrebbe essere lunga. «Dobbiamo leggere bene la sentenza: è complessa. Di primo acchito non ci convince, ad esempio non considera il nostro obbligo di fare tirocini. Valuteremo la possibilità di fare ricorso al Consiglio di Stato», dice il direttore del dipartimento Zennaro.

Fonte originale: La stampa

 

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