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Dialoghi: Alberto Vitalucci, psichiatra.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Ho conosciuto Alberto sui social. La prima ed unica volta che ci siamo visti di persona, in un locale torinese, io li per fare un pranzo di lavoro, Alberto in pausa dal lavoro, ci siamo guardati, e ci siamo riconosciuti. Sarà per la comune passione che ci lega, il rugby, ma a me è stato subito simpatico. Con lui parliamo di psichiatria, di storie, di punti di riferimento. Buona lettura.

Alberto, di lavoro fai lo psichiatra. Come è cambiato il tuo modo di fare questo lavoro in questi anni? Perché hai scelto questa strada?

Queste sono due domande in una, giusto per fare come fanno gli psichiatri che cominciano sempre evidenziando una magagna. Ho scelto questa strada onestamente mosso da curiosità e passione, deluso abbastanza da un corso di studi in cui l’umanesimo, che ero convinto di ritrovare e che adoravo dal Classico, era totalmente assente. Se avessi avuto istanze autocurative devo dire che questo mi è rimasto in gran parte inconsapevole, di certo non lo vado a raccontare in giro (scherzo).

Il lavoro ovviamente è cambiato con me, crescendo e imparando dall’esperienza clinica a svolgerlo, non ritenendo si possa mai smettere di apprendere dalla relazione con l’altro, per quanto possa diventare routinaria ed apparentemente sempre più frustrante, vedendo i pazienti invecchiare con te e con la tua impotenza terapeutica, ma, anche nella peggiore delle condizioni, con lo strutturarsi di una realtà condivisa mai spenta e sempre stimolante. E poi io sono cambiato con il mio lavoro, vedendo soltanto colleghi andare in pensione, restando il “più giovane” per un numero di anni imbarazzante, abituandosi ad una quotidianità di colleghi sommersi dal precariato ed a turni sempre più pesanti e frequenti, data la dimensione della “coperta corta” e il trionfo della medicina difensiva, vera patologia tra medici.

Chi fa il tuo lavoro, incontra molte storie. Come tutte le storie, alcune ci colpiscono più di altre, per mille e mille motivi. Me ne racconti una che porti con te?

Lo chiamerò “Metalli”. E’ un signore che mi ha fatto “compagnia” negli ultimi quindici anni, fino a che non se lo è portato via un infarto. Tecnicamente la diagnosi era di disturbo ossessivo compulsivo, con una certa predilezione per l’accumulo appunto di oggetti in metallo, in una personalità sicuramente schizotipica. Veniva da me vestito con un suo stile, in genere non disdegnava abiti e cappelli militari, meglio se di provenienza dall’ex Armata Russa, portati con totale nonchalance. Un paio di basette bianche foltissime ed occhiali a fondo di bottiglia spesso aggiustati artigianalmente lo rendevano vagamente simile ad un Asimov, rendendomelo simpatico a prima vista sempre. Una storia di anni in fabbrica prima della pensione, una donna che lui amava alla follia e che in realtà non disdegnava di praticare per arrotondare il mestiere più vecchio del mondo. Cosa che lui sapeva ma su cui glissava: in fondo gran parte del ricavato era servito a mantenere il figlio tossicodipendente.

Chi non avrebbe fatto l’impossibile? Al punto di aiutarlo a rilevare un’agenzia di pompe funebri e scrivergli un catalogo di condoglianze e frasi di circostanza perfetto, un manuale utile in ogni occasione. Un uomo a modo suo credente in modo solido: faceva in silenzio pulizie sul sagrato della sua Chiesa nella certezza di essersi guadagnato un pezzetto di aldilà in modo puramente contrattuale. Terapie prese un po’ come voleva, efficacia del mio intervento quasi casuale, ma mi voleva bene: si sentiva in dovere di venire da me, quasi fossi il suo confessore. Un cuore grande, ma un pensiero concreto e semplice. Un tono di voce piemontese caldo capace di quasi ipnotizzarmi. Una capacità assurda di complicarsi la vita come quella volta che si trovò in mano dal figlio un pitone che lui non voleva più.

Quella bestia la amò, costruendogli una scatola particolare per fargli attraversare Torino sui mezzi pubblici e portarla a mangiare un topo al mese dal veterinario. Gli morì male per ragioni assurde: essendo lui molto mal vedente non si rese conto che nell’aiutarlo col guanto nella muta gli aveva procurato un’infezione che fu poi letale. Badò all’anziana madre negli ultimi anni di Alzheimer costruendo un sistema di pesi e contrappesi legati alle coperte del letto che sarebbe un qualcosa che farebbe allibire ogni protocollo sulla contenzione, ma che funzionava e che permise un exitus dignitoso. Gli mancò poi anche la moglie e gli ultimi anni qualcosa dentro si spense irrimediabilmente: solo il richiamo lancinante degli oggetti di metallo lo faceva rivivere: dalla ricerca nella spazzatura a tutti i mercatini specializzati. Mi raccontò di quanto ebbe dei problemi a rimettere in funzione dentro casa una campana da locomotore ferroviario svizzero: un rumore talmente infernale da terrorizzare i vicini. Ma lui tanto metallo lucido così ben forgiato non lo aveva mai posseduto prima. Mi ha insegnato tanto. Sui sentimenti, che non hanno bisogno di complessità per essere profondi. Sull’illogicità psicotica che ha una rigorosità funzionale perfettamente logica. Sulla dignità di vite semplici, di eroi silenziosi che combattono una battaglia quotidiana. E a cui in fondo basta una medaglia sola. Basta sia di “metallo”.

Come fai Alberto a con-vivere con tutte le storie di sofferenza che incontri?

Mi sono sempre chiesto se questa domanda venga posta anche a chi lavora per le onoranze funebri. Il mio è un lavoro, pur rientrando nelle figure d’aiuto. Non è una missione, con buona pace di chi ci vorrebbe spremere in turni sempre peggiori facendo leva su assurde vocazioni. Non è un lavoro neutro né freddo, questo è chiaro. Ma come tutte le professioni ha una sua tecnica, fondamentale da conoscere ed approfondire. La giusta distanza richiede calibrazioni continue, ma non permette fusioni pericolose. Un lavoro mi serve per vivere. E la mia vita si svolge fuori da lì, per quante ore il lavoro mi rubi.

Tutti abbiano nostri punti di riferimento, modelli. Quali sono i tuoi?

Sparo secco tre nomi: Baden-Powell, Bruce Springsteen e Jonah Lomu.

Siamo all’ultima: un libro che si deve assolutamente leggere.

Uno solo è una domanda difficilissima. Direi comunque il libro del Qoelet, possibilmente nella traduzione italiana di Guido Ceronetti per Adelphi. Un testo che davvero ti può cambiare la vita.

 

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Dialoghi

La rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Psicodiagnosi RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPI

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo articolo – dialogando con il Dr Daniele Berto – ci concentriamo sul tema della rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico, per arrivare infine all’utilizzo del RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPIRIO è un sistema interpretativo online del MMPI, per tutte le sue versioni attualmente distribuite in Italia.

RIO | Info

RIO può essere utilizzato in tutti i contesti nei quali sia stato deciso di utilizzare una delle forme del MMPI (2, A, RF).  L’ampiezza del report permette allo specialista di individuare e scegliere le ipotesi diagnostiche più appropriate tra quelle proposte da RIO, nonché le indicazioni terapeutiche in funzione della concordanza con i dati legati all’anamnesi e all’osservazione del comportamento.

In particolare è utile in contesti dove sia necessaria una decisione operativa e terapeutica, oltre che diagnostica, effettuata in tempi ristretti.

In ambito forense, il report è stato studiato per far emergere situazioni di simulazione e/o dissimulazione di patologia nel corso di accertamenti peritali. In ambito penale il report utilizza specifiche regole interpretative e decisionali finalizzate alla formulazione di una o più ipotesi diagnostiche presentate in forma gerarchica (a partire cioè dalla ipotesi diagnostica più probabile) piuttosto che alla descrizione della personalità.

Il report del MMPI-A, oltre alla consueta accurata descrizione del profilo di personalità, prevede invece una specifica più ampia funzione in termini di ipotesi trattamentali e/o riabilitative collegate alla/e ipotesi diagnostica/che derivate dall’analisi del profilo.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

IL DIALOGO

La valutazione psicodiagnostica è una delle funzioni svolte nell’ambito dei servizi sanitari territoriali. Vista la sua esperienza diretta come psicologo dirigente e psicoterapeuta presso le AULSS, quale ritiene sia la rilevanza di tale funzione all’interno dei servizi stessi?

La valutazione psicodiagnostica, unitamente al sostegno psicologico ed in alcuni casi alla psicoterapia, effettivamente è una delle funzioni maggiormente espletate dagli psicologi operanti nel servizio sanitario. In alcuni servizi questa attività assume una rilevanza specifica tale da essere alla base di importanti operazioni decisionali sulle singole persone e/o sulle famiglie. L’operato degli psicologi nei servizi si confronta continuamente con valutazioni effettuate sia a fini certificativi sia ai fini della verifica dell’andamento dell’attività trattamentale. Negli ultimi quindici anni ha acquistato un peso progressivamente maggiore l’apporto diagnostico-descrittivo che gli psicologi hanno saputo dare in termini di ipotesi diagnostiche, meccanismi di funzionamento, potenzialità cognitive, possibili deficit, capacità residue, ecc. utilizzati all’interno delle procedure certificate o anche più semplicemente per la gestione delle singole persone.

Che tipologia di soggetti afferisce al servizio pubblico per una valutazione psicodiagnostica?

I servizi pubblici da diverso tempo hanno individuato procedure finalizzate alla certificazione a valenza psicologica. Tali procedure hanno a che fare soprattutto con la metodologia necessaria, con le figure da coinvolgere per tali certificazioni, con le aree di analisi e con i tempi necessari per produrre la certificazione. Tuttavia, queste procedure non prevedono gli standard condivisi di utilizzo di particolari strumenti psicodiagnostici. Ogni servizio, consultorio, singolo professionista, può utilizzare gli strumenti che professionalmente ritiene più adeguati a rispondere alle varie necessità. Ne consegue che i servizi possono utilizzare strumenti differenti per una stessa tipologia di valutazione. Ciò a scapito di una uniformità e confronto di procedure e di linguaggio. Può succedere infatti che per una diagnosi di disabilità cognitiva possano essere utilizzati strumenti di natura neuropsicologica oppure strumenti di performance all’interno di procedure più complesse ed ampie. Da più parti si assiste alla necessità di uniformare non tanto le procedure generali, quanto la scelta dei singoli strumenti utilizzati all’interno di tali procedure.

All’interno del servizio pubblico esistono procedure finalizzate alla formulazione di certificazioni psicodiagnostiche? Quali sono gli strumenti utilizzati a questo scopo?

All’interno dei servizi pubblici arrivano differenti tipologie di richieste di valutazione psicologica. Tale ampia gamma di valutazioni va, a titolo esemplificativo e non esaustivo, dalla valutazione delle coppie finalizzata all’adozione, alle certificazioni di deficit di natura cognitiva finalizzata al sostegno scolastico, dalla valutazione di persone tossicodipendenti con doppia diagnosi, alle necessità di natura diagnostica presente nei CSM, nei servizi di Psichiatria, di Neuropsichiatria Infantile e di Medicina del Lavoro. La gamma di problematiche esaminate e la tipologia delle condizioni psicologicamente rilevanti è molto ampia a fronte di una non altrettanto ampia, in termini di tipologia e di numero, presenza ed utilizzo nel Servizio Pubblico di strumenti oggettivi di natura psicodiagnostica.

Il MMPI è un test utilizzato da ormai molti anni e molto conosciuto. A quale motivo deve la sua diffusione?

Il MMPI fonda le proprie “fortune” italiane, e non solo, su alcuni fattori.
Il primo di essi e sicuramente l’ampia disponibilità di pubblicazioni scientifiche e di testi dedicati alla sua applicazione, alla sua interpretazione, alla sua validazione e ai suoi ambiti applicativi. Questa mole di studi ha permesso una sempre migliore e più approfondita raffinatezza descrittiva ed anche diagnostica. Il secondo fattore è che questo questionario, inoltre, negli ultimi trent’anni ha risposto alla sempre più pressante richiesta di oggettivazione dei risultati nella valutazione psicodiagnostiche. Il terzo è che questo strumento è entrato nei programmi di studio delle università, dei master e delle scuole di specializzazione. Questa popolarità si è quindi autoalimentata, favorendo una capillarità dell’utilizzo dello strumento, ritenuto, a torto o a ragione, oggettivo, pratico e di relativamente facile utilizzo in più ambiti clinici e forensi.

Quali sono i rischi legati ad una così ampia popolarità di questo questionario?

Questo ampio utilizzo ha però portato con sé numerosi rischi. Il primo rischio è legato ad un approccio interpretativo e di utilizzo superficiale ed approssimativo, favorito dal nome delle scale cliniche che riportano ad una nomenclatura diagnostica e clinica che le scale stesse non rappresentano tout-court. Faccio un esempio: di fronte ad una forte elevazione della scala 6-Pa (Paranoia), abbiamo osservato che diversi utilizzatori del test erano orientati verso una diagnosi di Paranoia, favorita unicamente dall’elevazione di tale scala. In realtà, per porre una ipotesi diagnostica di un Disturbo Paranoide o di altre psicosi, è necessario mettere insieme almeno una decina di criteri presenti all’interno del MMPI. Conoscere il MMPI non deve essere legato al semplice “averne sentito parlare”, questo non significa conoscerlo. Il suo utilizzo dovrebbe essere permesso solo dopo un approfondito studio della sua storia, della sua struttura, nonché delle fasi e dei livelli interpretativi.

A fronte della notorietà e dell’ampia diffusione di questo strumento, gli aspetti legati all’interpretazione dei risultati e al loro impiego ai fini della formulazione diagnostica sono, a suo parere, ugualmente acquisiti da parte dei professionisti che operano in ambito clinico? Ci possono essere dei rischi relativi alla corretta applicazione?

La mia esperienza è che a fronte di un massiccio e diffuso utilizzo di questo strumento, non vi sia un’altrettanta uniformità né descrittiva del funzionamento della personalità, né lessicale, né diagnostica, al punto che il profilo grafico talvolta viene “interpretato” unicamente attraverso la lettura dell’elevazione delle singole scale, senza tener conto di tutte le altre regole interpretative presenti nella manualistica e nella letteratura internazionale. Questa semplicistica modalità interpretativa non è solamente riduttiva, ma è metodologicamente errata. Ciò ha comportato una disparità e una differenza interpretativa di uno strumento che viene annunciato come uno tra i più oggettivi. Il rischio, in questo caso, non è solo di errore diagnostico o descrittivo del funzionamento della personalità, ma è anche un rischio di errore che ha implicazioni di natura deontologica.

Da dove nasce l’esigenza di mettere a punto un report interpretativo?

Devo premettere che, paradossalmente, fino a pochi anni fa non sono mai stato un fautore dei report interpretativi informatizzati/automatici. La complessità dell’analisi psicologica e psicodiagnostica è legata a una visione a trecentosessanta gradi del paziente, che comprende una corretta raccolta dell’anamnesi, l’osservazione del comportamento, il colloquio clinico, il tempo di durata dei sintomi e, non ultimo, l’utilizzo di strumenti psicodiagnostici. Tuttavia, la necessità di utilizzare non solo un linguaggio comune, ma soprattutto una corretta sequenza applicativa di regole interpretative del MMPI, ha favorito l’idea della messa a punto di un programma che risolvesse questo problema metodologico e interpretativo, lasciando nel contempo un spazio decisionale diagnostico finale al professionista. Oltre a questi innegabili vantaggi, il report interpretativo dell’MMPI ha il grande vantaggio di limitare, se non eliminare, gli errori interpretativi dei singoli professionisti e/o le omissioni di particolari elementi presenti nel test ma non riconosciuti dall’esaminatore. Altro grande vantaggio consiste nel grande risparmio in termini di tempo: mentre un buon report interpretativo necessita di un esame di circa due ore del profilo grafico, per il report interpretativo sono sufficienti pochi minuti per l’inserimento dati e circa mezz’ora per la revisione critica del report, per giungere poi ad una decisione diagnostico-interpretativa finale. Un elemento da non trascurare infine è l’“effetto suggestione” che, talvolta, un determinato profilo o l’elevazione di determinate scale possono indurre nell’esaminatore creando un bias interpretativo a scapito di una corretta interpretazione che un report interpretativo informatizzato, evidentemente, non subisce.

Come è strutturato RIO, il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-2-RF e l’MMPI-A? Che vantaggi offre al clinico che lo utilizza?

RIO è attualmente il sistema interpretativo più sofisticato e complesso presente in Italia per le interpretazioni informatizzate di tutte le forme dell’MMPI presenti sul mercato: MMPI-2, MMPI-RF e MMPI-A; dell’MMPI-2 inoltre prevede il report sia clinico sia forense e, per ciascuno dei due, sia il report della forma completa sia quello della forma ridotta. Il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-RF, l’MMPI-A è strutturato in modo tale da ottenere un report interpretativo e un report grafico a partire dai punteggi standardizzati ottenuti dalla persona in ognuna delle scale del test. Per poter utilizzare RIO è dunque necessario aver somministrato ed aver effettuato lo scoring del test ottenendone i punteggi grezzi ed i punteggi T per ciascuna delle singole scale.
RIO si avvale di circa 1600 regole interpretative che permettono una accurata descrizione del funzionamento della personalità, nonché della formulazione di una o più proposte diagnostiche presentate gerarchicamente. L’organizzazione del report prende in considerazione gli aspetti legati alla validità, la descrizione del funzionamento generale della persona, la sintesi di tale funzionamento, le considerazioni cliniche legate alla sintomatologia e/o ai meccanismi di difesa e le ipotesi diagnostiche possibili per quel tipo di profilo ricavate dalla letteratura internazionale. Come valore aggiunto, inoltre, offre alcune indicazioni di natura trattamentale sulla base del profilo precedentemente esposto. I vantaggi di questo sistema sono già evidenti solo se si considera la vasta gamma di regole interpretative applicate al test. Oltre ai vantaggi generali appena descritti, nel considerare l’utilizzo di un report informatizzato, si aggiunge anche l’uniformità del linguaggio clinico tra i vari professionisti e quindi il confronto dialettico tra gli stessi.
Ricordiamo che RIO è uno strumento dinamico in continuo aggiornamento, in grado di formulare ipotesi diagnostiche sulla base della corrente manualistica (attualmente fa riferimento al DSM-IV-TR e al DSM-5); laddove RIO fa riferimento al DSM-IV-TR significa che non esiste, al momento attuale, un lavoro accreditato sul piano scientifico che giustifichi una diagnosi o una descrizione fatta con il MMPI in riferimento al DSM-5. Sulla base del ventaglio di possibilità psicodiagnostiche fornite da RIO il clinico avrà modo, infine, di riflettere più approfonditamente sul caso permettendo di formulare anche una diagnosi differenziale consapevole e precisa con il contributo di altre informazioni qualitative acquisite sulla persona durante il processo psicodiagnostico.

RIO consente di scegliere tra un report clinico e un report forense per l’MMPI-2. Che differenze ci sono tra i due tipi di report?

Il MMPI-2 ha trovato e sta trovando ampio utilizzo in ambito forense. La richiesta della magistratura giudicante e della magistratura inquirente, di avere dati il più possibile oggettivi al fine di avere un aiuto il più possibile concreto da parte del professionista, è andata progressivamente ampliandosi nel corso degli anni. A tale scopo è stata pubblicata una serie di lavori di approfondimento specificatamente dedicati. RIO prende in considerazione entrambi gli ambiti di utilizzo, clinico e forense, offrendo alle due modalità interpretative una stessa base di interpretazione che tuttavia si differenzia in una seconda fase di analisi approfondita: il report clinico in termini di funzionamento personologico, relazionale e diagnostico-terapeutico mentre il report forense in termini di attendibilità, falsificazione, esagerazione, strumentalizzazione dei sintomi e elementi simulatori e dissimulatori. In sintesi, il report clinico analizza più approfonditamente la descrizione della personalità, si focalizza sugli aspetti trattamentali e dà maggiore spazio alla sintesi descrittiva e alle ipotesi diagnostiche. Il report forense utilizzato in ambito penale analizza il comportamento criminale secondo la classificazione di Megargee ed include anche considerazioni sulla cosiddetta “pericolosità sociale”.

RIO offre un report forma breve e un report forma completa per l’MMPI-2. Che differenze ci sono in merito alla quantità di informazioni prese in esame e alla complessità dell’interpretazione fornita?

La cosiddetta forma breve o di base del MMPI-2, consistente nella risposta ai soli primi 370 item del questionario, permette il computo e l’analisi completa di tutte le scale cliniche di base, di quelle scale cioè che hanno un peso fondamentale nella formulazione delle ipotesi diagnostiche. La forma ridotta permette la lettura e l’interpretazione di tali scale, dei code-type, dello schema di Diamond, delle scale di Harris e Lingoes e delle formule derivate. Nello specifico, il profilo generato da RIO, che analizza i punteggi derivati dalla forma breve dell’MMPI-2, prende in considerazione i seguenti fattori: analisi delle scale di validità e sottoscale di Harris e Lingoes e la loro configurazione, elevazione media del profilo, indice di dissimulazione, percentuale di risposte V/F, elevazione media delle triadi, configurazioni particolari, code-type, schema di Diamond e indici derivati. L’analisi del profilo completo permette, oltre a quanto previsto sopra per il profilo della forma ridotta, anche l’interpretazione descrittiva di ulteriori scale di validità (VRIN e TRIN) e l’interpretazione delle scale di contenuto e delle scale aggiuntive. I due report non si differenziano in termini di qualità e accuratezza.

I servizi pubblici utilizzano strumenti informatizzati di supporto al processo diagnostico? Utilizzano report informatizzati?

Nell’ambito della diagnostica sanitaria nei servizi pubblici si assiste sempre di più all’utilizzo di strumenti che favoriscano un risultato uniforme e comparabile. Ciò purtroppo non sta accadendo per la diagnostica di natura psicologica a causa della scarsità degli strumenti informatizzati disponibili per la diagnosi psicologica e della loro, talvolta, scarsa affidabilità, salvo qualche rara eccezione. La pubblicazione di RIO ha favorito l’utilizzo di questo strumento, oltre che da parte dei professionisti, anche da parte di alcuni servizi operanti in ambito pubblico. Un esempio è rappresentato nella Regione Veneto dove, con l’obiettivo di uniformare il linguaggio e l’analisi delle persone che presentavano possibile patologia da stress lavoro correlato, tutti i dipartimenti di prevenzione si sono dotati di questo strumento, allo scopo di produrre report interpretativi uniformi e comparabili tra i vari servizi della Regione stessa. Uniformare i report informatizzati non significa uniformare le diagnosi, bensì uniformare i processi diagnostici in quanto la diagnosi è prerogativa di un complesso ragionamento clinico di cui il report interpretativo rappresenta un momento e una proposta affidabile. I servizi pubblici si stanno avvicinando a questo e ad altri strumenti in considerazione del risparmio, in termini di tempo/operatore, dato dall’utilizzo di questi, anche a fronte di una talvolta impegnativa spesa iniziale. Se consideriamo, ad esempio, che un servizio di Psichiatria o di Neuropsichiatria infantile utilizza, ad esempio, anche solo 20 MMPI al mese, questo può risparmiare in termini di tempo/operatore dalle 200 alle 300 ore all’anno, guadagnando anche in termini di affidabilità e uniformità diagnostica. Questa semplice considerazione ha permesso, per esempio, ad alcuni professionisti di convincere le proprie aziende sanitarie di fornirli di RIO.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

BIO Dr  Berto

Psicologo dirigente e psicoterapeuta presso la AULSS 6 Euganea di Padova, opera presso il Centro per il Benessere Organizzativo. Ha collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Osservatorio Europeo sulle Droghe, le Università del Kent e di Birmingham in qualità di responsabile italiano di progetti multicentrici finanziati dall’Unione Europea sulla sanità carceraria e sulla psicodiagnostica. Specialista in psicologia clinica e in sessuologia, applica il MMPI e il MMPI-2 da oltre trent’anni, sia in ambito clinico che forense. Unisce all’attività clinica l’attività di CTU per conto del Consiglio Superiore della Magistratura, del Tribunale per i Minorenni di Venezia e di diversi Tribunali Civili e Penali Italiani. È stato consulente del Ministero della Difesa e del Ministero della Giustizia per attività di psicodiagnostica in tali contesti. Svolge attività didattica presso diverse scuole di Specializzazione in Psicoterapia ed al Master di II livello in Psicopatologia e neuropsicologia forense presso l’Università di Padova. Ha introdotto in Italia (curandolo e scrivendo alcuni capitoli) il manuale MMPI, MMPI-2 e MMPI-A in Tribunale. Manuale pratico per consulenti tecnici, avvocati e giudici con casistica criminologica italiana (K.S. Pope, J.N. Butcher e J. Seelen. Giunti OS, 2006). È autore di oltre 50 pubblicazioni in tema di psicologia clinica, psicodiagnostica, psicologia forense. Per Hogrefe ha pubblicato, in collaborazione ad altri AA, il programma RIO. Report Interpretativo Online di tutte le forme del MMPI ed EXIDA, un questionario per la valutazione del danno esistenziale.

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Psicologia Plurale. Dialogo con Michele Piccolo: fare lo Psicologo a New York

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Inauguriamo oggi uno spazio dedicato a interviste tenute da Gabriele Cassullo a giovani e non più giovani colleghi.

Il tema delle interviste sono le molte vie che possono portare alla professione di Psicologo, in Italia e all’estero.

Le interviste offrono inoltre lo spunto per riflettere su molti problemi presenti nella nostra professione, ma anche sulle opportunità che si aprono davanti a noi.

Si inizia con il dott. Michele Piccolo di New York

Psicologia Plurale. Michele Piccolo, Psicologo, New York

41 anni Psicologo italiano con uno studio privato di psicoterapia a New York. Formazione in Psicoanalisi presso l’Institute for Psychanalytic Training and Research. Docente di Cyber-Lectures in Psychoanalytic Theory per Contemporary Freudian Society e docente presso The New York Counseling and Guidance Service. Dottore di Ricerca (PhD) in Psicologia Clinica, Università di Torino. Membro dell’American Psychological Association. Settore professionale: clinica www.DrPiccolo.nyc

Michele: Per me va bene fare l’intervista “on the go”. Un pezzo ogni giorno scrivendo messaggi WhatsApp quando sono in metropolitana.

Gabriele: Già questo trasmette l’atmosfera dello psicologo a New York … Va bene. La prima domanda è come e quando hai scelto la professione di psicologo?

Michele: Avevo 15 o 16 anni al liceo, durante l’ora di religione (che non frequentavo) ero in biblioteca e mi sono imbattuto in un libro di Eric Berne (“A che gioco giochiamo?”) appartenente all’Analisi Transazionale. Mi colpì il fatto che qualcuno si soffermasse ad analizzare le dinamiche interpersonali. Inoltre sono cresciuto in una famiglia cristiana non cattolica, dove c’era molta enfasi sull’auto-osservazione. La messa in discussione delle figure di autorità, tipico della cultura protestante, è stata un altro fattore nella curiosità intellettuale. Volevo studiare i funzionamenti dell’anima… a quel tempo questo movente interiore era molto naïve.

Gabriele: Quindi da questo movente interiore è nata la decisione di iscriversi a psicologia. Avevi dubbi quando ti sei iscritto?

Michele: I dubbi erano di tipo economico, da liceale credevo ancora nello “studio per amore dello studio”. Volevo carpire i moti d’animo dei poeti e della mia poesia adolescenziale (aimè, “sudate carte”) anche quando “carmina non dant panem“. Mio padre – classe operaia – aveva ragione sul fatto che medicina mi avrebbe dato maggiori agi anche nel coltivare studi psicologici, ma io lasciai casa subito dopo il test di ingresso a psicologia per una città universitaria che non apparteneva a nessun mio famigliare. I dubbi crebbero quando compresi lo status socio-economico in cui la psicologia versava negli anni Novanta subito dopo il riconoscimento giuridico del 1989. Col tempo vedevo sempre più aspiranti psicologi esprimere questi dubbi economici con il reinventarsi un profilo professionale al di là dello stereotipo dello psicologo terapeuta focalizzato su sedute individuali. Ma io quello volevo fare: sbarcare il lunario facendo psicoterapia, e in aggiunta, metter su famiglia un giorno. Però la strada sarebbe stata lunga. Infatti, di lì a breve i dubbi economici si concretizzarono con un incidente di percorso che incluse un lutto in famiglia. Quando ne uscii mi ritrovai con un impiego come programmatore informatico e laureando fuori corso.

Gabriele: È molto interessante, e credo che molti potrebbero ritrovarsi in questo sviluppo parallelo di una passione interna e di piedi “operai” ben piantati nella realtà. Per di più con un incidente che obbliga a prendere strade laterali rispetto all’ideale che avevamo in mente. Come hai gestito questa deviazione obbligata dalla strada maestra? Oggi, a posteriori, come la vedi?

Michele: Non so quale sarebbe stata la strada maestra. Non sono sicuro che il lettore sia interessato a sapere come abbia gestito questi problemi personali. In breve posso dire che devo molto a due persone: una ragazza e un professore. A Palazzo Nuovo incontrai una ragazza americana che anni dopo sarebbe diventata mia moglie. Eravamo nell’era Bush e c’era un forte sentimento antiamericano, ma cominciai a sviluppare interessi per cose oltre frontiera. Mi incuriosii nello scoprire come “campavano” gli psicologi-psicoterapeuti americani e scoprii che i 50 Stati hanno 50 regole diverse e che nell’immaginario collettivo e nel parlamento USA la figura dello psicologo libero professionista aveva un peso legale assimilabile a quello di un medico. Ero ancora distante dall’idea di emigrare e molto tempo prima dei miei sogni americani, mia moglie infuse in me un senso di squadra nella mia vita, sostenendoci a vicenda. Mi diede energie e occhi nuovi. La seconda persona è stata il mio relatore di tesi. Forse c’è stata una qualche affinità elettiva intellettuale tra me e lui: io lo scelsi per le sue idee cliniche, lui mi seguì forse per “dare credito” (nel suo gergo) a qualche mia risorsa interiore. Il prof. Borgogno mi coinvolse in un progetto di tesi che includeva interviste a psicoanalisti americani a NY anni prima del mio trasferimento qui. Dopo la laurea avrei intrapreso anche un dottorato con Borgogno. Non ero appassionato di ricerca, ma Borgogno in quegli anni era un professore “operaio” centrato sugli aspetti clinici del lavoro psicologico. Era uno studioso di uno psicoanalista di inizi Novecento noto come sperimentatore di metodi di cura nel suo “furor sanandi”. Una cosa che mi interessava dei dottorati era che fossero sotto il cappello della Divisione Ricerca e Relazioni Internazionali dell’università ed io sapevo già che per esercitare negli USA la laurea non era sufficiente, ma lo sarebbe stato un’istruzione dottorale di terzo livello: PhD. Con il senno di poi vedo che in Borgogno cercavo un docente il cui “pane e burro” (espressione americana) fosse vedere pazienti tutti i giorni (interessante regressione alla fase orale!). Ero un po’ tediato dai docenti universitari che insistevano che lo psicologo avrebbe dovuto reinventarsi al di là della pratica clinica con l’insegnamento e consulenze. Durante il dottorato ho dovuto “masticare” molti numeri psicometrici, ma come dice un amico ricercatore all’università di Bergamo: “alla fine è dolce tornare al nostro mestiere clinico”. Altri professori hanno lasciato un segno nella mia carriera studentesca, in particolare docenti con una visione dello sviluppo umano che includesse l’idea di una “madre-natura” (o forse “Padre-Natura”) che avesse “scelto” come vanno le cose nel cervello umano che cresce — un contributo di pensiero con un taglio spirituale sullo sviluppo umano.

Gabriele: Grazie per queste tue aperture anche molto personali. Sul piano professionale quindi credo che il passo successivo sia stato lo spostamento negli Stati Uniti. Credo sia un passaggio di interesse per i colleghi. Puoi dirci qualcosa di come ti sei mosso? Sul pratico, sul sociale rispetto al creare un tuo spazio, e se vuoi anche sul personale, come stai facendo in questa intervista e ti ringrazio per questo.

Michele: A volte i programmi di dottorato incoraggiano scambi di studio all’estero. Io volevo organizzarmi per passare un anno del mio dottorato a NY, visto che avevo già fatto esperienza del milieu psicoanalitico della città per la tesi di laurea. Prima di trovare la destinazione giusta, ero solito offrire una mano in Dipartimento come interprete-traduttore ogni qual volta c’era un visiting professor da un paese anglofono a Torino. Chiacchierando con uno di questi chiesi informazioni in merito a un externship che avevo adocchiato a NY (le externship sono internship all’esterno di una struttura). Quindi studiai il programma dell’externship dell’IPTAR (Institute for Psychoanalytic Training and Research), un programma sia clinico che di ricerca. Quest’ultima parte avrebbe adempiuto ai requisiti di ricerca del dottorato. Mi adoperai quindi a facilitare la redazione di un accordo internazionale tra la scuola di dottorato e l’IPTAR basato sui filoni di ricerca offerti che sarebbe stato poi firmato dal Rettore. Tale accordo avrebbe permesso di includere, come parte integrante del programma in sede, i corsi previsti dal dottorato anche se frequentati fuori sede. Il volo era previsto per il settembre successivo. Mi organizzai anche in famiglia per vivere insieme per un anno a New York. In quell’anno molte cose accaddero su molti fronti. Oltre al senso di scoperta e sorpresa di chi si confronta con un paese straniero, due cose in particolare accaddero quell’anno. Una in ambito familiare comportò la triste realizzazione che il mio primogenito aveva dei ritardi seri nello sviluppo per i quali ci fu offerto aiuto dal sistema educativo locale qualora avessimo voluto estendere la nostra permanenza oltre quell’anno (prima di allora mio figlio era un bambino anglofono in un asilo italiano). La seconda cosa è stata l’incontro con Norbert Freedman, un anziano psicoanalista cieco che accompagnavo a casa dopo lezione. Era il decano emerito che anni prima aveva avviato quel programma di ricerca. Alla fine di quell’anno avevo completato tutti i corsi del dottorato tranne la tesi e quindi non avevo più obblighi di frequenza qualora avessi esteso la mia permanenza. Per farlo però dovevo ottenere il permesso del mio relatore italiano, ma non era nulla rispetto ai problemi a venire: per rimanere a New York non potevo più muovermi come un dottorando, avevo bisogno di un lavoro per sostenere me e la mia famiglia. Ero già in possesso del permesso di soggiorno giusto, ma avrei avuto bisogno di tornare ad essere “operaio” perché la mia formazione in psicologia era ancora troppo “verde” perché il sistema potesse offrirmi posizioni lavorative. Norbert Freedman fu la figura chiave nell’incoraggiarmi a intraprendere il training clinico per diventare uno psicoanalista riconosciuto dall’associazione internazionale fondata dallo stesso Freud (I.P.A.). Alla fine di quell’anno mi ritrovai nelle mani due validi motivi per rimanere a NY (mio figlio e il training) ma non i fondi per completare la transizione dall’essere uno studente in visita a un residente permanente, in una fase troppo prematura perché il sistema locale potesse offrirmi lavoro come psicologo. Lo Stato di New York non riconosceva allora come oggi l’abilitazione italiana come psicologo. I requisiti per diventare psicologo a NY prevedono un titolo di dottorato. Quindi attesi il completamento della tesi di dottorato (in collaborazione con una professoressa dell’Adelphi University) per capire come ottenere l’abilitazione. Sarebbe stato un processo di diversi anni. Nel frattempo mi reinventai ancora una volta come programmatore informatico (anni prima avevo lavorato come ingegnere del software – autodidatta – per l’Istituto Boella del Politecnico di Torino). Ma questa volta non avrei curato l’implementazione di applicativi, avrei semplicemente insegnato informatica in una scuola media. Dagli anni Settanta esiste a Manhattan una scuola privata italiana (dall’asilo al liceo scientifico). Fui molto fortunato nell’ottenere una cattedra lì.

Gabriele: Arriviamo così all’oggi. Qual è la tua situazione professionale? Ti senti realizzato e soddisfatto di ciò che hai fatto?

Michele: Passarono molti anni prima di ottenere l’abilitazione come psicologo per lo Stato di New York. Molti anni come professore di informatica. Lo Stato di New York non ha accordi internazionali come nell’UE per riconoscere titoli esteri. Una volta completato il dottorato feci domanda e la risposta fu che non sarebbe bastata la traduzione notarizzata dei titoli italiani (laurea e dottorato), ma avrebbero avuto bisogno di una descrizione dettagliata di ogni singolo corso universitario intrapreso a qualsiasi livello perché dovevano verificare i contenuti a fronte di una griglia di una legge che descrive le 7 materie necessarie per la licenza (l’abilitazione). Dovevo tradurre la descrizione dei corsi dal catalogo universitario includendo la bibliografia delle letture. Fu un’opera mastodontica che generò circa 50 pagine per la laurea e altre 50 per il dottorato. Dovetti disturbare diversi professori in Dipartimento a Torino a cui va tutta la mia gratitudine. Nel frattempo ero insegnante presso La Scuola d’Italia, mentre la sera ero tirocinante presso una clinica psicoanalitica come “unlicensed psychotherapist” sotto supervisione per raggiungere il monte ore di esperienza clinica richiesta per la licenza. Dopo diversi anni, non mesi, di “botta e risposta” con gli uffici governativi per la licenza e con l’aiuto di un amico avvocato-psicologo, la risposta fu che a loro avviso mi mancavano tre corsi specifici secondo i loro standard: “Professional Ethics”, “Biological Bases of the Behavior” e “Psychometrics”. Non accettarono le mie proteste secondo cui avevo già coperto quelle materie, perché dalle descrizioni fornite considerarono quanto fatto in Italia in quelle tre materie a un livello “undergraduate“, mentre erano ammessi solo corsi “graduate” per la licenza.

Gabriele: Interessante pensare che allo psicologo negli Stati Uniti sia richiesto un livello più avanzato in questi tre campi rispetto all’Italia. Trovi che siano rappresentativi della differenza del “sistema psi” italiano vs statunitense?

Michele: La differenza non è tra gli USA e l’Italia, la differenza è tra lo Stato di New York e un altro stato come l’Oklahoma dove ci sono psicologi a livello di laurea magistrale (istruzione di 2° livello) a confronto con New York e la California, per esempio, che richiedono un’istruzione di terzo livello (dottorato). Poi la differenza storica è che qui prima di intraprendere un percorso di studio professionalizzante (medico, avvocato o psicologo) devi fare un percorso di cultura generale, il college, che assomiglia più a un “liceone”. La laurea in medicina o in giurisprudenza comincia solo dopo 4 anni di college in cui ricopri un’istruzione generalista. Quindi quando esaminavano i miei corsi hanno saltato a piè pari i primi quattro anni della mia laurea vecchio ordinamento perché si chiedevano: “Dove sono gli anni di college PRIMA di aver intrapreso psicologia?” e quindi hanno arbitrariamente deciso che i primi anni di università sarebbero stati considerati college generalista da escludere ai fini della licenza. Le tre materie “mancanti” si trovavano negli anni “tagliati”. In risposta alla loro valutazione ho dovuto cercare un’università locale che mi avrebbe offerto quei tre corsi e furono così gentili da pre-approvare un programma universitario online da cui estrapolai quanto richiesto. Quindi nell’iter verso la licenza c’è da aggiungere un semestre di corsi “graduate” svolti on-line la sera tardi dopo i due impieghi quotidiani (la scuola media e la clinica psicoanalitica). Una volta completati i corsi, fortemente basati su esami scritti a cadenza settimanale per l’intero semestre, fui in grado di paragonare il sistema con la mia esperienza universitaria italiana. Era ironico che il docente mi chiamasse “dottore” (titolo riservato a persone in possesso di un dottorato e non di una laurea), sapevano che avevo già completato una dissertazione di ricerca e avevo pubblicazioni, mentre partecipavo a questi corsi. Capii che in Italia siamo ben preparati, ma non sappiamo “venderci” e non sappiamo spiegarci.

Gabriele: Condivido la riflessione. Quindi lo Stato di New York è piuttosto richiedente anche se comparato ad altri Stati degli USA. Ha la fama di essere una città dove gli psicologi lavorano molto e le persone vanno molto dallo psicologo. Puoi darci una visione da insider rispetto a questo, magari sulla base della tua esperienza attuale?

Michele: Qui la licenza è un punto di arrivo e non un punto di partenza come in Italia. Una volta raggiunta l’abilitazione avrai avuto un sufficiente flusso di clienti/pazienti. Ma l’esame di abilitazione è molto selettivo come l’esame per diventare avvocato in Italia. Ho molti amici locali con un dottorato americano che hanno difficoltà a passare l’esame di stato di New York (l’esame più brutale e difficile della mia vita). Il flusso di pazienti è collegato a differenze sostanziali in due ambiti: il sistema sanitario e l’immaginario collettivo. Riguardo al sistema sanitario facciamo un esempio di uno specialista. Un gastroenterologo frequenta 4 anni di scuole superiori, poi 4 anni college generalista (diciamo in letteratura francese), poi 4 anni di Medical School (con accesso molto selettivo, ma senza requisito di tesi finale), poi 4 o 6 anni di “residency” (specializzazione in ospedale) dove lavora 12 ore al giorno, quasi gratis, senza licenza e sotto supervisione (e non può esercitare autonomamente fuori dall’ospedale). Durante la “residency” sostiene un esame difficile per prendere la licenza. Lascia l’ospedale e si apre uno studio privato. A questo punto attrae pazienti richiedendo a 3 delle 12 (per dire) assicurazioni sanitarie disponibili di diventare un “in-network provider“, ossia un “provveditore di servizi sanitari convenzionato” (intenzionalmente qui non uso la parola “medico”) per quelle 3 assicurazioni sanitarie scelte. Le assicurazioni valuteranno le sue credenziali e il loro bisogno di specialisti in quella specifica zona. Una volta diventato “in-network“, tutta la popolazione che possiede una di quelle assicurazioni che ha bisogno di un gastroenterologo in quella zona, troverà il nome di quel “provider” sulla lista di quella assicurazione. È importante capire che lo specialista non avrà bisogno del passa parola per avere pazienti privati e non avrà bisogno di mantenere un piede nell’ospedale che ha finalmente lasciato, non avrà bisogno di invii da colleghi o da ex supervisori, basterà la lista dell’assicurazione.

Gabriele: Lo stesso vale per lo psicologo? (A parte la formazione di cui ci hai già parlato, intendo il sistema post-licenza).

Michele: Perché faccio un esempio di un medico e non di uno psicologo? Perché negli anni Novanta, grazie alla pressione dell’American Psychological Association (APA), il parlamento ha approvato una legge federale (valida per tutti i 50 stati) che equipara sul piano legale un intervento di salute mentale a un intervento di salute fisica, le cosiddette PARITY LAWS. I due interventi sono considerati entrambi come “medical necessity” e un’assicurazione non può rifiutarsi di coprirne i costi.

Gabriele: Ho capito. Grazie.

Michele: Ora uno psicologo ha frequentato 4 anni di scuola superiore, 4 anni di college generalista (diciamo letteratura francese), poi 5 o 6 anni di dottorato in psicologia, poi 2 anni di tirocinio (1 anno prima e 1 anno dopo la graduation) durante il quale lavora quasi gratis (a volte il tirocinio è pagato) dove esercita ricerca o psicoterapia senza licenza ma sotto supervisione (e con l’obbligo di vedere molti pazienti da solo anche senza licenza); dopo di che deve passare l’esame di abilitazione (lo stesso in tutti e 50 gli stati perché regolamentato da un’associazione simile all’APA) che è molto brutale e difficile. A volte ci vogliono anni di tentativi per passarlo. Una delle vice-direttrici di una clinica dove ho lavorato come tirocinante remunerato da 5 anni provava a passare l’esame e, dopo tentativi falliti per diventare una figura psicologico-clinica, aveva ottenuto un ruolo amministrativo come intake coordinator. Per questo dico che la licenza è un punto di arrivo e non un punto di partenza come in Italia. Una volta che la raggiungi non vedi il tuo primo paziente in autonomia il giorno dopo, ma ne hai già visti tanti. La responsabilità legale nel vedere pazienti per anni senza licenza ricade sulle spalle del supervisore che firma la data di inizio della collaborazione. Ho lavorato in due cliniche prima di prendere la licenza. Una di esse non era per il monte ore del tirocinio in psicologia ma per un’altra licenza. Un elemento molto importante qui nello Stato di New York (può variare negli altri 49 stati) è che la salute mentale non è appannaggio di un solo ordine professionale: gli psicologi. Ci sono almeno altri 4 ordini professionali con iter e leggi distinte. Sono i seguenti: “Family Therapist“, “Social Worker“, “Psychoanalyst“, “Mental Health Counselor“. Queste diverse professioni possono tutte svolgere psicoterapia. Sono tutte a quattro a livello di laurea magistrale, mentre solo “Psychologist” è a livello dottorale. Ognuna di queste professioni ha luoghi distinti per il tirocinio necessario e ognuna ha un Esame di Stato a parte. Quindi si spiega perché una di quelle due cliniche non era per la licenza come psicologo, ma come psicoanalista. Mentre di mattino facevo l’insegnante, di sera lavoravo per accumulare le ore necessarie per la licenza come “Psychoanalyst“, un percorso a parte. Parlare di istituti psicoanalitici non riguarda la professione dello psicologo in senso stretto, ma eventualmente dello psicologo interessato. A volte ci sono “Psychologists” che hanno una formazione psicoanalitica senza aver perseguito la licenza da “Psychoanalyst“. A questo riguardo una cosa è degna di nota: le leggi che istituiscono la professione dello “Psychoanalyst” contengono la parola “inconscio”. È interessate vedere quella parola nel contesto di leggi statali e nella bocca di avvocati, dal momento che a volte essa è bandita dai corsi di psicologia. Molti psicologi italiani perseguono quella licenza quando emigrano a New York in quanto non hanno un dottorato. Abbiamo parlato di aspetti di sistema e il secondo punto riguarda l’immaginario collettivo (qui a NY, non altrove negli USA), esso ha una stratificazione diversa dall’Italia per un motivo essenziale: la figura dello psicologo clinico è sulle “pagine gialle” da una generazione in più rispetto all’Italia. Benché l’Italia abbia ospitato eventi accademici molto presto, come il congresso internazionale di psicologia del 1905 a Roma frequentato dallo stesso William James, la figura clinica dello psicologo ha avuto un’etichetta giuridica molto tardi nel nostro paese. Per fare un esempio: se dico a mia nonna contadina che faccio lo psicologo avrà bisogno di spiegazioni per capire di cosa si tratta, se invece un mio paziente americano dice alla sua bisnonna che va da uno psicologo, lei saprà di cosa si tratta. Il fatto che la figura professionale sia stata “in circolo” nell’immaginario collettivo per un periodo più lungo fa una grossa differenza. In Italia facciamo fatica a spiegare ai medici, spesso mettendoci sulla difensiva, che cosa facciamo. Invece qui i medici senza problemi inviano pazienti dallo psicologo, apprezzando il loro operato. Può darsi che molti di questi medici siano stati in terapia loro stessi da adolescenti. Un mio paziente è un neurochirurgo e sa che i suoi traumi infantili non vanno affrontati con interventi medici.

Gabriele: Quindi non ci resta che tenere duro. Ci dai un assaggio della tua pratica odierna?

Michele: Scusa se nel risponderti ritorno a parlare della “meccanica” del sistema assicurativo, penso possa essere di interesse. Dopo aver conseguito la licenza, mi sono adoperato a seguire aspetti burocratici prima della data di lancio del mio studio. Ho contattato le assicurazioni sanitarie più usate in zona per confrontare i tariffari imposti da contratto. Nel fare domanda per diventare convenzionato, alcune assicurazioni non forniscono informazioni a curiosi e quindi ho chiesto a un’agenzia specializzata di rappresentarmi (come fossero miei avvocati). Il processo è molto frustrante, motivo per cui molti psicologi non fanno domanda. In alcuni casi l’iter prende mesi senza aver la certezza di essere accettato. Mentre attendevo una risposta continuavo a lavorare in clinica in attesa. Non appena sono stato accettato da alcune assicurazioni e il mio nome figurava nei loro elenchi online, mi sono adoperato a creare un mio sito web; in quel frangente il mio background da informatico mi è stato d’aiuto. L’obiettivo è fare in modo che il potenziale paziente che ti trova nelle liste delle assicurazioni possa anche trovare un tuo profilo professionale su internet per associare un volto a un nome. Dopo ciò ho cominciato a ricevere chiamate da pazienti. Ho ridotto le mie ore in clinica ed ho subaffittato uno studio di una collega inizialmente per un solo giorno a settimana con l’obiettivo di riempire le 8 ore di quel giorno – ogni giovedì. Presto le sedute del giovedì diventarono 12 nella stessa giornata. Ero sorpreso del volume di richieste – spiegabile dai due fattori menzionati: il fatto che il sistema copra i costi e il valore della psicoterapia nell’immaginario collettivo. Subaffittai così lo studio per una seconda giornata settimanale e tempo 6 mesi presi uno studio tutto mio staccandomi dal subaffitto. Il rapporto con le assicurazioni è complesso perché a fine seduta compilo note burocratiche con il codice della diagnosi e dei servizi offerti attraverso moduli elettronici. Quando le assicurazioni ricevano i dati necessari mi inviano il rimborso della seduta settimane dopo. Se ci sono errori di codifica rifiutano il pagamento. L’aspetto che più apprezzo di questo sistema è che non devo spargere la voce riguardo ai servizi offerti. Non devo contare su invii da colleghi e supervisori. Il mio nome è nella lista delle assicurazioni e grazie alle percezioni condivise nell’immaginario collettivo, quando una persona ha bisogno di parlare dei propri problemi cercherà uno psicologo (o uno degli altri 4 tipi di psicoterapeuta). Un sistema che ti tiene occupato: settimana scorsa ho fatto 46 sedute (includendo il sabato). La maggior parte dei clinici nella salute mentale (non solo psicologi) spesso non si imbarca in tutto questo lavoro burocratico con le assicurazioni. (se sei convenzionato vieni definito “in-network” altrimenti sei “out-of-network“). E alcune assicurazioni offrono “out-of-network benefits” per coprire costi con provider non convenzionati. In tal caso sarà il paziente a seguire l’iter burocratico del rimborso e non lo psicologo che avrà già ricevuto l’assegno dal paziente (la psicoterapia a New York la paghi via assegno). Negli anni queste cose hanno creato aspettative che i sistemi sanitari-assicurativi in un modo o nell’altro coprano i costi della psicoterapia. Ricordo quando mia mamma faceva il gesto di pagare il pediatra che mi visitava a domicilio da bambino quando l’invenzione del sistema delle “mutue” era ancora cosa nuova; il medico le diceva che era tutto pagato dal sistema. Erano gli anni Settanta in Italia; immaginiamo che cosa sarebbe stato se anche gli psicologi fossero stati già dall’ora inclusi nello stesso sistema. In aggiunta, esiste in seguito un desiderio di svincolarsi dal sistema assicurativo quando raggiungi una certa anzianità nel settore. Quando magari sei uno psicologo con ruoli di supervisione ti sgancerai dalle assicurazioni e dirai ai tuoi pazienti che d’ora in avanti non accetterai più assicurazioni ma solo pagamenti diretti… e molto spesso i pazienti accettano. Il contratto con le assicurazioni ti obbliga a usare tariffe specifiche mentre un terapeuta con qualche anno di esperienza chiederà di più – come il primario di ospedale che ti vede privatamente fuori dall’ospedale. Rileggendo questa intervista mi accorgo come mi sia focalizzato su questi calcoli tecnici; forse perché al momento questi aspetti sono nel vivo emotivo del mio lavoro: nei due lunghi tirocini newyorchesi sognavo di avviare uno studio tutto mio. Però questa meccanica risulta impraticabile se la terapia offerta non è coinvolgente per il paziente dalla primissima seduta. Le assicurazioni fanno da ponte verso la clientela, ma è il vissuto emotivo in seduta che fa tornare il paziente per il secondo appuntamento. Su questo punto io devo molto al mio percorso terapeutico personale e ad uno dei miei supervisori clinici: Janice Lieberman (l’autrice del libro “Body Talk“) che ha lasciato un profondo segno sul mio stile clinico tanto che un giorno giunsi a chiedermi: “ma prima di conoscere Janice che cosa facevo con i pazienti in seduta?”. A Janice devo anche l’essere stato coinvolto nell’insegnare Freud ad aspiranti Social Workers e più recentemente un corso on-line per psichiatri e psicologi in Sud-Korea e Taiwan (per la Contemporary Freudian Society). Un’ultima parola riguardo al sistema: è apprezzabile come i medici e gli psicologi facciano squadra. Sarebbe ideale che in Italia i docenti di psicologia quanto quelli di medicina abbiano entrambi la possibilità di essere legalmente sia professori sia clinici nel privato e nel pubblico. Sarebbe bello che la facoltà di psicologia aprisse cliniche di supporto psicologico nei campus universitari per offrire a tutta la popolazione studentesca servizi di psicoterapia fornita da tirocinanti in psicologia sotto supervisione. La presenza di cliniche universitarie è vitale qui. In ultimo, l’American Psychological Association è organizzata nel tenere contatti stretti con parlamentari. L’attività di lobbying nel bene e nel male è consuetudine. In caso una proposta di legge danneggi gli psicologi, l’APA contatta tutti gli psicologi e prepara bozze di petizioni che ogni psicologo invia al senatore o parlamentare del proprio distretto. Sfortunatamente una petizione come #DiagnoseTrump, firmata da decine di migliaia di professionisti della salute mentale nel 2016, non ha sortito l’effetto sperato (non si trattava di una petizione organizzata dall’APA). Mi hai chiesto come oggi sia la mia pratica clinica a New York e mi perdonerai che io abbia speso molto tempo a darti dei numeri; cercando il movente emotivo delle mie parole forse cercavo di ringraziare qualcuno per un’abbondanza che non mi aspettavo e forse sono un po’ risentito perché il sistema-Italia non me l’abbia potuta offrire.

Gabriele: Ti ringrazio molto per la tua dettagliata testimonianza Michele.

 

 





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Dialoghi

Psicodiagnosi in età evolutiva. Dialogo con Laura Parolin: personalità in età evolutiva e Test Roberts-2

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo dialogo, si approda al grande tema della personalità in età evolutiva, che sviluppiamo insieme a Laura Parolin, a partire dal Test Roberts-2, di cui lei, insieme a Francesca Locati e Pietro De Carli, è tra i curatori dell’edizione italiana per Hogrefe Editore.

 

Il Roberts-2 è un test perfomance-based di tipo narrativo, volto a indagare le competenze sociali e interpersonali integrate con gli aspetti di funzionamento della personalità di soggetti di età compresa tra i 6 e i 18 anni. Offre la possibilità di esaminare, tramite la presentazione di uno stimolo visivo, le risposte narrative (le storie), i comportamenti verbali, percettivi e interattivi ad esse associati, in modo da definire un profilo di funzionamento psicologico. In questo senso, il linguaggio espressivo viene considerato indice delle competenze sociocognitive.

 

 

Prof. ssa Parolin, in qualità di esperta nell’ambito dell’assessment della personalità, intorno a che età di sviluppo possiamo iniziare a parlare di “personalità”? Come interagiscono fattori personali legati al temperamento del bambino e fattori ambientali nella strutturazione di un funzionamento tipico?

La personalità è un modello psichico estremamente complesso, che comprende dentro di sé diverse dinamiche, disposizioni interne, capacità e funzionalità psichiche. Il bambino sin dai primi mesi successivi alla nascita si esprime come individuo e già nella prima infanzia sono identificabili i primi segnali di tratti personologici tipici. I bambini anche più piccoli dell’anno reagiscono in modo differente a diverse sfide, cognitive, sociali e relazionali: differenze individuali sono riscontrabili nell’ambito dell’andamento delle tappe di sviluppo, nella qualità della predisposizione all’avvicinamento degli altri, in modo diverso tra adulti e pari, nel gestire la risposta alle regole imposte dagli adulti o dai contesti che frequentano. La moderna rilettura della teoria dell’attaccamento ricostruisce come i bambini dai 9 mesi di vita iniziano non solo a sviluppare stili di attaccamento differenziati alle figure di riferimento, ma anche caratteristici meccanismi di difesa in risposta a situazioni per loro stressanti o emotivamente elicitanti. Tali predisposizioni sono nel corso della crescita in continuo dialogo con tantissime variabili che causano, influenzano e determinano l’andamento evolutivo e l’espressività dei propri modelli personologici. La personalità, in particolar modo in età evolutiva, infatti, è un elemento plastico e mobile, in continuo interazione e modifica in ordine agli aspetti epigenetici, temperamentali, neuropsicologici, attaccamentali, difensivi, socioculturali. In questa varietà di interconnessioni, lo sviluppo della personalità è più da considerare come una questione di temperamento contro ambiente, entrambi riconosciuti come variabili causali della formazione della stessa, ma piuttosto come continua interazione epigenetica.

In che termini si può parlare di disturbi di personalità in età evolutiva?

Lo sviluppo della personalità nell’infanzia, come detto, ha origini molto precoci e nei primi anni di vita del bambino può essere già riconoscibile l’emergere di caratteristiche disfuzionali che possono impattare negativamente nella crescita evolutiva e nelle relazioni interpersonali del bambino. In alcuni di questi casi è possibile riconoscere la genesi di un disturbo di personalità. lI PDM nella sua prima versione è il primo manuale diagnostico della malattia mentale che apre ad una specifica formulazione dei disturbi di personalità in infanzia e in adolescenza, proponendo in maniera strutturata la possibilità di ricostruire pattern e disturbi di personalità differenziati e specifici per fase evolutiva. In questa direzione, è ormai sdoganata la possibilità di identificare già in età infantile i nuclei di personalità sana e psicopatologica, che tuttavia vengono considerati come indicazioni diagnostiche non statiche e strutturate ma flessibili e “in formazione”, in cui variabili relative alla crescita, al contatto con il contesto ambientale, al passaggio tra diverse tappe evolutive e sociali, possono influenzarne il divenire. Sin dai 4 anni di età, quindi, si possono identificare le origini di disturbi personologici dei bambini, le cui caratteristiche possono variare in un continuum che va da gravi compromissioni ad un funzionamento sano. A questa età, quindi, il disturbo di personalità si esprime come un modello personologico disadattivo, che viene interpretato come una vulnerabilità individuale che nel corso della crescita si interfaccia con fattori rischio e fattori protettivi che possono determinarne l’evoluzione e la prognosi.

Esiste un’ipotetica continuità tra il funzionamento patologico di personalità in età evolutiva e in età adulta?

La formazione di un disturbo di personalità può emergere in età infantile e può indubbiamente proseguire nel suo sviluppo con la crescita, esistono delle corrispondenze, infatti, tra funzionamento di personalità in età infantile altri fasi evolutive ed in particolare tra la fase adolescenziale e quella adulta. La continuità, tuttavia, non si può considerare deterministica: disturbi di personalità infantili non predicono necessariamente un disturbo in età adulta come evidenziato da Caspi e colleghi. La visione evolutiva dei disturbi di personalità, oggi, è rappresentata da il continuo divenire di aspetti di vulnerabilità individuale (ad es. disturbo di personalità in formazione) in interazione continua con fattori di rischio, di protezione e caratteristiche resilienti che possono deviarne l’evoluzione. È questa straordinaria mobilità dello psichismo infantile che suggerisce come interventi psicoterapeutici tempestivi possono avere esiti positivi con maggiore facilità e portata rispetto ad interventi tardivi.

Si riscontra una familiarità per questo tipo di disturbi?

Ci sono evidenze empiriche che testimoniano il contributo di una componente genetica nell’eziologia di disturbi di personalità, anche in epoca infantile. Recenti studi hanno dimostrato che esiste una componente genetica nello sviluppo delle capacità di regolazione emotiva e funzioni esecutive in età evolutiva, che sono componenti importanti del funzionamento di personalità patologica e non. Tale aspetto genetico tuttavia non è l’unica variabile che può influenzare l’emergere di un disturbo di personalità, ma agisce insieme a componenti legate ad esempio all’esposizione ad eventi avversi o al ruolo del contesto parentale. In età evolutiva la componente biologica è strettamente legata a quella esperienziale, che ne rende più mobile la possibilità di espressione. È stato studiato infatti come la qualità delle relazioni con le figure di attaccamento possono mediare in maniera decisiva lo sviluppo psicologico e neurobiologico. Di conseguenza, l’intervento precoce sulla famiglia può in modo consistente limitare la portata di componenti genetiche negative, sia nei figli che nelle generazioni a seguire.

Effettuare una valutazione della personalità in età evolutiva è attualmente una pratica clinica diffusa? Che tipologia di strumenti di valutazione può essere utilizzata a questo scopo?

La valutazione della personalità in età evolutiva è una pratica diffusa da tempo, adottata in tutti i principali servizi di salute mentale per minori. Tale pratica, tuttavia, ha spesso preferito un approccio squisitamente clinico-qualitativo, sia dal punto di vista della tipologia di strumenti utilizzati, che relativamente allo studio dei dati clinici emersi. Tale aspetto, seppur clinicamente importante, lascia aperte delle aree di fragilità nella pratica di assessment, che si compone di strumenti non supportati empiricamente che lasciano troppo spazio all’interpretazione soggettiva del test. Negli ultimi anni, grazie al fiorire di ricerche teorico-empiriche sull’assessment in età evolutiva, la valutazione della personalità in questo periodo del ciclo di vita sta diventando una pratica più rigorosa nell’informare sul funzionamento del paziente e sul suo andamento evolutivo. La letteratura e la pratica clinica indicano come sia necessario, per una valutazione clinica esaustiva e per la costruzione di una formulazione del caso il più completa e articolata possibile, l’utilizzo di un approccio all’assessment multi-method. “Poiché ogni metodo rivela differenti aspetti della realtà empirica, devono essere impiegati metodi multipli di osservazione”. In questo senso, è necessario prevedere l’utilizzo di più strumenti psicodiagnostici, che permette di cogliere aspetti diversi, ma complementari del funzionamento del paziente. L’impiego di un solo strumento per la valutazione non permette acquisire sufficienti dati per fornire indicazioni diagnostiche fondate. La scelta degli strumenti da utilizzare è quindi delicata e da vagliare in base alla validità del singolo test, ma anche al tipo di risposte che può fornire ogni strumento scelto, in un’ottica di interazione dei dati. Per una diagnosi di personalità in età evolutiva si potrebbe prevedere una batteria di test che includa test sulle funzioni cognitive, dei reattivi narrativi, test grafici, misure oggettive di personalità. È importante che i test scelti appartenenti a queste famiglie siano supportati empiricamente e basati su dati di validità e affidabilità comprovata.

Il Roberts-2 è un un performance based personlity test. Ci spiega che cosa significa e come questo si traduce in pratica?

Il Roberts-2 intende valutare la personalità basandosi sulla misurazione della performance, cioè delle prestazioni del soggetto in prove complesse, tramite l’analisi delle strategie di problem solving e di decision making. Il Roberts-2, infatti, interpreta la narrazione prodotta dal paziente a fronte dello stimolo grafico proposto, come una performance di problem solving. Nel corso del processo narrativo, il paziente deve, infatti, rispondere ad una serie di quesiti, quali: cosa sta succedendo tra i personaggi? che emozioni provano? come andrà a finire la situazione problematica? In questo processo elaborativo si indagano la messa in gioco delle capacità del soggetto nell’elaborare strategie di risoluzione del compito, di organizzazione delle proprie conoscenze per elaborare il problema target di ogni tavola del test. Il soggetto deve ricorrere ai propri schemi mentali preesistenti che organizzano e qualificano l’attività di storytelling. L’interpretazione della narrazione come prova di performance dà la possibilità di strutturare una griglia di codifica e un sistema interpretativo che poggia su una base oggettiva e quantitativa.

Quali possono essere i vantaggi nell’utilizzo di un test performance based di tipo narrativo rispetto ad un questionario?

I questionari e i test performance based sono test differenti che si occupano di indagare dati diversi relativamente alla complessità di funzionamento del paziente. I questionari, o strumenti self-report, sono costruiti affinché il soggetto testato condivida informazioni su ciò che sa, che ritiene e che pensa di se stesso. In questo caso il dato emerso è riferito alla visione consapevole che il paziente ha di se stesso e il testista interpreta integrando i dati, senza attribuire alcun significato “soggettivo” alle risposte del paziente. I test performance based narrativi, chiedendo al paziente di raccontare una storia, e l’attenzione è sulla narrazione spontanea a partire da un dato grafico proposto. Il materiale dei test performance based si serve del linguaggio espressivo del paziente che funge da indicatore delle caratteristiche che lo specifico test si propone di indagare, permettendo di fare emergere del materiale non direttamene consapevole del paziente, sul quale lo psicodiagnosta deve intervenire con la propria conoscenza teorica e l’esperienza clinica nell’interpretazione dei risultati. Mi preme ricordare che nella pratica di assessment in età evolutiva e in particolare nel caso della seconda infanzia, non è comune l’uso di questionari, per la strutturale l’immaturità del senso di sé in questa fase evolutiva che difficile permetterebbe al piccoli pazienti di descriversi approcciandosi ad un classico self report.

Che tipo di informazioni possono essere ricavate dalla somministrazione del Roberts-2?

Il Roberts-2 si propone di misurare il funzionamento evolutivo dell’individuo declinato in molteplici aspetti. Innanzitutto indaga la sua comprensione sociale, cioè la capacità di comprendere gli aspetti relazionali e sociali delle tavole proposte. Si possono ricavare anche informazioni sulla competenza socio-cognitiva attraverso l’indagine della capacità narrativa di una storia, in cui vi sia riconosciuta la situazione problematica rappresentata e individuata un’adeguata soluzione. Il test si propone inoltre di individuare le peculiari strategie del soggetto per risolvere le situazioni problematiche. La totalità di queste aspetti permette di cogliere sia il profilo di funzionamento evolutivo adattivo, sia il profilo di funzionamento clinico, quindi, disfunzionale. Tale vantaggio consente di poter valutare sia i punti di forza, sia le aree di criticità all’interno di un andamento di sviluppo evolutivo della personalità.

Perché il Roberts-2 associa la valutazione delle competenze sociali e interpersonali all’assessement del funzionamento di personalità?

L’indagine del funzionamento di personalità comprende l’integrazione di diversi e compositi ambiti psichici, che non sono misurabili con un unico test. Il Roberts-2, in qualità di performance based narrativo, si pone l’obiettivo di cogliere quel lato del funzionamento di personalità che integra le competenze socio-cognitive con quelle relazionali ed interpersonali. Le competenze socio-cognitive sono quelle che permettono di interpretare quello che avviene in una situazione sociale ed elaborarlo in un processamento narrativo, le competenze relazionali e interpersonali sono connesse alle nostre relazionai oggettuali internalizzate o schemi mentali che guidano l’interpretazione di quello che accade nei contesti sociali a partire dalle nostre esperienze arcaiche. Questi aspetti, che costituiscono un’area importante del funzionamento di personalità, permettono di ricostruire il funzionamento evolutivo adattivo (i cambiamenti che il bambino acquisisce nella crescita man mano che aumenta la sua esperienza nella sfera sociale), ed il funzionamento clinico. Tali indicatori mostrano come i bambini con problemi sociali ed emotivi, rispetto ai coetanei non clinici, tendono ad includere elementi più insoliti e atipici nella comprensione delle situazioni sociali. Ciò permette allo psicologo di poter approfondire e ampliare le conoscenze sul funzionamento e sulla personalità del paziente, in cui le competenze sociali e interpersonali sono sia parte integrante della personalità che una diretta espressione manifesta delle sue caratteristiche.

Il Roberts-2 si compone di tre set di tavole, distinti in base al fatto che i personaggi raffigurati abbiano caratteri somatici europei, africani o latino americani. Quali sono le motivazioni sottostanti a questa scelta?

Stiamo vivendo attualmente un grande cambiamento storico in cui il tessuto sociale è sempre più multiculturale e multietnico. La professione dello psicologo è quotidianamente confrontata con questa realtà, qualsiasi sia l’ambito in cui deve effettuare una valutazione, sia essa clinica o giuridica-forense. L’inserimento nel Roberts-2 di tre differenti set di tavole, con personaggi aventi caratteri somatici caucasici, africani e latino-americani, segue e asseconda la necessità di adattare i nostri strumenti al tessuto sociale che andiamo ad incontrare nei contesti di assessment. Le motivazioni sottostanti a tali scelte vanno nella direzione di una rinnovata best practice clinica, che prevede anche di utilizzare i migliori strumenti diagnostici a disposizione dello psicologo per capire il funzionamento del paziente. Per un paziente, osservare delle tavole i cui personaggi rispecchiano i propri tratti somatici favorisce l’immedesimazione e il rispecchiamento e ciò si può riverberare nella qualità e nella complessità delle narrazioni e delle risposte al test al fine di migliorare la validità dei risultati. A ciò si associano anche differenti tabelle normative tarate su specifici campioni etnici. Poiché esistono differenze di personalità tra le culture, lo scopo è quello di valutare nel modo più aderente alla realtà il soggetto testato, confrontando i risultati ottenuti con quelli della popolazione di riferimento.

In breve il test Roberts-2

APPLICAZIONI. Il Roberts-2 si propone due scopi principali: indagare lo sviluppo delle funzioni adattive del bambino, prodotto dalle diverse esperienze sociali con cui è entrato in contatto durante la crescita, ed evidenziare eventuali aspetti clinicamente rilevanti. La valutazione della dimensione evolutiva delle scale mostra la possibilità di un impiego utile alla comprensione degli aspetti maturazionali dei bambini e degli adolescenti in termini di capacità cognitive ed affettive, spendibili per risolvere situazioni potenzialmente problematiche.

APPLICAZIONI. Le tavole illustrate forniscono una serie strutturata di situazioni sociali comuni che inducono il bambino a narrare storie relative alle specifiche problematiche elicitate e alle modalità di gestione delle stesse. La storia raccontata dal bambino viene letta come riflesso delle sue capacità, più o meno spiccate o carenti, di riconoscere, assimilare ed organizzare queste situazioni, dando prova di un’adeguata capacità di risoluzione delle problematiche legate all’interazione.

STRUTTURA. Il Roberts‑2 comprende 7 gruppi di scale, ognuna delle quali ne include a sua volta da 2 a 6:

  • Scale di Descrizione del Tema: relative alla specifica emozione, al comportamento o alla situazione problematica raffigurata da ciascuna tavola;
  • Scale di Risorse Disponibili: riguardano le risorse cui i personaggi possono attingere per gestire i sentimenti e le situazioni problematiche;
  • Scale di Identificazione del Problema: possono essere considerate come diversi livelli della capacità di problem solving, organizzati in modo gerarchico;
  • Scale di Risoluzione: anche queste formano una gerarchia di livelli caratterizzati da un sempre maggior grado di differenziazione e abilità di problem solving;
  • Scale delle Emozioni: le emozioni di base codificate sono state divise in 4 categorie generali che rappresentano l’ampia gamma di sentimenti che i bambini e gli adolescenti sperimentano nella quotidianità: ansia, aggressività, depressione e rifiuto;
  • Scale di Esito: relative all’abilità del bambino o dell’adolescente di elaborare sentimenti e situazioni problematiche;
  • Risposte Insolite o Atipiche: identificano le tematiche tipiche nei bambini o negli adolescenti che presentano un funzionamento disadattivo o una patologia grave.

Test performance-based: il concetto di performance-based personality test è strettamente legato alla possibilità di spiegare il processo di risposta del soggetto a fronte del compito che gli viene proposto. Se lo applichiamo ai test narrativi, il compito di “rac­contare” diventa una prova di “problem solving”, in cui assume importanza il ruolo degli schemi mentali preesistenti nell’or­ganizzazione dello stimolo attuale e, in linea con l’ipotesi proiettiva, si enfatizza l’influenza dei pro­cessi inconsci in queste strutture mentali.

Specificità delle tavole: il Roberts-2 si compone di tre diversi set di tavole in base alla provenienza etnica. Ci sono tavole costruite per bambini e ragazzi italiani, africani e latinoamericani, e – in ogni set – ben 11 tavole su 16 sono differenziate per maschi e femmine, in modo tale che il personaggio principale rappresentato nell’immagine rispecchi il genere del soggetto.

Approccio multiculturale alla valutazione: l’attenzione alla dimensione multiculturale, attraverso set di tavole e norme differenti in base all’etnia, pone al centro dell’attenzione il rapporto tra le procedure di assessment e le caratteristiche di personalità in diverse culture, e consente di declinare l’utilizzo del test nell’assessment multiculturale.

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Laura Parolin. Professore Associato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, i suoi interessi di ricerca vertono su assessment della personalità, strumenti di valutazione “performance based personality tests” vs. test oggettivi, alleanza diagnostica e l’alleanza terapeutica, narrazione e test narrativi.

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