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Dialoghi: Alberto Vitalucci, psichiatra.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Ho conosciuto Alberto sui social. La prima ed unica volta che ci siamo visti di persona, in un locale torinese, io li per fare un pranzo di lavoro, Alberto in pausa dal lavoro, ci siamo guardati, e ci siamo riconosciuti. Sarà per la comune passione che ci lega, il rugby, ma a me è stato subito simpatico. Con lui parliamo di psichiatria, di storie, di punti di riferimento. Buona lettura.

Alberto, di lavoro fai lo psichiatra. Come è cambiato il tuo modo di fare questo lavoro in questi anni? Perché hai scelto questa strada?

Queste sono due domande in una, giusto per fare come fanno gli psichiatri che cominciano sempre evidenziando una magagna. Ho scelto questa strada onestamente mosso da curiosità e passione, deluso abbastanza da un corso di studi in cui l’umanesimo, che ero convinto di ritrovare e che adoravo dal Classico, era totalmente assente. Se avessi avuto istanze autocurative devo dire che questo mi è rimasto in gran parte inconsapevole, di certo non lo vado a raccontare in giro (scherzo).

Il lavoro ovviamente è cambiato con me, crescendo e imparando dall’esperienza clinica a svolgerlo, non ritenendo si possa mai smettere di apprendere dalla relazione con l’altro, per quanto possa diventare routinaria ed apparentemente sempre più frustrante, vedendo i pazienti invecchiare con te e con la tua impotenza terapeutica, ma, anche nella peggiore delle condizioni, con lo strutturarsi di una realtà condivisa mai spenta e sempre stimolante. E poi io sono cambiato con il mio lavoro, vedendo soltanto colleghi andare in pensione, restando il “più giovane” per un numero di anni imbarazzante, abituandosi ad una quotidianità di colleghi sommersi dal precariato ed a turni sempre più pesanti e frequenti, data la dimensione della “coperta corta” e il trionfo della medicina difensiva, vera patologia tra medici.

Chi fa il tuo lavoro, incontra molte storie. Come tutte le storie, alcune ci colpiscono più di altre, per mille e mille motivi. Me ne racconti una che porti con te?

Lo chiamerò “Metalli”. E’ un signore che mi ha fatto “compagnia” negli ultimi quindici anni, fino a che non se lo è portato via un infarto. Tecnicamente la diagnosi era di disturbo ossessivo compulsivo, con una certa predilezione per l’accumulo appunto di oggetti in metallo, in una personalità sicuramente schizotipica. Veniva da me vestito con un suo stile, in genere non disdegnava abiti e cappelli militari, meglio se di provenienza dall’ex Armata Russa, portati con totale nonchalance. Un paio di basette bianche foltissime ed occhiali a fondo di bottiglia spesso aggiustati artigianalmente lo rendevano vagamente simile ad un Asimov, rendendomelo simpatico a prima vista sempre. Una storia di anni in fabbrica prima della pensione, una donna che lui amava alla follia e che in realtà non disdegnava di praticare per arrotondare il mestiere più vecchio del mondo. Cosa che lui sapeva ma su cui glissava: in fondo gran parte del ricavato era servito a mantenere il figlio tossicodipendente.

Chi non avrebbe fatto l’impossibile? Al punto di aiutarlo a rilevare un’agenzia di pompe funebri e scrivergli un catalogo di condoglianze e frasi di circostanza perfetto, un manuale utile in ogni occasione. Un uomo a modo suo credente in modo solido: faceva in silenzio pulizie sul sagrato della sua Chiesa nella certezza di essersi guadagnato un pezzetto di aldilà in modo puramente contrattuale. Terapie prese un po’ come voleva, efficacia del mio intervento quasi casuale, ma mi voleva bene: si sentiva in dovere di venire da me, quasi fossi il suo confessore. Un cuore grande, ma un pensiero concreto e semplice. Un tono di voce piemontese caldo capace di quasi ipnotizzarmi. Una capacità assurda di complicarsi la vita come quella volta che si trovò in mano dal figlio un pitone che lui non voleva più.

Quella bestia la amò, costruendogli una scatola particolare per fargli attraversare Torino sui mezzi pubblici e portarla a mangiare un topo al mese dal veterinario. Gli morì male per ragioni assurde: essendo lui molto mal vedente non si rese conto che nell’aiutarlo col guanto nella muta gli aveva procurato un’infezione che fu poi letale. Badò all’anziana madre negli ultimi anni di Alzheimer costruendo un sistema di pesi e contrappesi legati alle coperte del letto che sarebbe un qualcosa che farebbe allibire ogni protocollo sulla contenzione, ma che funzionava e che permise un exitus dignitoso. Gli mancò poi anche la moglie e gli ultimi anni qualcosa dentro si spense irrimediabilmente: solo il richiamo lancinante degli oggetti di metallo lo faceva rivivere: dalla ricerca nella spazzatura a tutti i mercatini specializzati. Mi raccontò di quanto ebbe dei problemi a rimettere in funzione dentro casa una campana da locomotore ferroviario svizzero: un rumore talmente infernale da terrorizzare i vicini. Ma lui tanto metallo lucido così ben forgiato non lo aveva mai posseduto prima. Mi ha insegnato tanto. Sui sentimenti, che non hanno bisogno di complessità per essere profondi. Sull’illogicità psicotica che ha una rigorosità funzionale perfettamente logica. Sulla dignità di vite semplici, di eroi silenziosi che combattono una battaglia quotidiana. E a cui in fondo basta una medaglia sola. Basta sia di “metallo”.

Come fai Alberto a con-vivere con tutte le storie di sofferenza che incontri?

Mi sono sempre chiesto se questa domanda venga posta anche a chi lavora per le onoranze funebri. Il mio è un lavoro, pur rientrando nelle figure d’aiuto. Non è una missione, con buona pace di chi ci vorrebbe spremere in turni sempre peggiori facendo leva su assurde vocazioni. Non è un lavoro neutro né freddo, questo è chiaro. Ma come tutte le professioni ha una sua tecnica, fondamentale da conoscere ed approfondire. La giusta distanza richiede calibrazioni continue, ma non permette fusioni pericolose. Un lavoro mi serve per vivere. E la mia vita si svolge fuori da lì, per quante ore il lavoro mi rubi.

Tutti abbiano nostri punti di riferimento, modelli. Quali sono i tuoi?

Sparo secco tre nomi: Baden-Powell, Bruce Springsteen e Jonah Lomu.

Siamo all’ultima: un libro che si deve assolutamente leggere.

Uno solo è una domanda difficilissima. Direi comunque il libro del Qoelet, possibilmente nella traduzione italiana di Guido Ceronetti per Adelphi. Un testo che davvero ti può cambiare la vita.

 

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Dialoghi sulla professione. Tra l’essere e il fare, lo psicologo che sarà. Dialogo con Pietro Barbetta

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

Pietro, dal tuo osservatorio, come immagini lo psicologo di domani?

Immagino una donna, un uomo colto, un intellettuale che frequenta la letteratura, l’arte, il teatro, la filosofia. Che conosce, almeno intuitivamente, i fondamenti matematici della statistica (numeri reali, numeri complessi o immaginari, per esempio) in modo da usarla solo in caso di necessità, mai per dimostrare un’ipotesi, sempre per falsificarla. Immagino un’università diversa, che non ti insegna i test senza prima insegnarti il loro senso e le possibili applicazioni in clinica e in altri ambiti, un’università che ti insegna l’epistemologia, che fa di te un intellettuale, non uno strizzacervelli o un tecnico assoggettato a saperi altri, che guarda con interesse all’evidence based senza farne un idolo. Che conosce il sociale, che pensa le psicosi, le nevrosi, gli altri disturbi in maniera diversa dalla medicina, che dà loro una dimensione storico-sociale. Insomma una persona che può collaborare, senza assoggettarsi, con uno psichiatra, un giudice, un avvocato, un manager per dar loro quel punto di vista che oggi, queste professioni, chiedono quasi unicamente ai filosofi o ai letterati. Penso a una psicologia come scienza umana e sociale (mi sono battuto, con il compianto Walter Fornasa per dare al mio dipartimento questo nome). Lo dico perché il mio osservatorio è prettamente clinico, vedo, da ormai trent’anni circa, persone, famiglie, gruppi; insomma soggetti in divenire, aperti alla vita. Spesso in gravi difficoltà; vedo famiglie con pazienti psichiatrizzati da anni, persone migranti o richiedenti asilo, persone con diagnosi psichiatriche diverse, oppure persone che attraversano fasi della vita difficili. Rivedo persone che avevo visto anni prima, che attraversano nuovi momenti di difficoltà, che, come diceva Freud, si fanno rivedere di tanto in tanto; è la parte più appassionante del mio lavoro, la clinica.

– Cosa sta cambiando nel modo di svolgere la professione e cosa ancora dovrà cambiare?

A inizio secolo abbiamo osservato una svolta neo-liberista che ha coinvolto anche la psicologia. I tagli dei costi ai servizi hanno ridotto la psicologia a essere ancella della psichiatria, e la psichiatria a tornare a essere biologica e contenitiva. Una ventata di autoritarismo ha ridotto molti psichiatri a essere distributori di farmaci e molti psicologi ad essere addestratori/somministratori di test. Questo è quello che “il mercato” chiede, così come chiede economisti liberisti, avvocati aggressivi, imprenditori furbi, ecc.
Negli ultimi tempi qualcuno si è accorto che le “guarigioni” facili vantate dalle terapie comportamentali e strategiche sono in gran parte ritiri temporanei dal sintomo e riprese sintomatologiche uguali o peggiori, nel giro di un anno, che gli anti-psicotici, somministrati da molti psichiatri, fanno sparire i deliri, ma dopo molti anni, mantengono le persone in casa isolate, senza relazioni.
Insomma sta succedendo qualcosa! Per ora, i servizi pubblici inviano le persone al privato perché non possono fare più di poche sedute, ma qui e là sta tornando l’interesse per la psicoanalisi e per l’approccio sistemico. Naturale che la psicoanalisi dovrà liberarsi da pratiche costose, ripetitive, di lunga durata; dovrà andare nel sociale, e lo sta facendo. La sistemica non potrà più essere Paradosso e controparadosso, dovrà liberarsi dall’approccio strategico e rioccuparsi del sociale, come nella sua matrice originaria: Gregory Bateson.
Come psicologi, dobbiamo riscoprire il passato e farlo rivivere in un’epoca differente. Ma eviterei toni apocalittici. La nostra epoca è quella che è, con pregi e difetti. Non credo che predicando di madri abbandoniche, di padri assenti o, come va di moda oggi, evaporati, si risolva l’analisi della società contemporanea. Spesso, in questo senso, gli psicoanalisti, più dei sistemici, sono stati troppo conservatori.
Nel futuro vedo uno psicologo colto, sensibile, che frequenta il teatro, il cinema, la letteratura, le filosofia. Una “testa ben fatta” come dice Morin. Abbiamo la necessità di dare dignità alla professione attraverso l’idea sartriana che lo psicologo, come intellettuale, è un tecnico che riflette criticamente sulla propria tecnica.

– Quali bisogni vedi nelle persone che incontri come psicologo, e come sono cambiati in questi anni?

Le persone che incontro sono diverse da quella che incontravo vent’anni fa, non c’è dubbio. Le migrazioni, le richieste di asilo politico, le nuove povertà, i giovani che non trovano lavoro, dove per giovani, oggi, si intende persone di 40 anni.
Incontro, da sempre, per mia passione e interesse, persone psichiatrizzate o che possono entrare in psichiatria, i cosiddetti psicotici: depressioni gravi, paranoie, schizofrenie. Ma incontro anche casi che si stanno diffondendo sempre di più: situazioni familiari complesse come abbandoni scolastici precoci che rischiano di sfociare in crisi psicotiche e ricovero, violenze fisiche dei figli verso i genitori, situazioni di anoressia con ricerca del suicidio, giocatori d’azzardo che mandano in rovina la famiglia, dipendenze da sette o gruppi religiosi fanatici, persone che abusano di psicostimolanti, persone uscite da ricoveri psichiatrici che hanno peggiorato la situazione, che non parlano più, che camminano come zombi, ecc. Insomma i cosiddetti “nuovi sintomi”. La società è cambiata, ci sto scrivendo un libro, se mai uscirà vorrei intitolarlo “Sistemi psicotici”‘ si tratta di uno sviluppo delle cose che ho scritto in questi anni per Doppiozero.
La modernità era un mondo lavorativo, la post-modernità è un mondo performativo. Ho appena comprato a Parigi un libro che si intitola “La siliconizzazione del mondo” di Sadin. L’espressione è significativa, ricorda le conseguenze della silicon valley, il neoliberimo conseguente e descrive la società contemporanea coma una società al silicone, né liquida, né marmorea, una sorta di “muro di gomma”. La quarta dice: La Silicon Valley non è solo un territorio, è  anche e sopratutto uno spirito, che sta colonizzando il mondo.
Sia quel che sia, qual è il compito di uno psicologo? Io credo che bisogna ricordare i versi di Blake: “Il bene si fa nei minuti particolari”. Lo psicologo ha il compito di creare libertà nei momenti singolari della vita, allargare i micro-spazi della democrazia. L’incontro psicologico ha, come prima condizione, la creazione dell’incontro stesso. Qualcuno la chiama empatia, va bene, purché si pensi che per crearla bisogna darci dentro, che l’empatia non è una cosa che si possiede, ma qualcosa che si ricrea solo dentro il legame, che è singolare. L’assenza di una riflessione di questo tipo nelle università rende lo psicologo una figura debole; allora ecco la pletora di tutti coloro che gli fanno concorrenza tagliando l’angolo. Se fossi uno dell’ordine, mi batterei per cambiare in modo radicale i programmi universitari e per fare entrare gli psicologi in psichiatria come figure chiave, non sottoposte agli psichiatri, con funzioni direttive, chiamando i servizi psichiatrici servizi di psicologia clinica. Che è diverso dal farsi il proprio “servizio psicologico” per spartirsi il potere. Ma queste sono battaglie contro i poteri forti e a volte, conviene di più prendersela con i mentecatti che leggono la mano, o il piede, per strada…
– Ognuno ha dei punti di riferimento. Quali sono i tuoi a livello professionale?

Ho imparato l’approccio sistemico da Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin negli anni Ottanta, dico approccio e non modello perché, a me, Luigi e Gianfranco non hanno mai spiegato un modello, mi hanno mostrato un approccio nel vivo della clinica. Sto cercando di farlo anch’io oggi, nello stesso posto dove l’ho imparato il Centro Milanese di Terapia della Famiglia, da noi definito, con una metonimia, via Leopardi. Lì batte il mio cuore, oggi che ho l’onore di dirigerlo, più ancora, non voglio deludere i miei maestri che stanno in Paradiso, o sull’Olimpo, né gli allievi, che scelgono questa scuola per la clinica nel vivo e non per approccio ideologico.
Però ho molti riferimenti psicoanalitici, oltre a tre analisi personali, insegno Psicologia dinamica e mi occupo da anni delle interconnessioni tra sistemica e psicoanalisi. Lavoro con amici e colleghi freudiani, junghiani, lacaniani, gestaltisti, psico-drammatisti, gruppo-analisti, ecc.
Non credo ci siano compartimenti stagni tra questi approcci. Collaboro con tutti quelli che hanno voglia di pensare la clinica e la psicologia nel vivo della relazione. Mi sento più vicino a uno psicoanalista ferencziano che a un sistemico strategico, ricordo sempre che Bateson non entrò mai al MRI di Palo Alto e frequentò i circoli psicoanalitici, facendo anche un’analisi junghiana. Sono forse oggi il sistemico più vicino alla psicoanalisi, prima di me lo è stato Luigi Boscolo che ha fatto a New York l’analisi con Ackerman e con Arieti.
Ecco: per me la terapia e la consulenza psicologica consistono nella creazione della relazione con l’altro della terapia. Nel linguaggio psicoanalitico userei l’espressione di Bollas: l’inconscio del soggetto in terapia incontra l’inconscio del terapeuta; sul piano sistemico uso il concetto di Mony Elkaim: risonanza. Concetto bellissimo, musicale.
– Mi dici un libro che si dovrebbe assolutamente leggere?

Difficile! Parliamo di saggistica, lasciando perdere la letteratura, la poesia e il teatro (che sono fondamentali). Bisognerebbe leggere….. Gergory Bateson e Mary Catherine Bateson, Dove gli angeli esitano. Il titolo è già una rivelazione.

Pietro Barbetta: è Direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, insegna Teorie psicodinamiche all’Università di Bergamo, membro di World Association for Cultural Psychiatry (WACP) e di International Society for Psychological and Social Approach to Psychosis (ISPS), tiene seminari presso altre Scuole di specializzazione in psicoterapia a orientamento psicoanalitico e sistemico. Ha lavorato in vari paesi europei, nord e sudamericani. Ha curato Le radici culturali della diagnosi (Meltemi, Roma) e, con Enrico Valtellina, Louis Wolfson Cronache da un pianeta infernale(manifestolibri, Roma). Ha scritto Anoressia e isteria (Cortina, Milano), Figure della relazione(ETS, Pisa), Lo schizofrenico della famiglia (Meltemi, Roma), I linguaggi dell’isteria (Mondadori Università, Milano), Follia e creazione (Mimesis, Milano), La follia rivisitata (Mimesis, Milano).

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Psicodiagnosi e Personalità. Dialogo con Luigi Abbate sul test PAI

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

Continuiamo questo viaggio, in partnership con Hogrefe, nel mondo dei test psicologici e della psicodiagnosi con questo dialogo insieme a Luigi Abbate, psicologo e analista di formazione junghiana. Insieme a lui, dialogheremo intorno al test PAI, Personality Assessment Inventory.

IL TEST PAI

Il PAI è un efficace inventario di personalità ateorico, pensato per l’età adulta (dai 18 anni in poi). Una volta effettuata l’anamnesi e l’esame dello stato mentale della persona, può essere somministrato al fine di rilevare informazioni utili per la diagnosi clinica e la pianificazione del trattamento. Si tratta di un inventario di personalità che vanta una lunga tradizione clinica e di ricerca. Il PAI può essere agevolmente somministrato e compreso anche a soggetti con basso livello di scolarità, non richiede per lo scoring l’uso di complesse griglie di correzione, ma offre un sistema di calcolo dei punteggi automatizzato, e – per la sua brevità (344 item e ca. 45′ per la somministrazione) ed esaustività diagnostica – è una valida alternativa al MMPI-2.

Applicazioni

Ambito clinico: le caratteristiche del PAI connotano questo strumento come particolarmente utile in un’ampia varietà di contesti clinici, tra i quali: screening diagnostico; psicodiagnosi; valutazione della personalità, anche normale; identificazione del rischio suicidario; valutazione di caratteristiche comportamentali di tipo violento; pianificazione del trattamento. In particolare, appare particolarmente utile nel contesto psicodiagnostico più ampio in ragione del bilancio costo-efficacia, inteso come rapporto fra la mole di informazioni che è possibile raccogliere rispetto al tempo impiegato per l’autosomministrazione.

Ambito forense: particolarmente utili ai fini di perizie o altri usi giuridici sono – oltre alle scale cliniche utili per l’inquadramento diagnostico – sono le scale di controllo: InconsistenzaInfrequenzaImpressione NegativaImpressione Positiva e altri indicatori di simulazione e malingering utili per questo tipo di valutazioni. Proprio per queste specifiche caratteristiche il test ha trovato negli Stati Uniti e in altri paesi ampie applicazioni in ambito giuridico.

QUI per maggiori informazioni sul test

 L’intervista con Luigi Abbate

D. “Dobbiamo liberare noi stessi e la nostra professione dall’idea dell’assessment psicologico come attività tecnica semispecializzata, condotta da persone leggermente schizoidi che sarebbero diventati terapeuti se soltanto le fossero piaciuti gli esseri umani quanto i numeri”: è una citazione di Stephen Finn che sintetizza il passaggio dalla visione dell’assessment centrata sul test alla visione dell’assessment centrato sulla persona. Quali sono state in psicodiagnosi, le implicazioni del passaggio dal modello psicometrico al modello clinico dell’assessment?

R. Forse la frase di Finn andrebbe contestualizzata in quello che è stato il suo tentativo di trasformare l’assessment in un Therapeutic Assessment. Nella mia esperienza ho incontrato colleghi che si occupavano di test e comunicavano solo con un computer il che, tuttavia, non è sempre vero. Personalmente faccio l’analista junghiano e la maggior parte dei miei allievi sta facendo una formazione come psicoterapeuta o è già psicoterapeuta. Nonostante io faccia l’analista junghiano, non mi sono mai appassionato a un test interpretativo e ho sempre pensato che non sono le tecniche ad essere proiettive ma che questo è un possibile approccio alla loro interpretazione. Forse il percorso è all’inverso: dal clinico allo psicometrico, ed è solo passando attraverso lo psicometrico che si può fare una clinica sostenuta da evidenze. La personalità del clinico è assolutamente importante, fondamentale, ma se non passa attraverso una “certezza psicometrica” rischia di andare per strade difficilmente percorribili, e soprattutto approda in posizioni difficilmente difendibili. Senza scivolare necessariamente in estremismi psicometrici, un assessment con strumenti empiricamente e psicometricamente sostenuti è fondamentale.

D. Come riesce a integrare la pratica psicodiagnostica, fatta notoriamente di struttura, regole e oggettività, con l’approccio junghiano, dove la relazione e la soggettività assumono un ruolo di primo piano?

La sua domanda è certamente pertinente, in realtà stiamo parlando di due lavori diversi. A volte scherzando, ma non del tutto, dico che posso permettermi due stanze dove ho organizzato setting diversi: in una faccio l’analista, nell’altra faccio valutazioni e test. In realtà sono due realtà così diverse che non c’è il rischio che si possano confondere l’una con l’altra, si confondono solo se chi le fa è confuso lui, o sostiene un approccio impressionistico al test.

D. Sebbene abbia radici antiche, nel DSM-5 sembra che acquisisca più concretezza il dibattito tra analisi della personalità secondo il modello categoriale e secondo il modello dimensionale. Cosa pensa dei due modelli?

R. La diagnosi psichiatrica è inevitabilmente categoriale, mentre quella psicologica non può che essere dimensionale. Semplificando al massimo, potremmo dire che un approccio categoriale consente ai clinici di comunicare tra loro e di riconoscere che la persona ha un qualche disorder, anzi, per continuare a seguire la terminologia anglosassone, una disease. Un approccio dimensionale invece ci mette di fronte a una definizione che è più vicino al concetto di illness che è il vissuto di quella persona che ha quella disease. Una diagnosi DSM è basata prevalentemente su segni e sintomi. Parafrasando Robert Bornstein, uno studioso americano che si occupa di assessment, potremmo dire che l’approccio categoriale consente di comprendere la patologia del paziente, mentre quello dimensionale di capire la persona con quella patologia. Di fatto, nella pratica clinica abbiamo bisogno di entrambi gli approcci. Non possiamo peraltro dimenticarci che grandi sforzi sono stati fatti con il PDM-2 per rendere più diffuso un approccio dimensionale

D. Quando si parla di assessment di personalità, in molti casi si nota un forte scetticismo verso i test proiettivi e le prove grafiche. Tuttavia, i test cognitivi e i self-report da soli non possono accedere a quelle componenti dinamiche della personalità meno consapevoli. Perché c’è ancora questa difficoltà ad integrare metodi diversi di valutazione?

R. Mi perdoni, la sua domanda parte da posizioni oramai superate, forse ancora diffuse ma superate. In un momento di grande crisi della psicologia e di “attacchi armati” nei confronti dei test da parte di una componente di “psicologica scientifica”, alla fine degli anni 90 del secolo scorso, l’American Psychological Association (APA) ha commissionato a un gruppo abbastanza nutrito di clinici (Meyer, ecc.) di fare il punto sull’utilizzo dei test. Il gruppo ha prodotto un documento finale che si pone come un discrimine tra un prima e un dopo; tra le tecniche proiettive tout court e i test cognitivi e i self-report. Di fatto non esistono e non sono mai esistite le tecniche proiettive, come accennavo prima, quello che ci ha sviato è stato l’aver confuso la tecnica con l’approccio interpretativo, e l’approccio proiettivo è uno dei possibili approcci, ma non l’unico. Hermann Rorschach non aveva pensato alle sue macchie come una tecnica proiettiva, tutt’altro. L’approccio proiettivo di fatto è senza regole, è fortemente impressionista e basato su “costrutti ipotetici” poco verificabili, insomma tutto nelle mani del clinico che si affida a una teoria della personalità, quella a impostazione psicodinamica che, tuttavia, non è l’unica teoria né è abbastanza forte da dominare sulle altre. Da quando nel 2001 Greg Meyer, Stephen Finn e altri hanno pubblicato una fondamentale rassegna sull’evidenza del testing e dell’assessment psicologico, l’approccio ai test ha cambiato registro, anzi potremmo dire che è cambiato il paradigma: si è passati (in parte si sta cercando ancora di passare), con grandi sforzi, dal paradigma interpretativo a quello empirico, 

 D. Parliamo del Personality Assessment Inventory (PAI): come è strutturato e come supporta il professionista nella psicodiagnosi?  

R. Nonostante sia un test pubblicato nel 1991, verrebbe da dire che è un “test di ultima generazione”. L’autore, Leslie C. Morey, ha cercato di fare un salto in avanti rispetto ad alcune caratteristiche di altri self-report, soprattutto rispetto a quelli che sono certi difetti, primo tra tutti la sovrapposizione di item tra le diverse scale, problema che nel PAI non si presenta. Si tratta di un self-report che offre informazioni più attuali rispetto alla psicopatologia odierna. La parte interessante sono le scale che ci consentono di valutare l’approccio del soggetto, le cosiddette scale di validità, e tutti quegli indici secondari che consentono di intercettare con maggiore facilità i tentativi di alterare la risposta. Di particolare interesse e utilità è il rapporto tra scale e sottoscale, ognuna di fatto è indipendente. Per esempio, un costrutto complesso come può essere la Depressione è il risultato di tre aspetti diversi, espressi nel PAI dalle sottoscale: perché il clinico possa fare una diagnosi di depressione è necessario che non solo la scala Depressione sia oltre il cut-off, ma che anche tutte le tre sottoscale abbiano superato la soglia di significatività. Di contro, le sottoscale viaggiano anche autonomamente e non sono necessariamente l’espressione del costrutto di riferimento. Facciamo un altro esempio, la sottoscala BOR-S (Autolesionismo) è una delle quattro sottoscale della scala BOR (Caratteristiche Borderline); essa evidenzia comportamenti impulsivi e pericolosi. Per esempio, si alza con facilità in chi gioca d’azzardo rischiando i propri beni, ma chi gioca non è necessariamente un borderline, piuttosto ha una caratteristica che hanno anche i borderline, senza per questo esserlo.

Inoltre, la modalità di risposta secondo una scala Likert a quattro punti consente al soggetto di definire meglio il suo vissuto e al contempo offre al clinico la possibilità di cogliere le sfumature: non solo se un comportamento o un vissuto ci sono, ma “quanto” ci sono.  

D. Nella sua esperienza, con quali altri test può essere integrato il PAI per una valutazione di ampio respiro della personalità?

A un self-report non può che corrispondere, come diremmo col linguaggio di oggi, uno strumento performance based. Il self-report è l’idea che il soggetto ha di sé, per quello che riesce a capire di sé e ha deciso di comunicare, e va messo a confronto con quello che uno strumento diverso, con inferenze indirette, pensa di quel soggetto. Sì, proprio così: quello che lo strumento pensa del soggetto. Se prendiamo ad esempio il Rorschach secondo il Comprehensive System di Exner, compito del clinico è somministrare e siglare bene, poi il resto lo fa l’algoritmo interpretativo sotteso al sistema; solo successivamente interviene il clinico che rielabora le informazioni che vengono dal test, le mette insieme con le altre informazioni che ha, comprese quelle extra-test, per arrivare ad una descrizione coerente e funzionale della persona valutata.

D. Oltre alle scale di validità, cliniche, di trattamento e interpersonali, il PAI presenta degli ulteriori indici che si basano su particolari combinazioni di punteggi di scale o su funzioni discriminanti. Ci può parlare del valore di questi indici? 

R. Le scale di validità come si è sempre detto e saputo sono l’elemento fondante di qualsiasi self-report, è il loro andamento che ci consente di dare un senso al profilo che segue. In questo potremmo dire che il PAI è un self-report di seconda generazione. Nel PAI sono infatti presenti una serie di indici, costruiti attraverso alcune costanti, e un indice di regressione che consentono di dare maggiori indicazioni su alcune condizioni specifiche. Ci sono indici che consentono di inferire più direttamente aspetti di difesa o di malingering, ma ci sono anche indici che consentono di inferire potenzialità comportamentali non direttamente riferite dal soggetto: ad esempio, l’indice su un potenziale di violenza o sulla potenzialità al suicidio.

 D. Il PAI dà la possibilità di interpretare secondo un sistema di codici?

Si, Morey ha proposto un’interpretazione sia per configurazioni rappresentate da codici e sia attraverso configurazioni specifiche frutto di un accorpamento di scale e sottoscale diverse, per definire una configurazione clinica che non è esplicitata direttamente da una specifica scala. Per esempio, nel PAI c’è una scala che definisce il disturbo antisociale di personalità che è il risultato di tre componenti diverse rappresentate da specifiche sottoscale; mentre non esiste, per esempio, una scala per il disturbo narcisistico, tuttavia sappiamo che questo può essere inferito da tre sottoscale che rappresentano caratteristiche tipiche di questo disturbo: MAN-G (Grandiosità), DOM (Dominanza) e ANT-E (Egocentrismo). Queste configurazioni, tuttavia, non sono ancora disponibili per l’edizione italiana del PAI, ma speriamo lo siano presto.

D. Essendo approdato in Italia piuttosto recentemente, sul PAI non ci sono ancora tanti studi italiani, specie relativamente all’ambito forense. Esso però ha, a livello internazionale, una lunga storia in questo settore. Ci parla del potenziale applicativo del PAI in contesto forense?  

R. Direi che, pur non essendoci ancora in Italia una casistica ampia sull’uso in ambito forense, avendo il PAI, più di 25 anni di storia sono tuttavia molti i lavori che ne sostengono l’utilizzo sia in ambito carcerario sia in contesti medico-legali o giuridici. In un incontro tra colleghi che nell’ultimo anno hanno utilizzato il PAI in contesti diversi è emerso come esso ben si adatti all’ambiente giuridico, per le caratteristiche peculiari del modo di valutare l’interpretabilità del protocollo e le interferenze intenzionali di alterarne i risultati. Per esempio, la coppia di scale interpersonali consente di definire uno stile di relazione che va al di là del semplice sapere se uno si relaziona o meno, e questa è certamente un’informazione utile in tutti quei contesti in cui è in gioco il parenting, o la relazione di coppia.

 D. Il report del PAI presenta due cut-off: uno a 70 punti T e quello indicato dal cosiddetto “skyline”. Ci parla di queste due prospettive interpretative?

Lo skyline è certamente uno degli aspetti più interessanti del grafico in cui sono espressi i risultati del PAI.  Vediamo se sinteticamente riesco a spiegarlo in maniera chiara: è come se fossero sovrapposti due campioni, quello generale non clinico e quello clinico. Il campione generale si esprime attraverso il grafico rappresentato dai punteggi ottenuti dal soggetto e questo ci consente di capire quanto questo devia rispetto alla media della popolazione generale non clinica; lo skyline sovrapposto, esprime l’andamento della popolazione clinica e definisce due deviazioni standard dalla sua media. Quindi, contemporaneamente, noi possiamo vedere sia come il soggetto si distanzia dalla popolazione generale sia come si colloca rispetto a quella clinica. Forse un esempio ci aiuta a capire meglio. Due deviazioni standard dalla media sono il cut-off convenzionale per considerare il punteggio d’interesse rispetto alla specifica scala, mentre due deviazioni standard del campione clinico corrispondono ad un innalzamento diverso. Le due deviazioni standard del campione clinico per la scala DEP (Depressione) hanno una corrispondenza nel campione clinico a 91, quindi se il nostro soggetto ha una DEP che si pone tra 70 è 91 è più depresso della media della popolazione generale, mente se si pone a 95 non solo è più depresso della popolazione generale ma è anche più depresso nel riferimento con la popolazione clinica: in questo caso il report fornisce un’informazione importante rispetto alla reale gravità del suo essere depresso.

Luigi Abbate, psicologo, analista di formazione junghiana, insegna Fondamenti di psicodiagnostica clinica presso la scuola di specializzazione in Psicologia Clinica di Sapienza Università di Roma e Psicodiagnostica dell’età evolutiva e dell’adulto alla LUMSA di Roma. Vicedirettore del Master Universitario di II livello in Psicodiagnostica e Valutazione Psicologica del Consorzio Humanitas-Lumsa di Roma, è autore di numerosi lavori sulla psicodiagnostica e l’assessment e, insieme a P. Porcelli ha recentemente pubblicato, IRorschach Comprehensive System. Manuale di siglatura e interpretazioneRaffaello Cortina Editore.

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Alessandro Lombardo

Dialoghi. Isabel Fernandez, EMDR, Traumi Infantili e Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC)

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Dieci dialoghi sull’utilizzo dei test della pratica clinica dello psicologo. Una serie di incontri che, grazie alla collaborazione con Hogrefe, ci permetterà di parlare e approfondire l’utilizzo  di test e di strumenti di misurazione utilizzati nelle nostre prassi professionali. Saranno dieci dialoghi su dieci ambiti differenti, avremo quindi la possibilità di porre lo sguardo su una molteplicità di contesti professionali molto amplio.

Iniziamo questi  Dialoghi insieme ad Isabel Fernandez.  

Dialoghi. Isabel Fernandez, EMDR, Traumi Infantili e Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC)

Isabel, vorrei partire in questo nostro dialogo dal tempo che ci circonda, dagli episodi come l’attacco terroristico di Barcellona. Questa sembra essere davvero e purtroppo una peculiarità del vivere nel nostro tempo, e questi eventi, dall’11 settembre in poi, sembrano ormai segnare il nostro quotidiano. Questi eventi sono di certo a forte valenza traumatica. Cosa significa quindi vivere immersi in questo clima?

Bambini e adulti vengono a conoscenza dei contenuti traumatici e visualizzano le immagini-shock, attraverso i media, in una situazione di esposizione passiva, che genera in loro un grande senso di impotenza. Assistendo a questi avvenimenti, che irrompono nella routine quotidiana e che colgono impreparati, si perde quel senso di sicurezza legato alla prevedibilità degli eventi e si modifica la rappresentazione di sé e del mondo. L’esposizione a questi attentati ripetuti nel tempo genera un senso di allarme, poiché attiva le parti emotive del cervello, responsabili delle reazioni primitive di difesa di fronte alla minaccia di vita (attacco, fuga o immobilizzazione).


 

Chi viene esposto ad eventi così traumatici quando può davvero riuscire a ricucire lo strappo che un trauma del genere crea, specie nei casi di minori o bambini?

Intanto la sicurezza del bambino dipende quasi esclusivamente dalle reazioni degli adulti di riferimento. I bambini, quando si sentono in pericolo, ricorrono alle figure di riferimento per ottenere rassicurazione. Spesso gli adulti, nel tentativo di proteggere il bambino, lo tengono all’oscuro dei fatti e tendono a normalizzare e banalizzare quello che accade. Dare informazioni realistiche e semplici, coerenti con l’età del bambino, è un ottimo modo per facilitare la comunicazione, permettere al bambino di fare domande e comprendere le reazioni di paura. Se i bambini sono poi esposti direttamente ad esperienze critiche è utile normalizzare le reazioni nella fase acuta e trattare precocemente il bambino per prevenire il disturbo post-traumatico. I bambini possono superare molto bene qualsiasi trauma quando gli adulti, genitori, insegnanti e terapeuti, sanno cosa fare in ogni fase dopo un evento critico. L’associazione EMDR Italia è intervenuta gratuitamente in molte situazioni catastrofiche e la ricerca ha evidenziato che un intervento precoce ripara completamente le ferite dell’anima.

Da anni, l’EMDR Italia si occupa del trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici sia a esperienze più comuni che tuttavia possono risultare emotivamente stressanti. Quali possono essere gli esiti dell’esposizione ad eventi traumatici nello sviluppo cognitivo, psichico e affettivo di un bambino? Quando si può parlare a tutti gli effetti di Disturbo Post-Traumatico da Stress?

Se un bambino viene esposto a un singolo evento traumatico e non viene supportato, nell’elaborazione, dagli adulti di riferimento, può sviluppare il Disturbo Post-Traumatico da Stress. I sintomi post-traumatici nel bambino possono essere raggruppati in quattro categorie: sintomi intrusivi, evitamento, alterazioni negative di pensieri ed emozioni, iperarousal. I sintomi intrusivi riguardano la risperimentazione del trauma attraverso ricordi, sogni ricorrenti o flashback. Nei bambini, si evidenziano nel gioco ripetitivo o nel disegno, in cui ripropongono tematiche e informazioni annesse al trauma. L’evitamento si riferisce allo sforzo di non richiamare l’evento traumatico alla mente e di non frequentare luoghi o persone che lo ricordino. Le alterazioni negative di pensieri ed emozioni si riferiscono allo sviluppo di convinzioni negative su di sé, alla persistenza di emozioni negative, alla difficoltà di provare interesse per attività che in passato erano piacevoli, al distacco ed estraniamento. Nei bambini, possiamo osservare difficoltà a relazionarsi coi pari o scarso interesse per il gioco. L’iperarousal indica uno stato perenne di ipervigilanza, con reattività estrema a stimoli innocui e facile irritabilità e difficoltà di concentrazione. Nei bambini possiamo notare la comparsa di comportamenti iperattivi o di esplosioni di collera, calo nel rendimento scolastico, e negli adolescenti si possono verificare comportamenti a rischio e autodistruttivi. Nel bambino piccolo, inoltre, si possono verificare delle regressioni a tappe di sviluppo precedenti, cioè può tornare a succhiare il dito, può perdere il controllo degli sfinteri precedentemente acquisito, può presentare ansia e crisi di pianto al distacco dalle figure genitoriali, chiedere la presenza dell’adulto per addormentarsi, necessitare di essere imboccato per mangiare. Quando i traumi avvengono in un età precoce all’interno dell’ambiente familiare e sono ripetuti nel tempo, come nel caso di trascuratezza, abusi, maltrattamenti e violenza domestica, non si può parlare di PTSD, ma si parla di disturbo traumatico dello sviluppo, cioè l’impatto traumatico riguarda l’intero sviluppo cerebrale, con ripercussioni importanti a livello cognitivo, affettivo, relazionale e anche a livello fisico, dando luogo a vere e proprie patologie mediche, come hanno dimostrato gli studi condotti su vasta scala tra il 1995 e il 1998 da Vincent Felitti e collaboratori sugli eventi avversi infantili.

La durata nel tempo, l’intensità o la natura del trauma infantile hanno una ripercussione sulla sintomatologia mostrata dal bambino e sugli eventuali esiti di trattamento?

La probabilità di sviluppare una sintomatologia post-traumatica aumenta se i traumi sono ripetuti nel tempo, se l’esposizione al trauma è diretta o se c’è una stretta vicinanza fisica al luogo dell’evento o alle persone che stanno subendo un evento traumatico. Inoltre, i traumi che predispongono maggiormente allo sviluppo di PTSD nel bambino riguardano la morte o il rischio di morte, l’assistere alla violenza o all’abuso sessuale di un genitore. Come ho detto precedentemente, nel caso del disturbo traumatico dello sviluppo, i traumi sono ripetuti e spesso vengono perpetrati dalle stesse figure di accudimento, per cui tutto lo sviluppo del bambino ne risente e la durata del trattamento è più lunga. Gli esiti della terapia dipendono sempre anche dal coinvolgimento dei genitori nel trattamento con EMDR e dalla messa in sicurezza del bambino, in un ambiente in cui i suoi bisogni vengano soddisfatti.

Il trattamento del trauma infantile viene condotto individualmente con il bambino o necessita del supporto di eventuali figure adulte di riferimento?

Come dicevamo in precedenza, gli esiti delle esperienze traumatiche nei bambini dipendono fortemente dalle reazioni degli adulti di riferimento. Nella nostra esperienza gli interventi più efficaci sono stati quelli dove il trattamento con EMDR è stato promosso sia sui bambini che sui genitori. Il volto preoccupato di un genitore traumatizzato aumenta il rischio di traumatizzazione nel bambino. Quindi l’EMDR sarebbe molto più efficace se potesse essere esteso ai genitori. Non è però necessaria la presenza del genitore mentre il bambino viene trattato con EMDR ad eccezion fatta della fascia 0-3 anni, quando cioè il piccolo non ha una completa capacità di descrivere l’evento sia perché è in un’età preverbale ma anche perché spesso il ricordo è frammentato e non ordinato nella memoria episodica.

Come viene effettuato l’inquadramento diagnostico di un soggetto in età evolutiva che si suppone abbia sperimentato un trauma infantile? Si utilizzano test?

Per un corretto inquadramento diagnostico, sono necessari dei colloqui con i genitori o con gli adulti che si prendono cura del bambino e delle sedute di valutazione con il bambino stesso. Con i genitori si esplorano la sintomatologia attuale, insorta dopo l’evento traumatico più recente, e la possibile presenza di eventi traumatici pregressi che sono in qualche modo collegati. Si ripercorrono, inoltre, la storia di sviluppo del bambino, i cambiamenti di vita importanti avvenuti nella famiglia, la relazione col bambino, le maggiori difficoltà nel gestire i suoi comportamenti e la eventuale presenza di traumi nella famiglia allargata e nelle tre generazioni. La presenza di eventi traumatici familiari e trans-generazionali costituisce, infatti, fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di sintomi post-traumatici nel bambino, come ormai è dimostrato dalla ricerca scientifica. Le sedute con il bambino si svolgono utilizzando, oltre al dialogo, il gioco e il disegno, per poter comprendere i vissuti emotivi attraverso il canale espressivo, più agevole per il piccolo, rispetto al canale verbale. Nell’ambito dei primi incontri, sia ai genitori, che al bambino, posso essere somministrati dei test di valutazione.

Quanto, in questo caso, possono essere utili o attendibili i report compilati da genitori o caregiver?

Nella nostra esperienza i report non sono solo attendibili ma anche efficaci per misurare i risultati e confrontarli con le risposte pre-trattamento. Possono essere anche uno strumento utilissimo ad orientare l’osservazione del genitore che potrebbe minimizzare alcuni comportamenti del bambino e/o enfatizzarne altri. Invece, i questionari danno il giusto orientamento al genitore, aiutandolo a rendersi conto degli esiti di un’esperienza traumatica e contemporaneamente a riconoscere i risultati raggiunti dal proprio figlio dopo un intervento mirato sull’esperienza traumatica.

La Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC) è un questionario, compilato dai genitori, che consente di ottenere una valutazione approfondita della sintomatologia post-traumatica acuta e cronica manifestata dai bambini sino ai 12 anni. Perché ha scelto di inserire questo test nell’ambito del vostro protocollo diagnostico? Quali informazioni cliniche è possibile ricavare dalla somministrazione della TSCYC?

Questo questionario è stato inserito nel protocollo diagnostico per varie caratteristiche. Innanzitutto ha una sensibilità specifica per i sintomi del trauma e alle difficoltà relative a queste esperienze. Inoltre, è agevole, perché si può compilare in un breve tempo di circa 15-20 minuti, è standardizzato per tre diverse fasce d’età, e questo è importantissimo nell’età evolutiva, in cui si verificano grandi cambiamenti nel giro di pochi anni. È un questionario attendibile, poiché contiene tre scale di validità al suo interno e consente di valutare diverse categorie di sintomi: ansia, paure e senso di pericolo; vissuti depressivi; rabbia; evitamento ed iperarousal tipici del PTSD; sintomi dissociativi; preoccupazioni sessuali, utili in casi di sospetti abusi.

Può la TSCYC essere utilizzato in riferimento a bambini molto piccoli, a partire dai 3 anni di età. Esiste effettivamente una casistica di utilizzo così giovane? Si può lavorare sul trauma già in età prescolare?

L’EMDR è un metodo efficace per il trattamento di bambini anche molto piccoli utilizzando una stimolazione diversa da quella oculare poiché bambini molto piccoli (solitamente entro i 4/5 anni) non riescono a seguire i movimenti oculari. Mentre il genitore racconta l’evento traumatico, il terapeuta fa una stimolazione bilaterale sulle mani o i piedi del bimbo (taping). L’intervento precoce non solo previene il rischio di disturbi come il PTSD, il disturbo traumatico dello sviluppo, il disturbo reattivo dell’attaccamento e l’ADHD, ma è un fattore di protezione importante per una crescita sana sia dal punto di vista emotivo che cognitivo. Il trauma precoce infatti non dà esiti solo sulla psiche del bambino, ma ha un impatto importante sullo sviluppo del suo cervello. Esistono quindi casistiche di bambini trattati in questa fascia di età e la TSCYC è un ottimo strumento per bambini cosi piccoli

Le scale cliniche di cui la TSCYC si compone consentono di individuare spunti per la progettazione dell’intervento? Come vengono trattati i risultati delle due scale di validità previste dal test?

Sicuramente, i punteggi ottenuti nelle varie scale cliniche consentono di orientarsi rispetto all’area maggiormente compromessa dall’evento traumatico e quindi di indirizzare l’intervento terapeutico in maniera più mirata, ma soprattutto ci consente di cogliere il punto di vista del genitore sul disturbo del bambino e di capire quanto sia vicino o distante dall’idea del clinico e dall’idea che il bambino stesso ha del proprio disturbo. Attraverso le scale di validità, infatti, può emergere la tendenza del genitore a sottovalutare problemi del bambino, anche fisiologici, e quindi la sua tendenza a negare i bisogni del figlio o il suo bisogno di presentarlo come un bambino eccessivamente competente. Si può osservare, al contrario, la tendenza a riportare sintomi inusuali del bambino, derivante da uno stato mentale di estrema difficoltà del genitore o dalla necessità di rappresentare un bambino particolarmente disturbato e sintomatico.

Che accoglienza avete riscontrato da parte delle persone a cui viene richiesto di compilarlo?

Ottima accoglienza. Il questionario è semplice e comprensibile e gli adulti di riferimento del bambino sono disponibili a compilarlo.

Sappiamo che hai in progetto un libro con Hogrefe, che uscirà l’anno prossimo: puoi anticiparci di cosa tratterà?

Il libro sarà uno strumento utile per i terapeuti ma anche per i pazienti per comprendere quelli che sono i sintomi maggiormente correlati alle esperienze traumatiche. Sarà utile a tutti a capire come l’EMDR possa essere la risposta non solo per il PTSD ma per ogni sintomo del paziente. In linea con le recenti ricerche (ACE’s e studi su epigenetica), i sintomi del paziente sono sempre collegati ad esperienze non elaborate che si traducono in convinzioni negative su se stessi, emozioni disturbanti e sensazioni fisiche che rischiano di disorganizzare lo sviluppo e le relazioni con un impatto a medio e lungo termine.

Ecco un’ulteriore intervista in video:

IL TEST TSCYC

Dati il considerevole numero di bambini vittimizzati e i molti sintomi negativi associati a tale violenza nella nostra cultura, c’è un bisogno pressante di valutare i bambini per le difficoltà connesse al trauma.

Per saperne di più, clicca QUI

La TSCYC ha attendibilità e validità sufficienti per sostenerne il suo impiego come test clinico per i sintomi psicologici dei bambini traumatizzati. Può essere utilizzata nei casi in cui si abbia il sospetto che il bambino abbia subito un trauma o possa essere stato esposto a un evento traumatico, nonché in tutte quelle situazioni in cui i bambini sono esposti a condizioni ambientali di rischio.

Lʼesame dei punteggi delle singole scale della TSCYC evidenzia le aree specifiche nelle quali il bambino può manifestare la sintomatologia e tali informazioni possono essere particolarmente utili per la progettazione dell’intervento clinico.

Per saperne di più, clicca QUI

 
 
 
 
 
 
 
 

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