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Dialoghi

Dialoghi. Daniela Gariglio, dialoghi intorno alla psicoanalisi

Daniela, tu fai un lavoro che ti permette di vedere uno spaccato interessante della società in evoluzione. La domanda é, in questi anni, quali sono i cambiamenti più evidenti che hai registrato nelle persone che entrano nello studio di una psicoanalista?

Per rispondere a questa domanda, preferisco tralasciare in partenza qualsiasi generalizzazione, per tentare invece un abbozzo di risposta, in termini di “trasformazione della situazione psicoanalitica attivatasi nel mio studio”, in questi anni. E con ciò rimando subito a un’altra domanda, non meno importante e tuttavia spesso sottaciuta e che riguarda, in particolare, la formazione dello psicoanalista e il suo successivo lavoro clinico: “Con il passare degli anni, nel singolo psichismo dello psicoanalista, meglio detto in tutta la sua realtà psicobiologica, è avvenuto un avvicendamento di immagini? Da quelle di alta vibrazione legate alle parti distruttive della pulsione di morte, generatesi dunque da traumi e conflitti a tracce che hanno lasciato il posto ad aspetti, temi personali e familiari, in breve, a memorie onto e filogenetiche legate alla pulsione di vita che hanno a che fare con la creatività, la capacità di sintonizzazione affettiva, l’adattamento, la distensione, la relazione…?

Insomma, il lavoro psicoanalitico dell’analista, ha immesso nella persona, in quanto unità psicofisica, almeno, la rappresentazione di cosa significhi il tendere verso un maggior benessere dove corpo e anima (nel senso di psiche) tentano, olisticamente, di esprimersi insieme, in una visione unitaria, tipica dell’essere umano?

Secondo la mia esperienza, quando questo succede, è facilitato l’incontro, nella stanza di seduta, con qualche aspetto inconscio che mette in scena, come materiale conflittuale e traumatico, quel tale congelamento energetico, pulsionale, creativo e relazionale; congelamento affettivo diventato propulsore di un operare perverso, diabolico e irriducilmente fedele alla stasi che ne consegue, con gli immancabili e correlati sensi di colpa che si esprimono anche nelle dinamiche transferali-controtransferali.

Tutto ciò viene empaticamente accolto e sentito, dall’analista di cui sopra, come il primo momento (più o meno lungo, relativamente al livello di fissazione) di un percorso di trasformazione che si esprimerà, come da copione, in una continua fluttuazione di tensione-distensione con dei momenti di pausa rasserenante (me ne occupo da anni!!). Bene, se, alla fine, qualcuno riesce “a riveder le stelle”, lasciandosi alle spalle quei gorghi fagocitanti della coazione a ripetere onto e filogenetica, ciò significa che, anche quel paziente, quella persona, si stanno indirizzando a rendere protagonista un personale tendere verso un maggior benessere, per un arricchimento personale e dell’intera situazione.

Ecco, Alessandro, fatta salva questa premessa che riflette il mio personale punto di vista, posso ora considerare qualche “cambiamento nelle persone che in questi ultimi anni sono entrate” nel mio “studio di psicoanalista”.

E dunque, a ben pensarci, vi sono passate donne e uomini, tutti più o meno desiderosi di riequilibrare la propria angoscia che si esprimeva nell’infinita gamma della psicopatologia. In questi anni, mi son trovata a lavorare diverse volte con persone ultracinquantenni dall’energia bloccata in lutti, separazioni, malattie, impotenza per l’esaurimento di risorse libidiche, che ne appesantivano l’esistenza, aggravata dall’insoddisfazione per la fine di un ruolo, ad es. di allevamento figli, di lavoro, di accudimento dei propri genitori. Tutte situazioni che richiedono la capacità di un cambio di abitudini in un rifiorire di creatività. E questo, pur se collegato a fatti esterni, dipende dalla rispettiva struttura di personalità che cerca di alleviarsi la sofferenza con una miriade di meccanismi difensivi. Aggiungici i mali del corpo che, nella psicosomatica attuale, son sempre più alla ribalta e che anche lo psicoanalista esplora; ne ho appena parlato a un convegno, relazionando sui piccoli sintomi fisici di seduta, apparentemente insignificanti che, se trattati come microdettagli, rivelano invece l’entrata in gioco di un rimosso o la negazione di problemi in corso con lo spostamento nel somatico.

Addentrandomi di più su quei “cambiamenti” di cui mi chiedi conto, esaminando l’attività che riguarda la sessualità e l’aggressività, a cui ho aggiunto la creatività nel mio modo di pensare e agire, mentre ho riscontrato un miglior accordo con la pulsione sessuale analizzata in tutte le sue sfaccettature e problemi collegati, è venuto sempre più alla luce il peso di un rimosso aggressivo che imbavaglia ancora molto le spinte vitali. Il “tabù del toccare” oggi è nei confronti dell’aggressività. Per cui, mi verrebbe da dire che il problema ora sia soprattutto quello di far venire sempre più alla luce quella capacità (leggi caparbietà per ottusità!) di farsi e fare del male, stanando, al di là delle evidenze dei corsi e ricorsi della Storia (e anche attualmente non ci facciamo mancare niente!) le punte sommerse di quell’aggressività mortifera che, scaricatasi in famiglia e nelle istituzioni in generale, diventa un modello-chiave di autoriproduzione per il giovane che l’ha inconsciamente subita senza potervisi mettere al riparo. Penso che questo sia comune alla psicoterapia in generale. Nel lavoro psicoanalitico che va, per sua natura, alla ricerca delle radici questo svelamento delle matrici aggressivi, anche se con fatica, spesso riesce e se ne sta parlando a più voci.

Per quanto riguarda la creatività, l’ho sempre vista riemergere dalla sua latenza di matrice potenziale, come risorsa di resilienza cui far riferimento dopo la disattivazione di qualche trauma o conflitto e relativo lutto con possibile stagnazione in un vissuto di vuoto come annientamento (vuoto d’angoscia riconvertibile in un vuoto potenzialmente ricco di nuove possibilità creatrici/creative. E rimando, per la sistematizzazione teorica di questo discorso al libro: Creatività benessere, Movimenti creativi in analisi, in Collana di psicoanalisi e psichiatria dinamica a cura di Leonardo Ancona, Armando, 2007, http://www.psicoanalisi.it/libri/3605 e a tanti altri scritti).

Ciò detto, tenendomi sulle generali sempre riferito alla mia esperienza, ho ancora ravvisato un maggior coraggio nella donna a cercare di conciliare il risvolto femminile, sessuale-affettivo con quello professionale e con quello biologico, di maternità (matrice importantissima quest’ultima, che narra l’imprinting di gravidanza e di nascita, che si compenetra con lasciti filogenetici, sempre più messi in luce da studi pluridisciplinari) e un maggior desiderio nell’uomo di coinvolgersi anche affettivamente nelle relazioni, ivi compresa la relazione con il figlio, nelle varie età, così che l’incontro con l’ambivalenza edipico-controedipica e relativo tabù dell’incesto (desiderio, inconscio) fa meno paura come consapevolezza.

C’è da dire che se ne parla molto, in letteratura e nel cinema. Potremmo anche parlare, con un linguaggio comune, del tentativo di trasformazione dell’autoritarismo in autorevolezza, come ne ho appena scritto in una Prefazione. Ho anche riscontrato un minor freno all’incontro con i propri temi genealogici, questo, in sintonia con diverse scuole psicoterapeutiche attuali che riconoscono il peso e l’importanza quindi, della genealogia. Nel mio modo di lavorare, si incontrano sia le matrici genealogiche produttrici di ripetizione coatta, sia (successivamente) quelle destinate a ripetersi come motivi di un benessere, da proseguirsi come ho esemplificato tante volte. Spesso penso che le persone insanabili stiano fuori dai nostri studi e mi riferisco qui al ruolo psicoterapeutico, in senso lato.

Chi bussa alla nostra porta, ieri come oggi, a mio modesto avviso, è per una domanda, più o meno consapevole, di cambiamento interiore, al di là della difficoltà oggettiva insita nella realtà. Per quanto attiene alla psicoanalisi, per la sottoscritta, tale esperienza resta, oggi come ieri, soprattutto un’istanza di libertà, “una levatrice dell’anima” come ebbe a dire la poetessa Hilda Doolittle, parlando di Freud, in occasione della sua esperienza analitica con il Maestro e soprattutto un’occasione di passare da un narcisismo legato alla pulsione di morte ad un narcisismo vitale e creativo, legato al raggiungimento di una sana, piena coscienza di sé e auto-realizzazione, nell’accettazione delle proprie capacità che, nella vita di realtà, potranno venire esplorate da sole o insieme ad altri per un arricchimento di tanti.

Chi fa il tuo lavoro, incontra molte storie. Come tutte le storie, alcune ci colpiscono più di altre, per mille e mille motivi. Me ne racconti una che porti con te?

“Di là, si stava allegramente banchettando in famiglia, con bimbi, nonni e presenze amiche… Una telefonata per me. La prendo, cambiando stanza per non disturbare la situazione così ricca di affetto e buon cibo: “(…) è appena mancata Chiarastella! Un’auto l’ha presa in pieno mentre stava attraversando la strada, sulle strisce. È morta sul colpo, senza soffrire, si pensa. E’ rimasta per terra e l’auto non si è neanche fermata…”.

Oggi ho dimenticato il latore della telefonata. Ripensandoci, rievoco solo la mia perplessità, la ritrosia a tornare di là per l’orrore di dover fingere una gioia che non sentivo più e poi… non avevo nessuna intenzione di condividere un’emozione che sentivo solo mia per una forma di rispetto verso chi non c’era più. Me ne restavo zitta, sperando di essere dimenticata per un po’, da sola, al buio della stanza, cercando di respirare piano fino a contenere quel senso di impotenza e di rabbia per tanto lavoro sprecato, buttato alle ortiche. Tanto valeva non averci neanche tentato di uscire alla luce verso un tentativo di vita più sana... . La mia prima reazione e poi un dolore sottile, tanta tristezza e, da laica, una sorta di muta e lunga preghiera… . Questo il ricordo riemerso alla mia memoria, un po’ alla volta,

Alessandro, nell’incontrare la tua seconda domanda che, lì per lì, mi era sembrata… leggerina. E ho subito ricordato di averla già celebrata, Chiarastella (nome cambiato, ovviamente, insieme ad altri dettagli) in un mio libro del 2000, una raccolta di scritti in cui, tra tante narrazioni di aspetti riguardanti il lavoro psicoanalitico, avevo anche accennato all’incesto in famiglia. Dove a proteggerne il segreto, qualche volta, è spesso la stessa vittima, nell’illusione di evitare a un proprio familiare la dolorosa presa d’atto dell’infamia. Salvo poi a scoprire, in un momento di confidenza e affidamento, che quel caro protetto è pure lui, portatore dello stesso segreto, spostato indietro di una generazione e chissà di quante altre, dico ora, visto che il trauma tende a ripetersi e, che comunque ne viene conservata traccia per tre generazioni... . Un segreto che, a condividerlo, non fa neanche più testo, perché è un’abitudine di famiglia.

…. Cara Chiarastella… che avevi già cominciato a sentire più caldo quel tuo corpo diventato di ghiaccio e offerto a tanti nella patetica speranza di farlo reagire; cara Chiarastella, che cominciavi appena a sentirti possibilista verso la costruzione di una tua famiglia. A modo tuo. Come nuovo inizio… . Ti ricordo con quei bei capelli rossi e lunghi e i tuoi occhi larghi e penetranti. Con quello sguardo intelligente e sensibile che, poco alla volta, nel passare delle sedute, aveva avuto il coraggio di guardar dritto in faccia una situazione di primitività (così pensavo, allora, nel mio ascolto silenzioso) in cui le femmine appartengono al capobranco o a chi ne fa le veci. In tanta oscurità avevi, però, già compiuto il tuo miracolo di generosità nell’impedire ad una persona fragile e indifesa a te cara e di te poco più giovane, di non essere anch’essa fagocitata dalla bestialità.

L’avevi salvata. Ed eri già forte dunque. Per questo, avevo pensato, riuscisti ad approdare alla mia porta, lacerata, certo, piena di un contezioso che pensavi insanabile ma, al contempo, con una spinta aggressiva che non avevamo sentita distruttiva ma, anzi, vitale. E vitale era stato il nostro lavoro, senza lasciarsi morire nè uccidere, se non simbolicamente, nel sogno o nel transfert. Anzi, recuperando, alla fine, il valore di aver aiutato, impedendo sia il ripetersi di altri obbrobri, sia concedendo a chi sapeva e non parlava di essere stato, a sua volta, ostaggio oltraggiato. Un eroico e spontaneo gesto d’amore.

Forse quando sei morta ti stavi ancora interrogando se denunciare l’uso dell’oltraggio o forse eri già andata oltre, dopo la morte dell’orco. Ti ricordo certo, e conservo in me, ben chiara, l’informazione di un’analisi terminata con una certa soddisfazione da parte di entrambe, di fronte alla tua ripresa della spinta affettiva e lavorativa. Quella risorsa vitale di cui ho sentito parlare anche Franco Borgogno, presentando il film Second chance di Susanne Bier di cui ha, appunto, colto e celebrato la rimessa in moto, dopo fatti orribili di morte e violenza, di qualcosa di vitale come una capacità di adattamento, il lavoro e la capacità di relazione. Per me, tracce di un benessere da cui attinge la resilienza per trasformare ciò che sta solo sopravvivendo respirando a fatica, in un tentativo di vita vera. E ricordo, quando per la prima volta, al fondo di una zona buia di un tuo incubo, un sogno terribile e ricorrente, avevi visto “il mio viso splendente”, così narrasti, ancora obnubilata dalla colpa impropria che ti impediva di riconoscere, in te, lo splendore di un’anima generosa. “Può uscirne, avevo pensato, può farcela”! E, contenta di questo prezioso transfert positivo, espressosi nel silenzio della seduta analitica, mi nutrii per un tempo successivo di questo spazio neutro e protetto. Uno spazio dove era già stato messo in scena quel dolore e disperazione per quel vissuto (ma è un rivissuto!) di solitudine e incomprensione che porta in sé un forte desiderio di morte eliminando se stessi o l’altro, che tanto è lo stesso.

Uccidere, allora, almeno con la forza delle parole chi, da dietro, tace. Perché è lì che eri diventata grande, Chiarastella, degna, finalmente di dare e ricevere amore. Perché è lì che si comincia a ipotizzare che il gioco diabolico e perverso non abbia più a ripetersi. Volevi una “storia che porto ancora con me”, Alessandro. Eccola, ma per lasciarla andare definitivamente ora che ne ho ritrovato un senso. Non della morte di Chiarastella, lì senso non ce n’è, ma di quella vita, anche se breve, che la giovane era riuscita a recuperare. La sua psiche e l’intera sua persona si erano già liberate internamente in un gioco di istanze psichiche resesi più fluide e quest’ altra sua libertà stava attualizzandosi anche nella realtà sociale, se si vuol considerare il conflitto o il trauma disattivatisi, nella loro risonanza reale secondo un orientamento attuale in corso di approfondimento, in quella psicoanalisi che oggi parla anche di “situazione”.

Non so se ciò si sarebbe mantenuto sia a livello intrapsichico che interpersonale. Di sicuro, è avvenuto qualcosa di nuovo. Poi, l’incidente e la morte che, al tempo, mi era sembrata un’odiosa, inconfutabile fine della narrazione di questa storia analitica e di vita. E invece, oggi, qui, ho celebrato in una sorta di “seconde esequie”, la trasformazione vivifica, avvenuta in un viaggio verso la ricerca di quella libertà interiore che rende sani e degni di rispetto, quando l’immagine interna dello sporco si è disattivata, estinguendosi. Posso dire che, sicuramente, prima di morire, Chiarastella, aveva almeno goduto di un piccolo periodo di benessere relazionale, professionale e di stima nel suo nuovo lavoro. Sarebbe bastato per ripagarla definitivamente? Per riparare l’odioso torto subito? Per impedire al maleficio di rimettersi in moto?

Un caso nefando ci ha impedito di saperlo. Tuttavia, generalizzando, la verifica della possibilità di ripresa pulsionale, immessa nell’energia di un nuovo tentativo di vita - ciò che toglie protagonismo al trauma dopo tanta stasi - mi sento oggi di dire che lei ce lo aveva ben testimoniato. Per quanto riguarda la mia elaborazione al riguardo, nel corso di tanti anni, sicuramente vi inserisco anche questo incontro con Chiarastella. Ora lei è in noi.”

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole.

Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management.

Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino

Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti.

Da Febbraio 2014 sono Presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all’interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Alessandro Lombardo

Dialoghi. Isabel Fernandez, EMDR, Traumi Infantili e Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC)

Dieci dialoghi sull'utilizzo dei test della pratica clinica dello psicologo. Una serie di incontri che, grazie alla collaborazione con Hogrefe, ci permetterà di parlare e approfondire l’utilizzo  di test e di strumenti di misurazione utilizzati nelle nostre prassi professionali. Saranno dieci dialoghi su dieci ambiti differenti, avremo quindi la possibilità di porre lo sguardo su una molteplicità di contesti professionali molto amplio.

Iniziamo questi  Dialoghi insieme ad Isabel Fernandez.  

Dialoghi. Isabel Fernandez, EMDR, Traumi Infantili e Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC)

Isabel, vorrei partire in questo nostro dialogo dal tempo che ci circonda, dagli episodi come l’attacco terroristico di Barcellona. Questa sembra essere davvero e purtroppo una peculiarità del vivere nel nostro tempo, e questi eventi, dall’11 settembre in poi, sembrano ormai segnare il nostro quotidiano. Questi eventi sono di certo a forte valenza traumatica. Cosa significa quindi vivere immersi in questo clima?

Bambini e adulti vengono a conoscenza dei contenuti traumatici e visualizzano le immagini-shock, attraverso i media, in una situazione di esposizione passiva, che genera in loro un grande senso di impotenza. Assistendo a questi avvenimenti, che irrompono nella routine quotidiana e che colgono impreparati, si perde quel senso di sicurezza legato alla prevedibilità degli eventi e si modifica la rappresentazione di sé e del mondo. L’esposizione a questi attentati ripetuti nel tempo genera un senso di allarme, poiché attiva le parti emotive del cervello, responsabili delle reazioni primitive di difesa di fronte alla minaccia di vita (attacco, fuga o immobilizzazione).


 

Chi viene esposto ad eventi così traumatici quando può davvero riuscire a ricucire lo strappo che un trauma del genere crea, specie nei casi di minori o bambini?

Intanto la sicurezza del bambino dipende quasi esclusivamente dalle reazioni degli adulti di riferimento. I bambini, quando si sentono in pericolo, ricorrono alle figure di riferimento per ottenere rassicurazione. Spesso gli adulti, nel tentativo di proteggere il bambino, lo tengono all’oscuro dei fatti e tendono a normalizzare e banalizzare quello che accade. Dare informazioni realistiche e semplici, coerenti con l’età del bambino, è un ottimo modo per facilitare la comunicazione, permettere al bambino di fare domande e comprendere le reazioni di paura. Se i bambini sono poi esposti direttamente ad esperienze critiche è utile normalizzare le reazioni nella fase acuta e trattare precocemente il bambino per prevenire il disturbo post-traumatico. I bambini possono superare molto bene qualsiasi trauma quando gli adulti, genitori, insegnanti e terapeuti, sanno cosa fare in ogni fase dopo un evento critico. L’associazione EMDR Italia è intervenuta gratuitamente in molte situazioni catastrofiche e la ricerca ha evidenziato che un intervento precoce ripara completamente le ferite dell’anima.

Da anni, l’EMDR Italia si occupa del trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici sia a esperienze più comuni che tuttavia possono risultare emotivamente stressanti. Quali possono essere gli esiti dell’esposizione ad eventi traumatici nello sviluppo cognitivo, psichico e affettivo di un bambino? Quando si può parlare a tutti gli effetti di Disturbo Post-Traumatico da Stress?

Se un bambino viene esposto a un singolo evento traumatico e non viene supportato, nell’elaborazione, dagli adulti di riferimento, può sviluppare il Disturbo Post-Traumatico da Stress. I sintomi post-traumatici nel bambino possono essere raggruppati in quattro categorie: sintomi intrusivi, evitamento, alterazioni negative di pensieri ed emozioni, iperarousal. I sintomi intrusivi riguardano la risperimentazione del trauma attraverso ricordi, sogni ricorrenti o flashback. Nei bambini, si evidenziano nel gioco ripetitivo o nel disegno, in cui ripropongono tematiche e informazioni annesse al trauma. L’evitamento si riferisce allo sforzo di non richiamare l’evento traumatico alla mente e di non frequentare luoghi o persone che lo ricordino. Le alterazioni negative di pensieri ed emozioni si riferiscono allo sviluppo di convinzioni negative su di sé, alla persistenza di emozioni negative, alla difficoltà di provare interesse per attività che in passato erano piacevoli, al distacco ed estraniamento. Nei bambini, possiamo osservare difficoltà a relazionarsi coi pari o scarso interesse per il gioco. L’iperarousal indica uno stato perenne di ipervigilanza, con reattività estrema a stimoli innocui e facile irritabilità e difficoltà di concentrazione. Nei bambini possiamo notare la comparsa di comportamenti iperattivi o di esplosioni di collera, calo nel rendimento scolastico, e negli adolescenti si possono verificare comportamenti a rischio e autodistruttivi. Nel bambino piccolo, inoltre, si possono verificare delle regressioni a tappe di sviluppo precedenti, cioè può tornare a succhiare il dito, può perdere il controllo degli sfinteri precedentemente acquisito, può presentare ansia e crisi di pianto al distacco dalle figure genitoriali, chiedere la presenza dell’adulto per addormentarsi, necessitare di essere imboccato per mangiare. Quando i traumi avvengono in un età precoce all’interno dell’ambiente familiare e sono ripetuti nel tempo, come nel caso di trascuratezza, abusi, maltrattamenti e violenza domestica, non si può parlare di PTSD, ma si parla di disturbo traumatico dello sviluppo, cioè l’impatto traumatico riguarda l’intero sviluppo cerebrale, con ripercussioni importanti a livello cognitivo, affettivo, relazionale e anche a livello fisico, dando luogo a vere e proprie patologie mediche, come hanno dimostrato gli studi condotti su vasta scala tra il 1995 e il 1998 da Vincent Felitti e collaboratori sugli eventi avversi infantili.

La durata nel tempo, l’intensità o la natura del trauma infantile hanno una ripercussione sulla sintomatologia mostrata dal bambino e sugli eventuali esiti di trattamento?

La probabilità di sviluppare una sintomatologia post-traumatica aumenta se i traumi sono ripetuti nel tempo, se l’esposizione al trauma è diretta o se c’è una stretta vicinanza fisica al luogo dell’evento o alle persone che stanno subendo un evento traumatico. Inoltre, i traumi che predispongono maggiormente allo sviluppo di PTSD nel bambino riguardano la morte o il rischio di morte, l’assistere alla violenza o all’abuso sessuale di un genitore. Come ho detto precedentemente, nel caso del disturbo traumatico dello sviluppo, i traumi sono ripetuti e spesso vengono perpetrati dalle stesse figure di accudimento, per cui tutto lo sviluppo del bambino ne risente e la durata del trattamento è più lunga. Gli esiti della terapia dipendono sempre anche dal coinvolgimento dei genitori nel trattamento con EMDR e dalla messa in sicurezza del bambino, in un ambiente in cui i suoi bisogni vengano soddisfatti.

Il trattamento del trauma infantile viene condotto individualmente con il bambino o necessita del supporto di eventuali figure adulte di riferimento?

Come dicevamo in precedenza, gli esiti delle esperienze traumatiche nei bambini dipendono fortemente dalle reazioni degli adulti di riferimento. Nella nostra esperienza gli interventi più efficaci sono stati quelli dove il trattamento con EMDR è stato promosso sia sui bambini che sui genitori. Il volto preoccupato di un genitore traumatizzato aumenta il rischio di traumatizzazione nel bambino. Quindi l’EMDR sarebbe molto più efficace se potesse essere esteso ai genitori. Non è però necessaria la presenza del genitore mentre il bambino viene trattato con EMDR ad eccezion fatta della fascia 0-3 anni, quando cioè il piccolo non ha una completa capacità di descrivere l’evento sia perché è in un’età preverbale ma anche perché spesso il ricordo è frammentato e non ordinato nella memoria episodica.

Come viene effettuato l’inquadramento diagnostico di un soggetto in età evolutiva che si suppone abbia sperimentato un trauma infantile? Si utilizzano test?

Per un corretto inquadramento diagnostico, sono necessari dei colloqui con i genitori o con gli adulti che si prendono cura del bambino e delle sedute di valutazione con il bambino stesso. Con i genitori si esplorano la sintomatologia attuale, insorta dopo l’evento traumatico più recente, e la possibile presenza di eventi traumatici pregressi che sono in qualche modo collegati. Si ripercorrono, inoltre, la storia di sviluppo del bambino, i cambiamenti di vita importanti avvenuti nella famiglia, la relazione col bambino, le maggiori difficoltà nel gestire i suoi comportamenti e la eventuale presenza di traumi nella famiglia allargata e nelle tre generazioni. La presenza di eventi traumatici familiari e trans-generazionali costituisce, infatti, fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di sintomi post-traumatici nel bambino, come ormai è dimostrato dalla ricerca scientifica. Le sedute con il bambino si svolgono utilizzando, oltre al dialogo, il gioco e il disegno, per poter comprendere i vissuti emotivi attraverso il canale espressivo, più agevole per il piccolo, rispetto al canale verbale. Nell’ambito dei primi incontri, sia ai genitori, che al bambino, posso essere somministrati dei test di valutazione.

Quanto, in questo caso, possono essere utili o attendibili i report compilati da genitori o caregiver?

Nella nostra esperienza i report non sono solo attendibili ma anche efficaci per misurare i risultati e confrontarli con le risposte pre-trattamento. Possono essere anche uno strumento utilissimo ad orientare l’osservazione del genitore che potrebbe minimizzare alcuni comportamenti del bambino e/o enfatizzarne altri. Invece, i questionari danno il giusto orientamento al genitore, aiutandolo a rendersi conto degli esiti di un’esperienza traumatica e contemporaneamente a riconoscere i risultati raggiunti dal proprio figlio dopo un intervento mirato sull’esperienza traumatica.

La Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC) è un questionario, compilato dai genitori, che consente di ottenere una valutazione approfondita della sintomatologia post-traumatica acuta e cronica manifestata dai bambini sino ai 12 anni. Perché ha scelto di inserire questo test nell’ambito del vostro protocollo diagnostico? Quali informazioni cliniche è possibile ricavare dalla somministrazione della TSCYC?

Questo questionario è stato inserito nel protocollo diagnostico per varie caratteristiche. Innanzitutto ha una sensibilità specifica per i sintomi del trauma e alle difficoltà relative a queste esperienze. Inoltre, è agevole, perché si può compilare in un breve tempo di circa 15-20 minuti, è standardizzato per tre diverse fasce d’età, e questo è importantissimo nell’età evolutiva, in cui si verificano grandi cambiamenti nel giro di pochi anni. È un questionario attendibile, poiché contiene tre scale di validità al suo interno e consente di valutare diverse categorie di sintomi: ansia, paure e senso di pericolo; vissuti depressivi; rabbia; evitamento ed iperarousal tipici del PTSD; sintomi dissociativi; preoccupazioni sessuali, utili in casi di sospetti abusi.

Può la TSCYC essere utilizzato in riferimento a bambini molto piccoli, a partire dai 3 anni di età. Esiste effettivamente una casistica di utilizzo così giovane? Si può lavorare sul trauma già in età prescolare?

L’EMDR è un metodo efficace per il trattamento di bambini anche molto piccoli utilizzando una stimolazione diversa da quella oculare poiché bambini molto piccoli (solitamente entro i 4/5 anni) non riescono a seguire i movimenti oculari. Mentre il genitore racconta l’evento traumatico, il terapeuta fa una stimolazione bilaterale sulle mani o i piedi del bimbo (taping). L’intervento precoce non solo previene il rischio di disturbi come il PTSD, il disturbo traumatico dello sviluppo, il disturbo reattivo dell’attaccamento e l’ADHD, ma è un fattore di protezione importante per una crescita sana sia dal punto di vista emotivo che cognitivo. Il trauma precoce infatti non dà esiti solo sulla psiche del bambino, ma ha un impatto importante sullo sviluppo del suo cervello. Esistono quindi casistiche di bambini trattati in questa fascia di età e la TSCYC è un ottimo strumento per bambini cosi piccoli

Le scale cliniche di cui la TSCYC si compone consentono di individuare spunti per la progettazione dell’intervento? Come vengono trattati i risultati delle due scale di validità previste dal test?

Sicuramente, i punteggi ottenuti nelle varie scale cliniche consentono di orientarsi rispetto all’area maggiormente compromessa dall’evento traumatico e quindi di indirizzare l’intervento terapeutico in maniera più mirata, ma soprattutto ci consente di cogliere il punto di vista del genitore sul disturbo del bambino e di capire quanto sia vicino o distante dall’idea del clinico e dall’idea che il bambino stesso ha del proprio disturbo. Attraverso le scale di validità, infatti, può emergere la tendenza del genitore a sottovalutare problemi del bambino, anche fisiologici, e quindi la sua tendenza a negare i bisogni del figlio o il suo bisogno di presentarlo come un bambino eccessivamente competente. Si può osservare, al contrario, la tendenza a riportare sintomi inusuali del bambino, derivante da uno stato mentale di estrema difficoltà del genitore o dalla necessità di rappresentare un bambino particolarmente disturbato e sintomatico.

Che accoglienza avete riscontrato da parte delle persone a cui viene richiesto di compilarlo?

Ottima accoglienza. Il questionario è semplice e comprensibile e gli adulti di riferimento del bambino sono disponibili a compilarlo.

Sappiamo che hai in progetto un libro con Hogrefe, che uscirà l’anno prossimo: puoi anticiparci di cosa tratterà?

Il libro sarà uno strumento utile per i terapeuti ma anche per i pazienti per comprendere quelli che sono i sintomi maggiormente correlati alle esperienze traumatiche. Sarà utile a tutti a capire come l’EMDR possa essere la risposta non solo per il PTSD ma per ogni sintomo del paziente. In linea con le recenti ricerche (ACE’s e studi su epigenetica), i sintomi del paziente sono sempre collegati ad esperienze non elaborate che si traducono in convinzioni negative su se stessi, emozioni disturbanti e sensazioni fisiche che rischiano di disorganizzare lo sviluppo e le relazioni con un impatto a medio e lungo termine.

Ecco un'ulteriore intervista in video:

IL TEST TSCYC

Dati il considerevole numero di bambini vittimizzati e i molti sintomi negativi associati a tale violenza nella nostra cultura, c’è un bisogno pressante di valutare i bambini per le difficoltà connesse al trauma.

Per saperne di più, clicca QUI

La TSCYC ha attendibilità e validità sufficienti per sostenerne il suo impiego come test clinico per i sintomi psicologici dei bambini traumatizzati. Può essere utilizzata nei casi in cui si abbia il sospetto che il bambino abbia subito un trauma o possa essere stato esposto a un evento traumatico, nonché in tutte quelle situazioni in cui i bambini sono esposti a condizioni ambientali di rischio.

Lʼesame dei punteggi delle singole scale della TSCYC evidenzia le aree specifiche nelle quali il bambino può manifestare la sintomatologia e tali informazioni possono essere particolarmente utili per la progettazione dell’intervento clinico.

Per saperne di più, clicca QUI

 
 
 
 
 
 
 
 

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Psicologo domani: 5 domande per immaginare la professione

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Alessandro Lombardo

Dialogo con Antonino Ferro – Salone del Libro off

Dialogo con Antonino Ferro - Salone del Libro off

#INCONTRO con #ANTONINO #FERRO | sabato 20 Maggio ore 20 | Polo del '900
In occasione del Salone del Libro di Torino, all'interno degli eventi "Salone del Libro OFF", #Alessandro #Lombardo, Presidente Ordine Psicologi Piemonte, dialogherà con #Antonino #Ferro, Psicoanalista SPI, in occasione dell'uscita del libro Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi, edizioni Raffaello Cortina.

L'evento si terrà presso:
Polo del 900 - sala del 900, via del Carmine 14 - Torino
Orario: 20.00 - 21.30
Entrata libera fino ad esaurimento posti.

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