Dialoghi. Daniela Gariglio, dialoghi intorno alla psicoanalisi

Daniela, tu fai un lavoro che ti permette di vedere uno spaccato interessante della società in evoluzione. La domanda é, in questi anni, quali sono i cambiamenti più evidenti che hai registrato nelle persone che entrano nello studio di una psicoanalista?

Per rispondere a questa domanda, preferisco tralasciare in partenza qualsiasi generalizzazione, per tentare invece un abbozzo di risposta, in termini di “trasformazione della situazione psicoanalitica attivatasi nel mio studio”, in questi anni. E con ciò rimando subito a un’altra domanda, non meno importante e tuttavia spesso sottaciuta e che riguarda, in particolare, la formazione dello psicoanalista e il suo successivo lavoro clinico: “Con il passare degli anni, nel singolo psichismo dello psicoanalista, meglio detto in tutta la sua realtà psicobiologica, è avvenuto un avvicendamento di immagini? Da quelle di alta vibrazione legate alle parti distruttive della pulsione di morte, generatesi dunque da traumi e conflitti a tracce che hanno lasciato il posto ad aspetti, temi personali e familiari, in breve, a memorie onto e filogenetiche legate alla pulsione di vita che hanno a che fare con la creatività, la capacità di sintonizzazione affettiva, l’adattamento, la distensione, la relazione…?

Insomma, il lavoro psicoanalitico dell’analista, ha immesso nella persona, in quanto unità psicofisica, almeno, la rappresentazione di cosa significhi il tendere verso un maggior benessere dove corpo e anima (nel senso di psiche) tentano, olisticamente, di esprimersi insieme, in una visione unitaria, tipica dell’essere umano?

Secondo la mia esperienza, quando questo succede, è facilitato l’incontro, nella stanza di seduta, con qualche aspetto inconscio che mette in scena, come materiale conflittuale e traumatico, quel tale congelamento energetico, pulsionale, creativo e relazionale; congelamento affettivo diventato propulsore di un operare perverso, diabolico e irriducilmente fedele alla stasi che ne consegue, con gli immancabili e correlati sensi di colpa che si esprimono anche nelle dinamiche transferali-controtransferali.

Tutto ciò viene empaticamente accolto e sentito, dall’analista di cui sopra, come il primo momento (più o meno lungo, relativamente al livello di fissazione) di un percorso di trasformazione che si esprimerà, come da copione, in una continua fluttuazione di tensione-distensione con dei momenti di pausa rasserenante (me ne occupo da anni!!). Bene, se, alla fine, qualcuno riesce “a riveder le stelle”, lasciandosi alle spalle quei gorghi fagocitanti della coazione a ripetere onto e filogenetica, ciò significa che, anche quel paziente, quella persona, si stanno indirizzando a rendere protagonista un personale tendere verso un maggior benessere, per un arricchimento personale e dell’intera situazione.

Ecco, Alessandro, fatta salva questa premessa che riflette il mio personale punto di vista, posso ora considerare qualche “cambiamento nelle persone che in questi ultimi anni sono entrate” nel mio “studio di psicoanalista”.

E dunque, a ben pensarci, vi sono passate donne e uomini, tutti più o meno desiderosi di riequilibrare la propria angoscia che si esprimeva nell’infinita gamma della psicopatologia. In questi anni, mi son trovata a lavorare diverse volte con persone ultracinquantenni dall’energia bloccata in lutti, separazioni, malattie, impotenza per l’esaurimento di risorse libidiche, che ne appesantivano l’esistenza, aggravata dall’insoddisfazione per la fine di un ruolo, ad es. di allevamento figli, di lavoro, di accudimento dei propri genitori. Tutte situazioni che richiedono la capacità di un cambio di abitudini in un rifiorire di creatività. E questo, pur se collegato a fatti esterni, dipende dalla rispettiva struttura di personalità che cerca di alleviarsi la sofferenza con una miriade di meccanismi difensivi. Aggiungici i mali del corpo che, nella psicosomatica attuale, son sempre più alla ribalta e che anche lo psicoanalista esplora; ne ho appena parlato a un convegno, relazionando sui piccoli sintomi fisici di seduta, apparentemente insignificanti che, se trattati come microdettagli, rivelano invece l’entrata in gioco di un rimosso o la negazione di problemi in corso con lo spostamento nel somatico.

Addentrandomi di più su quei “cambiamenti” di cui mi chiedi conto, esaminando l’attività che riguarda la sessualità e l’aggressività, a cui ho aggiunto la creatività nel mio modo di pensare e agire, mentre ho riscontrato un miglior accordo con la pulsione sessuale analizzata in tutte le sue sfaccettature e problemi collegati, è venuto sempre più alla luce il peso di un rimosso aggressivo che imbavaglia ancora molto le spinte vitali. Il “tabù del toccare” oggi è nei confronti dell’aggressività. Per cui, mi verrebbe da dire che il problema ora sia soprattutto quello di far venire sempre più alla luce quella capacità (leggi caparbietà per ottusità!) di farsi e fare del male, stanando, al di là delle evidenze dei corsi e ricorsi della Storia (e anche attualmente non ci facciamo mancare niente!) le punte sommerse di quell’aggressività mortifera che, scaricatasi in famiglia e nelle istituzioni in generale, diventa un modello-chiave di autoriproduzione per il giovane che l’ha inconsciamente subita senza potervisi mettere al riparo. Penso che questo sia comune alla psicoterapia in generale. Nel lavoro psicoanalitico che va, per sua natura, alla ricerca delle radici questo svelamento delle matrici aggressivi, anche se con fatica, spesso riesce e se ne sta parlando a più voci.

Per quanto riguarda la creatività, l’ho sempre vista riemergere dalla sua latenza di matrice potenziale, come risorsa di resilienza cui far riferimento dopo la disattivazione di qualche trauma o conflitto e relativo lutto con possibile stagnazione in un vissuto di vuoto come annientamento (vuoto d’angoscia riconvertibile in un vuoto potenzialmente ricco di nuove possibilità creatrici/creative. E rimando, per la sistematizzazione teorica di questo discorso al libro: Creatività benessere, Movimenti creativi in analisi, in Collana di psicoanalisi e psichiatria dinamica a cura di Leonardo Ancona, Armando, 2007, http://www.psicoanalisi.it/libri/3605 e a tanti altri scritti).

Ciò detto, tenendomi sulle generali sempre riferito alla mia esperienza, ho ancora ravvisato un maggior coraggio nella donna a cercare di conciliare il risvolto femminile, sessuale-affettivo con quello professionale e con quello biologico, di maternità (matrice importantissima quest’ultima, che narra l’imprinting di gravidanza e di nascita, che si compenetra con lasciti filogenetici, sempre più messi in luce da studi pluridisciplinari) e un maggior desiderio nell’uomo di coinvolgersi anche affettivamente nelle relazioni, ivi compresa la relazione con il figlio, nelle varie età, così che l’incontro con l’ambivalenza edipico-controedipica e relativo tabù dell’incesto (desiderio, inconscio) fa meno paura come consapevolezza.

C’è da dire che se ne parla molto, in letteratura e nel cinema. Potremmo anche parlare, con un linguaggio comune, del tentativo di trasformazione dell’autoritarismo in autorevolezza, come ne ho appena scritto in una Prefazione. Ho anche riscontrato un minor freno all’incontro con i propri temi genealogici, questo, in sintonia con diverse scuole psicoterapeutiche attuali che riconoscono il peso e l’importanza quindi, della genealogia. Nel mio modo di lavorare, si incontrano sia le matrici genealogiche produttrici di ripetizione coatta, sia (successivamente) quelle destinate a ripetersi come motivi di un benessere, da proseguirsi come ho esemplificato tante volte. Spesso penso che le persone insanabili stiano fuori dai nostri studi e mi riferisco qui al ruolo psicoterapeutico, in senso lato.

Chi bussa alla nostra porta, ieri come oggi, a mio modesto avviso, è per una domanda, più o meno consapevole, di cambiamento interiore, al di là della difficoltà oggettiva insita nella realtà. Per quanto attiene alla psicoanalisi, per la sottoscritta, tale esperienza resta, oggi come ieri, soprattutto un’istanza di libertà, “una levatrice dell’anima” come ebbe a dire la poetessa Hilda Doolittle, parlando di Freud, in occasione della sua esperienza analitica con il Maestro e soprattutto un’occasione di passare da un narcisismo legato alla pulsione di morte ad un narcisismo vitale e creativo, legato al raggiungimento di una sana, piena coscienza di sé e auto-realizzazione, nell’accettazione delle proprie capacità che, nella vita di realtà, potranno venire esplorate da sole o insieme ad altri per un arricchimento di tanti.

Chi fa il tuo lavoro, incontra molte storie. Come tutte le storie, alcune ci colpiscono più di altre, per mille e mille motivi. Me ne racconti una che porti con te?

“Di là, si stava allegramente banchettando in famiglia, con bimbi, nonni e presenze amiche… Una telefonata per me. La prendo, cambiando stanza per non disturbare la situazione così ricca di affetto e buon cibo: “(…) è appena mancata Chiarastella! Un’auto l’ha presa in pieno mentre stava attraversando la strada, sulle strisce. È morta sul colpo, senza soffrire, si pensa. E’ rimasta per terra e l’auto non si è neanche fermata…”.

Oggi ho dimenticato il latore della telefonata. Ripensandoci, rievoco solo la mia perplessità, la ritrosia a tornare di là per l’orrore di dover fingere una gioia che non sentivo più e poi… non avevo nessuna intenzione di condividere un’emozione che sentivo solo mia per una forma di rispetto verso chi non c’era più. Me ne restavo zitta, sperando di essere dimenticata per un po’, da sola, al buio della stanza, cercando di respirare piano fino a contenere quel senso di impotenza e di rabbia per tanto lavoro sprecato, buttato alle ortiche. Tanto valeva non averci neanche tentato di uscire alla luce verso un tentativo di vita più sana... . La mia prima reazione e poi un dolore sottile, tanta tristezza e, da laica, una sorta di muta e lunga preghiera… . Questo il ricordo riemerso alla mia memoria, un po’ alla volta,

Alessandro, nell’incontrare la tua seconda domanda che, lì per lì, mi era sembrata… leggerina. E ho subito ricordato di averla già celebrata, Chiarastella (nome cambiato, ovviamente, insieme ad altri dettagli) in un mio libro del 2000, una raccolta di scritti in cui, tra tante narrazioni di aspetti riguardanti il lavoro psicoanalitico, avevo anche accennato all’incesto in famiglia. Dove a proteggerne il segreto, qualche volta, è spesso la stessa vittima, nell’illusione di evitare a un proprio familiare la dolorosa presa d’atto dell’infamia. Salvo poi a scoprire, in un momento di confidenza e affidamento, che quel caro protetto è pure lui, portatore dello stesso segreto, spostato indietro di una generazione e chissà di quante altre, dico ora, visto che il trauma tende a ripetersi e, che comunque ne viene conservata traccia per tre generazioni... . Un segreto che, a condividerlo, non fa neanche più testo, perché è un’abitudine di famiglia.

…. Cara Chiarastella… che avevi già cominciato a sentire più caldo quel tuo corpo diventato di ghiaccio e offerto a tanti nella patetica speranza di farlo reagire; cara Chiarastella, che cominciavi appena a sentirti possibilista verso la costruzione di una tua famiglia. A modo tuo. Come nuovo inizio… . Ti ricordo con quei bei capelli rossi e lunghi e i tuoi occhi larghi e penetranti. Con quello sguardo intelligente e sensibile che, poco alla volta, nel passare delle sedute, aveva avuto il coraggio di guardar dritto in faccia una situazione di primitività (così pensavo, allora, nel mio ascolto silenzioso) in cui le femmine appartengono al capobranco o a chi ne fa le veci. In tanta oscurità avevi, però, già compiuto il tuo miracolo di generosità nell’impedire ad una persona fragile e indifesa a te cara e di te poco più giovane, di non essere anch’essa fagocitata dalla bestialità.

L’avevi salvata. Ed eri già forte dunque. Per questo, avevo pensato, riuscisti ad approdare alla mia porta, lacerata, certo, piena di un contezioso che pensavi insanabile ma, al contempo, con una spinta aggressiva che non avevamo sentita distruttiva ma, anzi, vitale. E vitale era stato il nostro lavoro, senza lasciarsi morire nè uccidere, se non simbolicamente, nel sogno o nel transfert. Anzi, recuperando, alla fine, il valore di aver aiutato, impedendo sia il ripetersi di altri obbrobri, sia concedendo a chi sapeva e non parlava di essere stato, a sua volta, ostaggio oltraggiato. Un eroico e spontaneo gesto d’amore.

Forse quando sei morta ti stavi ancora interrogando se denunciare l’uso dell’oltraggio o forse eri già andata oltre, dopo la morte dell’orco. Ti ricordo certo, e conservo in me, ben chiara, l’informazione di un’analisi terminata con una certa soddisfazione da parte di entrambe, di fronte alla tua ripresa della spinta affettiva e lavorativa. Quella risorsa vitale di cui ho sentito parlare anche Franco Borgogno, presentando il film Second chance di Susanne Bier di cui ha, appunto, colto e celebrato la rimessa in moto, dopo fatti orribili di morte e violenza, di qualcosa di vitale come una capacità di adattamento, il lavoro e la capacità di relazione. Per me, tracce di un benessere da cui attinge la resilienza per trasformare ciò che sta solo sopravvivendo respirando a fatica, in un tentativo di vita vera. E ricordo, quando per la prima volta, al fondo di una zona buia di un tuo incubo, un sogno terribile e ricorrente, avevi visto “il mio viso splendente”, così narrasti, ancora obnubilata dalla colpa impropria che ti impediva di riconoscere, in te, lo splendore di un’anima generosa. “Può uscirne, avevo pensato, può farcela”! E, contenta di questo prezioso transfert positivo, espressosi nel silenzio della seduta analitica, mi nutrii per un tempo successivo di questo spazio neutro e protetto. Uno spazio dove era già stato messo in scena quel dolore e disperazione per quel vissuto (ma è un rivissuto!) di solitudine e incomprensione che porta in sé un forte desiderio di morte eliminando se stessi o l’altro, che tanto è lo stesso.

Uccidere, allora, almeno con la forza delle parole chi, da dietro, tace. Perché è lì che eri diventata grande, Chiarastella, degna, finalmente di dare e ricevere amore. Perché è lì che si comincia a ipotizzare che il gioco diabolico e perverso non abbia più a ripetersi. Volevi una “storia che porto ancora con me”, Alessandro. Eccola, ma per lasciarla andare definitivamente ora che ne ho ritrovato un senso. Non della morte di Chiarastella, lì senso non ce n’è, ma di quella vita, anche se breve, che la giovane era riuscita a recuperare. La sua psiche e l’intera sua persona si erano già liberate internamente in un gioco di istanze psichiche resesi più fluide e quest’ altra sua libertà stava attualizzandosi anche nella realtà sociale, se si vuol considerare il conflitto o il trauma disattivatisi, nella loro risonanza reale secondo un orientamento attuale in corso di approfondimento, in quella psicoanalisi che oggi parla anche di “situazione”.

Non so se ciò si sarebbe mantenuto sia a livello intrapsichico che interpersonale. Di sicuro, è avvenuto qualcosa di nuovo. Poi, l’incidente e la morte che, al tempo, mi era sembrata un’odiosa, inconfutabile fine della narrazione di questa storia analitica e di vita. E invece, oggi, qui, ho celebrato in una sorta di “seconde esequie”, la trasformazione vivifica, avvenuta in un viaggio verso la ricerca di quella libertà interiore che rende sani e degni di rispetto, quando l’immagine interna dello sporco si è disattivata, estinguendosi. Posso dire che, sicuramente, prima di morire, Chiarastella, aveva almeno goduto di un piccolo periodo di benessere relazionale, professionale e di stima nel suo nuovo lavoro. Sarebbe bastato per ripagarla definitivamente? Per riparare l’odioso torto subito? Per impedire al maleficio di rimettersi in moto?

Un caso nefando ci ha impedito di saperlo. Tuttavia, generalizzando, la verifica della possibilità di ripresa pulsionale, immessa nell’energia di un nuovo tentativo di vita - ciò che toglie protagonismo al trauma dopo tanta stasi - mi sento oggi di dire che lei ce lo aveva ben testimoniato. Per quanto riguarda la mia elaborazione al riguardo, nel corso di tanti anni, sicuramente vi inserisco anche questo incontro con Chiarastella. Ora lei è in noi.”

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