DIALOGHI | Lo psicologo di domani: dialogo con Marco Inghilleri

DIALOGHI | Lo psicologo di domani: dialogo con Marco Inghilleri

Marco, dal tuo osservatorio, come immagini lo psicologo di domani?

Sostanzialmente, Alessandro, credo che poco cambierà nel futuro e che la psicologia, scienza senza oggetto, continuerà, come indicato dalla sua storia, a ricoprire un ruolo essenzialmente normativo, cioè valoriale. E' noto come, in qualsiasi settore della scienza, ad un insieme di dati sia sempre possibile sovrapporre più di una costruzione teorica. Poiché in psicologia nessuna spiegazione risolve mai tutti i problemi relativi ad un dato argomento, è spontaneo porre l'interrogativo circa quali tipi di problemi siano più importanti da risolvere e quale funzione possano poi svolgere le spiegazioni prescelte. La questione dei valori viene così ad essere scoperta a monte di qualsiasi discorso scientifico.

Nonostante ciò, le formulazioni teoriche che riguardano i "settori" caldi della psicologia, cioè educativi, terapeutici, sociali, ecc.. che ruotano intorno al problema della personalità, continuano a rimanere arroccate al mito della conoscenza oggettiva e a-valutativa. In effetti non si riflette abbastanza sul fatto che i valori rappresentano una parte costitutiva di tutte le conoscenze intorno all'uomo, negarne l'evidenza significa sottoscrivere, attraverso l'ideologia fatta scienza, i valori dominanti; cosicché ogni dichiarazione di neutralità diventa un'affermazione di consenso ad una data visione del mondo, ritenuta eterna e immodificabile.

Lo stesso Freud ha creduto che la sua scienza, a similitudine del modo di pensare del suo tempo, fosse la vera ed unica analisi della psiche. Ma gli psicoanalisti che sono disposti a rischiare la propria ortodossia, riconoscono che il loro sapere è condizionato e reso unilaterale e, come ogni altro, contiene una serie di scelte di valore conformi ad una determinata visione della realtà. Per cui si può dire che la prospettiva dell'analisi cambia se il suo modello non è quello astratto di "armonia interiore" ma in origine è sociale. In altri termini la psicologia deve tener presente che il dato in analisi è un dato di valore; che come tale esso non potrà mai essere analizzato in parametri estranei alle dimensioni che strutturano il valore stesso.

Nasce quindi la domanda se sia auspicabile e possibile che gli psicologi considerino come relativi i propri valori. La risposta è sì. Infatti, per quanto scientificamente validi (attendibili e verificabili) possano dimostrarsi i risultati di una ricerca o di una costruzione teorica, tale validità oggettiva non si ripercuote sui valori che muovono gli intenti conoscitivi e soprattutto gli interventi, cioè sull'impiego del sapere psicologico. Il ricercatore, il clinico, possono preferire determinati valori perché appaiono migliori, non perché sono più certi. Da cui consegue che l'oggettività metodologica viene ad essere utilizzata, quand'anche non fosse già un valore, entro le opzioni dello scienziato o del tecnico e quindi della loro società e non viceversa.

Ogni atto teorico e pratico è condizionato, non solo dalla scelta dei problemi, ma anche dalle categorie concettuali e linguistiche con le quali risolverlo. Un metodo empirico-analitico produce soltanto sapere valorizzabile tecnicamente in un quadro precostituito. Ciò significa che qualsiasi scopo scientifico riceve l'indicazione del fine ed assume valore solo all'interno di un ordine sociale verso cui tale fine è diretto. Si può quindi affermare che se i giudizi di valore non facessero parte della struttura della scienza, farebbero comunque parte del motivo della sua produzione. Questo perché la scienza non è sola forza produttiva sociale, ma è anche rapporto sociale di produzione. Perciò non si può parlare di una scienza assolutamente oggettiva, cioè estranea ai valori ed alle scelte che la determinano.

Le stesse condizioni del conoscere variano a seconda delle condizioni in cui si esplica il ruolo dello psicologo, cioè in relazione alle aspettative ed ai fini che il suo atto conoscitivo deve perseguire, ossia secondo le indicazioni istituzionali ed i valori egemoni. La scienza dell'uomo è mossa molte volte dall'idea dell'esistenza di leggi statiche, di una realtà di fatto, senza tenere conto che non esiste una realtà definita una volta per tutte. Difatti il soggetto con cui si è in rapporto (che non è mai un oggetto) è impegnato in una continua trasformazione di se stesso nel momento che interagisce con la realtà che lo circonda.

Le misurazioni, le osservazioni, che lo psicologo esegue sulla persona non riflettono il dato dell'esperienza, ma ciò che è presupposto come tale sulla base di un paradigma teorico, metodologico e tramite un'azione strumentale. Tale forma d'approccio alla situazione dell'altro comporta certe operazioni mentali, che finiscono per porre in risalto e ritagliare una realtà che può essere lontanissima dall'esperienza immediata da cui deriva. Anche il linguaggio non può riferire il "dato" in maniera neutrale ed obiettiva in quanto utilizza un linguaggio appreso per descrivere il mondo degli uomini conosciuto in anticipo. Mondo predefinito da certe operazioni logico-linguistiche e metodologiche che sono sempre degli apriori. Inoltre l'infrastruttura linguistica utilizzata nel momento scientifico non è un qualcosa di diverso dalla società che l'ha prodotta, e come tale contiene una motivazione ed un orientamento all'azione conoscitiva che è di per sé un valore.

Ora è certo che nel campo degli studi sulla personalità, quanto più gli psicologi diventano abili nel classificare i tratti, gli atteggiamenti, le motivazioni, le azioni ecc.., congelandoli entro espressioni presunte obiettive, tanto meno SVILUPPANO LA LORO COSCIENZA CRITICA verso la natura e la funzione di un dato sapere e quindi intorno ad una effettiva consapevolezza dei bisogni degli uomini; da cui la loro inserzione nel mondo non come agenti dell'emancipazione, ma come scienziati burocrati, che convalidano un certo modo sociale ed istituzionale di definire e concepire l'individuo, prestabilendo quindi, secondo una ideologia dello statu-quo, il suo modo di essere nel mondo. Le teorizzazioni sulla personalità, lungi dall'essere avalutative hanno finito sempre per radicare nella psicologia l'egemonia di un dato modo di considerare la realtà psicologica dell'individuo.

Cioè impedendo di leggere e capire le azioni, le motivazioni, le idee, i sentimenti dell'uomo in relazione ad una interazione sociale storicamente e politicamente agente sulla personalità, negando quindi la possibilità di riconoscere nella dinamica psichica e comportamentale dell'individuo l'influenza del dato organizzativo della società, ma spiegandola secondo leggi "naturali" di funzionamento. La consapevolezza critica che qualsiasi riflessione scientifica centrata sull'uomo, in effetti, trascina dei valori amalgamandoli come fatti con l'atto conoscitivo, deve essere particolarmente presente nello scienziato sociale.

Soltanto una tale consapevolezza è garanzia per una psicologia che non voglia rimanere prigioniera della razionalità dei propri strumenti. Contemplazione sacrale della scientificità, nella presunzione che la razionalità del mezzo contenga la capacità di sapere indicare dei fini. La maggioranza degli uomini si attacca all'illusione che la conoscenza debba fornire anche le norme per l'azione, e trasferisce quindi la dignità della conoscenza stessa, come se gli scopi dell'etica o della pedagogia si potessero dimostrare "giusti" per il fatto che, per realizzarli, ci si lascia guidare da conoscenze "giuste".
Ad un tale rischio sembrano oggi essere esposte le scienze sociali, in quanto tecnologie in voga per l'amministrazione degli uomini e mezzi di razionalizzazione del controllo sociale. Finiti i tempi in cui psicologi, sociologi, psichiatri, antropologi, potevano non porsi con immediatezza tali problemi e responsabilità dietro l'alibi di una scienza che come sosteneva Peirce, era etica di per sè. Anche per gli scienziati sociali, alla stregua di quelli fisici, è giunto il momento di interrogarsi ed assumersi la responsabilità ed il peso del tempo storico che contribuiscono a costruire.
Se è vero che non ci può essere scienza senza uomini e fuori dalla storia, a maggior ragione non ci può essere una psicologia (che è scienza DI e PER gli uomini) avulsa dalla loro concreta realtà.
Una psicologia della personalità in senso naturalistico (biotipologica, istintualista, behaviorista, organicista, psicometrica, ecc..) anzichè ermeneutica e critico-dialettica, suona come l'affermazione di un uomo astratto, meccanico, isolato, senza legami con la società e senza responsabilità verso di essa. Cioè l'affermazione di un mondo senza uomini.
Il ruolo di una siffatta psicologia è quello di partecipare al calcolo delle strutture di una realtà, che la scienza e la tecnica hanno preparato a somiglianza delle ideologie tendenti a legittimare le nuove forme di potere e di controllo.
Scopo di una PSICOLOGIA CRITICA è invece l'emancipazione sociale, ovvero la liberazione del soggetto dalla realtà diventata potenza subordinata al calcolo. Non confondere quindi l'uomo che emerge da questa realtà come l'unica e naturale manifestazione umana, anche perché lo strumento teorico e metodologico utilizzato dallo psicologo può far parte di questa realtà e svolgervi un lavoro (inconsapevole) di legittimazione e conferma.
Il postulato valoriale di una scienza dell'uomo è che essa si configuri, a priori, come uno strumento critico contro l'ordine apparente del sapere, cosicché la psicologia possa disporsi verso il suo antico oggetto, finalmente divenuto soggetto, partendo da un interesse gnoseologico di emancipazione.
Fare della teoria scientifica in senso critico, comporta sempre un chiarimento preliminare capace di suggerire il senso ed il perché di una tale attività. Perciò teorizzare in tale modo implica per lo psicologo un atteggiamento critico che, unito a quello conoscitivo, sia in grado di esprimersi a favore e nell'interesse della gente. Persone quindi viste non come astratte portatrici di una natura umana, ma protagoniste di determinate vicende biografiche all'interno di una situazione storica e sociale.

Perciò maturazione di un conoscere che trovi la sua giusta validazione nel confronto con i bisogni che tale realtà manifesta.. Cioè in quello spazio rappresentato dal mondo interno ed esterno dell'uomo, la cui interazione problematica è il campo di indagine ed intervento dello psicologo. Spazio a cui compete testimoniare e verificare la bontà delle proposizioni adottate dallo psicologo, in relazione alla loro capacità di incidere sul sociale svelando la vera natura dei problemi. Ma questa sarebbe una pura enunciazione di principio se non si riconoscesse che l'atto di "capire scientificamente" dello psicologo è già prestabilito nel suo mandato sociale. Cioè in quel ruolo la cui sopravvivenza è resa possibile a patto che condivida la realtà che giustifica la sua IDENTITA' PROFESSIONALE.

In altre parole lo psicologo è nella condizione, per esempio, di non poter rinunciare a certi miti scientifici autolegittimanti il proprio ruolo, nel contesto di una società favorevole al concetto di "malattia mentale" o del "disadattamento" come giustificazione della diversità sociale. Lo psicologo, portatore di determinate convinzioni su cosa sia e come funzioni la personalità umana, se delegato istituzionalmente ad interpretare il "linguaggio della devianza", lo fa impossessandosi delle espressioni di tale personalità e le traduce secondo parametri di una conoscenza ideologica e non preventivamente sottoposta a verifica critica. Tipo di conoscenza che il più delle volte ha codificato risposte e definizioni atte a negare i bisogni e le contraddizioni di cui il soggetto è portatore. Bloccando così, anche a livello interpretativo, tutto il processo interpersonale ed esperienziale, deviando l’attenzione sulla psiche dell’individuo, sui suoi gesti, sui dati dei test, ecc.. Cosicché il linguaggio dello psicologo si viene a declinare come una conoscenza che ha sviluppato la propria teoria secondo le aspettative di chi detiene il potere, cioè entro una cornice ideologica alle cui richieste di razionalizzazione egli risponde. A maggior chiarimento si può dire che le operazioni ed i settori di conoscenza vengono predisposti già dalla domanda sociale, che indica allo psicologo certe strade d’accesso che finiscono per condurre a determinate spiegazioni anziché ad altre. Ciò con il risultato di svuotare il linguaggio dei bisogni di ogni contenuto contrario all’ordine esistente.

Per esempio gli psicologi che operano in istituzioni come la scuola sono chiamati ad intervenire ad un crocevia di situazioni in cui i problemi dei singoli ragazzi finiscono per rivelarsi prigionieri di quelli di natura ideologica, economica, culturale ecc.., all’interno di una particolare struttura, che è quella scolastica. Tali operatori si trovano quindi coinvolti nella gestione di spazi che non riconoscono ed alla cui trattazione possono sentirsi estranei. Ma la constatazione è di essere dei tecnici il cui profilo professionale è funzionale alle richieste dell’istituzione e di esercitare per essa un ruolo di legittimazione attestante la normalità delle sue richieste, rispetto ai comportamenti non conformi. Tale constatazione è un momento di crisi. Presa di coscienza che porta lo psicologo a scoprire che il giudizio emesso sulla personalità del ragazzo, non solo viene richiesto all’interno di una cornice normativa prestabilita, ma obbliga l’operatore a condividere la bontà di tale richiesta partecipando, per il solo fatto di esistere come ruolo, ad obiettivare la realtà del ragazzo diverso, secondo una prassi che corrisponde a esigenze stigmatizzanti collegate con il venir meno di un adattamento scolastico. Cioè di una norma istituzionale per eccellenza.

La prassi dello psicologo nei suoi rapporti con gli uomini è sempre sostenuta, non solo da una o più teorie sulla personalità, ma anche dal suo ruolo e dalle attese pubbliche connesse con tale ruolo. Lo psicologo criticamente orientato deve quindi essere consapevole che la persona che gli sta davanti non può testimoniargli se stessa e la sua realtà, se non per quella parte consentitagli dallo schema teorico impiegato e dalla reciproca collocazione istituzionale o di ruolo. Ecco qui che si delinea il fatto che qualsiasi riflessione sulla personalità non si esaurisce in un atto meramente teorico e tecnico al riparo di una presunta neutralità, ma si estende alle implicazioni sociologiche dell’azione conoscitiva, che in primo luogo è una azione di potere, ideologicamente orientata. Ciò perché la prassi dello psicologo acquista significato negativo o positivo solo in riferimento all’interesse che esso tutela.

La conoscenza intorno alla personalità come dato ideologico, scientificizzato per tramite dello psicologo, dello psichiatra, del pedagogista, ecc.. può diventare un mezzo di indottrinamento, controllo e manipolazione attraverso tre tendenze negative che caratterizzano l’intervento e la funzione sociale di questi operatori, cioè: 1. trasformazione dei problemi sociali, dalla loro natura economica e politica, in problemi di soluzioni tecniche o professionali; 2. indicazione di un’etica la cui saggezza, normalità ed equilibrio viene a coincidere scientificamente con le prescrizioni psicologiche. Tutto ciò in vista di una integrazione ottimale, che spalanca all’immagine di un sempre più vasto numero di persone, consensualizzate fin nelle sfumature emotive, alle condizioni oggettive dell’organizzazione predominante. 3. imperativo della salute e della normalità che attraverso la teorizzazione della personalità matura ed integrata acquista una sacralizzazione ed un valore feticistico, divenendo così un fattore di ricatto da cui non è possibile sottrarsi in quanto interiorizzato come prerequisito di efficienza e capacità produttiva. Mito della normalità che sempre di più permea la condizione dell’uomo occidentale, al quale sembra non venir più consentita la possibilità di avere fantasie e razioni difformi da quelle utilizzabili nella catena di riproduzione della macchina sociale. E ove le abbia, quale conseguenza delle contraddizioni sociali, sia costretto a sperimentarle come colpa privata.

Queste osservazioni suggeriscono una serie di considerazioni riguardo ad ogni elaborazione teorica che deve trovare una sua giustificazione preventiva nella prassi, cioè: orientamento nello studio della personalità come fatto sociale, ovvero secondo le esigenze emergenti dalla problematica reale in maniera che lo psicologo possa porsi di fronte al suo vero committente, cioè la situazione di disagio dell’uomo sociale, a cui offrire non solo delle soluzioni individuali, ma svelando le linee di un’azione sociale e politica. Ciò con la piena consapevolezza che l’origine collettiva, storica, economica, ecc.., di tale disagio non deve avallare piatti determinismi, facendoci quindi dimenticare l’unicità e la irripetibilità dell’esperienza individuale, cioè di quella soggettività che deve essere difesa da ogni manipolazione conformistico-maggioritaria;orientamento della ricerca-intervento dello psicologo nella esplorazione delle alternative per uno sviluppo della personalità dell’uomo, passando attraverso l’esame e la trasformazione delle sue matrici ambientali, senza peraltro prefigurare aprioristicamente come modelli ideali e quindi come nuovi strumenti conoscitivamente coercitivi.

Da cui un atteggiamento costantemente critico e diffidente verso le operazioni di “ingegneria sociale” che, in omaggio alla scienza psicologica, vogliono tradursi in progetti pedagogici di massa. Orientamento a favore di una conoscenza dell’uomo che abbia una funzione innovativa e non di controllo; che si ponga criticamente verso qualsiasi chiusura del discorso fatta da teorie che manifestino la funzione latente di conservare la condizione umana esistente, congelandola nel proprio schema spiegativo. Ciò tenuto conto che quanto più un soggetto sociale è interessato a generare profonde trasformazioni nel tessuto della società, tanto più necessaria diventa l’assunzione di un punto di vista critico e fondamento dell’analisi che esso esprime, mentre, al contrario, quanto più un soggetto sociale è interessato a non modificare la realtà, tanto più la sua analisi sarà “neutrale”, o al limite “apologetica”

- Cosa sta cambiando nella modo di svolgere la professione?

La preparazione sempre è più scadente.  L’Università ha poco chiaro il fatto che le competenze necessarie allo psicologo non sono più quelle che si sono coagulate in società più stabili e meno “liquide”, per dirla alla Zygmunt Bauman. Abbiamo infatti bisogno, oggi, di conoscenze che siano soprattutto antropologiche, sociali,  storiche, ermeneutiche e semeiotiche. Vorrei citare un pensiero molto suggestivo della Prof.ssa Maria Armezzani dell’Università di Padova: "Invece che solidificare le proprie conoscenze teoriche e tecniche, il clinico dovrebbe esercitarsi a continue dislocazioni prospettiche. E può farlo solo se è consapevole, autoriflessivamente, del proprio sistema di costruzioni personali e professionali, solo se può vedere la sua posizione di osservatore mentre accosta la multiformità delle teorie e delle esperienze. Non si tratta, quindi, solo di avere quella generica capacità di ascolto richiesta oramai da tutti i modelli clinici, ma di sviluppare una specifica abilità professionale che consiste, più che nell’uso di ciò che si sa, nell’uso di ciò che si è. In questo senso, si può dire che la formazione è una “messa in forma” professionale di un atteggiamento conoscitivo e relazionale che richiede una continua trasformazione personale. Non si può aiutare l’altro a riconoscere il proprio “stile” se non si possiede, in prima persona, uno stile di cui si è consapevoli. Non si può aiutare l’altro a pensare le possibilità se non si è, in prima persona, pensatori del possibile”.

- Quali bisogni vedi nelle persone che incontri come psicologo, e come sono cambiati in questi anni?

Beh, è una domanda assai ampia. Semplificando al massimo posso tranquillamente sostenere che le problematiche che incontro nel mio lavoro di psicoterapeuta si sono modificate in coerenza ad una aumentata complessità delle nostre società divenute sempre più multiculturali e multietniche e dalla perdita di riferimenti delle medesime.

- Ognuno ha dei punti di riferimento. Quali sono i tuoi a livello professionale?

A me non piace nessun modello psicoterapeutico che sia direttivo, ossia che abbia nelle sue regole di "setting" un modo di costruire la relazione con la persona gerarchico, autoritario e di potere (fosse anche quello del sapere). Per molto tempo, ho ritenuto che il termine psicoterapia fosse un ossimoro professionale, in quanto "cura" della psiche, che in sostanza è una costruzione sociale e personale di ciò che riteniamo essere la Mente. Attualmente, non ritengo più la pratica della psicoterapia una delle tante antinomie presenti nelle scienze psicologiche, al contrario ritengo che l'unico senso che possa in un certo qual modo avere la psicoterapia, riguardi l'intervento sui processi di alienazione che caratterizzano il nostro tempo, le nostre società e la nostra cultura, interiorizzati in modo assolutamente personale da ciascun individuo ( nessuno escluso). La psicoterapia altro scopo non può avere se non quello di restituire alla persona l'esclusiva proprietà di se stessa. Citando Max Stirner: "Solo quando sono sicuro di me e non vado più in cerca di me stesso, sono veramente mia proprietà: io ho me stesso, per questo faccio uso e godo di me. Io non posso mai rallegrarmi di me, invece, finché penso che devo ancora trovare il mio vero io e che chi vive in me non sono io, ma è [...] cioè qualche fantasma. (da L'unico e la sua proprietà)"

- Mi dici un libro che si dovrebbe assolutamente leggere?

Vorrei proporre una riflessione su un tema che parte dal titolo di un bellissimo libro di Sheldon Kopp, uno psicoterapeuta americano scomparso nel 1999 e che ci ha lasciato in eredità questo testo che trovo ancor oggi, quando lo riprendo in mano, pieno di stimoli attualissimi.

"Se incontri il Buddha per la strada uccidilo", ci fa entrare in quello strano paradosso per cui da un lato cerchiamo in un'autorità esterna (lo psicoterapeuta, il guru, il filosofo, ecc.) la via d'uscita ai nostri disagi esistenziali e alla nostra ricerca di senso nella vita; dall'altro prima o poi siamo costretti a prendere atto che quella via d'uscita non la conosce nessuno al di fuori di noi, di conseguenza la soluzione sta nel riconoscere che l'autorità che stiamo cercando siamo noi stessi.
Allora, dirà qualcuno, è inutile cercare consiglio o affidarsi all'aiuto di questi personaggi, più o meno carismatici, che sembrano star lì apposta per indicarci la via?
E' un po' come per il cammino dell'individuo dall'infanzia alla maturità. Le persone adulte più autonome e indipendenti (non nel senso che non hanno bisogno di nessuno, ma nel senso che sanno stare in piedi sulle proprie gambe) in genere sono quelle che hanno potuto godere di un'infanzia nella quale hanno sperimentato la totale dipendenza, almeno nei primi anni, dalle loro figure genitoriali o di qualche adulto significativo. Chi non ha fatto questa esperienza (perchè cresciuto nella trascuratezza o nell'assenza di punti di riferimento) certo è cresciuto lo stesso, anzi avrà forse imparato a cavarsela da solo, ma il suo bisogno di dipendenza sarà probabilmente soltanto rimosso, inibito, colpevolizzato. Vivrà quindi la sua (preziosissima) pseudo-autonomia come il suo unico schema relazionale possibile, in quanto l'accesso alla dipendenza gli resterà precluso o comunque molto problematico perché carico di angosce abbandoniche e persecutorie).
Voglio dire, in altri termini, che nessuno penserà mai che si possa diventare indipendenti senza essere stati "dipendenti" da qualcuno che ci ha aiutato a crescere. Allo stesso modo non penso che sia inutile l'aiuto che a volte chiediamo ai personaggi (più o meno autorevoli) che ho citato prima. Ritengo che ciò che conta sia l'atteggiamento di fondo che ci deve guidare: non saranno, cioè, i nostri guru o psicoterapeuti o filosofi (cosi come non lo sono stati i nostri genitori) a darci la libertà o a svelarci il segreto della felicità. Come i nostri genitori, essi (se svolgono con correttezza e competenza il loro compito) ci possono aiutare a ri-scoprire dentro di noi gli strumenti che ci potranno permettere di trovare da soli la nostra strada. E sebbene all'inizio della relazione che instauriamo con questi personaggi sia forse inevitabile un po' d'idealizzazione, per poterci fidare e riporre in loro qualche ottimistica aspettativa di cambiamento, anche il ricordare ogni tanto che "l'unico Buddha sta dentro di noi" ci potrà aiutare ad assumerci la nostra parte di responsabilità nel cammino alla ricerca del "nostro" senso della vita.
Ma questo è solo ciò che pensa il sottoscritto. Mi sembra comunque un tema attualissimo, visti i tempi che viviamo, in cui dilaga ogni genere di populismo, facendoci pensare a quanto sia profondo e diffuso, tra la gente, il bisogno di credere in qualcuno cui affidare (anche troppo ciecamente...) il proprio destino e persino la responsabilità di pensare con la propria testa e decidere per la propria vita. Qualcuno che indichi la via e proponga la ricetta della felicità, magari attraverso promesse a buon mercato come l'abolizione di qualche tassa, o attraverso la negazione della stessa realtà, quando questa diventa scomoda da spiegare a causa dei problemi e delle difficoltà dell'esistenza, e smentisce proprio quelle stesse promesse di felicità senza le quali sembra difficile dare un senso al vivere...

Stephen J. Gould, biologo e storico della scienza, ha scritto: “La Vita non ha Senso. A noi il compito di dargliene uno”. Mi sembra che questa affermazione riassuma molto bene buona parte del pensiero di Kopp.

Qui sotto riporto "l'elenco della biancheria", come lo definiva lo stesso S. Kopp alla fine del suo libro. Mi sembra un prezioso elenco di "perle" su cui vale la pena, ogni tanto, soffermarsi a meditare un po'...

1) E’ tutto qui
2) Non ci sono significati reconditi
3) Non puoi arrivarci da qui, e inoltre non c’è alcun altro posto dove andare
4) Siamo tutti già moribondi, e saremo morti per molto tempo
5) Nulla dura per sempre
6) Non c’è alcun modo per ottenere tutto ciò che si vuole
7) Non puoi aver nulla a meno che non lasci la presa
8) Puoi conservare soltanto ciò che dai via
9) Non c’è alcuna ragione particolare per cui non hai ricevuto alcune cose
10) Il mondo non è necessariamente giusto. L’essere buoni spesso non viene ricompensato e non c’è alcuna ricompensa per la sventura
11) Nondimeno hai la responsabilità di fare del tuo meglio
12) E’ un universo casuale a cui non apportiamo significato
13) In realtà non controlli nulla
14) Non puoi costringere nessuno ad amarti
15) Nessuno è più forte o più debole di te
16) Tutti sono, a modo proprio, vulnerabili
17) Non ci sono grandi uomini
18) Se hai un eroe, dagli un altro sguardo: in qualche modo hai diminuito te stesso
19) Tutti mentono, ingannano, fingono (sì anche tu, e certamente io).
20) Tutto il male costituisce una vitalità potenziale bisognosca di trasformazione
21) Ogni parte di te ha il suo valore, se solo l’accetti
22) Il progresso è un’illusione
23) Il male può essere spostato ma mai cancellato, dal momento che tutte le soluzioni generano nuovi problemi
24) Tuttavia è necessario continuare a lottare verso una soluzione
25) L’infanzia è un incubo
26) Ma è così difficile essere un adulto indipendente, autosufficiente, consapevole di dover badare a se stesso perché non c’è nessun altro a farlo
27) Ciascuno di noi è in definitiva solo
28) Le cose più importanti, ciascun uomo deve farle da sé
29) L’amore non basta. ma certamente aiuta
30) Abbiamo soltanto noi stessi, e la fratellanza che ci unisce gli uni agli altri
31) Che strano che tanto spesso, tutto sembri valer la pena
32) Dobbiamo vivere nell’ambiguità di una libertà parziale, di un potere parziale e di una conoscenza parziale
33) Tutte le decisioni importanti devono essere prese sulla base di dati insufficienti
34) Tuttavia siamo tutti responsabili dei nostri atti
35) Nessuna scusa sarà accettata
36) Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti
37) E’ importantissimo trovarsi senza più capri espiatori
38) Dobbiamo imparare la forza di vivere con la nostra impotenza
39) L’unica vittoria importante sta nell’arrendersi a se stessi
40) Tutte le battaglie significative vengono combattute all’interno del sé
41) Sei libero di fare qualunque cosa vuoi. Devi soltanto affrontarne le conseguenze
42) Cosa sai… con sicurezza… ad ogni modo?
43) Impara a perdonare te stesso, più e più e più e più volte…

Marco Inghilleri Bio - http://www.interattivamente.org/

Sono psicologo, psicoterapeuta sessuologo . Mi sono laureato presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Padova e iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto con il n. 3973.

Attualmente sono il direttore di InterattivaMente: Centro di Psicologia giuridica - Sessuologia clinica - Psicoterapia di Padova, fondato con altri Colleghi con lo scopo di approfondire lo studio  dell' efficacia dei modelli psicoterapeutici più recenti (interazionismo simbolico, costruzionismo sociale, narrativismo, costruttivismo, approccio strategico-breve), integrandoli, là dove possibile e richiesto, con quelli della clinica più tradizionale.

Opero prevalentemente in ambito psicoterapeutico, in qualità di libero professionista. Mi occupo del trattamento di problemi quali: ansia, fobie, attacchi di panico, depressione, disturbi ossessivo-compulsivi, disagio esistenziale, disturbi psicosomatici e dismorfobia.

Le ulteriori aree di consulenza e trattamento riguardano le problematiche della sessualità e dei disturbi sessuali (quali ad esempio la disfunzione erettile, i disturbi del desiderio, l'anorgasmia, il vaginismo, la dispareunia, la dipendenza sessuale e le sessualità atipiche) e le problematiche  della vita di coppia, della vita affettiva e relazionale.

Da molti anni mi interesso di problemi riguardanti l’orientamento sessuale, l’omofobia internalizzata e l’identità di genere (transessualità), sia come psicoterapeuta, sia collaborando con la facoltà di sociologia dell'Università degli Studi Milano-Bicocca.

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