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Alessandro Lombardo

Dialoghi. Lo psicologo di domani. Luca Pezzullo

Di certo, ragionare con Luca su temi di vision viene semplice. Insieme abbiamo lavorato in Enpap proprio ad un gruppo di lavoro con questi obiettivi di analisi degli scenari. Poi, facciamo parte entrambi di Altrapsicologia che - questioni politico professionali a parte -  è forse l'unico contenitore professionale che si pone il tema dello sviluppo, dell'innovazione sia degli apparati istituzionali sia della professione in sé.

Ecco perché viene semplice parlare con Luca di questi temi, ed ecco a voi il nostro dialogo.

 

- Luca, dal tuo osservatorio, come immagini lo psicologo di domani?

Alessandro, non lo possiamo del tutto immaginare ☺Fra venti anni, il lavoro che noi facciamo sarà molto diverso, in un contesto socioculturale, tecnologico, demografico ed economico molto diverso.

Le professioni intellettuali stanno attraversano un periodo di medio livello di “turmoil”, rispetto a cui nessuno sa con certezza che esiti emergeranno. Società di consulenza internazionale, futurologi, analisti se lo chiedono da anni, senza essere in grado di produrre una rappresentazione adeguata.

Ci sarà da tenere le cinture allacciate, essere aperti e proattivi, e disponibili a sentirci sempre fuori dalla comfort zone delle prassi professionali, che evolveranno molto rapidamente, interdisciplinariamente, operativamente.

Lo Psicologo dovrà tornare alla sua vocazione e sfida di fondo: di interprete e costruttore di senso rispetto alla complessità, ma ci aspetta una complessità che adesso non si può neanche immaginare….


- Cosa sta cambiando nel modo di svolgere la professione e cosa ancora dovrà cambiare?

Lavoreremo molto di più con e tramite le nuove tecnologie; lavoreremo in reti e team, intraprofessionali ed interprofessionali (i problemi sono quasi sempre interdisciplinari, non solo psicologici). Dovremo imparare a fare molta progettazione finanziata, a conoscere il diritto e l’economia.

Dovremo uscire dai setting classici, pensando bene a cosa facciamo (per evitare “agiti professionali”), ma al contempo affrontando con entusiasmo il cambiamento.

Dovremo “uccidere il Buddha” di molti modelli della psicologia classica, utili, ma non più adattabili al contesto che cambia; ovviamente da posizione critica ed adulta, e non di sterile adolescenzialismo oppositivo e confuso.

Dovremo anche fare una riflessione su quanti siamo: 120.000 psicologi da qui a pochi anni non potranno fare gli psicologi tutti e 120.000. Ed allora si dovrà passare dal paradigma identitario dell’”Essere Psicologo che fa cose da Psicologo per affermare un’identità da Psicologo”, al “Fare Psicologia, come esperto di processi psicologici adattati in contesti professionali diversificati, anche con nomi diversi”: sembrano simili, ma sono due cose piuttosto diverse. E non sarà facile, perché “Essere Psicologo” è un spesso un bisogno intrinseco, non sempre ben elaborato, di chi sceglie troppo idealisticamente questo lungo percorso.


- Quali bisogni vedi nelle persone che incontri come psicologo, e come sono cambiati in questi anni?
Ricordo quando ho iniziato a studiare, più di venti anni fa. Sembrava tutto molto semplice: persone con bisogni categorizzabili in ambiti psicopatologici classici, tipologie di intervento, contesti sociali molto stabili e prevedibili. E’ cambiato il mondo: da un punto di vista di dinamiche sociali, economiche, tecnologiche. E questo non può non riflettersi ampiamente.

Constant not-preventivable Change is the New Black”: non è retorica, è davvero il new standard. Il problema è che noi, come psicologi, siamo spesso terribilmente conservatori: cerchiamo di applicare le nostre categorie (nate da fenomeni vecchi e diversi) ai fenomeni nuovi, e crediamo che se non si riesce a fare un buon “match” allora il problema è dei fenomeni, non delle nostre categorie. Come dire: “se tra la realtà e la mia teoria personale vi è differenza, cavoli della realtà!”

Così, non si va da nessuna parte: il ritmo dell’evoluzione dei bisogni e delle “domande” che ci arriveranno dal contesto sociale e culturale sarà estremamente rapido, ma noi abbiamo al momento una possibilità/capacità di anticiparlo al massimo in un orizzonte di 5-10 anni. Chi, dieci anni fa, avrebbe pensato all’impatto dei social nella nostra quotidianità? Chi avrebbe pensato alle complesse dinamiche relazionali da “WhatsUp” e sul loro impatto sulle persone, le coppie, i gruppi di lavoro? Chi avrebbe concettualizzato il cyberbullismo nei preadolescenti, o tutti i fenomeni che li accompagnano a ritmo frenetico? Chi avrebbe pensato alle implicazioni della Crisi del 2008 sulla domanda ed offerta di servizi di welfare, all’impatto dell’Austerity, etc.?

Come affronteremo, professionalmente, i grandi cicli migratori di durata pluridecennale? Come affronteremo, e cosa implicherà per noi, la profonda trasformazione socioeconomica, demografica e relazionale della “Piramide dell’Invecchiamento” nella popolazione? Come gestiremo, come categoria, le macroevoluzioni dei sistemi di Welfare sociosanitario nel mondo nei prossimi decenni, e del loro impatto presumibilmente negativo su centinaia di milioni di persone (psicologi compresi)?

Ecco, sono tutti temi magmatici – interni ed esterni all’attività professionale - su cui gli psicologi si devono e dovranno confrontare quotidianamente sempre più nelle proprie prassi; ma spesso non hanno alcuna categoria di pensiero aggiornata per farlo, o peggio ancora ne sottovalutano la necessità, convinti che il pensiero psicologico del secolo scorso è quasi tutto quello che serve per affrontare il prossimo. It’s a recipe for disaster.

Questo sarà IL grosso problema nei prossimi decenni: o impariamo a muoverci “mentalizzanti ma veloci”, o non avremo più categorie concettuali ed operative adeguate per rispondere ai bisogni – spesso gravi e imprevedibili – che emergeranno in continuazione.

Lo psicologo per definizione si dovrà proporre come elaboratore di complessità, filtrando la complessità ed aiutando le persone a “groundizzarsi” in un contesto di cambiamento costante; il problema è che, per navigare questo mare profondo, non bisogna aver “mal di mare” noi per primi, ed anzi amare il cambiamento (…. lo so, tutti dicono di amarlo a parole: ma poi, sono spesso più conservatori e rigidi di un nonno novantenne che racconta dei suoi “bei tempi col telegrafo e il grammofono”…).


- Ognuno ha dei punti di riferimento. Quali sono i tuoi a livello professionale?

Sono partito da Jung, che trovo ancora una chiave di lettura potente della complessità delle processualità psichiche, individuali e collettive.

Sono passato poi al Costruttivismo Kellyano (PCP), una “teoria senza contenuti” che è facilmente adattabile per leggere processi psicologici in contesti molto diversi.

Ed a quel punto ho iniziato ad inserire nel percorso tutto ciò che psicologico (apparentemente) non è: tanta economia, geografia, diritto, matematica…. E’ il “non psicologico” che permette di contestualizzare l’azione psicologica.

Io poi mi occupo in particolare di psicologia dell’emergenza, un settore che è strutturalmente all’intersezione (tecnica, e di pensiero) di temi che vanno dalla geologia all’economia, dalla psicopatologia alla sociologia di comunità, dall’uso dei social media al diritto amministrativo: per lavorarci “essere interdisciplinari” non è un “di più”, è proprio la base.

Più in generale, iniziamo a orientarci nella nostra professione più “per problemi operativi” e non solo “per rigide discipline accademiche”: dobbiamo integrare le diverse competenze che servono per affrontare in maniera trasversale i problemi concreti e complessi; non possiamo essere solo “specialisti disciplinari” chiusi nel nostro “silos verticale”, spesso autoreferenziale.

I problemi sono per definizione interdisciplinari, sempre nella “terra di nessuno” al confine tra discipline diverse; e richiedono quindi tale approccio e tale “mindset” trasversale per essere correttamente compresi ed affrontati.


- Mi dici un libro che si dovrebbe assolutamente leggere?

E come faccio? Te ne devo indicare troppi! E il problema te lo ribalto: quale libro dobbiamo assolutamente scrivere, come psicologi?

La nostra generatività, come categoria professionale, sarà quello che eventualmente ci salverà e permetterà di adattarci all’evoluzione rapidissima di bisogni, setting, contesti.

E quindi dobbiamo generare ed essere promotori di pensiero nuovo, non solo usufruitori! Ma ovviamente le generatività si basa sul conoscere molto bene le proprie basi, i “fondamentali”.

Quindi ti direi, tra i libri che più mi hanno “colpito” per capacità di generare nuove domande e nuove idee in campi diversi (più che di darmi risposte certe):

  • Il Dono della Terapia”, di Irvin Yalom: la migliore riflessione su cosa significa fare clinica, ed essere clinici.
  • La Ricerca del Significato”, di Jerome Bruner: un classico sulla storia del cognitivismo, ma più che altro un accorato appello sulla centralità che deve avere la dimensione “semantica” nella Psicologia.
  • Business Model Canvas”: il testo che ha provocato un “terremoto” mondiale nel ripensare la logica del marketing professionale e del personal business modeling: ovvero, come realizzare nella pratica quello che è il nostro interesse professionale, in maniera semplice ma mai semplicistica.
  • Guida galattica per gli autostoppisti”, di Douglas Adams: per capire che quello che ci rende speciali sono le buone domande, non le risposte…

 

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole.

Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management.

Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino

Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti.

Da Febbraio 2014 sono Presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all’interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Alessandro Lombardo

Dialoghi. Isabel Fernandez, EMDR, Traumi Infantili e Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC)

Dieci dialoghi sull'utilizzo dei test della pratica clinica dello psicologo. Una serie di incontri che, grazie alla collaborazione con Hogrefe, ci permetterà di parlare e approfondire l’utilizzo  di test e di strumenti di misurazione utilizzati nelle nostre prassi professionali. Saranno dieci dialoghi su dieci ambiti differenti, avremo quindi la possibilità di porre lo sguardo su una molteplicità di contesti professionali molto amplio.

Iniziamo questi  Dialoghi insieme ad Isabel Fernandez.  

Dialoghi. Isabel Fernandez, EMDR, Traumi Infantili e Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC)

Isabel, vorrei partire in questo nostro dialogo dal tempo che ci circonda, dagli episodi come l’attacco terroristico di Barcellona. Questa sembra essere davvero e purtroppo una peculiarità del vivere nel nostro tempo, e questi eventi, dall’11 settembre in poi, sembrano ormai segnare il nostro quotidiano. Questi eventi sono di certo a forte valenza traumatica. Cosa significa quindi vivere immersi in questo clima?

Bambini e adulti vengono a conoscenza dei contenuti traumatici e visualizzano le immagini-shock, attraverso i media, in una situazione di esposizione passiva, che genera in loro un grande senso di impotenza. Assistendo a questi avvenimenti, che irrompono nella routine quotidiana e che colgono impreparati, si perde quel senso di sicurezza legato alla prevedibilità degli eventi e si modifica la rappresentazione di sé e del mondo. L’esposizione a questi attentati ripetuti nel tempo genera un senso di allarme, poiché attiva le parti emotive del cervello, responsabili delle reazioni primitive di difesa di fronte alla minaccia di vita (attacco, fuga o immobilizzazione).


 

Chi viene esposto ad eventi così traumatici quando può davvero riuscire a ricucire lo strappo che un trauma del genere crea, specie nei casi di minori o bambini?

Intanto la sicurezza del bambino dipende quasi esclusivamente dalle reazioni degli adulti di riferimento. I bambini, quando si sentono in pericolo, ricorrono alle figure di riferimento per ottenere rassicurazione. Spesso gli adulti, nel tentativo di proteggere il bambino, lo tengono all’oscuro dei fatti e tendono a normalizzare e banalizzare quello che accade. Dare informazioni realistiche e semplici, coerenti con l’età del bambino, è un ottimo modo per facilitare la comunicazione, permettere al bambino di fare domande e comprendere le reazioni di paura. Se i bambini sono poi esposti direttamente ad esperienze critiche è utile normalizzare le reazioni nella fase acuta e trattare precocemente il bambino per prevenire il disturbo post-traumatico. I bambini possono superare molto bene qualsiasi trauma quando gli adulti, genitori, insegnanti e terapeuti, sanno cosa fare in ogni fase dopo un evento critico. L’associazione EMDR Italia è intervenuta gratuitamente in molte situazioni catastrofiche e la ricerca ha evidenziato che un intervento precoce ripara completamente le ferite dell’anima.

Da anni, l’EMDR Italia si occupa del trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici sia a esperienze più comuni che tuttavia possono risultare emotivamente stressanti. Quali possono essere gli esiti dell’esposizione ad eventi traumatici nello sviluppo cognitivo, psichico e affettivo di un bambino? Quando si può parlare a tutti gli effetti di Disturbo Post-Traumatico da Stress?

Se un bambino viene esposto a un singolo evento traumatico e non viene supportato, nell’elaborazione, dagli adulti di riferimento, può sviluppare il Disturbo Post-Traumatico da Stress. I sintomi post-traumatici nel bambino possono essere raggruppati in quattro categorie: sintomi intrusivi, evitamento, alterazioni negative di pensieri ed emozioni, iperarousal. I sintomi intrusivi riguardano la risperimentazione del trauma attraverso ricordi, sogni ricorrenti o flashback. Nei bambini, si evidenziano nel gioco ripetitivo o nel disegno, in cui ripropongono tematiche e informazioni annesse al trauma. L’evitamento si riferisce allo sforzo di non richiamare l’evento traumatico alla mente e di non frequentare luoghi o persone che lo ricordino. Le alterazioni negative di pensieri ed emozioni si riferiscono allo sviluppo di convinzioni negative su di sé, alla persistenza di emozioni negative, alla difficoltà di provare interesse per attività che in passato erano piacevoli, al distacco ed estraniamento. Nei bambini, possiamo osservare difficoltà a relazionarsi coi pari o scarso interesse per il gioco. L’iperarousal indica uno stato perenne di ipervigilanza, con reattività estrema a stimoli innocui e facile irritabilità e difficoltà di concentrazione. Nei bambini possiamo notare la comparsa di comportamenti iperattivi o di esplosioni di collera, calo nel rendimento scolastico, e negli adolescenti si possono verificare comportamenti a rischio e autodistruttivi. Nel bambino piccolo, inoltre, si possono verificare delle regressioni a tappe di sviluppo precedenti, cioè può tornare a succhiare il dito, può perdere il controllo degli sfinteri precedentemente acquisito, può presentare ansia e crisi di pianto al distacco dalle figure genitoriali, chiedere la presenza dell’adulto per addormentarsi, necessitare di essere imboccato per mangiare. Quando i traumi avvengono in un età precoce all’interno dell’ambiente familiare e sono ripetuti nel tempo, come nel caso di trascuratezza, abusi, maltrattamenti e violenza domestica, non si può parlare di PTSD, ma si parla di disturbo traumatico dello sviluppo, cioè l’impatto traumatico riguarda l’intero sviluppo cerebrale, con ripercussioni importanti a livello cognitivo, affettivo, relazionale e anche a livello fisico, dando luogo a vere e proprie patologie mediche, come hanno dimostrato gli studi condotti su vasta scala tra il 1995 e il 1998 da Vincent Felitti e collaboratori sugli eventi avversi infantili.

La durata nel tempo, l’intensità o la natura del trauma infantile hanno una ripercussione sulla sintomatologia mostrata dal bambino e sugli eventuali esiti di trattamento?

La probabilità di sviluppare una sintomatologia post-traumatica aumenta se i traumi sono ripetuti nel tempo, se l’esposizione al trauma è diretta o se c’è una stretta vicinanza fisica al luogo dell’evento o alle persone che stanno subendo un evento traumatico. Inoltre, i traumi che predispongono maggiormente allo sviluppo di PTSD nel bambino riguardano la morte o il rischio di morte, l’assistere alla violenza o all’abuso sessuale di un genitore. Come ho detto precedentemente, nel caso del disturbo traumatico dello sviluppo, i traumi sono ripetuti e spesso vengono perpetrati dalle stesse figure di accudimento, per cui tutto lo sviluppo del bambino ne risente e la durata del trattamento è più lunga. Gli esiti della terapia dipendono sempre anche dal coinvolgimento dei genitori nel trattamento con EMDR e dalla messa in sicurezza del bambino, in un ambiente in cui i suoi bisogni vengano soddisfatti.

Il trattamento del trauma infantile viene condotto individualmente con il bambino o necessita del supporto di eventuali figure adulte di riferimento?

Come dicevamo in precedenza, gli esiti delle esperienze traumatiche nei bambini dipendono fortemente dalle reazioni degli adulti di riferimento. Nella nostra esperienza gli interventi più efficaci sono stati quelli dove il trattamento con EMDR è stato promosso sia sui bambini che sui genitori. Il volto preoccupato di un genitore traumatizzato aumenta il rischio di traumatizzazione nel bambino. Quindi l’EMDR sarebbe molto più efficace se potesse essere esteso ai genitori. Non è però necessaria la presenza del genitore mentre il bambino viene trattato con EMDR ad eccezion fatta della fascia 0-3 anni, quando cioè il piccolo non ha una completa capacità di descrivere l’evento sia perché è in un’età preverbale ma anche perché spesso il ricordo è frammentato e non ordinato nella memoria episodica.

Come viene effettuato l’inquadramento diagnostico di un soggetto in età evolutiva che si suppone abbia sperimentato un trauma infantile? Si utilizzano test?

Per un corretto inquadramento diagnostico, sono necessari dei colloqui con i genitori o con gli adulti che si prendono cura del bambino e delle sedute di valutazione con il bambino stesso. Con i genitori si esplorano la sintomatologia attuale, insorta dopo l’evento traumatico più recente, e la possibile presenza di eventi traumatici pregressi che sono in qualche modo collegati. Si ripercorrono, inoltre, la storia di sviluppo del bambino, i cambiamenti di vita importanti avvenuti nella famiglia, la relazione col bambino, le maggiori difficoltà nel gestire i suoi comportamenti e la eventuale presenza di traumi nella famiglia allargata e nelle tre generazioni. La presenza di eventi traumatici familiari e trans-generazionali costituisce, infatti, fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di sintomi post-traumatici nel bambino, come ormai è dimostrato dalla ricerca scientifica. Le sedute con il bambino si svolgono utilizzando, oltre al dialogo, il gioco e il disegno, per poter comprendere i vissuti emotivi attraverso il canale espressivo, più agevole per il piccolo, rispetto al canale verbale. Nell’ambito dei primi incontri, sia ai genitori, che al bambino, posso essere somministrati dei test di valutazione.

Quanto, in questo caso, possono essere utili o attendibili i report compilati da genitori o caregiver?

Nella nostra esperienza i report non sono solo attendibili ma anche efficaci per misurare i risultati e confrontarli con le risposte pre-trattamento. Possono essere anche uno strumento utilissimo ad orientare l’osservazione del genitore che potrebbe minimizzare alcuni comportamenti del bambino e/o enfatizzarne altri. Invece, i questionari danno il giusto orientamento al genitore, aiutandolo a rendersi conto degli esiti di un’esperienza traumatica e contemporaneamente a riconoscere i risultati raggiunti dal proprio figlio dopo un intervento mirato sull’esperienza traumatica.

La Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC) è un questionario, compilato dai genitori, che consente di ottenere una valutazione approfondita della sintomatologia post-traumatica acuta e cronica manifestata dai bambini sino ai 12 anni. Perché ha scelto di inserire questo test nell’ambito del vostro protocollo diagnostico? Quali informazioni cliniche è possibile ricavare dalla somministrazione della TSCYC?

Questo questionario è stato inserito nel protocollo diagnostico per varie caratteristiche. Innanzitutto ha una sensibilità specifica per i sintomi del trauma e alle difficoltà relative a queste esperienze. Inoltre, è agevole, perché si può compilare in un breve tempo di circa 15-20 minuti, è standardizzato per tre diverse fasce d’età, e questo è importantissimo nell’età evolutiva, in cui si verificano grandi cambiamenti nel giro di pochi anni. È un questionario attendibile, poiché contiene tre scale di validità al suo interno e consente di valutare diverse categorie di sintomi: ansia, paure e senso di pericolo; vissuti depressivi; rabbia; evitamento ed iperarousal tipici del PTSD; sintomi dissociativi; preoccupazioni sessuali, utili in casi di sospetti abusi.

Può la TSCYC essere utilizzato in riferimento a bambini molto piccoli, a partire dai 3 anni di età. Esiste effettivamente una casistica di utilizzo così giovane? Si può lavorare sul trauma già in età prescolare?

L’EMDR è un metodo efficace per il trattamento di bambini anche molto piccoli utilizzando una stimolazione diversa da quella oculare poiché bambini molto piccoli (solitamente entro i 4/5 anni) non riescono a seguire i movimenti oculari. Mentre il genitore racconta l’evento traumatico, il terapeuta fa una stimolazione bilaterale sulle mani o i piedi del bimbo (taping). L’intervento precoce non solo previene il rischio di disturbi come il PTSD, il disturbo traumatico dello sviluppo, il disturbo reattivo dell’attaccamento e l’ADHD, ma è un fattore di protezione importante per una crescita sana sia dal punto di vista emotivo che cognitivo. Il trauma precoce infatti non dà esiti solo sulla psiche del bambino, ma ha un impatto importante sullo sviluppo del suo cervello. Esistono quindi casistiche di bambini trattati in questa fascia di età e la TSCYC è un ottimo strumento per bambini cosi piccoli

Le scale cliniche di cui la TSCYC si compone consentono di individuare spunti per la progettazione dell’intervento? Come vengono trattati i risultati delle due scale di validità previste dal test?

Sicuramente, i punteggi ottenuti nelle varie scale cliniche consentono di orientarsi rispetto all’area maggiormente compromessa dall’evento traumatico e quindi di indirizzare l’intervento terapeutico in maniera più mirata, ma soprattutto ci consente di cogliere il punto di vista del genitore sul disturbo del bambino e di capire quanto sia vicino o distante dall’idea del clinico e dall’idea che il bambino stesso ha del proprio disturbo. Attraverso le scale di validità, infatti, può emergere la tendenza del genitore a sottovalutare problemi del bambino, anche fisiologici, e quindi la sua tendenza a negare i bisogni del figlio o il suo bisogno di presentarlo come un bambino eccessivamente competente. Si può osservare, al contrario, la tendenza a riportare sintomi inusuali del bambino, derivante da uno stato mentale di estrema difficoltà del genitore o dalla necessità di rappresentare un bambino particolarmente disturbato e sintomatico.

Che accoglienza avete riscontrato da parte delle persone a cui viene richiesto di compilarlo?

Ottima accoglienza. Il questionario è semplice e comprensibile e gli adulti di riferimento del bambino sono disponibili a compilarlo.

Sappiamo che hai in progetto un libro con Hogrefe, che uscirà l’anno prossimo: puoi anticiparci di cosa tratterà?

Il libro sarà uno strumento utile per i terapeuti ma anche per i pazienti per comprendere quelli che sono i sintomi maggiormente correlati alle esperienze traumatiche. Sarà utile a tutti a capire come l’EMDR possa essere la risposta non solo per il PTSD ma per ogni sintomo del paziente. In linea con le recenti ricerche (ACE’s e studi su epigenetica), i sintomi del paziente sono sempre collegati ad esperienze non elaborate che si traducono in convinzioni negative su se stessi, emozioni disturbanti e sensazioni fisiche che rischiano di disorganizzare lo sviluppo e le relazioni con un impatto a medio e lungo termine.

Ecco un'ulteriore intervista in video:

IL TEST TSCYC

Dati il considerevole numero di bambini vittimizzati e i molti sintomi negativi associati a tale violenza nella nostra cultura, c’è un bisogno pressante di valutare i bambini per le difficoltà connesse al trauma.

Per saperne di più, clicca QUI

La TSCYC ha attendibilità e validità sufficienti per sostenerne il suo impiego come test clinico per i sintomi psicologici dei bambini traumatizzati. Può essere utilizzata nei casi in cui si abbia il sospetto che il bambino abbia subito un trauma o possa essere stato esposto a un evento traumatico, nonché in tutte quelle situazioni in cui i bambini sono esposti a condizioni ambientali di rischio.

Lʼesame dei punteggi delle singole scale della TSCYC evidenzia le aree specifiche nelle quali il bambino può manifestare la sintomatologia e tali informazioni possono essere particolarmente utili per la progettazione dell’intervento clinico.

Per saperne di più, clicca QUI

 
 
 
 
 
 
 
 

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Alessandro Lombardo

Design Thinking Lab | II Edizione | Torino – 18-19 novembre 2017

 Design Thinking Lab | II Edizione | Torino - 18-19 novembre 2017

Il Design Thinking Lab è un Laboratorio di training sulle metodologie Visual del Design Thinking.
Il Design Thinking si compone di un ambito davvero molto amplio di metoditecnichetools, con un’altrettanta amplia possibilità di utilizzo e di “messa a terra” nella pragmatica dei contesti che un professionista per lavoro frequenta.
Offre quindi una grande molteplicità di spunti e possibilità di utilizzo professionale. Dalla formazione alla gestione dei gruppi, dal coaching al counselling, dalla facilitazione all'insegnamento.

A CHI PUO' INTERESSARE IN DESIGN THINKING LAB?

Ai professionisti in genere, agli psicologi, ai formatori, agli educatori, ed a tutte quelle figure e professioni che hanno necessità di acquisire strumenti di lavoro in gruppo, o individuali.

Il Design Thinking Lab mette insieme varie attività, che hanno tutte l’obiettivo di mettere in grado di maneggiare al meglio le metodologie del DT.

GLI OBIETTIVI DEL DESIGN THINKING LAB

Ti riassumo gli obiettivi:

1 - Comprendere la logica che sta dietro ad ogni tools di Design Thinking (sono davvero tanti quelli che in questi anni ho raccolto, catalogato, e messo in pratica). Pur avendo, ciascun strumento, un suo elettivo ambito e modo di utilizzo, una volta che si è compresa la logica del Design Thinking stesso, diventa semplice approcciarsi ad ogni strumento di questo tipo, diventa semplice scomporli e ricomporli in modo che rispondano al meglio alle necessità del professionista, diventa semplice costruirsi i propri. Questo in sostanza è il vero obbiettivo di questo laboratorio: padroneggiare ed avere tutta la confidenza necessaria per orientarsi nel vasto mondo del DT

2 - Apprendere, utilizzandoli nel Lab, alcuni di questi strumenti per poterli poi saper utilizzare in autonomia secondo le proprie necessità

QUANDO

Sabato 18 novembre dalle 10 alle 17 

Domenica 19 novembre, dalle 10 alle 17 

COSA ACQUISTI CON IL DESIGN THINKING LAB

Il Design Thinking Lab, si compone di quindi di:

2 giorni di workshop full Immersion (14 ore in tutto) per un massimo di 20 iscritti per poter massimizzare l’apprendimento esponenziale e cooperativo.

- Materiale di lettura sul DT (una tesi di laurea che riassume un pò di storia, ed altro materiale specifico.

Ebook con 10 tools con spiegate passo passo le modalità di utilizzo (alcune di queste le utilizzeremo nel DTLab)

- Iscrizione ad un gruppo FB ad hoc dove vengono diffusi altri materiale sul DT e dove creare un’ulteriore ambiente di apprendimento e di legami professionali

1 ora di coaching individuale con me, di persona o tramite skype o telefono in caso di necessità di supporto per un proprio progetto.

COSTI

Il costo che ho previsto per l’intero pacchetto è di 418 euro (più dieci euro di piattaforma) per chi si iscrive entro il 22 settembre.

Attenzione, il prezzo è destinato a salire per chi si iscrive dopo tale data a 560 euro.

COME ISCRIVERTI

Paga direttamente nella piattaforma (SHOPIFY, piattaforma totalmente sicura per i pagamenti on line) e paga tramite paypall, Carta di Credito, o bonifico bancario.

Clicca qui sotto sul tasto verde.

TRAINER

Alessandro Lombardo, CEO Design Thinking Lab

www.alessandrolombardo.org

info@alessandrolombardo.org

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Alessandro Lombardo

Design Thinking Lab | 6-7 ottobre a Torino

Il Design Thinking Lab è un laboratorio esprenziale che svolgo a Torino per la prima volta sulle metodologie del Design Thinking.

Se svolgi una professione dove ti servono tecniche e tool per il lavoro in gruppo e individuale, se nella tua professione hai necessità di acquisire strumenti e tecniche per lo sviluppo di nuove idee, per migliorare il lavoro in gruppo, per generare maggior collaborazione, il Design Thinking Lab può darti molti spunti.

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