Connect with us

Alessandro Lombardo

Dialoghi: Massimo Giuliani, psicologo.

 
Massimo, come immagini lo psicologo di domani? 
 
Questa è una domanda cruciale. Capita spesso, fra colleghi - soprattutto quelli impegnati nella formazione - di dirci che la professione dello psicologo clinico - e ancora di più del terapeuta - come l’abbiamo conosciuta, va incontro a una trasformazione profonda.
 
Penso a esperienze come quella di Jaakko Seikkula, l’Open Dialogue, e immagino che sempre di più le quattro mura del clinico si apriranno per includere le reti sociali, i contesti di vita. Mi sembrano alternative credibili che la cura della parola può offrire rispetto alla psicofarmacologia, che domina l'intervento nelle psicosi. Idee come quella sperimentata in Finlandia mostrano come la psicologia ha la capacità di essere lì dove le ferite stanno per aprirsi, e sa riconoscerle prima che diventino difficili da curare, con grande sollievo per i feriti, per le loro famiglie e anche per l'economia.
 
E comunque, anche se restiamo dentro il setting del colloquio individuale, familiare o del piccolo gruppo, immagino uno psicologo che smonti il suo setting per ricostruirlo più allargato, o in modo meno rigido. Ho molti amici fra i colleghi che lavorano nel trauma e nelle catastrofi naturali, e so che c’è un sapere ormai consolidato e molto vivace su una psicologia fatta, come dire?, in mezzo al fango invece che nell’asetticità del setting tradizionale.
 
Insomma, immagino nel futuro una psicologia che sappia andare dove stanno le persone, oltre che chiamarle a casa propria.
 
E poi vedo in questo momento un grande sviluppo di modi alternativi e di tecniche che integrano la parola nella relazione d’aiuto. Tecniche corporee e non verbali. Immagino che la molteplicità delle scuole di pensiero lascerà il posto alla divaricazione fra un clinica ad approccio scientifico, oggettivo, strategico, e una più creativa e narrativa. Al di là delle differenze di scuola (e del fatto che la stessa scuola nella quale sono cresciuto si pose alle origini come alternativa alla psicoanalisi) vedo punti di incontro straordinari fra la sistemica e una certa psicoanalisi che evolve, come vedo una parentela anche epistemologica ed etica fra le terapie strategiche e quelle cognitivo comportamentali. Ecco, immagino differenziarsi sempre più una “famiglia" scientifico-pragmatica, per così dire, e una ermeneutico-narrativa. A me piace sentirmi parte di quest’ultima.

 
Di cosa dovrà occuparsi e quali competenze dovrà possedere?
Immagino che l’oggetto del suo lavoro non cambierà molto, anche se cambiano nel tempo i modi in cui la sofferenza si manifesta. Vediamo andare e venire a ondate sintomi nuovi, o sintomi antichi in nuove varianti.
Penso che sempre più lo psicologo dovrà avere uno sguardo attento e sensibile a quel che succede intorno. Oggi vediamo sempre di più che uno sguardo clinico che non sia accompagnato da una sensibilità al contesto culturale rischia di condurre ad azioni che generano sofferenza invece di curarla.
 
Lo psicologo del futuro (possibilmente anche quello del presente: quel futuro mi pare già qui) dovrà sviluppare la propria sensibilità, oltre che attraverso i libri di psicologia, anche attraverso l’antropologia, la letteratura e in generale le arti.
 
Dovrà avere una capacità di osservazione e ascolto che non si accontenti troppo delle vecchie categorie e classificazioni, che mi sembrano sempre più grossolane rispetto alla realtà che incontriamo.
Soprattutto, anche data l’esplosione del numero dei professionisti negli ultimi anni, dovrà avere ancora più che in passato la voglia di sviluppare uno stile proprio, un proprio modo di stare nella relazione clinica. Imparare dai maestri e dai professionisti più grandi e cercare ispirazione in loro, ma essere se stesso e investire su un proprio modo di lavorare e di porsi.
 
Veniamo al tuo lavoro. Se pensi al tuo modo di lavorare, cosa hai visto cambiare di più nelle persone che vedi?
Io sono un terapeuta relazionale, dunque oltre alla dimensione della terapia individuale mi muovo in quella della famiglia e della coppia. Gran parte della mia esperienza professionale si è svolta nei primi 25 anni nella provincia lombarda (oggi lavoro più in città, fra Brescia e Milano, e saltuariamente a L’Aquila, che è un contesto ancora diverso). È stato un osservatorio straordinario. Ho visto davvero modificarsi sotto i miei occhi i modelli familiari, ho visto la transizione dalla famiglia rurale a quella dell’industrializzazione, e ho visto il modo in cui tutto questo è entrato nelle relazioni fra le persone. Modelli di convivenza e di relazioni familiari che si opponevano ed entravano in conflitto anche dentro una coppia formata da poco...
 
Vedo entrare sempre di più nella stanza la realtà di fuori, i problemi del lavoro, la crisi. È diventato anche più difficile lavorare: per le persone chiedere due ore al datore di lavoro per andare dallo psicologo diventa sempre più difficile (e pensa che nel mio modo di lavorare gli appuntamenti non sono settimanali…). Spesso la richiesta è di lavorare oltre l’orario al quale ero abituato anni fa, e non sempre si può rispondere positivamente (non a tutti, almeno: i giorni della settimana sono limitati, e così i tardi pomeriggi).
 
Molti dei conflitti nelle coppie nascono o sono resi più complicati dal lavoro e da come questo si incastra con la vita familiare. Ad esempio, licenziamenti, delocalizzazione, tutte queste dinamiche che hanno reso più discontinuo e insicuro il rapporto col proprio lavoro, e più fragile l’identità di molti adulti hanno a volte conseguenze sottili ma pesanti, e difficilmente misurabili, sul rapporto fra genitori e figli. Quando poi il lavoro c’è, il rapporto con esso è complicato, spesso le persone si sentono in trappola — non si può dire di no a una pretesa di lavorare oltre gli orari, o la domenica, quando in giro il lavoro manca! — e questo genera conflitti in famiglia e sensi di colpa. E non sono più soltanto le donne a lamentare un’eccessiva dedizione dei propri mariti o compagni al lavoro.
Nelle coppie più giovani pesa l’incertezza sul futuro e sulla possibilità di fare progetti.
 
Da un altro punto di vista, quello che è cambiato da quando ho cominciato a lavorare, è la consapevolezza delle persone. Oggi per lo più scelgono un professionista avendo qualche informazione su quello che fa e su come lo fa, dove prima andavano per lo più dal professionista che era stato consigliato, senza sapere molto del fatto che la psicologia è un insieme di tante cose diverse. Di me a volte sanno in quale modello teorico mi muovo. Mi telefonano e mi fanno: “lei è sistemico, vero?”. Così, ad esempio, è meno difficile di un tempo convocare in seduta la famiglia (dove l’ingaggio parta dalla richiesta di un solo membro del nucleo, o di una parte). Anni fa l’immagine dello psicologo coincideva con quello, non dico del lettino, ma comunque quello che lavorava faccia a faccia con un individuo. Strumenti che pure avevano una storia e una legittimità scientifica si sono imposti piano piano, e oggi sono più noti.
 
Poi oggi c’è Internet, e mentre prima un professionista si presentava con la sola qualifica professionale riportata sull’elenco telefonico, oggi si fa conoscere con la propria faccia, la propria storia e quello che ha scritto. Mi piacerebbe dire di aver avuto una piccola parte in questa transizione: mi sono fatto il primo sito “di lavoro” nel 1999, e negli anni successivi ho tenuto corsi e consulenze per colleghi e studi di psicologia su come comunicare attraverso la rete. E tu, diciamolo, sei un altro di quelli che hanno provato tanto tempo fa a inventare linguaggi per la psicologia nella rete!
C’è qualcosa di buono nel modo in cui la psicologia è diventata più trasparente, sta modificando il rapporto che le persone hanno con essa, ma anche il nostro modo di pensare. Guarda soltanto come siamo passati dal mito dell’anonimato del terapeuta all’interrogarci su come gestire quella visibilità che ci viene dai social network. Ma questo è un discorso che ci porterebbe ancora più lontano.
 
Hai da poco avviato una casa editrice. Come sta procedendo questo progetto, e cosa stai per pubblicare?
Oh, grazie davvero per la domanda, è una storia che mi sta molto a cuore.
 
Ti dicevo del mio interesse per i nuovi media, ma in realtà m'interessa tutto quello che ha a che fare con la comunicazione: nei dieci anni prima della laurea e della partenza dalla mia città d'origine sono cresciuto nelle radio private, e chi si ricorda quel periodo ha presente quella grande opportunità di fare cultura con la propria voce, coi propri dischi, accanto ai media “ufficiali” e alle riviste di musica. Quando ho conosciuto Internet, i blog, ci ho ritrovato quella possibilità.
 
Aggiungi che come psicologo i libri erano un territorio che mi riguardava. Come lettore mi ero appassionato alla letteratura psicologica attraverso i casi clinici di Freud, da adolescente, e più tardi i libri del Gruppo di Milano: Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata, e poi, dopo la scissione del gruppo, Boscolo e Cecchin. Per inciso, a un certo punto — avendo già un’età non verdissima e una formazione alle spalle — andai a Milano per conoscere Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin e riprendere la formazione con loro, perché la fascinazione che avevano esercitato su di me era soprattutto letteraria. Insomma, i libri che mi avevano fatto appassionare alla psicologia e alla terapia erano libri molto belli. Li vedevo come grandi libri di storie, scritti da narratori di talento.
 
Di Freud conosciamo l’ambizione letteraria, ma dei libri della Scuola di Milano sulla terapia dell famiglia scoprii le saghe familiari e le storie di cambiamento delle persone. Essendo partito da lì, non riuscivo ad accettare che la maggior parte dei libri che studiavo fossero così freddi, e scritti imitando il linguaggio del manuale medico. Da lettore, insomma, volevo ritrovare quell’emozione e quelle storie.
 
Da autore, invece, avevo avuto qualche esperienza felice e altre meno. Editori con cui avevo lavorato con soddisfazione, altri più distratti o dai tempi troppo lunghi. E per fortuna mi ero tenuto alla larga dall’editoria a pagamento, che si andava imponendo come quasi l’unica possibilità di pubblicare e di finire sugli scaffali di una libreria. Possibilità illusoria, peraltro: abbiamo visto poi che se un editore fa il tuo libro avendo già pareggiato i conti grazie ai soldi che gli dai, la motivazione a promuoverlo e a farlo circolare sarà piuttosto debole.
 
Per colmare questa insoddisfazione che sentivo come lettore e come autore — e scommettendo che non fosse soltanto mia — mi sono detto: ho una certa familiarità con le tecnologie digitali, ho delle idee su come dovrebbe essere un buon libro e su come la psicologia dovrebbe ricongiungersi alla narrativa e all'arte. Ci metto la faccia e apro una mia casa editrice.
 
Considera anche che lavoro con giovani psicologi nella formazione post laurea, e so come molti di loro vorrebbero leggere più libri ma i soldi a disposizione sono sempre meno. Insomma, ho fatto una società con mia moglie, l’abbiamo chiamata “Durango Edizioni” (come “Romance in Durango” di Dylan, ma prima del Nobel!), abbiamo cominciato a fare e-book e abbiamo fatto un contratto con un distributore che ci permettesse di essere subito in praticamente tutte le librerie online: l’idea era di fare libri digitali belli, ben fatti, con copertine interessanti e al costo di copertina di meno di cinque euro. Ci siamo mossi sin dall’inizio fra la narrativa (ma narrativa scritta da psicologi, o che avesse la cura e la relazione terapeutica come oggetto) e la psicologia clinica (ma in una chiave creativa e non manualistica). Siamo partiti con un romanzo di Luca Casadio, poi abbiamo fatto un e-book del mio collega e amico Massimo Schinco, e siamo andati avanti. A un certo punto ci ho messo dentro anche la mia passione per la musica: ho contattato Maurizio Angeletti, un chitarrista, e studioso di musica e linguistica, che ha avuto un ruolo formidabile nella musica italiana fra la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80. Formidabile ma breve e poco riconosciuto, purtroppo. Abbiamo ripubblicato un suo libro importantissimo sulla chitarra acustica — un libro che all’epoca avevo amato moltissimo — e uno tutto nuovo, autobiografico, sulla sua esperienza della scena milanese in quegli anni. Maurizio aveva fatto un passo indietro da molti anni, dalla scena musicale, se n’era andato in Inghilterra e fabbricava aquiloni. Lo rintracciai fortunosamente seguendo le tracce di questa sua attività e scoprii che nel frattempo era tornato in Italia.
 
Poi, per Durango, le cose hanno cominciato a farsi complicate. Né io, né mia moglie avevamo un talento imprenditoriale. Servivano nuove forze. Così da quest’anno Durango è un marchio della società “La Cicloide” di Felice Di Lernia: un amico di lunga data con cui avevo condiviso esperienze di formazione per professionisti della relazione d'aiuto. Felice è antropologo, ha un sacco di interessi e uno spirito di iniziativa formidabile. È una persona con cui si lavora volentieri e proficuamente. Poi Felice ha arruolato Valentina Lomuscio: viene dal Terzo Settore, ha esperienza nel campo della cooperazione e dei diritti umani. Oltre ad aver portato un’altra testa e altre due mani che lavorano a Durango, ha contribuito a marcare ancora di più una sensibilità di Durango verso il mondo della cura, ma verso una visione della cura, diciamo, democratica e sensibile alle differenze. Abbiamo un catalogo che comincia a farsi nutrito, si trova su www.durangoedizioni.it.
 
Oggi Felice è l’editore di Durango e io sono direttore editoriale. Dal momento che ho potuto dividere con lui e Valentina il peso dell’organizzazione e della gestione, sono riuscito a dedicarmi a un progetto che non avevo mai il tempo di terminare: un mio libro dagli appunti di molti anni di lezioni e seminari sulla metafora in terapia. Così quest’anno ho pubblicato per Durango “Corpi che parlano”.
 
Circa quello che stiamo per pubblicare, abbiamo un sacco di progetti in attesa, ma soprattutto abbiamo lavorato nell’ultimo periodo per un nuovo esperimento. Le tecnologie digitali, dopo averci dato la possibilità di fare libri “immateriali”, stanno aprendo ora nuove opportunità per il libro “di carta”: se si può stampare ciascuna singola copia venduta, senza avere tiratura, magazzino, resi e trasporti, fare libri di carta può diventare un’attività più sostenibile, da vari punti di vista. Così, grazie all’intraprendenza di Streetlib (è il nostro distributore, è una fucina di progetti e per Durango è molto bello partecipare a questa grande innovazione che li vede in prima linea), stiamo sperimentando questa nuova possibilità di fare libri “fisici” con tecnologie nuove. Attendiamo l’uscita, in questi giorni, della versione cartacea di un romanzo che abbiamo pubblicato qualche mese fa: “Morivamo di freddo” di Rosalia Messina. Poi rifaremo anche un libro di epistemologia, bellissimo e complesso, di Marco Bianciardi: “L’osservatore cieco”, anch'esso pubblicato di recente da noi in digitale. E poi molte altre cose che stanno in attesa. Io personalmente sto coordinando un libro collettaneo di argomento musicale, ma non ti dico altro…
 
Dovendo consigliare un libro, quale consiglieresti?
 
Oh... pensa che ai miei allievi, futuri terapeuti, consiglio sempre di leggere piuttosto un libro di psicologia in meno ma un romanzo in più. Adesso che mi fai questa domanda, rientro nei ranghi, ma ti segnalo un libro che è molto difficile catalogare, anche se l’ha scritto uno psicoanalista. Di più: uno che della Società Psicoanalitica Italiana è stato presidente. È Domenico Chianese, ho conosciuto lui e il suo libro in una presentazione al Centro Milanese di Terapia della Famiglia: per dirti che è un libro che può incrociare sensibilità cliniche e scientifiche differenti. Il libro è “Come le pietre e gli alberi”, edito da Alpes (che è un editore che stimo, sta facendo cose belle). È un libro denso e sorprendente, e vorrei che l’avesse scritto un sistemico. Anzi, vorrei averlo scritto io!
 
Di che parla? Posso dirti che è un libro sulla bellezza, ma credo di non rendere l’idea. È un libro su una "estetica del vivente”, su quella che per Borges era la “Realtà innegabile” di cui siamo parte insieme a — appunto — le pietre e gli alberi. Una realtà che interessa la scienza così come la poesia e l'arte: che mi appare un concetto molto vicino al “sacro” di Gregory Bateson e che mi sorprende ritrovare nel libro di una psicoanalista.
 
È un libro al quale mi sono rivolto per inseguire un’idea che mi perseguita e mi ispira da qualche anno, cioè che fra noi e i luoghi ci sia una relazione molto più profonda e determinante di quanto non abbiamo riconosciuto finora. Ci ho trovato molto di più: è uno di quei libri che puoi leggere parecchie volte e ogni volta il gioco di figure e sfondi ti fa vedere qualche immagine nuova. Questo si traduce in una lettura non sempre “facile”, ma va bene anche prendersi il tempo che ci vuole.
 
Non ti so dire di più. Forse è difficile circoscrivere l’argomento di questo libro, ma direi anche che come per molti grandi libri l’argomento è il suo autore. È un percorso originale di questo psicoanalista che, arrivato a un certo punto della sua carriera e della sua vita, connette tutti i temi che lo hanno attraversato per disegnare un quadro molto personale. Ecco, gli sono grato perché c’è bisogno nel nostro campo di libri che parlino in prima persona. Di psicologi che dicano la loro senza farsi scudo dell’oggettività scientifica e che, anzi, ci mettano la propria storia e la propria faccia. Metterci la faccia mi pare il grande tema etico della clinica nel tempo della perdita di fiducia nelle grandi teorie.
 
Oggi accendo la tv, apro i giornali, scorro le notizie in rete e trovo che la psicologia sta cercando strade per poter dire qualcosa di credibile sulle cose importanti che stanno fuori dalla stanza di terapia. Questo libro mi pare rappresentare un modo dignitoso di farlo. Forse è un modo mediaticamente non molto “cool", ma almeno noi potremmo provare a non inseguire il consenso facile.
 

Ti potrebbe interessare

Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole.

Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management.

Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino

Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti.

Da Febbraio 2014 sono Presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all’interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Continue Reading
1 Comment

1 Comment

  1. Carlo raimondi

    21 giugno 2017 at 7:00 pm

    Ho letto con attenzione. Osservo che ti occupi di tutela della professione.mi permetto un commento da ex. Da chi finalmente con il 31 12 17 si potrà togliere dall’albo e proseguire il suo percorso professionale. Mi occupo di politiche attive del lavoro,la mia azienda opera con aziende e categorie professionali attraverso fondi europei e interprofessionali. La mia esperienza mi fa concludere che il vero problema non sono le nuove tipologie di professione. Il problema della psicologia è il rapporto tra domanda e offerta. Troppo offerta rispetto alla domanda. La laurea in psicologia è stata declassata al livello di quella in scienze politiche. È considerata fragile. Il vero problema è l’indotto ossia coloro che guadagnano non dalla professione ma dalla formazione dei professionisti. …università e scuole di specializzazione. In bocca al lupo!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Alessandro Lombardo

Dialoghi. Isabel Fernandez, EMDR, Traumi Infantili e Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC)

Dieci dialoghi sull'utilizzo dei test della pratica clinica dello psicologo. Una serie di incontri che, grazie alla collaborazione con Hogrefe, ci permetterà di parlare e approfondire l’utilizzo  di test e di strumenti di misurazione utilizzati nelle nostre prassi professionali. Saranno dieci dialoghi su dieci ambiti differenti, avremo quindi la possibilità di porre lo sguardo su una molteplicità di contesti professionali molto amplio.

Iniziamo questi  Dialoghi insieme ad Isabel Fernandez.  

Dialoghi. Isabel Fernandez, EMDR, Traumi Infantili e Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC)

Isabel, vorrei partire in questo nostro dialogo dal tempo che ci circonda, dagli episodi come l’attacco terroristico di Barcellona. Questa sembra essere davvero e purtroppo una peculiarità del vivere nel nostro tempo, e questi eventi, dall’11 settembre in poi, sembrano ormai segnare il nostro quotidiano. Questi eventi sono di certo a forte valenza traumatica. Cosa significa quindi vivere immersi in questo clima?

Bambini e adulti vengono a conoscenza dei contenuti traumatici e visualizzano le immagini-shock, attraverso i media, in una situazione di esposizione passiva, che genera in loro un grande senso di impotenza. Assistendo a questi avvenimenti, che irrompono nella routine quotidiana e che colgono impreparati, si perde quel senso di sicurezza legato alla prevedibilità degli eventi e si modifica la rappresentazione di sé e del mondo. L’esposizione a questi attentati ripetuti nel tempo genera un senso di allarme, poiché attiva le parti emotive del cervello, responsabili delle reazioni primitive di difesa di fronte alla minaccia di vita (attacco, fuga o immobilizzazione).


 

Chi viene esposto ad eventi così traumatici quando può davvero riuscire a ricucire lo strappo che un trauma del genere crea, specie nei casi di minori o bambini?

Intanto la sicurezza del bambino dipende quasi esclusivamente dalle reazioni degli adulti di riferimento. I bambini, quando si sentono in pericolo, ricorrono alle figure di riferimento per ottenere rassicurazione. Spesso gli adulti, nel tentativo di proteggere il bambino, lo tengono all’oscuro dei fatti e tendono a normalizzare e banalizzare quello che accade. Dare informazioni realistiche e semplici, coerenti con l’età del bambino, è un ottimo modo per facilitare la comunicazione, permettere al bambino di fare domande e comprendere le reazioni di paura. Se i bambini sono poi esposti direttamente ad esperienze critiche è utile normalizzare le reazioni nella fase acuta e trattare precocemente il bambino per prevenire il disturbo post-traumatico. I bambini possono superare molto bene qualsiasi trauma quando gli adulti, genitori, insegnanti e terapeuti, sanno cosa fare in ogni fase dopo un evento critico. L’associazione EMDR Italia è intervenuta gratuitamente in molte situazioni catastrofiche e la ricerca ha evidenziato che un intervento precoce ripara completamente le ferite dell’anima.

Da anni, l’EMDR Italia si occupa del trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici sia a esperienze più comuni che tuttavia possono risultare emotivamente stressanti. Quali possono essere gli esiti dell’esposizione ad eventi traumatici nello sviluppo cognitivo, psichico e affettivo di un bambino? Quando si può parlare a tutti gli effetti di Disturbo Post-Traumatico da Stress?

Se un bambino viene esposto a un singolo evento traumatico e non viene supportato, nell’elaborazione, dagli adulti di riferimento, può sviluppare il Disturbo Post-Traumatico da Stress. I sintomi post-traumatici nel bambino possono essere raggruppati in quattro categorie: sintomi intrusivi, evitamento, alterazioni negative di pensieri ed emozioni, iperarousal. I sintomi intrusivi riguardano la risperimentazione del trauma attraverso ricordi, sogni ricorrenti o flashback. Nei bambini, si evidenziano nel gioco ripetitivo o nel disegno, in cui ripropongono tematiche e informazioni annesse al trauma. L’evitamento si riferisce allo sforzo di non richiamare l’evento traumatico alla mente e di non frequentare luoghi o persone che lo ricordino. Le alterazioni negative di pensieri ed emozioni si riferiscono allo sviluppo di convinzioni negative su di sé, alla persistenza di emozioni negative, alla difficoltà di provare interesse per attività che in passato erano piacevoli, al distacco ed estraniamento. Nei bambini, possiamo osservare difficoltà a relazionarsi coi pari o scarso interesse per il gioco. L’iperarousal indica uno stato perenne di ipervigilanza, con reattività estrema a stimoli innocui e facile irritabilità e difficoltà di concentrazione. Nei bambini possiamo notare la comparsa di comportamenti iperattivi o di esplosioni di collera, calo nel rendimento scolastico, e negli adolescenti si possono verificare comportamenti a rischio e autodistruttivi. Nel bambino piccolo, inoltre, si possono verificare delle regressioni a tappe di sviluppo precedenti, cioè può tornare a succhiare il dito, può perdere il controllo degli sfinteri precedentemente acquisito, può presentare ansia e crisi di pianto al distacco dalle figure genitoriali, chiedere la presenza dell’adulto per addormentarsi, necessitare di essere imboccato per mangiare. Quando i traumi avvengono in un età precoce all’interno dell’ambiente familiare e sono ripetuti nel tempo, come nel caso di trascuratezza, abusi, maltrattamenti e violenza domestica, non si può parlare di PTSD, ma si parla di disturbo traumatico dello sviluppo, cioè l’impatto traumatico riguarda l’intero sviluppo cerebrale, con ripercussioni importanti a livello cognitivo, affettivo, relazionale e anche a livello fisico, dando luogo a vere e proprie patologie mediche, come hanno dimostrato gli studi condotti su vasta scala tra il 1995 e il 1998 da Vincent Felitti e collaboratori sugli eventi avversi infantili.

La durata nel tempo, l’intensità o la natura del trauma infantile hanno una ripercussione sulla sintomatologia mostrata dal bambino e sugli eventuali esiti di trattamento?

La probabilità di sviluppare una sintomatologia post-traumatica aumenta se i traumi sono ripetuti nel tempo, se l’esposizione al trauma è diretta o se c’è una stretta vicinanza fisica al luogo dell’evento o alle persone che stanno subendo un evento traumatico. Inoltre, i traumi che predispongono maggiormente allo sviluppo di PTSD nel bambino riguardano la morte o il rischio di morte, l’assistere alla violenza o all’abuso sessuale di un genitore. Come ho detto precedentemente, nel caso del disturbo traumatico dello sviluppo, i traumi sono ripetuti e spesso vengono perpetrati dalle stesse figure di accudimento, per cui tutto lo sviluppo del bambino ne risente e la durata del trattamento è più lunga. Gli esiti della terapia dipendono sempre anche dal coinvolgimento dei genitori nel trattamento con EMDR e dalla messa in sicurezza del bambino, in un ambiente in cui i suoi bisogni vengano soddisfatti.

Il trattamento del trauma infantile viene condotto individualmente con il bambino o necessita del supporto di eventuali figure adulte di riferimento?

Come dicevamo in precedenza, gli esiti delle esperienze traumatiche nei bambini dipendono fortemente dalle reazioni degli adulti di riferimento. Nella nostra esperienza gli interventi più efficaci sono stati quelli dove il trattamento con EMDR è stato promosso sia sui bambini che sui genitori. Il volto preoccupato di un genitore traumatizzato aumenta il rischio di traumatizzazione nel bambino. Quindi l’EMDR sarebbe molto più efficace se potesse essere esteso ai genitori. Non è però necessaria la presenza del genitore mentre il bambino viene trattato con EMDR ad eccezion fatta della fascia 0-3 anni, quando cioè il piccolo non ha una completa capacità di descrivere l’evento sia perché è in un’età preverbale ma anche perché spesso il ricordo è frammentato e non ordinato nella memoria episodica.

Come viene effettuato l’inquadramento diagnostico di un soggetto in età evolutiva che si suppone abbia sperimentato un trauma infantile? Si utilizzano test?

Per un corretto inquadramento diagnostico, sono necessari dei colloqui con i genitori o con gli adulti che si prendono cura del bambino e delle sedute di valutazione con il bambino stesso. Con i genitori si esplorano la sintomatologia attuale, insorta dopo l’evento traumatico più recente, e la possibile presenza di eventi traumatici pregressi che sono in qualche modo collegati. Si ripercorrono, inoltre, la storia di sviluppo del bambino, i cambiamenti di vita importanti avvenuti nella famiglia, la relazione col bambino, le maggiori difficoltà nel gestire i suoi comportamenti e la eventuale presenza di traumi nella famiglia allargata e nelle tre generazioni. La presenza di eventi traumatici familiari e trans-generazionali costituisce, infatti, fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di sintomi post-traumatici nel bambino, come ormai è dimostrato dalla ricerca scientifica. Le sedute con il bambino si svolgono utilizzando, oltre al dialogo, il gioco e il disegno, per poter comprendere i vissuti emotivi attraverso il canale espressivo, più agevole per il piccolo, rispetto al canale verbale. Nell’ambito dei primi incontri, sia ai genitori, che al bambino, posso essere somministrati dei test di valutazione.

Quanto, in questo caso, possono essere utili o attendibili i report compilati da genitori o caregiver?

Nella nostra esperienza i report non sono solo attendibili ma anche efficaci per misurare i risultati e confrontarli con le risposte pre-trattamento. Possono essere anche uno strumento utilissimo ad orientare l’osservazione del genitore che potrebbe minimizzare alcuni comportamenti del bambino e/o enfatizzarne altri. Invece, i questionari danno il giusto orientamento al genitore, aiutandolo a rendersi conto degli esiti di un’esperienza traumatica e contemporaneamente a riconoscere i risultati raggiunti dal proprio figlio dopo un intervento mirato sull’esperienza traumatica.

La Trauma Symptom Checklist for Young Children (TSCYC) è un questionario, compilato dai genitori, che consente di ottenere una valutazione approfondita della sintomatologia post-traumatica acuta e cronica manifestata dai bambini sino ai 12 anni. Perché ha scelto di inserire questo test nell’ambito del vostro protocollo diagnostico? Quali informazioni cliniche è possibile ricavare dalla somministrazione della TSCYC?

Questo questionario è stato inserito nel protocollo diagnostico per varie caratteristiche. Innanzitutto ha una sensibilità specifica per i sintomi del trauma e alle difficoltà relative a queste esperienze. Inoltre, è agevole, perché si può compilare in un breve tempo di circa 15-20 minuti, è standardizzato per tre diverse fasce d’età, e questo è importantissimo nell’età evolutiva, in cui si verificano grandi cambiamenti nel giro di pochi anni. È un questionario attendibile, poiché contiene tre scale di validità al suo interno e consente di valutare diverse categorie di sintomi: ansia, paure e senso di pericolo; vissuti depressivi; rabbia; evitamento ed iperarousal tipici del PTSD; sintomi dissociativi; preoccupazioni sessuali, utili in casi di sospetti abusi.

Può la TSCYC essere utilizzato in riferimento a bambini molto piccoli, a partire dai 3 anni di età. Esiste effettivamente una casistica di utilizzo così giovane? Si può lavorare sul trauma già in età prescolare?

L’EMDR è un metodo efficace per il trattamento di bambini anche molto piccoli utilizzando una stimolazione diversa da quella oculare poiché bambini molto piccoli (solitamente entro i 4/5 anni) non riescono a seguire i movimenti oculari. Mentre il genitore racconta l’evento traumatico, il terapeuta fa una stimolazione bilaterale sulle mani o i piedi del bimbo (taping). L’intervento precoce non solo previene il rischio di disturbi come il PTSD, il disturbo traumatico dello sviluppo, il disturbo reattivo dell’attaccamento e l’ADHD, ma è un fattore di protezione importante per una crescita sana sia dal punto di vista emotivo che cognitivo. Il trauma precoce infatti non dà esiti solo sulla psiche del bambino, ma ha un impatto importante sullo sviluppo del suo cervello. Esistono quindi casistiche di bambini trattati in questa fascia di età e la TSCYC è un ottimo strumento per bambini cosi piccoli

Le scale cliniche di cui la TSCYC si compone consentono di individuare spunti per la progettazione dell’intervento? Come vengono trattati i risultati delle due scale di validità previste dal test?

Sicuramente, i punteggi ottenuti nelle varie scale cliniche consentono di orientarsi rispetto all’area maggiormente compromessa dall’evento traumatico e quindi di indirizzare l’intervento terapeutico in maniera più mirata, ma soprattutto ci consente di cogliere il punto di vista del genitore sul disturbo del bambino e di capire quanto sia vicino o distante dall’idea del clinico e dall’idea che il bambino stesso ha del proprio disturbo. Attraverso le scale di validità, infatti, può emergere la tendenza del genitore a sottovalutare problemi del bambino, anche fisiologici, e quindi la sua tendenza a negare i bisogni del figlio o il suo bisogno di presentarlo come un bambino eccessivamente competente. Si può osservare, al contrario, la tendenza a riportare sintomi inusuali del bambino, derivante da uno stato mentale di estrema difficoltà del genitore o dalla necessità di rappresentare un bambino particolarmente disturbato e sintomatico.

Che accoglienza avete riscontrato da parte delle persone a cui viene richiesto di compilarlo?

Ottima accoglienza. Il questionario è semplice e comprensibile e gli adulti di riferimento del bambino sono disponibili a compilarlo.

Sappiamo che hai in progetto un libro con Hogrefe, che uscirà l’anno prossimo: puoi anticiparci di cosa tratterà?

Il libro sarà uno strumento utile per i terapeuti ma anche per i pazienti per comprendere quelli che sono i sintomi maggiormente correlati alle esperienze traumatiche. Sarà utile a tutti a capire come l’EMDR possa essere la risposta non solo per il PTSD ma per ogni sintomo del paziente. In linea con le recenti ricerche (ACE’s e studi su epigenetica), i sintomi del paziente sono sempre collegati ad esperienze non elaborate che si traducono in convinzioni negative su se stessi, emozioni disturbanti e sensazioni fisiche che rischiano di disorganizzare lo sviluppo e le relazioni con un impatto a medio e lungo termine.

Ecco un'ulteriore intervista in video:

IL TEST TSCYC

Dati il considerevole numero di bambini vittimizzati e i molti sintomi negativi associati a tale violenza nella nostra cultura, c’è un bisogno pressante di valutare i bambini per le difficoltà connesse al trauma.

Per saperne di più, clicca QUI

La TSCYC ha attendibilità e validità sufficienti per sostenerne il suo impiego come test clinico per i sintomi psicologici dei bambini traumatizzati. Può essere utilizzata nei casi in cui si abbia il sospetto che il bambino abbia subito un trauma o possa essere stato esposto a un evento traumatico, nonché in tutte quelle situazioni in cui i bambini sono esposti a condizioni ambientali di rischio.

Lʼesame dei punteggi delle singole scale della TSCYC evidenzia le aree specifiche nelle quali il bambino può manifestare la sintomatologia e tali informazioni possono essere particolarmente utili per la progettazione dell’intervento clinico.

Per saperne di più, clicca QUI

 
 
 
 
 
 
 
 

Iscriviti alla News letter

La nostra newsletter mensile con una selezione dei migliori post

Dichiaro di aver letto e di accettare la privacy policy del sito

Iscriviti alla Newsletter se vuoi restare aggiornato sulle novità e sui progetti che porto avanti

Seguimi su Facebook

Continue Reading

Alessandro Lombardo

Design Thinking Lab | II Edizione | Torino – 18-19 novembre 2017

 Design Thinking Lab | II Edizione | Torino - 18-19 novembre 2017

Il Design Thinking Lab è un Laboratorio di training sulle metodologie Visual del Design Thinking.
Il Design Thinking si compone di un ambito davvero molto amplio di metoditecnichetools, con un’altrettanta amplia possibilità di utilizzo e di “messa a terra” nella pragmatica dei contesti che un professionista per lavoro frequenta.
Offre quindi una grande molteplicità di spunti e possibilità di utilizzo professionale. Dalla formazione alla gestione dei gruppi, dal coaching al counselling, dalla facilitazione all'insegnamento.

A CHI PUO' INTERESSARE IN DESIGN THINKING LAB?

Ai professionisti in genere, agli psicologi, ai formatori, agli educatori, ed a tutte quelle figure e professioni che hanno necessità di acquisire strumenti di lavoro in gruppo, o individuali.

Il Design Thinking Lab mette insieme varie attività, che hanno tutte l’obiettivo di mettere in grado di maneggiare al meglio le metodologie del DT.

GLI OBIETTIVI DEL DESIGN THINKING LAB

Ti riassumo gli obiettivi:

1 - Comprendere la logica che sta dietro ad ogni tools di Design Thinking (sono davvero tanti quelli che in questi anni ho raccolto, catalogato, e messo in pratica). Pur avendo, ciascun strumento, un suo elettivo ambito e modo di utilizzo, una volta che si è compresa la logica del Design Thinking stesso, diventa semplice approcciarsi ad ogni strumento di questo tipo, diventa semplice scomporli e ricomporli in modo che rispondano al meglio alle necessità del professionista, diventa semplice costruirsi i propri. Questo in sostanza è il vero obbiettivo di questo laboratorio: padroneggiare ed avere tutta la confidenza necessaria per orientarsi nel vasto mondo del DT

2 - Apprendere, utilizzandoli nel Lab, alcuni di questi strumenti per poterli poi saper utilizzare in autonomia secondo le proprie necessità

QUANDO

Sabato 18 novembre dalle 10 alle 17 

Domenica 19 novembre, dalle 10 alle 17 

COSA ACQUISTI CON IL DESIGN THINKING LAB

Il Design Thinking Lab, si compone di quindi di:

2 giorni di workshop full Immersion (14 ore in tutto) per un massimo di 20 iscritti per poter massimizzare l’apprendimento esponenziale e cooperativo.

- Materiale di lettura sul DT (una tesi di laurea che riassume un pò di storia, ed altro materiale specifico.

Ebook con 10 tools con spiegate passo passo le modalità di utilizzo (alcune di queste le utilizzeremo nel DTLab)

- Iscrizione ad un gruppo FB ad hoc dove vengono diffusi altri materiale sul DT e dove creare un’ulteriore ambiente di apprendimento e di legami professionali

1 ora di coaching individuale con me, di persona o tramite skype o telefono in caso di necessità di supporto per un proprio progetto.

COSTI

Il costo che ho previsto per l’intero pacchetto è di 418 euro (più dieci euro di piattaforma) per chi si iscrive entro il 22 settembre.

Attenzione, il prezzo è destinato a salire per chi si iscrive dopo tale data a 560 euro.

COME ISCRIVERTI

Paga direttamente nella piattaforma (SHOPIFY, piattaforma totalmente sicura per i pagamenti on line) e paga tramite paypall, Carta di Credito, o bonifico bancario.

Clicca qui sotto sul tasto verde.

TRAINER

Alessandro Lombardo, CEO Design Thinking Lab

www.alessandrolombardo.org

info@alessandrolombardo.org

Ti potrebbe interessare

Continue Reading

Alessandro Lombardo

Design Thinking Lab | 6-7 ottobre a Torino

Il Design Thinking Lab è un laboratorio esprenziale che svolgo a Torino per la prima volta sulle metodologie del Design Thinking.

Se svolgi una professione dove ti servono tecniche e tool per il lavoro in gruppo e individuale, se nella tua professione hai necessità di acquisire strumenti e tecniche per lo sviluppo di nuove idee, per migliorare il lavoro in gruppo, per generare maggior collaborazione, il Design Thinking Lab può darti molti spunti.

(altro…)

Ti potrebbe interessare

Continue Reading

Più letti