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Dialoghi

Psicodiagnosi e Personalità. Dialogo con Luigi Abbate sul test PAI

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

Continuiamo questo viaggio, in partnership con Hogrefe, nel mondo dei test psicologici e della psicodiagnosi con questo dialogo insieme a Luigi Abbate, psicologo e analista di formazione junghiana. Insieme a lui, dialogheremo intorno al test PAI, Personality Assessment Inventory.

IL TEST PAI

Il PAI è un efficace inventario di personalità ateorico, pensato per l’età adulta (dai 18 anni in poi). Una volta effettuata l’anamnesi e l’esame dello stato mentale della persona, può essere somministrato al fine di rilevare informazioni utili per la diagnosi clinica e la pianificazione del trattamento. Si tratta di un inventario di personalità che vanta una lunga tradizione clinica e di ricerca. Il PAI può essere agevolmente somministrato e compreso anche a soggetti con basso livello di scolarità, non richiede per lo scoring l’uso di complesse griglie di correzione, ma offre un sistema di calcolo dei punteggi automatizzato, e – per la sua brevità (344 item e ca. 45′ per la somministrazione) ed esaustività diagnostica – è una valida alternativa al MMPI-2.

Applicazioni

Ambito clinico: le caratteristiche del PAI connotano questo strumento come particolarmente utile in un’ampia varietà di contesti clinici, tra i quali: screening diagnostico; psicodiagnosi; valutazione della personalità, anche normale; identificazione del rischio suicidario; valutazione di caratteristiche comportamentali di tipo violento; pianificazione del trattamento. In particolare, appare particolarmente utile nel contesto psicodiagnostico più ampio in ragione del bilancio costo-efficacia, inteso come rapporto fra la mole di informazioni che è possibile raccogliere rispetto al tempo impiegato per l’autosomministrazione.

Ambito forense: particolarmente utili ai fini di perizie o altri usi giuridici sono – oltre alle scale cliniche utili per l’inquadramento diagnostico – sono le scale di controllo: InconsistenzaInfrequenzaImpressione NegativaImpressione Positiva e altri indicatori di simulazione e malingering utili per questo tipo di valutazioni. Proprio per queste specifiche caratteristiche il test ha trovato negli Stati Uniti e in altri paesi ampie applicazioni in ambito giuridico.

QUI per maggiori informazioni sul test

 L’intervista con Luigi Abbate

D. “Dobbiamo liberare noi stessi e la nostra professione dall’idea dell’assessment psicologico come attività tecnica semispecializzata, condotta da persone leggermente schizoidi che sarebbero diventati terapeuti se soltanto le fossero piaciuti gli esseri umani quanto i numeri”: è una citazione di Stephen Finn che sintetizza il passaggio dalla visione dell’assessment centrata sul test alla visione dell’assessment centrato sulla persona. Quali sono state in psicodiagnosi, le implicazioni del passaggio dal modello psicometrico al modello clinico dell’assessment?

R. Forse la frase di Finn andrebbe contestualizzata in quello che è stato il suo tentativo di trasformare l’assessment in un Therapeutic Assessment. Nella mia esperienza ho incontrato colleghi che si occupavano di test e comunicavano solo con un computer il che, tuttavia, non è sempre vero. Personalmente faccio l’analista junghiano e la maggior parte dei miei allievi sta facendo una formazione come psicoterapeuta o è già psicoterapeuta. Nonostante io faccia l’analista junghiano, non mi sono mai appassionato a un test interpretativo e ho sempre pensato che non sono le tecniche ad essere proiettive ma che questo è un possibile approccio alla loro interpretazione. Forse il percorso è all’inverso: dal clinico allo psicometrico, ed è solo passando attraverso lo psicometrico che si può fare una clinica sostenuta da evidenze. La personalità del clinico è assolutamente importante, fondamentale, ma se non passa attraverso una “certezza psicometrica” rischia di andare per strade difficilmente percorribili, e soprattutto approda in posizioni difficilmente difendibili. Senza scivolare necessariamente in estremismi psicometrici, un assessment con strumenti empiricamente e psicometricamente sostenuti è fondamentale.

D. Come riesce a integrare la pratica psicodiagnostica, fatta notoriamente di struttura, regole e oggettività, con l’approccio junghiano, dove la relazione e la soggettività assumono un ruolo di primo piano?

La sua domanda è certamente pertinente, in realtà stiamo parlando di due lavori diversi. A volte scherzando, ma non del tutto, dico che posso permettermi due stanze dove ho organizzato setting diversi: in una faccio l’analista, nell’altra faccio valutazioni e test. In realtà sono due realtà così diverse che non c’è il rischio che si possano confondere l’una con l’altra, si confondono solo se chi le fa è confuso lui, o sostiene un approccio impressionistico al test.

D. Sebbene abbia radici antiche, nel DSM-5 sembra che acquisisca più concretezza il dibattito tra analisi della personalità secondo il modello categoriale e secondo il modello dimensionale. Cosa pensa dei due modelli?

R. La diagnosi psichiatrica è inevitabilmente categoriale, mentre quella psicologica non può che essere dimensionale. Semplificando al massimo, potremmo dire che un approccio categoriale consente ai clinici di comunicare tra loro e di riconoscere che la persona ha un qualche disorder, anzi, per continuare a seguire la terminologia anglosassone, una disease. Un approccio dimensionale invece ci mette di fronte a una definizione che è più vicino al concetto di illness che è il vissuto di quella persona che ha quella disease. Una diagnosi DSM è basata prevalentemente su segni e sintomi. Parafrasando Robert Bornstein, uno studioso americano che si occupa di assessment, potremmo dire che l’approccio categoriale consente di comprendere la patologia del paziente, mentre quello dimensionale di capire la persona con quella patologia. Di fatto, nella pratica clinica abbiamo bisogno di entrambi gli approcci. Non possiamo peraltro dimenticarci che grandi sforzi sono stati fatti con il PDM-2 per rendere più diffuso un approccio dimensionale

D. Quando si parla di assessment di personalità, in molti casi si nota un forte scetticismo verso i test proiettivi e le prove grafiche. Tuttavia, i test cognitivi e i self-report da soli non possono accedere a quelle componenti dinamiche della personalità meno consapevoli. Perché c’è ancora questa difficoltà ad integrare metodi diversi di valutazione?

R. Mi perdoni, la sua domanda parte da posizioni oramai superate, forse ancora diffuse ma superate. In un momento di grande crisi della psicologia e di “attacchi armati” nei confronti dei test da parte di una componente di “psicologica scientifica”, alla fine degli anni 90 del secolo scorso, l’American Psychological Association (APA) ha commissionato a un gruppo abbastanza nutrito di clinici (Meyer, ecc.) di fare il punto sull’utilizzo dei test. Il gruppo ha prodotto un documento finale che si pone come un discrimine tra un prima e un dopo; tra le tecniche proiettive tout court e i test cognitivi e i self-report. Di fatto non esistono e non sono mai esistite le tecniche proiettive, come accennavo prima, quello che ci ha sviato è stato l’aver confuso la tecnica con l’approccio interpretativo, e l’approccio proiettivo è uno dei possibili approcci, ma non l’unico. Hermann Rorschach non aveva pensato alle sue macchie come una tecnica proiettiva, tutt’altro. L’approccio proiettivo di fatto è senza regole, è fortemente impressionista e basato su “costrutti ipotetici” poco verificabili, insomma tutto nelle mani del clinico che si affida a una teoria della personalità, quella a impostazione psicodinamica che, tuttavia, non è l’unica teoria né è abbastanza forte da dominare sulle altre. Da quando nel 2001 Greg Meyer, Stephen Finn e altri hanno pubblicato una fondamentale rassegna sull’evidenza del testing e dell’assessment psicologico, l’approccio ai test ha cambiato registro, anzi potremmo dire che è cambiato il paradigma: si è passati (in parte si sta cercando ancora di passare), con grandi sforzi, dal paradigma interpretativo a quello empirico, 

 D. Parliamo del Personality Assessment Inventory (PAI): come è strutturato e come supporta il professionista nella psicodiagnosi?  

R. Nonostante sia un test pubblicato nel 1991, verrebbe da dire che è un “test di ultima generazione”. L’autore, Leslie C. Morey, ha cercato di fare un salto in avanti rispetto ad alcune caratteristiche di altri self-report, soprattutto rispetto a quelli che sono certi difetti, primo tra tutti la sovrapposizione di item tra le diverse scale, problema che nel PAI non si presenta. Si tratta di un self-report che offre informazioni più attuali rispetto alla psicopatologia odierna. La parte interessante sono le scale che ci consentono di valutare l’approccio del soggetto, le cosiddette scale di validità, e tutti quegli indici secondari che consentono di intercettare con maggiore facilità i tentativi di alterare la risposta. Di particolare interesse e utilità è il rapporto tra scale e sottoscale, ognuna di fatto è indipendente. Per esempio, un costrutto complesso come può essere la Depressione è il risultato di tre aspetti diversi, espressi nel PAI dalle sottoscale: perché il clinico possa fare una diagnosi di depressione è necessario che non solo la scala Depressione sia oltre il cut-off, ma che anche tutte le tre sottoscale abbiano superato la soglia di significatività. Di contro, le sottoscale viaggiano anche autonomamente e non sono necessariamente l’espressione del costrutto di riferimento. Facciamo un altro esempio, la sottoscala BOR-S (Autolesionismo) è una delle quattro sottoscale della scala BOR (Caratteristiche Borderline); essa evidenzia comportamenti impulsivi e pericolosi. Per esempio, si alza con facilità in chi gioca d’azzardo rischiando i propri beni, ma chi gioca non è necessariamente un borderline, piuttosto ha una caratteristica che hanno anche i borderline, senza per questo esserlo.

Inoltre, la modalità di risposta secondo una scala Likert a quattro punti consente al soggetto di definire meglio il suo vissuto e al contempo offre al clinico la possibilità di cogliere le sfumature: non solo se un comportamento o un vissuto ci sono, ma “quanto” ci sono.  

D. Nella sua esperienza, con quali altri test può essere integrato il PAI per una valutazione di ampio respiro della personalità?

A un self-report non può che corrispondere, come diremmo col linguaggio di oggi, uno strumento performance based. Il self-report è l’idea che il soggetto ha di sé, per quello che riesce a capire di sé e ha deciso di comunicare, e va messo a confronto con quello che uno strumento diverso, con inferenze indirette, pensa di quel soggetto. Sì, proprio così: quello che lo strumento pensa del soggetto. Se prendiamo ad esempio il Rorschach secondo il Comprehensive System di Exner, compito del clinico è somministrare e siglare bene, poi il resto lo fa l’algoritmo interpretativo sotteso al sistema; solo successivamente interviene il clinico che rielabora le informazioni che vengono dal test, le mette insieme con le altre informazioni che ha, comprese quelle extra-test, per arrivare ad una descrizione coerente e funzionale della persona valutata.

D. Oltre alle scale di validità, cliniche, di trattamento e interpersonali, il PAI presenta degli ulteriori indici che si basano su particolari combinazioni di punteggi di scale o su funzioni discriminanti. Ci può parlare del valore di questi indici? 

R. Le scale di validità come si è sempre detto e saputo sono l’elemento fondante di qualsiasi self-report, è il loro andamento che ci consente di dare un senso al profilo che segue. In questo potremmo dire che il PAI è un self-report di seconda generazione. Nel PAI sono infatti presenti una serie di indici, costruiti attraverso alcune costanti, e un indice di regressione che consentono di dare maggiori indicazioni su alcune condizioni specifiche. Ci sono indici che consentono di inferire più direttamente aspetti di difesa o di malingering, ma ci sono anche indici che consentono di inferire potenzialità comportamentali non direttamente riferite dal soggetto: ad esempio, l’indice su un potenziale di violenza o sulla potenzialità al suicidio.

 D. Il PAI dà la possibilità di interpretare secondo un sistema di codici?

Si, Morey ha proposto un’interpretazione sia per configurazioni rappresentate da codici e sia attraverso configurazioni specifiche frutto di un accorpamento di scale e sottoscale diverse, per definire una configurazione clinica che non è esplicitata direttamente da una specifica scala. Per esempio, nel PAI c’è una scala che definisce il disturbo antisociale di personalità che è il risultato di tre componenti diverse rappresentate da specifiche sottoscale; mentre non esiste, per esempio, una scala per il disturbo narcisistico, tuttavia sappiamo che questo può essere inferito da tre sottoscale che rappresentano caratteristiche tipiche di questo disturbo: MAN-G (Grandiosità), DOM (Dominanza) e ANT-E (Egocentrismo). Queste configurazioni, tuttavia, non sono ancora disponibili per l’edizione italiana del PAI, ma speriamo lo siano presto.

D. Essendo approdato in Italia piuttosto recentemente, sul PAI non ci sono ancora tanti studi italiani, specie relativamente all’ambito forense. Esso però ha, a livello internazionale, una lunga storia in questo settore. Ci parla del potenziale applicativo del PAI in contesto forense?  

R. Direi che, pur non essendoci ancora in Italia una casistica ampia sull’uso in ambito forense, avendo il PAI, più di 25 anni di storia sono tuttavia molti i lavori che ne sostengono l’utilizzo sia in ambito carcerario sia in contesti medico-legali o giuridici. In un incontro tra colleghi che nell’ultimo anno hanno utilizzato il PAI in contesti diversi è emerso come esso ben si adatti all’ambiente giuridico, per le caratteristiche peculiari del modo di valutare l’interpretabilità del protocollo e le interferenze intenzionali di alterarne i risultati. Per esempio, la coppia di scale interpersonali consente di definire uno stile di relazione che va al di là del semplice sapere se uno si relaziona o meno, e questa è certamente un’informazione utile in tutti quei contesti in cui è in gioco il parenting, o la relazione di coppia.

 D. Il report del PAI presenta due cut-off: uno a 70 punti T e quello indicato dal cosiddetto “skyline”. Ci parla di queste due prospettive interpretative?

Lo skyline è certamente uno degli aspetti più interessanti del grafico in cui sono espressi i risultati del PAI.  Vediamo se sinteticamente riesco a spiegarlo in maniera chiara: è come se fossero sovrapposti due campioni, quello generale non clinico e quello clinico. Il campione generale si esprime attraverso il grafico rappresentato dai punteggi ottenuti dal soggetto e questo ci consente di capire quanto questo devia rispetto alla media della popolazione generale non clinica; lo skyline sovrapposto, esprime l’andamento della popolazione clinica e definisce due deviazioni standard dalla sua media. Quindi, contemporaneamente, noi possiamo vedere sia come il soggetto si distanzia dalla popolazione generale sia come si colloca rispetto a quella clinica. Forse un esempio ci aiuta a capire meglio. Due deviazioni standard dalla media sono il cut-off convenzionale per considerare il punteggio d’interesse rispetto alla specifica scala, mentre due deviazioni standard del campione clinico corrispondono ad un innalzamento diverso. Le due deviazioni standard del campione clinico per la scala DEP (Depressione) hanno una corrispondenza nel campione clinico a 91, quindi se il nostro soggetto ha una DEP che si pone tra 70 è 91 è più depresso della media della popolazione generale, mente se si pone a 95 non solo è più depresso della popolazione generale ma è anche più depresso nel riferimento con la popolazione clinica: in questo caso il report fornisce un’informazione importante rispetto alla reale gravità del suo essere depresso.

Luigi Abbate, psicologo, analista di formazione junghiana, insegna Fondamenti di psicodiagnostica clinica presso la scuola di specializzazione in Psicologia Clinica di Sapienza Università di Roma e Psicodiagnostica dell’età evolutiva e dell’adulto alla LUMSA di Roma. Vicedirettore del Master Universitario di II livello in Psicodiagnostica e Valutazione Psicologica del Consorzio Humanitas-Lumsa di Roma, è autore di numerosi lavori sulla psicodiagnostica e l’assessment e, insieme a P. Porcelli ha recentemente pubblicato, IRorschach Comprehensive System. Manuale di siglatura e interpretazioneRaffaello Cortina Editore.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Dialoghi

La rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Psicodiagnosi RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPI

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo articolo – dialogando con il Dr Daniele Berto – ci concentriamo sul tema della rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico, per arrivare infine all’utilizzo del RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPIRIO è un sistema interpretativo online del MMPI, per tutte le sue versioni attualmente distribuite in Italia.

RIO | Info

RIO può essere utilizzato in tutti i contesti nei quali sia stato deciso di utilizzare una delle forme del MMPI (2, A, RF).  L’ampiezza del report permette allo specialista di individuare e scegliere le ipotesi diagnostiche più appropriate tra quelle proposte da RIO, nonché le indicazioni terapeutiche in funzione della concordanza con i dati legati all’anamnesi e all’osservazione del comportamento.

In particolare è utile in contesti dove sia necessaria una decisione operativa e terapeutica, oltre che diagnostica, effettuata in tempi ristretti.

In ambito forense, il report è stato studiato per far emergere situazioni di simulazione e/o dissimulazione di patologia nel corso di accertamenti peritali. In ambito penale il report utilizza specifiche regole interpretative e decisionali finalizzate alla formulazione di una o più ipotesi diagnostiche presentate in forma gerarchica (a partire cioè dalla ipotesi diagnostica più probabile) piuttosto che alla descrizione della personalità.

Il report del MMPI-A, oltre alla consueta accurata descrizione del profilo di personalità, prevede invece una specifica più ampia funzione in termini di ipotesi trattamentali e/o riabilitative collegate alla/e ipotesi diagnostica/che derivate dall’analisi del profilo.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

IL DIALOGO

La valutazione psicodiagnostica è una delle funzioni svolte nell’ambito dei servizi sanitari territoriali. Vista la sua esperienza diretta come psicologo dirigente e psicoterapeuta presso le AULSS, quale ritiene sia la rilevanza di tale funzione all’interno dei servizi stessi?

La valutazione psicodiagnostica, unitamente al sostegno psicologico ed in alcuni casi alla psicoterapia, effettivamente è una delle funzioni maggiormente espletate dagli psicologi operanti nel servizio sanitario. In alcuni servizi questa attività assume una rilevanza specifica tale da essere alla base di importanti operazioni decisionali sulle singole persone e/o sulle famiglie. L’operato degli psicologi nei servizi si confronta continuamente con valutazioni effettuate sia a fini certificativi sia ai fini della verifica dell’andamento dell’attività trattamentale. Negli ultimi quindici anni ha acquistato un peso progressivamente maggiore l’apporto diagnostico-descrittivo che gli psicologi hanno saputo dare in termini di ipotesi diagnostiche, meccanismi di funzionamento, potenzialità cognitive, possibili deficit, capacità residue, ecc. utilizzati all’interno delle procedure certificate o anche più semplicemente per la gestione delle singole persone.

Che tipologia di soggetti afferisce al servizio pubblico per una valutazione psicodiagnostica?

I servizi pubblici da diverso tempo hanno individuato procedure finalizzate alla certificazione a valenza psicologica. Tali procedure hanno a che fare soprattutto con la metodologia necessaria, con le figure da coinvolgere per tali certificazioni, con le aree di analisi e con i tempi necessari per produrre la certificazione. Tuttavia, queste procedure non prevedono gli standard condivisi di utilizzo di particolari strumenti psicodiagnostici. Ogni servizio, consultorio, singolo professionista, può utilizzare gli strumenti che professionalmente ritiene più adeguati a rispondere alle varie necessità. Ne consegue che i servizi possono utilizzare strumenti differenti per una stessa tipologia di valutazione. Ciò a scapito di una uniformità e confronto di procedure e di linguaggio. Può succedere infatti che per una diagnosi di disabilità cognitiva possano essere utilizzati strumenti di natura neuropsicologica oppure strumenti di performance all’interno di procedure più complesse ed ampie. Da più parti si assiste alla necessità di uniformare non tanto le procedure generali, quanto la scelta dei singoli strumenti utilizzati all’interno di tali procedure.

All’interno del servizio pubblico esistono procedure finalizzate alla formulazione di certificazioni psicodiagnostiche? Quali sono gli strumenti utilizzati a questo scopo?

All’interno dei servizi pubblici arrivano differenti tipologie di richieste di valutazione psicologica. Tale ampia gamma di valutazioni va, a titolo esemplificativo e non esaustivo, dalla valutazione delle coppie finalizzata all’adozione, alle certificazioni di deficit di natura cognitiva finalizzata al sostegno scolastico, dalla valutazione di persone tossicodipendenti con doppia diagnosi, alle necessità di natura diagnostica presente nei CSM, nei servizi di Psichiatria, di Neuropsichiatria Infantile e di Medicina del Lavoro. La gamma di problematiche esaminate e la tipologia delle condizioni psicologicamente rilevanti è molto ampia a fronte di una non altrettanto ampia, in termini di tipologia e di numero, presenza ed utilizzo nel Servizio Pubblico di strumenti oggettivi di natura psicodiagnostica.

Il MMPI è un test utilizzato da ormai molti anni e molto conosciuto. A quale motivo deve la sua diffusione?

Il MMPI fonda le proprie “fortune” italiane, e non solo, su alcuni fattori.
Il primo di essi e sicuramente l’ampia disponibilità di pubblicazioni scientifiche e di testi dedicati alla sua applicazione, alla sua interpretazione, alla sua validazione e ai suoi ambiti applicativi. Questa mole di studi ha permesso una sempre migliore e più approfondita raffinatezza descrittiva ed anche diagnostica. Il secondo fattore è che questo questionario, inoltre, negli ultimi trent’anni ha risposto alla sempre più pressante richiesta di oggettivazione dei risultati nella valutazione psicodiagnostiche. Il terzo è che questo strumento è entrato nei programmi di studio delle università, dei master e delle scuole di specializzazione. Questa popolarità si è quindi autoalimentata, favorendo una capillarità dell’utilizzo dello strumento, ritenuto, a torto o a ragione, oggettivo, pratico e di relativamente facile utilizzo in più ambiti clinici e forensi.

Quali sono i rischi legati ad una così ampia popolarità di questo questionario?

Questo ampio utilizzo ha però portato con sé numerosi rischi. Il primo rischio è legato ad un approccio interpretativo e di utilizzo superficiale ed approssimativo, favorito dal nome delle scale cliniche che riportano ad una nomenclatura diagnostica e clinica che le scale stesse non rappresentano tout-court. Faccio un esempio: di fronte ad una forte elevazione della scala 6-Pa (Paranoia), abbiamo osservato che diversi utilizzatori del test erano orientati verso una diagnosi di Paranoia, favorita unicamente dall’elevazione di tale scala. In realtà, per porre una ipotesi diagnostica di un Disturbo Paranoide o di altre psicosi, è necessario mettere insieme almeno una decina di criteri presenti all’interno del MMPI. Conoscere il MMPI non deve essere legato al semplice “averne sentito parlare”, questo non significa conoscerlo. Il suo utilizzo dovrebbe essere permesso solo dopo un approfondito studio della sua storia, della sua struttura, nonché delle fasi e dei livelli interpretativi.

A fronte della notorietà e dell’ampia diffusione di questo strumento, gli aspetti legati all’interpretazione dei risultati e al loro impiego ai fini della formulazione diagnostica sono, a suo parere, ugualmente acquisiti da parte dei professionisti che operano in ambito clinico? Ci possono essere dei rischi relativi alla corretta applicazione?

La mia esperienza è che a fronte di un massiccio e diffuso utilizzo di questo strumento, non vi sia un’altrettanta uniformità né descrittiva del funzionamento della personalità, né lessicale, né diagnostica, al punto che il profilo grafico talvolta viene “interpretato” unicamente attraverso la lettura dell’elevazione delle singole scale, senza tener conto di tutte le altre regole interpretative presenti nella manualistica e nella letteratura internazionale. Questa semplicistica modalità interpretativa non è solamente riduttiva, ma è metodologicamente errata. Ciò ha comportato una disparità e una differenza interpretativa di uno strumento che viene annunciato come uno tra i più oggettivi. Il rischio, in questo caso, non è solo di errore diagnostico o descrittivo del funzionamento della personalità, ma è anche un rischio di errore che ha implicazioni di natura deontologica.

Da dove nasce l’esigenza di mettere a punto un report interpretativo?

Devo premettere che, paradossalmente, fino a pochi anni fa non sono mai stato un fautore dei report interpretativi informatizzati/automatici. La complessità dell’analisi psicologica e psicodiagnostica è legata a una visione a trecentosessanta gradi del paziente, che comprende una corretta raccolta dell’anamnesi, l’osservazione del comportamento, il colloquio clinico, il tempo di durata dei sintomi e, non ultimo, l’utilizzo di strumenti psicodiagnostici. Tuttavia, la necessità di utilizzare non solo un linguaggio comune, ma soprattutto una corretta sequenza applicativa di regole interpretative del MMPI, ha favorito l’idea della messa a punto di un programma che risolvesse questo problema metodologico e interpretativo, lasciando nel contempo un spazio decisionale diagnostico finale al professionista. Oltre a questi innegabili vantaggi, il report interpretativo dell’MMPI ha il grande vantaggio di limitare, se non eliminare, gli errori interpretativi dei singoli professionisti e/o le omissioni di particolari elementi presenti nel test ma non riconosciuti dall’esaminatore. Altro grande vantaggio consiste nel grande risparmio in termini di tempo: mentre un buon report interpretativo necessita di un esame di circa due ore del profilo grafico, per il report interpretativo sono sufficienti pochi minuti per l’inserimento dati e circa mezz’ora per la revisione critica del report, per giungere poi ad una decisione diagnostico-interpretativa finale. Un elemento da non trascurare infine è l’“effetto suggestione” che, talvolta, un determinato profilo o l’elevazione di determinate scale possono indurre nell’esaminatore creando un bias interpretativo a scapito di una corretta interpretazione che un report interpretativo informatizzato, evidentemente, non subisce.

Come è strutturato RIO, il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-2-RF e l’MMPI-A? Che vantaggi offre al clinico che lo utilizza?

RIO è attualmente il sistema interpretativo più sofisticato e complesso presente in Italia per le interpretazioni informatizzate di tutte le forme dell’MMPI presenti sul mercato: MMPI-2, MMPI-RF e MMPI-A; dell’MMPI-2 inoltre prevede il report sia clinico sia forense e, per ciascuno dei due, sia il report della forma completa sia quello della forma ridotta. Il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-RF, l’MMPI-A è strutturato in modo tale da ottenere un report interpretativo e un report grafico a partire dai punteggi standardizzati ottenuti dalla persona in ognuna delle scale del test. Per poter utilizzare RIO è dunque necessario aver somministrato ed aver effettuato lo scoring del test ottenendone i punteggi grezzi ed i punteggi T per ciascuna delle singole scale.
RIO si avvale di circa 1600 regole interpretative che permettono una accurata descrizione del funzionamento della personalità, nonché della formulazione di una o più proposte diagnostiche presentate gerarchicamente. L’organizzazione del report prende in considerazione gli aspetti legati alla validità, la descrizione del funzionamento generale della persona, la sintesi di tale funzionamento, le considerazioni cliniche legate alla sintomatologia e/o ai meccanismi di difesa e le ipotesi diagnostiche possibili per quel tipo di profilo ricavate dalla letteratura internazionale. Come valore aggiunto, inoltre, offre alcune indicazioni di natura trattamentale sulla base del profilo precedentemente esposto. I vantaggi di questo sistema sono già evidenti solo se si considera la vasta gamma di regole interpretative applicate al test. Oltre ai vantaggi generali appena descritti, nel considerare l’utilizzo di un report informatizzato, si aggiunge anche l’uniformità del linguaggio clinico tra i vari professionisti e quindi il confronto dialettico tra gli stessi.
Ricordiamo che RIO è uno strumento dinamico in continuo aggiornamento, in grado di formulare ipotesi diagnostiche sulla base della corrente manualistica (attualmente fa riferimento al DSM-IV-TR e al DSM-5); laddove RIO fa riferimento al DSM-IV-TR significa che non esiste, al momento attuale, un lavoro accreditato sul piano scientifico che giustifichi una diagnosi o una descrizione fatta con il MMPI in riferimento al DSM-5. Sulla base del ventaglio di possibilità psicodiagnostiche fornite da RIO il clinico avrà modo, infine, di riflettere più approfonditamente sul caso permettendo di formulare anche una diagnosi differenziale consapevole e precisa con il contributo di altre informazioni qualitative acquisite sulla persona durante il processo psicodiagnostico.

RIO consente di scegliere tra un report clinico e un report forense per l’MMPI-2. Che differenze ci sono tra i due tipi di report?

Il MMPI-2 ha trovato e sta trovando ampio utilizzo in ambito forense. La richiesta della magistratura giudicante e della magistratura inquirente, di avere dati il più possibile oggettivi al fine di avere un aiuto il più possibile concreto da parte del professionista, è andata progressivamente ampliandosi nel corso degli anni. A tale scopo è stata pubblicata una serie di lavori di approfondimento specificatamente dedicati. RIO prende in considerazione entrambi gli ambiti di utilizzo, clinico e forense, offrendo alle due modalità interpretative una stessa base di interpretazione che tuttavia si differenzia in una seconda fase di analisi approfondita: il report clinico in termini di funzionamento personologico, relazionale e diagnostico-terapeutico mentre il report forense in termini di attendibilità, falsificazione, esagerazione, strumentalizzazione dei sintomi e elementi simulatori e dissimulatori. In sintesi, il report clinico analizza più approfonditamente la descrizione della personalità, si focalizza sugli aspetti trattamentali e dà maggiore spazio alla sintesi descrittiva e alle ipotesi diagnostiche. Il report forense utilizzato in ambito penale analizza il comportamento criminale secondo la classificazione di Megargee ed include anche considerazioni sulla cosiddetta “pericolosità sociale”.

RIO offre un report forma breve e un report forma completa per l’MMPI-2. Che differenze ci sono in merito alla quantità di informazioni prese in esame e alla complessità dell’interpretazione fornita?

La cosiddetta forma breve o di base del MMPI-2, consistente nella risposta ai soli primi 370 item del questionario, permette il computo e l’analisi completa di tutte le scale cliniche di base, di quelle scale cioè che hanno un peso fondamentale nella formulazione delle ipotesi diagnostiche. La forma ridotta permette la lettura e l’interpretazione di tali scale, dei code-type, dello schema di Diamond, delle scale di Harris e Lingoes e delle formule derivate. Nello specifico, il profilo generato da RIO, che analizza i punteggi derivati dalla forma breve dell’MMPI-2, prende in considerazione i seguenti fattori: analisi delle scale di validità e sottoscale di Harris e Lingoes e la loro configurazione, elevazione media del profilo, indice di dissimulazione, percentuale di risposte V/F, elevazione media delle triadi, configurazioni particolari, code-type, schema di Diamond e indici derivati. L’analisi del profilo completo permette, oltre a quanto previsto sopra per il profilo della forma ridotta, anche l’interpretazione descrittiva di ulteriori scale di validità (VRIN e TRIN) e l’interpretazione delle scale di contenuto e delle scale aggiuntive. I due report non si differenziano in termini di qualità e accuratezza.

I servizi pubblici utilizzano strumenti informatizzati di supporto al processo diagnostico? Utilizzano report informatizzati?

Nell’ambito della diagnostica sanitaria nei servizi pubblici si assiste sempre di più all’utilizzo di strumenti che favoriscano un risultato uniforme e comparabile. Ciò purtroppo non sta accadendo per la diagnostica di natura psicologica a causa della scarsità degli strumenti informatizzati disponibili per la diagnosi psicologica e della loro, talvolta, scarsa affidabilità, salvo qualche rara eccezione. La pubblicazione di RIO ha favorito l’utilizzo di questo strumento, oltre che da parte dei professionisti, anche da parte di alcuni servizi operanti in ambito pubblico. Un esempio è rappresentato nella Regione Veneto dove, con l’obiettivo di uniformare il linguaggio e l’analisi delle persone che presentavano possibile patologia da stress lavoro correlato, tutti i dipartimenti di prevenzione si sono dotati di questo strumento, allo scopo di produrre report interpretativi uniformi e comparabili tra i vari servizi della Regione stessa. Uniformare i report informatizzati non significa uniformare le diagnosi, bensì uniformare i processi diagnostici in quanto la diagnosi è prerogativa di un complesso ragionamento clinico di cui il report interpretativo rappresenta un momento e una proposta affidabile. I servizi pubblici si stanno avvicinando a questo e ad altri strumenti in considerazione del risparmio, in termini di tempo/operatore, dato dall’utilizzo di questi, anche a fronte di una talvolta impegnativa spesa iniziale. Se consideriamo, ad esempio, che un servizio di Psichiatria o di Neuropsichiatria infantile utilizza, ad esempio, anche solo 20 MMPI al mese, questo può risparmiare in termini di tempo/operatore dalle 200 alle 300 ore all’anno, guadagnando anche in termini di affidabilità e uniformità diagnostica. Questa semplice considerazione ha permesso, per esempio, ad alcuni professionisti di convincere le proprie aziende sanitarie di fornirli di RIO.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

BIO Dr  Berto

Psicologo dirigente e psicoterapeuta presso la AULSS 6 Euganea di Padova, opera presso il Centro per il Benessere Organizzativo. Ha collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Osservatorio Europeo sulle Droghe, le Università del Kent e di Birmingham in qualità di responsabile italiano di progetti multicentrici finanziati dall’Unione Europea sulla sanità carceraria e sulla psicodiagnostica. Specialista in psicologia clinica e in sessuologia, applica il MMPI e il MMPI-2 da oltre trent’anni, sia in ambito clinico che forense. Unisce all’attività clinica l’attività di CTU per conto del Consiglio Superiore della Magistratura, del Tribunale per i Minorenni di Venezia e di diversi Tribunali Civili e Penali Italiani. È stato consulente del Ministero della Difesa e del Ministero della Giustizia per attività di psicodiagnostica in tali contesti. Svolge attività didattica presso diverse scuole di Specializzazione in Psicoterapia ed al Master di II livello in Psicopatologia e neuropsicologia forense presso l’Università di Padova. Ha introdotto in Italia (curandolo e scrivendo alcuni capitoli) il manuale MMPI, MMPI-2 e MMPI-A in Tribunale. Manuale pratico per consulenti tecnici, avvocati e giudici con casistica criminologica italiana (K.S. Pope, J.N. Butcher e J. Seelen. Giunti OS, 2006). È autore di oltre 50 pubblicazioni in tema di psicologia clinica, psicodiagnostica, psicologia forense. Per Hogrefe ha pubblicato, in collaborazione ad altri AA, il programma RIO. Report Interpretativo Online di tutte le forme del MMPI ed EXIDA, un questionario per la valutazione del danno esistenziale.

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Dialoghi

Protetto: Psicologia Plurale. Dialogo con Michele Piccolo: fare lo Psicologo a New York

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Dialoghi

Psicodiagnosi in età evolutiva. Dialogo con Laura Parolin: personalità in età evolutiva e Test Roberts-2

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo dialogo, si approda al grande tema della personalità in età evolutiva, che sviluppiamo insieme a Laura Parolin, a partire dal Test Roberts-2, di cui lei, insieme a Francesca Locati e Pietro De Carli, è tra i curatori dell’edizione italiana per Hogrefe Editore.

 

Il Roberts-2 è un test perfomance-based di tipo narrativo, volto a indagare le competenze sociali e interpersonali integrate con gli aspetti di funzionamento della personalità di soggetti di età compresa tra i 6 e i 18 anni. Offre la possibilità di esaminare, tramite la presentazione di uno stimolo visivo, le risposte narrative (le storie), i comportamenti verbali, percettivi e interattivi ad esse associati, in modo da definire un profilo di funzionamento psicologico. In questo senso, il linguaggio espressivo viene considerato indice delle competenze sociocognitive.

 

 

Prof. ssa Parolin, in qualità di esperta nell’ambito dell’assessment della personalità, intorno a che età di sviluppo possiamo iniziare a parlare di “personalità”? Come interagiscono fattori personali legati al temperamento del bambino e fattori ambientali nella strutturazione di un funzionamento tipico?

La personalità è un modello psichico estremamente complesso, che comprende dentro di sé diverse dinamiche, disposizioni interne, capacità e funzionalità psichiche. Il bambino sin dai primi mesi successivi alla nascita si esprime come individuo e già nella prima infanzia sono identificabili i primi segnali di tratti personologici tipici. I bambini anche più piccoli dell’anno reagiscono in modo differente a diverse sfide, cognitive, sociali e relazionali: differenze individuali sono riscontrabili nell’ambito dell’andamento delle tappe di sviluppo, nella qualità della predisposizione all’avvicinamento degli altri, in modo diverso tra adulti e pari, nel gestire la risposta alle regole imposte dagli adulti o dai contesti che frequentano. La moderna rilettura della teoria dell’attaccamento ricostruisce come i bambini dai 9 mesi di vita iniziano non solo a sviluppare stili di attaccamento differenziati alle figure di riferimento, ma anche caratteristici meccanismi di difesa in risposta a situazioni per loro stressanti o emotivamente elicitanti. Tali predisposizioni sono nel corso della crescita in continuo dialogo con tantissime variabili che causano, influenzano e determinano l’andamento evolutivo e l’espressività dei propri modelli personologici. La personalità, in particolar modo in età evolutiva, infatti, è un elemento plastico e mobile, in continuo interazione e modifica in ordine agli aspetti epigenetici, temperamentali, neuropsicologici, attaccamentali, difensivi, socioculturali. In questa varietà di interconnessioni, lo sviluppo della personalità è più da considerare come una questione di temperamento contro ambiente, entrambi riconosciuti come variabili causali della formazione della stessa, ma piuttosto come continua interazione epigenetica.

In che termini si può parlare di disturbi di personalità in età evolutiva?

Lo sviluppo della personalità nell’infanzia, come detto, ha origini molto precoci e nei primi anni di vita del bambino può essere già riconoscibile l’emergere di caratteristiche disfuzionali che possono impattare negativamente nella crescita evolutiva e nelle relazioni interpersonali del bambino. In alcuni di questi casi è possibile riconoscere la genesi di un disturbo di personalità. lI PDM nella sua prima versione è il primo manuale diagnostico della malattia mentale che apre ad una specifica formulazione dei disturbi di personalità in infanzia e in adolescenza, proponendo in maniera strutturata la possibilità di ricostruire pattern e disturbi di personalità differenziati e specifici per fase evolutiva. In questa direzione, è ormai sdoganata la possibilità di identificare già in età infantile i nuclei di personalità sana e psicopatologica, che tuttavia vengono considerati come indicazioni diagnostiche non statiche e strutturate ma flessibili e “in formazione”, in cui variabili relative alla crescita, al contatto con il contesto ambientale, al passaggio tra diverse tappe evolutive e sociali, possono influenzarne il divenire. Sin dai 4 anni di età, quindi, si possono identificare le origini di disturbi personologici dei bambini, le cui caratteristiche possono variare in un continuum che va da gravi compromissioni ad un funzionamento sano. A questa età, quindi, il disturbo di personalità si esprime come un modello personologico disadattivo, che viene interpretato come una vulnerabilità individuale che nel corso della crescita si interfaccia con fattori rischio e fattori protettivi che possono determinarne l’evoluzione e la prognosi.

Esiste un’ipotetica continuità tra il funzionamento patologico di personalità in età evolutiva e in età adulta?

La formazione di un disturbo di personalità può emergere in età infantile e può indubbiamente proseguire nel suo sviluppo con la crescita, esistono delle corrispondenze, infatti, tra funzionamento di personalità in età infantile altri fasi evolutive ed in particolare tra la fase adolescenziale e quella adulta. La continuità, tuttavia, non si può considerare deterministica: disturbi di personalità infantili non predicono necessariamente un disturbo in età adulta come evidenziato da Caspi e colleghi. La visione evolutiva dei disturbi di personalità, oggi, è rappresentata da il continuo divenire di aspetti di vulnerabilità individuale (ad es. disturbo di personalità in formazione) in interazione continua con fattori di rischio, di protezione e caratteristiche resilienti che possono deviarne l’evoluzione. È questa straordinaria mobilità dello psichismo infantile che suggerisce come interventi psicoterapeutici tempestivi possono avere esiti positivi con maggiore facilità e portata rispetto ad interventi tardivi.

Si riscontra una familiarità per questo tipo di disturbi?

Ci sono evidenze empiriche che testimoniano il contributo di una componente genetica nell’eziologia di disturbi di personalità, anche in epoca infantile. Recenti studi hanno dimostrato che esiste una componente genetica nello sviluppo delle capacità di regolazione emotiva e funzioni esecutive in età evolutiva, che sono componenti importanti del funzionamento di personalità patologica e non. Tale aspetto genetico tuttavia non è l’unica variabile che può influenzare l’emergere di un disturbo di personalità, ma agisce insieme a componenti legate ad esempio all’esposizione ad eventi avversi o al ruolo del contesto parentale. In età evolutiva la componente biologica è strettamente legata a quella esperienziale, che ne rende più mobile la possibilità di espressione. È stato studiato infatti come la qualità delle relazioni con le figure di attaccamento possono mediare in maniera decisiva lo sviluppo psicologico e neurobiologico. Di conseguenza, l’intervento precoce sulla famiglia può in modo consistente limitare la portata di componenti genetiche negative, sia nei figli che nelle generazioni a seguire.

Effettuare una valutazione della personalità in età evolutiva è attualmente una pratica clinica diffusa? Che tipologia di strumenti di valutazione può essere utilizzata a questo scopo?

La valutazione della personalità in età evolutiva è una pratica diffusa da tempo, adottata in tutti i principali servizi di salute mentale per minori. Tale pratica, tuttavia, ha spesso preferito un approccio squisitamente clinico-qualitativo, sia dal punto di vista della tipologia di strumenti utilizzati, che relativamente allo studio dei dati clinici emersi. Tale aspetto, seppur clinicamente importante, lascia aperte delle aree di fragilità nella pratica di assessment, che si compone di strumenti non supportati empiricamente che lasciano troppo spazio all’interpretazione soggettiva del test. Negli ultimi anni, grazie al fiorire di ricerche teorico-empiriche sull’assessment in età evolutiva, la valutazione della personalità in questo periodo del ciclo di vita sta diventando una pratica più rigorosa nell’informare sul funzionamento del paziente e sul suo andamento evolutivo. La letteratura e la pratica clinica indicano come sia necessario, per una valutazione clinica esaustiva e per la costruzione di una formulazione del caso il più completa e articolata possibile, l’utilizzo di un approccio all’assessment multi-method. “Poiché ogni metodo rivela differenti aspetti della realtà empirica, devono essere impiegati metodi multipli di osservazione”. In questo senso, è necessario prevedere l’utilizzo di più strumenti psicodiagnostici, che permette di cogliere aspetti diversi, ma complementari del funzionamento del paziente. L’impiego di un solo strumento per la valutazione non permette acquisire sufficienti dati per fornire indicazioni diagnostiche fondate. La scelta degli strumenti da utilizzare è quindi delicata e da vagliare in base alla validità del singolo test, ma anche al tipo di risposte che può fornire ogni strumento scelto, in un’ottica di interazione dei dati. Per una diagnosi di personalità in età evolutiva si potrebbe prevedere una batteria di test che includa test sulle funzioni cognitive, dei reattivi narrativi, test grafici, misure oggettive di personalità. È importante che i test scelti appartenenti a queste famiglie siano supportati empiricamente e basati su dati di validità e affidabilità comprovata.

Il Roberts-2 è un un performance based personlity test. Ci spiega che cosa significa e come questo si traduce in pratica?

Il Roberts-2 intende valutare la personalità basandosi sulla misurazione della performance, cioè delle prestazioni del soggetto in prove complesse, tramite l’analisi delle strategie di problem solving e di decision making. Il Roberts-2, infatti, interpreta la narrazione prodotta dal paziente a fronte dello stimolo grafico proposto, come una performance di problem solving. Nel corso del processo narrativo, il paziente deve, infatti, rispondere ad una serie di quesiti, quali: cosa sta succedendo tra i personaggi? che emozioni provano? come andrà a finire la situazione problematica? In questo processo elaborativo si indagano la messa in gioco delle capacità del soggetto nell’elaborare strategie di risoluzione del compito, di organizzazione delle proprie conoscenze per elaborare il problema target di ogni tavola del test. Il soggetto deve ricorrere ai propri schemi mentali preesistenti che organizzano e qualificano l’attività di storytelling. L’interpretazione della narrazione come prova di performance dà la possibilità di strutturare una griglia di codifica e un sistema interpretativo che poggia su una base oggettiva e quantitativa.

Quali possono essere i vantaggi nell’utilizzo di un test performance based di tipo narrativo rispetto ad un questionario?

I questionari e i test performance based sono test differenti che si occupano di indagare dati diversi relativamente alla complessità di funzionamento del paziente. I questionari, o strumenti self-report, sono costruiti affinché il soggetto testato condivida informazioni su ciò che sa, che ritiene e che pensa di se stesso. In questo caso il dato emerso è riferito alla visione consapevole che il paziente ha di se stesso e il testista interpreta integrando i dati, senza attribuire alcun significato “soggettivo” alle risposte del paziente. I test performance based narrativi, chiedendo al paziente di raccontare una storia, e l’attenzione è sulla narrazione spontanea a partire da un dato grafico proposto. Il materiale dei test performance based si serve del linguaggio espressivo del paziente che funge da indicatore delle caratteristiche che lo specifico test si propone di indagare, permettendo di fare emergere del materiale non direttamene consapevole del paziente, sul quale lo psicodiagnosta deve intervenire con la propria conoscenza teorica e l’esperienza clinica nell’interpretazione dei risultati. Mi preme ricordare che nella pratica di assessment in età evolutiva e in particolare nel caso della seconda infanzia, non è comune l’uso di questionari, per la strutturale l’immaturità del senso di sé in questa fase evolutiva che difficile permetterebbe al piccoli pazienti di descriversi approcciandosi ad un classico self report.

Che tipo di informazioni possono essere ricavate dalla somministrazione del Roberts-2?

Il Roberts-2 si propone di misurare il funzionamento evolutivo dell’individuo declinato in molteplici aspetti. Innanzitutto indaga la sua comprensione sociale, cioè la capacità di comprendere gli aspetti relazionali e sociali delle tavole proposte. Si possono ricavare anche informazioni sulla competenza socio-cognitiva attraverso l’indagine della capacità narrativa di una storia, in cui vi sia riconosciuta la situazione problematica rappresentata e individuata un’adeguata soluzione. Il test si propone inoltre di individuare le peculiari strategie del soggetto per risolvere le situazioni problematiche. La totalità di queste aspetti permette di cogliere sia il profilo di funzionamento evolutivo adattivo, sia il profilo di funzionamento clinico, quindi, disfunzionale. Tale vantaggio consente di poter valutare sia i punti di forza, sia le aree di criticità all’interno di un andamento di sviluppo evolutivo della personalità.

Perché il Roberts-2 associa la valutazione delle competenze sociali e interpersonali all’assessement del funzionamento di personalità?

L’indagine del funzionamento di personalità comprende l’integrazione di diversi e compositi ambiti psichici, che non sono misurabili con un unico test. Il Roberts-2, in qualità di performance based narrativo, si pone l’obiettivo di cogliere quel lato del funzionamento di personalità che integra le competenze socio-cognitive con quelle relazionali ed interpersonali. Le competenze socio-cognitive sono quelle che permettono di interpretare quello che avviene in una situazione sociale ed elaborarlo in un processamento narrativo, le competenze relazionali e interpersonali sono connesse alle nostre relazionai oggettuali internalizzate o schemi mentali che guidano l’interpretazione di quello che accade nei contesti sociali a partire dalle nostre esperienze arcaiche. Questi aspetti, che costituiscono un’area importante del funzionamento di personalità, permettono di ricostruire il funzionamento evolutivo adattivo (i cambiamenti che il bambino acquisisce nella crescita man mano che aumenta la sua esperienza nella sfera sociale), ed il funzionamento clinico. Tali indicatori mostrano come i bambini con problemi sociali ed emotivi, rispetto ai coetanei non clinici, tendono ad includere elementi più insoliti e atipici nella comprensione delle situazioni sociali. Ciò permette allo psicologo di poter approfondire e ampliare le conoscenze sul funzionamento e sulla personalità del paziente, in cui le competenze sociali e interpersonali sono sia parte integrante della personalità che una diretta espressione manifesta delle sue caratteristiche.

Il Roberts-2 si compone di tre set di tavole, distinti in base al fatto che i personaggi raffigurati abbiano caratteri somatici europei, africani o latino americani. Quali sono le motivazioni sottostanti a questa scelta?

Stiamo vivendo attualmente un grande cambiamento storico in cui il tessuto sociale è sempre più multiculturale e multietnico. La professione dello psicologo è quotidianamente confrontata con questa realtà, qualsiasi sia l’ambito in cui deve effettuare una valutazione, sia essa clinica o giuridica-forense. L’inserimento nel Roberts-2 di tre differenti set di tavole, con personaggi aventi caratteri somatici caucasici, africani e latino-americani, segue e asseconda la necessità di adattare i nostri strumenti al tessuto sociale che andiamo ad incontrare nei contesti di assessment. Le motivazioni sottostanti a tali scelte vanno nella direzione di una rinnovata best practice clinica, che prevede anche di utilizzare i migliori strumenti diagnostici a disposizione dello psicologo per capire il funzionamento del paziente. Per un paziente, osservare delle tavole i cui personaggi rispecchiano i propri tratti somatici favorisce l’immedesimazione e il rispecchiamento e ciò si può riverberare nella qualità e nella complessità delle narrazioni e delle risposte al test al fine di migliorare la validità dei risultati. A ciò si associano anche differenti tabelle normative tarate su specifici campioni etnici. Poiché esistono differenze di personalità tra le culture, lo scopo è quello di valutare nel modo più aderente alla realtà il soggetto testato, confrontando i risultati ottenuti con quelli della popolazione di riferimento.

In breve il test Roberts-2

APPLICAZIONI. Il Roberts-2 si propone due scopi principali: indagare lo sviluppo delle funzioni adattive del bambino, prodotto dalle diverse esperienze sociali con cui è entrato in contatto durante la crescita, ed evidenziare eventuali aspetti clinicamente rilevanti. La valutazione della dimensione evolutiva delle scale mostra la possibilità di un impiego utile alla comprensione degli aspetti maturazionali dei bambini e degli adolescenti in termini di capacità cognitive ed affettive, spendibili per risolvere situazioni potenzialmente problematiche.

APPLICAZIONI. Le tavole illustrate forniscono una serie strutturata di situazioni sociali comuni che inducono il bambino a narrare storie relative alle specifiche problematiche elicitate e alle modalità di gestione delle stesse. La storia raccontata dal bambino viene letta come riflesso delle sue capacità, più o meno spiccate o carenti, di riconoscere, assimilare ed organizzare queste situazioni, dando prova di un’adeguata capacità di risoluzione delle problematiche legate all’interazione.

STRUTTURA. Il Roberts‑2 comprende 7 gruppi di scale, ognuna delle quali ne include a sua volta da 2 a 6:

  • Scale di Descrizione del Tema: relative alla specifica emozione, al comportamento o alla situazione problematica raffigurata da ciascuna tavola;
  • Scale di Risorse Disponibili: riguardano le risorse cui i personaggi possono attingere per gestire i sentimenti e le situazioni problematiche;
  • Scale di Identificazione del Problema: possono essere considerate come diversi livelli della capacità di problem solving, organizzati in modo gerarchico;
  • Scale di Risoluzione: anche queste formano una gerarchia di livelli caratterizzati da un sempre maggior grado di differenziazione e abilità di problem solving;
  • Scale delle Emozioni: le emozioni di base codificate sono state divise in 4 categorie generali che rappresentano l’ampia gamma di sentimenti che i bambini e gli adolescenti sperimentano nella quotidianità: ansia, aggressività, depressione e rifiuto;
  • Scale di Esito: relative all’abilità del bambino o dell’adolescente di elaborare sentimenti e situazioni problematiche;
  • Risposte Insolite o Atipiche: identificano le tematiche tipiche nei bambini o negli adolescenti che presentano un funzionamento disadattivo o una patologia grave.

Test performance-based: il concetto di performance-based personality test è strettamente legato alla possibilità di spiegare il processo di risposta del soggetto a fronte del compito che gli viene proposto. Se lo applichiamo ai test narrativi, il compito di “rac­contare” diventa una prova di “problem solving”, in cui assume importanza il ruolo degli schemi mentali preesistenti nell’or­ganizzazione dello stimolo attuale e, in linea con l’ipotesi proiettiva, si enfatizza l’influenza dei pro­cessi inconsci in queste strutture mentali.

Specificità delle tavole: il Roberts-2 si compone di tre diversi set di tavole in base alla provenienza etnica. Ci sono tavole costruite per bambini e ragazzi italiani, africani e latinoamericani, e – in ogni set – ben 11 tavole su 16 sono differenziate per maschi e femmine, in modo tale che il personaggio principale rappresentato nell’immagine rispecchi il genere del soggetto.

Approccio multiculturale alla valutazione: l’attenzione alla dimensione multiculturale, attraverso set di tavole e norme differenti in base all’etnia, pone al centro dell’attenzione il rapporto tra le procedure di assessment e le caratteristiche di personalità in diverse culture, e consente di declinare l’utilizzo del test nell’assessment multiculturale.

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Laura Parolin. Professore Associato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, i suoi interessi di ricerca vertono su assessment della personalità, strumenti di valutazione “performance based personality tests” vs. test oggettivi, alleanza diagnostica e l’alleanza terapeutica, narrazione e test narrativi.

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