Connect with us

Dialoghi

Protetto: Psicologia Plurale. Dialogo con Michele Piccolo: fare lo Psicologo a New York

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Ti potrebbe interessare

Continue Reading
Click to comment

This post is password protected. Enter the password to view any comments.

Dialoghi

La rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico

Psicodiagnosi RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPI

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo articolo – dialogando con il Dr Daniele Berto – ci concentriamo sul tema della rilevanza della valutazione psicodiagnostica nel servizio pubblico, per arrivare infine all’utilizzo del RIO – Report Interpretativo Online per l’MMPIRIO è un sistema interpretativo online del MMPI, per tutte le sue versioni attualmente distribuite in Italia.

RIO | Info

RIO può essere utilizzato in tutti i contesti nei quali sia stato deciso di utilizzare una delle forme del MMPI (2, A, RF).  L’ampiezza del report permette allo specialista di individuare e scegliere le ipotesi diagnostiche più appropriate tra quelle proposte da RIO, nonché le indicazioni terapeutiche in funzione della concordanza con i dati legati all’anamnesi e all’osservazione del comportamento.

In particolare è utile in contesti dove sia necessaria una decisione operativa e terapeutica, oltre che diagnostica, effettuata in tempi ristretti.

In ambito forense, il report è stato studiato per far emergere situazioni di simulazione e/o dissimulazione di patologia nel corso di accertamenti peritali. In ambito penale il report utilizza specifiche regole interpretative e decisionali finalizzate alla formulazione di una o più ipotesi diagnostiche presentate in forma gerarchica (a partire cioè dalla ipotesi diagnostica più probabile) piuttosto che alla descrizione della personalità.

Il report del MMPI-A, oltre alla consueta accurata descrizione del profilo di personalità, prevede invece una specifica più ampia funzione in termini di ipotesi trattamentali e/o riabilitative collegate alla/e ipotesi diagnostica/che derivate dall’analisi del profilo.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

IL DIALOGO

La valutazione psicodiagnostica è una delle funzioni svolte nell’ambito dei servizi sanitari territoriali. Vista la sua esperienza diretta come psicologo dirigente e psicoterapeuta presso le AULSS, quale ritiene sia la rilevanza di tale funzione all’interno dei servizi stessi?

La valutazione psicodiagnostica, unitamente al sostegno psicologico ed in alcuni casi alla psicoterapia, effettivamente è una delle funzioni maggiormente espletate dagli psicologi operanti nel servizio sanitario. In alcuni servizi questa attività assume una rilevanza specifica tale da essere alla base di importanti operazioni decisionali sulle singole persone e/o sulle famiglie. L’operato degli psicologi nei servizi si confronta continuamente con valutazioni effettuate sia a fini certificativi sia ai fini della verifica dell’andamento dell’attività trattamentale. Negli ultimi quindici anni ha acquistato un peso progressivamente maggiore l’apporto diagnostico-descrittivo che gli psicologi hanno saputo dare in termini di ipotesi diagnostiche, meccanismi di funzionamento, potenzialità cognitive, possibili deficit, capacità residue, ecc. utilizzati all’interno delle procedure certificate o anche più semplicemente per la gestione delle singole persone.

Che tipologia di soggetti afferisce al servizio pubblico per una valutazione psicodiagnostica?

I servizi pubblici da diverso tempo hanno individuato procedure finalizzate alla certificazione a valenza psicologica. Tali procedure hanno a che fare soprattutto con la metodologia necessaria, con le figure da coinvolgere per tali certificazioni, con le aree di analisi e con i tempi necessari per produrre la certificazione. Tuttavia, queste procedure non prevedono gli standard condivisi di utilizzo di particolari strumenti psicodiagnostici. Ogni servizio, consultorio, singolo professionista, può utilizzare gli strumenti che professionalmente ritiene più adeguati a rispondere alle varie necessità. Ne consegue che i servizi possono utilizzare strumenti differenti per una stessa tipologia di valutazione. Ciò a scapito di una uniformità e confronto di procedure e di linguaggio. Può succedere infatti che per una diagnosi di disabilità cognitiva possano essere utilizzati strumenti di natura neuropsicologica oppure strumenti di performance all’interno di procedure più complesse ed ampie. Da più parti si assiste alla necessità di uniformare non tanto le procedure generali, quanto la scelta dei singoli strumenti utilizzati all’interno di tali procedure.

All’interno del servizio pubblico esistono procedure finalizzate alla formulazione di certificazioni psicodiagnostiche? Quali sono gli strumenti utilizzati a questo scopo?

All’interno dei servizi pubblici arrivano differenti tipologie di richieste di valutazione psicologica. Tale ampia gamma di valutazioni va, a titolo esemplificativo e non esaustivo, dalla valutazione delle coppie finalizzata all’adozione, alle certificazioni di deficit di natura cognitiva finalizzata al sostegno scolastico, dalla valutazione di persone tossicodipendenti con doppia diagnosi, alle necessità di natura diagnostica presente nei CSM, nei servizi di Psichiatria, di Neuropsichiatria Infantile e di Medicina del Lavoro. La gamma di problematiche esaminate e la tipologia delle condizioni psicologicamente rilevanti è molto ampia a fronte di una non altrettanto ampia, in termini di tipologia e di numero, presenza ed utilizzo nel Servizio Pubblico di strumenti oggettivi di natura psicodiagnostica.

Il MMPI è un test utilizzato da ormai molti anni e molto conosciuto. A quale motivo deve la sua diffusione?

Il MMPI fonda le proprie “fortune” italiane, e non solo, su alcuni fattori.
Il primo di essi e sicuramente l’ampia disponibilità di pubblicazioni scientifiche e di testi dedicati alla sua applicazione, alla sua interpretazione, alla sua validazione e ai suoi ambiti applicativi. Questa mole di studi ha permesso una sempre migliore e più approfondita raffinatezza descrittiva ed anche diagnostica. Il secondo fattore è che questo questionario, inoltre, negli ultimi trent’anni ha risposto alla sempre più pressante richiesta di oggettivazione dei risultati nella valutazione psicodiagnostiche. Il terzo è che questo strumento è entrato nei programmi di studio delle università, dei master e delle scuole di specializzazione. Questa popolarità si è quindi autoalimentata, favorendo una capillarità dell’utilizzo dello strumento, ritenuto, a torto o a ragione, oggettivo, pratico e di relativamente facile utilizzo in più ambiti clinici e forensi.

Quali sono i rischi legati ad una così ampia popolarità di questo questionario?

Questo ampio utilizzo ha però portato con sé numerosi rischi. Il primo rischio è legato ad un approccio interpretativo e di utilizzo superficiale ed approssimativo, favorito dal nome delle scale cliniche che riportano ad una nomenclatura diagnostica e clinica che le scale stesse non rappresentano tout-court. Faccio un esempio: di fronte ad una forte elevazione della scala 6-Pa (Paranoia), abbiamo osservato che diversi utilizzatori del test erano orientati verso una diagnosi di Paranoia, favorita unicamente dall’elevazione di tale scala. In realtà, per porre una ipotesi diagnostica di un Disturbo Paranoide o di altre psicosi, è necessario mettere insieme almeno una decina di criteri presenti all’interno del MMPI. Conoscere il MMPI non deve essere legato al semplice “averne sentito parlare”, questo non significa conoscerlo. Il suo utilizzo dovrebbe essere permesso solo dopo un approfondito studio della sua storia, della sua struttura, nonché delle fasi e dei livelli interpretativi.

A fronte della notorietà e dell’ampia diffusione di questo strumento, gli aspetti legati all’interpretazione dei risultati e al loro impiego ai fini della formulazione diagnostica sono, a suo parere, ugualmente acquisiti da parte dei professionisti che operano in ambito clinico? Ci possono essere dei rischi relativi alla corretta applicazione?

La mia esperienza è che a fronte di un massiccio e diffuso utilizzo di questo strumento, non vi sia un’altrettanta uniformità né descrittiva del funzionamento della personalità, né lessicale, né diagnostica, al punto che il profilo grafico talvolta viene “interpretato” unicamente attraverso la lettura dell’elevazione delle singole scale, senza tener conto di tutte le altre regole interpretative presenti nella manualistica e nella letteratura internazionale. Questa semplicistica modalità interpretativa non è solamente riduttiva, ma è metodologicamente errata. Ciò ha comportato una disparità e una differenza interpretativa di uno strumento che viene annunciato come uno tra i più oggettivi. Il rischio, in questo caso, non è solo di errore diagnostico o descrittivo del funzionamento della personalità, ma è anche un rischio di errore che ha implicazioni di natura deontologica.

Da dove nasce l’esigenza di mettere a punto un report interpretativo?

Devo premettere che, paradossalmente, fino a pochi anni fa non sono mai stato un fautore dei report interpretativi informatizzati/automatici. La complessità dell’analisi psicologica e psicodiagnostica è legata a una visione a trecentosessanta gradi del paziente, che comprende una corretta raccolta dell’anamnesi, l’osservazione del comportamento, il colloquio clinico, il tempo di durata dei sintomi e, non ultimo, l’utilizzo di strumenti psicodiagnostici. Tuttavia, la necessità di utilizzare non solo un linguaggio comune, ma soprattutto una corretta sequenza applicativa di regole interpretative del MMPI, ha favorito l’idea della messa a punto di un programma che risolvesse questo problema metodologico e interpretativo, lasciando nel contempo un spazio decisionale diagnostico finale al professionista. Oltre a questi innegabili vantaggi, il report interpretativo dell’MMPI ha il grande vantaggio di limitare, se non eliminare, gli errori interpretativi dei singoli professionisti e/o le omissioni di particolari elementi presenti nel test ma non riconosciuti dall’esaminatore. Altro grande vantaggio consiste nel grande risparmio in termini di tempo: mentre un buon report interpretativo necessita di un esame di circa due ore del profilo grafico, per il report interpretativo sono sufficienti pochi minuti per l’inserimento dati e circa mezz’ora per la revisione critica del report, per giungere poi ad una decisione diagnostico-interpretativa finale. Un elemento da non trascurare infine è l’“effetto suggestione” che, talvolta, un determinato profilo o l’elevazione di determinate scale possono indurre nell’esaminatore creando un bias interpretativo a scapito di una corretta interpretazione che un report interpretativo informatizzato, evidentemente, non subisce.

Come è strutturato RIO, il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-2-RF e l’MMPI-A? Che vantaggi offre al clinico che lo utilizza?

RIO è attualmente il sistema interpretativo più sofisticato e complesso presente in Italia per le interpretazioni informatizzate di tutte le forme dell’MMPI presenti sul mercato: MMPI-2, MMPI-RF e MMPI-A; dell’MMPI-2 inoltre prevede il report sia clinico sia forense e, per ciascuno dei due, sia il report della forma completa sia quello della forma ridotta. Il Report Interpretativo Online per l’MMPI-2, l’MMPI-RF, l’MMPI-A è strutturato in modo tale da ottenere un report interpretativo e un report grafico a partire dai punteggi standardizzati ottenuti dalla persona in ognuna delle scale del test. Per poter utilizzare RIO è dunque necessario aver somministrato ed aver effettuato lo scoring del test ottenendone i punteggi grezzi ed i punteggi T per ciascuna delle singole scale.
RIO si avvale di circa 1600 regole interpretative che permettono una accurata descrizione del funzionamento della personalità, nonché della formulazione di una o più proposte diagnostiche presentate gerarchicamente. L’organizzazione del report prende in considerazione gli aspetti legati alla validità, la descrizione del funzionamento generale della persona, la sintesi di tale funzionamento, le considerazioni cliniche legate alla sintomatologia e/o ai meccanismi di difesa e le ipotesi diagnostiche possibili per quel tipo di profilo ricavate dalla letteratura internazionale. Come valore aggiunto, inoltre, offre alcune indicazioni di natura trattamentale sulla base del profilo precedentemente esposto. I vantaggi di questo sistema sono già evidenti solo se si considera la vasta gamma di regole interpretative applicate al test. Oltre ai vantaggi generali appena descritti, nel considerare l’utilizzo di un report informatizzato, si aggiunge anche l’uniformità del linguaggio clinico tra i vari professionisti e quindi il confronto dialettico tra gli stessi.
Ricordiamo che RIO è uno strumento dinamico in continuo aggiornamento, in grado di formulare ipotesi diagnostiche sulla base della corrente manualistica (attualmente fa riferimento al DSM-IV-TR e al DSM-5); laddove RIO fa riferimento al DSM-IV-TR significa che non esiste, al momento attuale, un lavoro accreditato sul piano scientifico che giustifichi una diagnosi o una descrizione fatta con il MMPI in riferimento al DSM-5. Sulla base del ventaglio di possibilità psicodiagnostiche fornite da RIO il clinico avrà modo, infine, di riflettere più approfonditamente sul caso permettendo di formulare anche una diagnosi differenziale consapevole e precisa con il contributo di altre informazioni qualitative acquisite sulla persona durante il processo psicodiagnostico.

RIO consente di scegliere tra un report clinico e un report forense per l’MMPI-2. Che differenze ci sono tra i due tipi di report?

Il MMPI-2 ha trovato e sta trovando ampio utilizzo in ambito forense. La richiesta della magistratura giudicante e della magistratura inquirente, di avere dati il più possibile oggettivi al fine di avere un aiuto il più possibile concreto da parte del professionista, è andata progressivamente ampliandosi nel corso degli anni. A tale scopo è stata pubblicata una serie di lavori di approfondimento specificatamente dedicati. RIO prende in considerazione entrambi gli ambiti di utilizzo, clinico e forense, offrendo alle due modalità interpretative una stessa base di interpretazione che tuttavia si differenzia in una seconda fase di analisi approfondita: il report clinico in termini di funzionamento personologico, relazionale e diagnostico-terapeutico mentre il report forense in termini di attendibilità, falsificazione, esagerazione, strumentalizzazione dei sintomi e elementi simulatori e dissimulatori. In sintesi, il report clinico analizza più approfonditamente la descrizione della personalità, si focalizza sugli aspetti trattamentali e dà maggiore spazio alla sintesi descrittiva e alle ipotesi diagnostiche. Il report forense utilizzato in ambito penale analizza il comportamento criminale secondo la classificazione di Megargee ed include anche considerazioni sulla cosiddetta “pericolosità sociale”.

RIO offre un report forma breve e un report forma completa per l’MMPI-2. Che differenze ci sono in merito alla quantità di informazioni prese in esame e alla complessità dell’interpretazione fornita?

La cosiddetta forma breve o di base del MMPI-2, consistente nella risposta ai soli primi 370 item del questionario, permette il computo e l’analisi completa di tutte le scale cliniche di base, di quelle scale cioè che hanno un peso fondamentale nella formulazione delle ipotesi diagnostiche. La forma ridotta permette la lettura e l’interpretazione di tali scale, dei code-type, dello schema di Diamond, delle scale di Harris e Lingoes e delle formule derivate. Nello specifico, il profilo generato da RIO, che analizza i punteggi derivati dalla forma breve dell’MMPI-2, prende in considerazione i seguenti fattori: analisi delle scale di validità e sottoscale di Harris e Lingoes e la loro configurazione, elevazione media del profilo, indice di dissimulazione, percentuale di risposte V/F, elevazione media delle triadi, configurazioni particolari, code-type, schema di Diamond e indici derivati. L’analisi del profilo completo permette, oltre a quanto previsto sopra per il profilo della forma ridotta, anche l’interpretazione descrittiva di ulteriori scale di validità (VRIN e TRIN) e l’interpretazione delle scale di contenuto e delle scale aggiuntive. I due report non si differenziano in termini di qualità e accuratezza.

I servizi pubblici utilizzano strumenti informatizzati di supporto al processo diagnostico? Utilizzano report informatizzati?

Nell’ambito della diagnostica sanitaria nei servizi pubblici si assiste sempre di più all’utilizzo di strumenti che favoriscano un risultato uniforme e comparabile. Ciò purtroppo non sta accadendo per la diagnostica di natura psicologica a causa della scarsità degli strumenti informatizzati disponibili per la diagnosi psicologica e della loro, talvolta, scarsa affidabilità, salvo qualche rara eccezione. La pubblicazione di RIO ha favorito l’utilizzo di questo strumento, oltre che da parte dei professionisti, anche da parte di alcuni servizi operanti in ambito pubblico. Un esempio è rappresentato nella Regione Veneto dove, con l’obiettivo di uniformare il linguaggio e l’analisi delle persone che presentavano possibile patologia da stress lavoro correlato, tutti i dipartimenti di prevenzione si sono dotati di questo strumento, allo scopo di produrre report interpretativi uniformi e comparabili tra i vari servizi della Regione stessa. Uniformare i report informatizzati non significa uniformare le diagnosi, bensì uniformare i processi diagnostici in quanto la diagnosi è prerogativa di un complesso ragionamento clinico di cui il report interpretativo rappresenta un momento e una proposta affidabile. I servizi pubblici si stanno avvicinando a questo e ad altri strumenti in considerazione del risparmio, in termini di tempo/operatore, dato dall’utilizzo di questi, anche a fronte di una talvolta impegnativa spesa iniziale. Se consideriamo, ad esempio, che un servizio di Psichiatria o di Neuropsichiatria infantile utilizza, ad esempio, anche solo 20 MMPI al mese, questo può risparmiare in termini di tempo/operatore dalle 200 alle 300 ore all’anno, guadagnando anche in termini di affidabilità e uniformità diagnostica. Questa semplice considerazione ha permesso, per esempio, ad alcuni professionisti di convincere le proprie aziende sanitarie di fornirli di RIO.

QUI per maggiori info su RIO | Report interpretativo Online

BIO Dr  Berto

Psicologo dirigente e psicoterapeuta presso la AULSS 6 Euganea di Padova, opera presso il Centro per il Benessere Organizzativo. Ha collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Osservatorio Europeo sulle Droghe, le Università del Kent e di Birmingham in qualità di responsabile italiano di progetti multicentrici finanziati dall’Unione Europea sulla sanità carceraria e sulla psicodiagnostica. Specialista in psicologia clinica e in sessuologia, applica il MMPI e il MMPI-2 da oltre trent’anni, sia in ambito clinico che forense. Unisce all’attività clinica l’attività di CTU per conto del Consiglio Superiore della Magistratura, del Tribunale per i Minorenni di Venezia e di diversi Tribunali Civili e Penali Italiani. È stato consulente del Ministero della Difesa e del Ministero della Giustizia per attività di psicodiagnostica in tali contesti. Svolge attività didattica presso diverse scuole di Specializzazione in Psicoterapia ed al Master di II livello in Psicopatologia e neuropsicologia forense presso l’Università di Padova. Ha introdotto in Italia (curandolo e scrivendo alcuni capitoli) il manuale MMPI, MMPI-2 e MMPI-A in Tribunale. Manuale pratico per consulenti tecnici, avvocati e giudici con casistica criminologica italiana (K.S. Pope, J.N. Butcher e J. Seelen. Giunti OS, 2006). È autore di oltre 50 pubblicazioni in tema di psicologia clinica, psicodiagnostica, psicologia forense. Per Hogrefe ha pubblicato, in collaborazione ad altri AA, il programma RIO. Report Interpretativo Online di tutte le forme del MMPI ed EXIDA, un questionario per la valutazione del danno esistenziale.

Ti potrebbe interessare

Continue Reading

Dialoghi

Psicodiagnosi in età evolutiva. Dialogo con Laura Parolin: personalità in età evolutiva e Test Roberts-2

Continuiamo i nostri dialoghi intorno alla psicodiagnosi ed alla testistica insieme ad Hogrefe Editore. In questo dialogo, si approda al grande tema della personalità in età evolutiva, che sviluppiamo insieme a Laura Parolin, a partire dal Test Roberts-2, di cui lei, insieme a Francesca Locati e Pietro De Carli, è tra i curatori dell’edizione italiana per Hogrefe Editore.

 

Il Roberts-2 è un test perfomance-based di tipo narrativo, volto a indagare le competenze sociali e interpersonali integrate con gli aspetti di funzionamento della personalità di soggetti di età compresa tra i 6 e i 18 anni. Offre la possibilità di esaminare, tramite la presentazione di uno stimolo visivo, le risposte narrative (le storie), i comportamenti verbali, percettivi e interattivi ad esse associati, in modo da definire un profilo di funzionamento psicologico. In questo senso, il linguaggio espressivo viene considerato indice delle competenze sociocognitive.

 

 

Prof. ssa Parolin, in qualità di esperta nell’ambito dell’assessment della personalità, intorno a che età di sviluppo possiamo iniziare a parlare di “personalità”? Come interagiscono fattori personali legati al temperamento del bambino e fattori ambientali nella strutturazione di un funzionamento tipico?

La personalità è un modello psichico estremamente complesso, che comprende dentro di sé diverse dinamiche, disposizioni interne, capacità e funzionalità psichiche. Il bambino sin dai primi mesi successivi alla nascita si esprime come individuo e già nella prima infanzia sono identificabili i primi segnali di tratti personologici tipici. I bambini anche più piccoli dell’anno reagiscono in modo differente a diverse sfide, cognitive, sociali e relazionali: differenze individuali sono riscontrabili nell’ambito dell’andamento delle tappe di sviluppo, nella qualità della predisposizione all’avvicinamento degli altri, in modo diverso tra adulti e pari, nel gestire la risposta alle regole imposte dagli adulti o dai contesti che frequentano. La moderna rilettura della teoria dell’attaccamento ricostruisce come i bambini dai 9 mesi di vita iniziano non solo a sviluppare stili di attaccamento differenziati alle figure di riferimento, ma anche caratteristici meccanismi di difesa in risposta a situazioni per loro stressanti o emotivamente elicitanti. Tali predisposizioni sono nel corso della crescita in continuo dialogo con tantissime variabili che causano, influenzano e determinano l’andamento evolutivo e l’espressività dei propri modelli personologici. La personalità, in particolar modo in età evolutiva, infatti, è un elemento plastico e mobile, in continuo interazione e modifica in ordine agli aspetti epigenetici, temperamentali, neuropsicologici, attaccamentali, difensivi, socioculturali. In questa varietà di interconnessioni, lo sviluppo della personalità è più da considerare come una questione di temperamento contro ambiente, entrambi riconosciuti come variabili causali della formazione della stessa, ma piuttosto come continua interazione epigenetica.

In che termini si può parlare di disturbi di personalità in età evolutiva?

Lo sviluppo della personalità nell’infanzia, come detto, ha origini molto precoci e nei primi anni di vita del bambino può essere già riconoscibile l’emergere di caratteristiche disfuzionali che possono impattare negativamente nella crescita evolutiva e nelle relazioni interpersonali del bambino. In alcuni di questi casi è possibile riconoscere la genesi di un disturbo di personalità. lI PDM nella sua prima versione è il primo manuale diagnostico della malattia mentale che apre ad una specifica formulazione dei disturbi di personalità in infanzia e in adolescenza, proponendo in maniera strutturata la possibilità di ricostruire pattern e disturbi di personalità differenziati e specifici per fase evolutiva. In questa direzione, è ormai sdoganata la possibilità di identificare già in età infantile i nuclei di personalità sana e psicopatologica, che tuttavia vengono considerati come indicazioni diagnostiche non statiche e strutturate ma flessibili e “in formazione”, in cui variabili relative alla crescita, al contatto con il contesto ambientale, al passaggio tra diverse tappe evolutive e sociali, possono influenzarne il divenire. Sin dai 4 anni di età, quindi, si possono identificare le origini di disturbi personologici dei bambini, le cui caratteristiche possono variare in un continuum che va da gravi compromissioni ad un funzionamento sano. A questa età, quindi, il disturbo di personalità si esprime come un modello personologico disadattivo, che viene interpretato come una vulnerabilità individuale che nel corso della crescita si interfaccia con fattori rischio e fattori protettivi che possono determinarne l’evoluzione e la prognosi.

Esiste un’ipotetica continuità tra il funzionamento patologico di personalità in età evolutiva e in età adulta?

La formazione di un disturbo di personalità può emergere in età infantile e può indubbiamente proseguire nel suo sviluppo con la crescita, esistono delle corrispondenze, infatti, tra funzionamento di personalità in età infantile altri fasi evolutive ed in particolare tra la fase adolescenziale e quella adulta. La continuità, tuttavia, non si può considerare deterministica: disturbi di personalità infantili non predicono necessariamente un disturbo in età adulta come evidenziato da Caspi e colleghi. La visione evolutiva dei disturbi di personalità, oggi, è rappresentata da il continuo divenire di aspetti di vulnerabilità individuale (ad es. disturbo di personalità in formazione) in interazione continua con fattori di rischio, di protezione e caratteristiche resilienti che possono deviarne l’evoluzione. È questa straordinaria mobilità dello psichismo infantile che suggerisce come interventi psicoterapeutici tempestivi possono avere esiti positivi con maggiore facilità e portata rispetto ad interventi tardivi.

Si riscontra una familiarità per questo tipo di disturbi?

Ci sono evidenze empiriche che testimoniano il contributo di una componente genetica nell’eziologia di disturbi di personalità, anche in epoca infantile. Recenti studi hanno dimostrato che esiste una componente genetica nello sviluppo delle capacità di regolazione emotiva e funzioni esecutive in età evolutiva, che sono componenti importanti del funzionamento di personalità patologica e non. Tale aspetto genetico tuttavia non è l’unica variabile che può influenzare l’emergere di un disturbo di personalità, ma agisce insieme a componenti legate ad esempio all’esposizione ad eventi avversi o al ruolo del contesto parentale. In età evolutiva la componente biologica è strettamente legata a quella esperienziale, che ne rende più mobile la possibilità di espressione. È stato studiato infatti come la qualità delle relazioni con le figure di attaccamento possono mediare in maniera decisiva lo sviluppo psicologico e neurobiologico. Di conseguenza, l’intervento precoce sulla famiglia può in modo consistente limitare la portata di componenti genetiche negative, sia nei figli che nelle generazioni a seguire.

Effettuare una valutazione della personalità in età evolutiva è attualmente una pratica clinica diffusa? Che tipologia di strumenti di valutazione può essere utilizzata a questo scopo?

La valutazione della personalità in età evolutiva è una pratica diffusa da tempo, adottata in tutti i principali servizi di salute mentale per minori. Tale pratica, tuttavia, ha spesso preferito un approccio squisitamente clinico-qualitativo, sia dal punto di vista della tipologia di strumenti utilizzati, che relativamente allo studio dei dati clinici emersi. Tale aspetto, seppur clinicamente importante, lascia aperte delle aree di fragilità nella pratica di assessment, che si compone di strumenti non supportati empiricamente che lasciano troppo spazio all’interpretazione soggettiva del test. Negli ultimi anni, grazie al fiorire di ricerche teorico-empiriche sull’assessment in età evolutiva, la valutazione della personalità in questo periodo del ciclo di vita sta diventando una pratica più rigorosa nell’informare sul funzionamento del paziente e sul suo andamento evolutivo. La letteratura e la pratica clinica indicano come sia necessario, per una valutazione clinica esaustiva e per la costruzione di una formulazione del caso il più completa e articolata possibile, l’utilizzo di un approccio all’assessment multi-method. “Poiché ogni metodo rivela differenti aspetti della realtà empirica, devono essere impiegati metodi multipli di osservazione”. In questo senso, è necessario prevedere l’utilizzo di più strumenti psicodiagnostici, che permette di cogliere aspetti diversi, ma complementari del funzionamento del paziente. L’impiego di un solo strumento per la valutazione non permette acquisire sufficienti dati per fornire indicazioni diagnostiche fondate. La scelta degli strumenti da utilizzare è quindi delicata e da vagliare in base alla validità del singolo test, ma anche al tipo di risposte che può fornire ogni strumento scelto, in un’ottica di interazione dei dati. Per una diagnosi di personalità in età evolutiva si potrebbe prevedere una batteria di test che includa test sulle funzioni cognitive, dei reattivi narrativi, test grafici, misure oggettive di personalità. È importante che i test scelti appartenenti a queste famiglie siano supportati empiricamente e basati su dati di validità e affidabilità comprovata.

Il Roberts-2 è un un performance based personlity test. Ci spiega che cosa significa e come questo si traduce in pratica?

Il Roberts-2 intende valutare la personalità basandosi sulla misurazione della performance, cioè delle prestazioni del soggetto in prove complesse, tramite l’analisi delle strategie di problem solving e di decision making. Il Roberts-2, infatti, interpreta la narrazione prodotta dal paziente a fronte dello stimolo grafico proposto, come una performance di problem solving. Nel corso del processo narrativo, il paziente deve, infatti, rispondere ad una serie di quesiti, quali: cosa sta succedendo tra i personaggi? che emozioni provano? come andrà a finire la situazione problematica? In questo processo elaborativo si indagano la messa in gioco delle capacità del soggetto nell’elaborare strategie di risoluzione del compito, di organizzazione delle proprie conoscenze per elaborare il problema target di ogni tavola del test. Il soggetto deve ricorrere ai propri schemi mentali preesistenti che organizzano e qualificano l’attività di storytelling. L’interpretazione della narrazione come prova di performance dà la possibilità di strutturare una griglia di codifica e un sistema interpretativo che poggia su una base oggettiva e quantitativa.

Quali possono essere i vantaggi nell’utilizzo di un test performance based di tipo narrativo rispetto ad un questionario?

I questionari e i test performance based sono test differenti che si occupano di indagare dati diversi relativamente alla complessità di funzionamento del paziente. I questionari, o strumenti self-report, sono costruiti affinché il soggetto testato condivida informazioni su ciò che sa, che ritiene e che pensa di se stesso. In questo caso il dato emerso è riferito alla visione consapevole che il paziente ha di se stesso e il testista interpreta integrando i dati, senza attribuire alcun significato “soggettivo” alle risposte del paziente. I test performance based narrativi, chiedendo al paziente di raccontare una storia, e l’attenzione è sulla narrazione spontanea a partire da un dato grafico proposto. Il materiale dei test performance based si serve del linguaggio espressivo del paziente che funge da indicatore delle caratteristiche che lo specifico test si propone di indagare, permettendo di fare emergere del materiale non direttamene consapevole del paziente, sul quale lo psicodiagnosta deve intervenire con la propria conoscenza teorica e l’esperienza clinica nell’interpretazione dei risultati. Mi preme ricordare che nella pratica di assessment in età evolutiva e in particolare nel caso della seconda infanzia, non è comune l’uso di questionari, per la strutturale l’immaturità del senso di sé in questa fase evolutiva che difficile permetterebbe al piccoli pazienti di descriversi approcciandosi ad un classico self report.

Che tipo di informazioni possono essere ricavate dalla somministrazione del Roberts-2?

Il Roberts-2 si propone di misurare il funzionamento evolutivo dell’individuo declinato in molteplici aspetti. Innanzitutto indaga la sua comprensione sociale, cioè la capacità di comprendere gli aspetti relazionali e sociali delle tavole proposte. Si possono ricavare anche informazioni sulla competenza socio-cognitiva attraverso l’indagine della capacità narrativa di una storia, in cui vi sia riconosciuta la situazione problematica rappresentata e individuata un’adeguata soluzione. Il test si propone inoltre di individuare le peculiari strategie del soggetto per risolvere le situazioni problematiche. La totalità di queste aspetti permette di cogliere sia il profilo di funzionamento evolutivo adattivo, sia il profilo di funzionamento clinico, quindi, disfunzionale. Tale vantaggio consente di poter valutare sia i punti di forza, sia le aree di criticità all’interno di un andamento di sviluppo evolutivo della personalità.

Perché il Roberts-2 associa la valutazione delle competenze sociali e interpersonali all’assessement del funzionamento di personalità?

L’indagine del funzionamento di personalità comprende l’integrazione di diversi e compositi ambiti psichici, che non sono misurabili con un unico test. Il Roberts-2, in qualità di performance based narrativo, si pone l’obiettivo di cogliere quel lato del funzionamento di personalità che integra le competenze socio-cognitive con quelle relazionali ed interpersonali. Le competenze socio-cognitive sono quelle che permettono di interpretare quello che avviene in una situazione sociale ed elaborarlo in un processamento narrativo, le competenze relazionali e interpersonali sono connesse alle nostre relazionai oggettuali internalizzate o schemi mentali che guidano l’interpretazione di quello che accade nei contesti sociali a partire dalle nostre esperienze arcaiche. Questi aspetti, che costituiscono un’area importante del funzionamento di personalità, permettono di ricostruire il funzionamento evolutivo adattivo (i cambiamenti che il bambino acquisisce nella crescita man mano che aumenta la sua esperienza nella sfera sociale), ed il funzionamento clinico. Tali indicatori mostrano come i bambini con problemi sociali ed emotivi, rispetto ai coetanei non clinici, tendono ad includere elementi più insoliti e atipici nella comprensione delle situazioni sociali. Ciò permette allo psicologo di poter approfondire e ampliare le conoscenze sul funzionamento e sulla personalità del paziente, in cui le competenze sociali e interpersonali sono sia parte integrante della personalità che una diretta espressione manifesta delle sue caratteristiche.

Il Roberts-2 si compone di tre set di tavole, distinti in base al fatto che i personaggi raffigurati abbiano caratteri somatici europei, africani o latino americani. Quali sono le motivazioni sottostanti a questa scelta?

Stiamo vivendo attualmente un grande cambiamento storico in cui il tessuto sociale è sempre più multiculturale e multietnico. La professione dello psicologo è quotidianamente confrontata con questa realtà, qualsiasi sia l’ambito in cui deve effettuare una valutazione, sia essa clinica o giuridica-forense. L’inserimento nel Roberts-2 di tre differenti set di tavole, con personaggi aventi caratteri somatici caucasici, africani e latino-americani, segue e asseconda la necessità di adattare i nostri strumenti al tessuto sociale che andiamo ad incontrare nei contesti di assessment. Le motivazioni sottostanti a tali scelte vanno nella direzione di una rinnovata best practice clinica, che prevede anche di utilizzare i migliori strumenti diagnostici a disposizione dello psicologo per capire il funzionamento del paziente. Per un paziente, osservare delle tavole i cui personaggi rispecchiano i propri tratti somatici favorisce l’immedesimazione e il rispecchiamento e ciò si può riverberare nella qualità e nella complessità delle narrazioni e delle risposte al test al fine di migliorare la validità dei risultati. A ciò si associano anche differenti tabelle normative tarate su specifici campioni etnici. Poiché esistono differenze di personalità tra le culture, lo scopo è quello di valutare nel modo più aderente alla realtà il soggetto testato, confrontando i risultati ottenuti con quelli della popolazione di riferimento.

In breve il test Roberts-2

APPLICAZIONI. Il Roberts-2 si propone due scopi principali: indagare lo sviluppo delle funzioni adattive del bambino, prodotto dalle diverse esperienze sociali con cui è entrato in contatto durante la crescita, ed evidenziare eventuali aspetti clinicamente rilevanti. La valutazione della dimensione evolutiva delle scale mostra la possibilità di un impiego utile alla comprensione degli aspetti maturazionali dei bambini e degli adolescenti in termini di capacità cognitive ed affettive, spendibili per risolvere situazioni potenzialmente problematiche.

APPLICAZIONI. Le tavole illustrate forniscono una serie strutturata di situazioni sociali comuni che inducono il bambino a narrare storie relative alle specifiche problematiche elicitate e alle modalità di gestione delle stesse. La storia raccontata dal bambino viene letta come riflesso delle sue capacità, più o meno spiccate o carenti, di riconoscere, assimilare ed organizzare queste situazioni, dando prova di un’adeguata capacità di risoluzione delle problematiche legate all’interazione.

STRUTTURA. Il Roberts‑2 comprende 7 gruppi di scale, ognuna delle quali ne include a sua volta da 2 a 6:

  • Scale di Descrizione del Tema: relative alla specifica emozione, al comportamento o alla situazione problematica raffigurata da ciascuna tavola;
  • Scale di Risorse Disponibili: riguardano le risorse cui i personaggi possono attingere per gestire i sentimenti e le situazioni problematiche;
  • Scale di Identificazione del Problema: possono essere considerate come diversi livelli della capacità di problem solving, organizzati in modo gerarchico;
  • Scale di Risoluzione: anche queste formano una gerarchia di livelli caratterizzati da un sempre maggior grado di differenziazione e abilità di problem solving;
  • Scale delle Emozioni: le emozioni di base codificate sono state divise in 4 categorie generali che rappresentano l’ampia gamma di sentimenti che i bambini e gli adolescenti sperimentano nella quotidianità: ansia, aggressività, depressione e rifiuto;
  • Scale di Esito: relative all’abilità del bambino o dell’adolescente di elaborare sentimenti e situazioni problematiche;
  • Risposte Insolite o Atipiche: identificano le tematiche tipiche nei bambini o negli adolescenti che presentano un funzionamento disadattivo o una patologia grave.

Test performance-based: il concetto di performance-based personality test è strettamente legato alla possibilità di spiegare il processo di risposta del soggetto a fronte del compito che gli viene proposto. Se lo applichiamo ai test narrativi, il compito di “rac­contare” diventa una prova di “problem solving”, in cui assume importanza il ruolo degli schemi mentali preesistenti nell’or­ganizzazione dello stimolo attuale e, in linea con l’ipotesi proiettiva, si enfatizza l’influenza dei pro­cessi inconsci in queste strutture mentali.

Specificità delle tavole: il Roberts-2 si compone di tre diversi set di tavole in base alla provenienza etnica. Ci sono tavole costruite per bambini e ragazzi italiani, africani e latinoamericani, e – in ogni set – ben 11 tavole su 16 sono differenziate per maschi e femmine, in modo tale che il personaggio principale rappresentato nell’immagine rispecchi il genere del soggetto.

Approccio multiculturale alla valutazione: l’attenzione alla dimensione multiculturale, attraverso set di tavole e norme differenti in base all’etnia, pone al centro dell’attenzione il rapporto tra le procedure di assessment e le caratteristiche di personalità in diverse culture, e consente di declinare l’utilizzo del test nell’assessment multiculturale.

VUOI MAGGIORI INFORMAZIONI SUL TEST ROBERTS-2? CLICCA QUI

Laura Parolin. Professore Associato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, i suoi interessi di ricerca vertono su assessment della personalità, strumenti di valutazione “performance based personality tests” vs. test oggettivi, alleanza diagnostica e l’alleanza terapeutica, narrazione e test narrativi.

Ti potrebbe interessare

Continue Reading

Dialoghi

Dialoghi sulla professione. Tra l’essere e il fare, lo psicologo che sarà. Dialogo con Pietro Barbetta

 

Pietro, dal tuo osservatorio, come immagini lo psicologo di domani?

Immagino una donna, un uomo colto, un intellettuale che frequenta la letteratura, l’arte, il teatro, la filosofia. Che conosce, almeno intuitivamente, i fondamenti matematici della statistica (numeri reali, numeri complessi o immaginari, per esempio) in modo da usarla solo in caso di necessità, mai per dimostrare un’ipotesi, sempre per falsificarla. Immagino un’università diversa, che non ti insegna i test senza prima insegnarti il loro senso e le possibili applicazioni in clinica e in altri ambiti, un’università che ti insegna l’epistemologia, che fa di te un intellettuale, non uno strizzacervelli o un tecnico assoggettato a saperi altri, che guarda con interesse all’evidence based senza farne un idolo. Che conosce il sociale, che pensa le psicosi, le nevrosi, gli altri disturbi in maniera diversa dalla medicina, che dà loro una dimensione storico-sociale. Insomma una persona che può collaborare, senza assoggettarsi, con uno psichiatra, un giudice, un avvocato, un manager per dar loro quel punto di vista che oggi, queste professioni, chiedono quasi unicamente ai filosofi o ai letterati. Penso a una psicologia come scienza umana e sociale (mi sono battuto, con il compianto Walter Fornasa per dare al mio dipartimento questo nome). Lo dico perché il mio osservatorio è prettamente clinico, vedo, da ormai trent’anni circa, persone, famiglie, gruppi; insomma soggetti in divenire, aperti alla vita. Spesso in gravi difficoltà; vedo famiglie con pazienti psichiatrizzati da anni, persone migranti o richiedenti asilo, persone con diagnosi psichiatriche diverse, oppure persone che attraversano fasi della vita difficili. Rivedo persone che avevo visto anni prima, che attraversano nuovi momenti di difficoltà, che, come diceva Freud, si fanno rivedere di tanto in tanto; è la parte più appassionante del mio lavoro, la clinica.

– Cosa sta cambiando nel modo di svolgere la professione e cosa ancora dovrà cambiare?

A inizio secolo abbiamo osservato una svolta neo-liberista che ha coinvolto anche la psicologia. I tagli dei costi ai servizi hanno ridotto la psicologia a essere ancella della psichiatria, e la psichiatria a tornare a essere biologica e contenitiva. Una ventata di autoritarismo ha ridotto molti psichiatri a essere distributori di farmaci e molti psicologi ad essere addestratori/somministratori di test. Questo è quello che “il mercato” chiede, così come chiede economisti liberisti, avvocati aggressivi, imprenditori furbi, ecc.
Negli ultimi tempi qualcuno si è accorto che le “guarigioni” facili vantate dalle terapie comportamentali e strategiche sono in gran parte ritiri temporanei dal sintomo e riprese sintomatologiche uguali o peggiori, nel giro di un anno, che gli anti-psicotici, somministrati da molti psichiatri, fanno sparire i deliri, ma dopo molti anni, mantengono le persone in casa isolate, senza relazioni.
Insomma sta succedendo qualcosa! Per ora, i servizi pubblici inviano le persone al privato perché non possono fare più di poche sedute, ma qui e là sta tornando l’interesse per la psicoanalisi e per l’approccio sistemico. Naturale che la psicoanalisi dovrà liberarsi da pratiche costose, ripetitive, di lunga durata; dovrà andare nel sociale, e lo sta facendo. La sistemica non potrà più essere Paradosso e controparadosso, dovrà liberarsi dall’approccio strategico e rioccuparsi del sociale, come nella sua matrice originaria: Gregory Bateson.
Come psicologi, dobbiamo riscoprire il passato e farlo rivivere in un’epoca differente. Ma eviterei toni apocalittici. La nostra epoca è quella che è, con pregi e difetti. Non credo che predicando di madri abbandoniche, di padri assenti o, come va di moda oggi, evaporati, si risolva l’analisi della società contemporanea. Spesso, in questo senso, gli psicoanalisti, più dei sistemici, sono stati troppo conservatori.
Nel futuro vedo uno psicologo colto, sensibile, che frequenta il teatro, il cinema, la letteratura, le filosofia. Una “testa ben fatta” come dice Morin. Abbiamo la necessità di dare dignità alla professione attraverso l’idea sartriana che lo psicologo, come intellettuale, è un tecnico che riflette criticamente sulla propria tecnica.

– Quali bisogni vedi nelle persone che incontri come psicologo, e come sono cambiati in questi anni?

Le persone che incontro sono diverse da quella che incontravo vent’anni fa, non c’è dubbio. Le migrazioni, le richieste di asilo politico, le nuove povertà, i giovani che non trovano lavoro, dove per giovani, oggi, si intende persone di 40 anni.
Incontro, da sempre, per mia passione e interesse, persone psichiatrizzate o che possono entrare in psichiatria, i cosiddetti psicotici: depressioni gravi, paranoie, schizofrenie. Ma incontro anche casi che si stanno diffondendo sempre di più: situazioni familiari complesse come abbandoni scolastici precoci che rischiano di sfociare in crisi psicotiche e ricovero, violenze fisiche dei figli verso i genitori, situazioni di anoressia con ricerca del suicidio, giocatori d’azzardo che mandano in rovina la famiglia, dipendenze da sette o gruppi religiosi fanatici, persone che abusano di psicostimolanti, persone uscite da ricoveri psichiatrici che hanno peggiorato la situazione, che non parlano più, che camminano come zombi, ecc. Insomma i cosiddetti “nuovi sintomi”. La società è cambiata, ci sto scrivendo un libro, se mai uscirà vorrei intitolarlo “Sistemi psicotici”‘ si tratta di uno sviluppo delle cose che ho scritto in questi anni per Doppiozero.
La modernità era un mondo lavorativo, la post-modernità è un mondo performativo. Ho appena comprato a Parigi un libro che si intitola “La siliconizzazione del mondo” di Sadin. L’espressione è significativa, ricorda le conseguenze della silicon valley, il neoliberimo conseguente e descrive la società contemporanea coma una società al silicone, né liquida, né marmorea, una sorta di “muro di gomma”. La quarta dice: La Silicon Valley non è solo un territorio, è  anche e sopratutto uno spirito, che sta colonizzando il mondo.
Sia quel che sia, qual è il compito di uno psicologo? Io credo che bisogna ricordare i versi di Blake: “Il bene si fa nei minuti particolari”. Lo psicologo ha il compito di creare libertà nei momenti singolari della vita, allargare i micro-spazi della democrazia. L’incontro psicologico ha, come prima condizione, la creazione dell’incontro stesso. Qualcuno la chiama empatia, va bene, purché si pensi che per crearla bisogna darci dentro, che l’empatia non è una cosa che si possiede, ma qualcosa che si ricrea solo dentro il legame, che è singolare. L’assenza di una riflessione di questo tipo nelle università rende lo psicologo una figura debole; allora ecco la pletora di tutti coloro che gli fanno concorrenza tagliando l’angolo. Se fossi uno dell’ordine, mi batterei per cambiare in modo radicale i programmi universitari e per fare entrare gli psicologi in psichiatria come figure chiave, non sottoposte agli psichiatri, con funzioni direttive, chiamando i servizi psichiatrici servizi di psicologia clinica. Che è diverso dal farsi il proprio “servizio psicologico” per spartirsi il potere. Ma queste sono battaglie contro i poteri forti e a volte, conviene di più prendersela con i mentecatti che leggono la mano, o il piede, per strada…
– Ognuno ha dei punti di riferimento. Quali sono i tuoi a livello professionale?

Ho imparato l’approccio sistemico da Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin negli anni Ottanta, dico approccio e non modello perché, a me, Luigi e Gianfranco non hanno mai spiegato un modello, mi hanno mostrato un approccio nel vivo della clinica. Sto cercando di farlo anch’io oggi, nello stesso posto dove l’ho imparato il Centro Milanese di Terapia della Famiglia, da noi definito, con una metonimia, via Leopardi. Lì batte il mio cuore, oggi che ho l’onore di dirigerlo, più ancora, non voglio deludere i miei maestri che stanno in Paradiso, o sull’Olimpo, né gli allievi, che scelgono questa scuola per la clinica nel vivo e non per approccio ideologico.
Però ho molti riferimenti psicoanalitici, oltre a tre analisi personali, insegno Psicologia dinamica e mi occupo da anni delle interconnessioni tra sistemica e psicoanalisi. Lavoro con amici e colleghi freudiani, junghiani, lacaniani, gestaltisti, psico-drammatisti, gruppo-analisti, ecc.
Non credo ci siano compartimenti stagni tra questi approcci. Collaboro con tutti quelli che hanno voglia di pensare la clinica e la psicologia nel vivo della relazione. Mi sento più vicino a uno psicoanalista ferencziano che a un sistemico strategico, ricordo sempre che Bateson non entrò mai al MRI di Palo Alto e frequentò i circoli psicoanalitici, facendo anche un’analisi junghiana. Sono forse oggi il sistemico più vicino alla psicoanalisi, prima di me lo è stato Luigi Boscolo che ha fatto a New York l’analisi con Ackerman e con Arieti.
Ecco: per me la terapia e la consulenza psicologica consistono nella creazione della relazione con l’altro della terapia. Nel linguaggio psicoanalitico userei l’espressione di Bollas: l’inconscio del soggetto in terapia incontra l’inconscio del terapeuta; sul piano sistemico uso il concetto di Mony Elkaim: risonanza. Concetto bellissimo, musicale.
– Mi dici un libro che si dovrebbe assolutamente leggere?

Difficile! Parliamo di saggistica, lasciando perdere la letteratura, la poesia e il teatro (che sono fondamentali). Bisognerebbe leggere….. Gergory Bateson e Mary Catherine Bateson, Dove gli angeli esitano. Il titolo è già una rivelazione.

Pietro Barbetta: è Direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, insegna Teorie psicodinamiche all’Università di Bergamo, membro di World Association for Cultural Psychiatry (WACP) e di International Society for Psychological and Social Approach to Psychosis (ISPS), tiene seminari presso altre Scuole di specializzazione in psicoterapia a orientamento psicoanalitico e sistemico. Ha lavorato in vari paesi europei, nord e sudamericani. Ha curato Le radici culturali della diagnosi (Meltemi, Roma) e, con Enrico Valtellina, Louis Wolfson Cronache da un pianeta infernale(manifestolibri, Roma). Ha scritto Anoressia e isteria (Cortina, Milano), Figure della relazione(ETS, Pisa), Lo schizofrenico della famiglia (Meltemi, Roma), I linguaggi dell’isteria (Mondadori Università, Milano), Follia e creazione (Mimesis, Milano), La follia rivisitata (Mimesis, Milano).

SE VUOI RICEVERE GLI AGGIORNAMENTI E LE NOVITA’ DELLA PROFESSIONE CLICCA QUI

Ti potrebbe interessare

Continue Reading

Iscriviti alla News Letter

La nostra newsletter mensile con una selezione dei migliori post

Dichiaro di aver letto e di accettare la privacy policy del sito

Più letti

Articoli recenti

Prodotti in vendita

Più letti