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Diritti

Benessere Equo e Sostenibile nelle città italiane: rapporto 2015

 

Il secondo rapporto sul Benessere equo e sostenibile nelle città offre una panoramica multidimensionale dello stato e delle tendenze del benessere nelle realtà urbane, applicando in termini omogenei i concetti e le metodologie del Bes: l’originaria iniziativa progettuale di Istat e Cnel che ha individuato in 12 dimensioni (Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi) il quadro di riferimento tematico e metodologico per la misurazione del progresso del Paese da affiancare a quello macroeconomico tradizionalmente utilizzato per la misura della crescita.

Il Rapporto UrBes 2015 è uno sviluppo ulteriore del Bes perché integra una serie di avanzamenti nella capacità informativa sul benessere nelle città e nel rafforzamento della rete dei Comuni partecipanti al progetto, che aumentano da 15 a 29. La rete delle città coinvolte comprende:

  1. le 10 Città Metropolitane: Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Reggio di Calabria;
  2. le 4 Città Metropolitane già previste ma non ancora costituite: Palermo, Messina, Catania e Cagliari;
  3. altri 15 Comuni: Brescia, Bolzano, Verona, Trieste, Parma, Reggio Emilia, Cesena, Forlì, Livorno, Prato, Perugia, Terni, Pesaro, Potenza, Catanzaro.

Il set di indicatori utilizzato per la misurazione del Bes nelle città, che sono passati in un anno da 25 a 64, è dunque molto più articolato di quello fissato a livello nazionale. Ciò è dovuto alla disponibilità dei dati definitivi dei Censimenti del 2011 e all’utilizzo di molte informazioni ricavate da numerose indagini statistiche in precedenza non disponibili. Gli indicatori selezionati sono presentati nel quadro sinottico a pagina 2.

Nel Rapporto vi sono inoltre alcuni focus di approfondimento con i quali 12 Comuni hanno arricchito l’analisi del proprio capitolo, anche tramite il ricorso a proprie fonti statistiche amministrative o da indagine: mobilità sostenibile (Milano), refezione scolastica (Napoli), gestione dei rifiuti (Cesena), diverse tematiche (Palermo), gestione comunale dei servizi (Bologna e Reggio Emilia), coinvolgimento dei minorenni e dei cittadini non comunitari nella partecipazione politica alle elezioni di quartiere (Brescia).

Altri contributi si sono concentrati sul dettaglio territoriale di fenomeni di grande rilevanza relativi al mercato del lavoro (Firenze), alla distribuzione del reddito e alla deprivazione economica (Trieste e Prato), alla micro-criminalità (Pesaro). Infine, il comune di Messina ha realizzato un’indagine presso le nuove generazioni sulle tematiche del Bes più attinenti all’ambiente urbano. Il rapporto è corredato dalle schede delle città, ciascuna delle quali costituisce il “Rapporto UrBes” del territorio esaminato, con il quale gli amministratori e i cittadini sono chiamati a confrontarsi.

L’analisi dello stato di benessere nelle città italiane ha evidenziato diseguaglianze molto forti tra le diverse realtà. La dicotomia tra Centro-Nord e Mezzogiorno che caratterizza il Paese si ritrova anche a livello urbano. Tuttavia, accanto a maggiori criticità e ai ritardi fra le città meridionali emergono anche casi che evidenziano, in particolare in alcuni domini, dinamiche positive e potenzialità su cui investire.

Differenziali negativi si osservano, come era da attendersi, rispetto al reddito, alle condizioni materiali di vita e all’occupazione ma toccano anche elementi significativi in altri domini del Bes: dalla speranza di vita ai livelli di scolarizzazione, dalla conservazione del patrimonio edilizio alla ricerca e innovazione, dalla diffusione del non profit alla dotazione e fruizione di servizi come quelli culturali o per la prima infanzia. Non mancano però tematiche per le quali sono alcune città del Sud a evidenziare performance mediamente migliori di quelle del Centro-Nord, come i reati contro il patrimonio e le problematiche della mobilità urbana, anche se, per queste ultime, è riscontrabile un impegno proporzionalmente maggiore in termini di trasporto pubblico locale e di servizi innovativi di infomobilità. Inoltre, limitatamente alle città metropolitane del settentrione, ulteriori elementi problematici sono connessi all’invecchiamento della popolazione (tasso di mortalità per demenze senili) e alla qualità dell’aria.

Per il complesso delle realtà metropolitane, una situazione di svantaggio relativo rispetto al resto del territorio è prevalente in merito alla mortalità per tumore; disponibilità di verde urbano; modalità di gestione dei rifiuti; presenza di aree pedonali. Inoltre, nei comuni capoluogo si accentua la frequenza di diverse tipologie di reati e quella di incidenti stradali con lesioni alle persone.

D’altro canto, emerge anche il ruolo della città come luogo dell’innovazione. I centri metropolitani mettono in luce, soprattutto rispetto ai contesti provinciali di riferimento, livelli di scolarizzazione e di reddito più elevati; una maggiore propensione alla specializzazione produttiva e alla connettività; biblioteche e musei più frequentati; una migliore conciliazione tra lavoro e impegni familiari di cui si fanno carico soprattutto le donne.

Le principali evidenze seguendo l’articolazione dei domini

Salute

Le condizioni di salute in Italia sono in continuo miglioramento. La speranza di vita alla nascita, che vede l’Italia ai primi posti anche tra i paesi europei, continua ad aumentare, raggiungendo nel 2013 84,6 anni per le femmine e 79,8 anni per i maschi.

Il Mezzogiorno presenta una situazione complessivamente meno favorevole, con alcune significative eccezioni (Bari, Cagliari): la vita media è più breve, 79,2 anni per gli uomini e 83,9 per le donne, contro valori di circa 1 anno più alti al Nord. Valori della speranza di vita più alti si riscontrano a Firenze, Bologna, Bari e Milano (con livelli superiori a 80 anni per i maschi e a 85 per le femmine); più bassi a Napoli, Palermo e Catania (maschi sotto 79 anni e femmine sotto 84 anni) . Le province di Milano e Roma presentano gli aumenti di speranza di vita più forti rispetto al 2004 sia per i maschi sia per le femmine.

Quanto agli altri indicatori, i tassi di mortalità infantile più contenuti riguardano nel 2011 Venezia, Milano e Torino, con valori che non superano i 25 decessi per 10.000 nati vivi, mentre i livelli più critici si registrano a Genova, Messina, Reggio Calabria e Cagliari (tassi superiori ai 45 decessi per 10.000 nati vivi). La mortalità dei giovani per incidenti da mezzi di trasporto è più contenuta a Firenze, Napoli, Milano, Genova e Messina, con tassi nel 2011 compresi tra 0,4 e 0,6 decessi per 4 10.000 residenti di 15-34 anni. I tassi di mortalità per tumori maligni tra 20 e 64 anni segnalano una situazione complessivamente meno favorevole per le città metropolitane, poiché presentano valori inferiori alla media nazionale soltanto in quattro di queste, di cui tre meridionali: Bari, Firenze, Reggio Calabria e Catania.

Istruzione e formazione

A livello nazionale, il 57% della popolazione ha completato almeno la scuola secondaria di II grado nel 2011 e il 23,2% dei 30-34enni ha conseguito un titolo universitario. Tranne che nella partecipazione alla scuola dell’infanzia, per tutti gli indicatori si registra un netto svantaggio del Mezzogiorno rispetto al Nord e al Centro. La quota di diplomati è del 51,4% nel Mezzogiorno rispetto al 63,1% del Centro e al 60% del Nord. Analogamente la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario è del 26,4% al Centro, del 23,9% nel Nord e solo del 20,5% nel Mezzogiorno.

Il divario più forte si riscontra però per la quota di giovani che non studiano e non lavorano (Neet) che si attesta, nel 2011, al 31,4% nel Mezzogiorno rispetto al 15,2% del Nord e al 19,2% del Centro. Nel dettaglio delle città, la quota di diplomati è superiore al 66% a Genova, Milano, Bologna e Roma mentre è inferiore al 50% a Napoli e Palermo. Se si considerano i laureati di 30-34 anni tutte le città metropolitane del Nord e del Centro presentano valori più elevati di quelle del Mezzogiorno, con una differenza superiore ai 14 punti tra Palermo (17,6%) e Milano (32%); tuttavia, tra le altre città meridionali aderenti al progetto vi sono casi anche molto positivi: Potenza e Catanzaro hanno valori più elevati di molte città del Nord e del Centro. 5

Lavoro e conciliazione dei tempi di vita

Gli anni di crisi economica hanno acuito le caratteristiche già critiche del mercato del lavoro italiano e aumentato le disuguaglianze territoriali. Nelle città metropolitane, tra il 2012 e il 2013 il numero di occupati rimane stabile al Centro-Nord, a parte le eccezioni di Venezia e Roma, mentre continua a diminuire nel Meridione con i valori più bassi a Napoli (40,2%), Palermo (41%) e Reggio Calabria (41,6%).

Con il protrarsi della crisi, il numero di disoccupati e quello delle forze di lavoro potenziali (quella parte di inattivi costituita da coloro che si dichiarano disponibili a lavorare pur non avendo effettuato azioni di ricerca nell’ultimo mese), è cresciuto uniformemente sul territorio: il tasso di mancata partecipazione calcolato per i 15-74enni, che nel 2008 era del 7,3% al Nord, dell’11,8% al Centro e del 29,5% al Sud, nel 2013 sale rispettivamente a 13,2%, 17,6% e 36,6%. Nelle città metropolitane il tasso di mancata partecipazione al lavoro è al 21,6% nel 2013, in aumento di 6 punti rispetto al 2008.

Molto diverso il valore nelle ripartizioni: al Nord la mancata partecipazione si attesta tra il 12,5% di Venezia e il 16,6% di Torino; al Centro tra il 10,9% di Firenze e il 18,8% di Roma; nel Mezzogiorno i valori partono dal 29,9% di Cagliari e giungono fino a circa il 42% per Napoli, Reggio Calabria e Palermo.

Benessere economico

L’intensità e la persistenza della crisi economica hanno ridotto il valore della ricchezza netta dei cittadini e, nel contempo, hanno ampliato la disuguaglianza economica. Nel 2012, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è pari a 17.307 euro pro capite, inferiore di circa 420 euro a quello stimato per il 2011. Un andamento simile si ha per le tre ripartizioni geografiche. Milano presenta nel 2012 un reddito medio pro capite delle famiglie di oltre 26 mila euro e Bologna di oltre 23 mila; Catania, Napoli, Messina e Reggio Calabria non raggiungono 13 mila euro. Tra le altre città UrBes soltanto Bolzano, Trieste, Parma e Forlì-Cesena superano i 21 mila euro di reddito provinciale pro capite mentre Potenza e Catanzaro oltrepassano di poco i 13 mila.

Relazioni sociali

La crescente importanza del settore non profit nel tessuto sociale del Paese viene evidenziata dall’andamento positivo degli indicatori che riguardano le istituzioni e il volontariato, le cooperative sociali e i lavoratori retribuiti in esse operanti. A livello nazionale, si contano 50,7 istituzioni non profit ogni 10.000 abitanti nel 2011, un valore superiore di oltre 9 punti rispetto al 2001. Sia la quota di istituzioni non profit che quella di volontari è maggiore nelle zone del Centro-Nord: si va, infatti, da 57,8 istituzioni nel Nord e 55,8 nel Centro a 38,5 nel Mezzogiorno, mentre l’indicatore sui volontari si attesta a 999,6 nel Nord a fronte di 478,4 nel Mezzogiorno. Le città metropolitane del Centro-Nord si collocano sopra la media nazionale, tranne Milano e Roma per entrambi gli indicatori e Torino per il volontariato; quelle del Mezzogiorno si posizionano al di sotto con l’eccezione di Cagliari. Si distingue per una situazione di particolare vivacità Firenze, con 66,8 istituzioni non profit e 1.287,2 volontari ogni 10.000 abitanti.

 

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole.

Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management.

Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino

Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti.

Da Febbraio 2014 sono Presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all’interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Diritti

Nuovo Isee, le famiglie vincono il ricorso: l’indennità non è reddito

Nuovo Isee, le famiglie vincono il ricorso: l'indennità non è reddito

Il Consiglio di Stato respinge il ricorso presentato dal Governo contro le sentenze del Tar: “Indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie non servono a remunerare, ma a a compensare inabilità”: quindi non possono essere conteggiate come reddito. Bonanno: “Davide ha vinto contro Golia”

 

ROMA – Sul nuovo Isee, il Consiglio di Stato ha dato ragione alle famiglie con disabilità, respingendo nuovamente l'appello presentato dal Governo. Il ricorso contro il nuovo Isee, insomma, è ufficialmente e completamente vinto: e l'appello presentato al Consiglio di Stato dal governo è stato respinto. “Deve il Collegio condividere l’affermazione degli appellanti incidentali – si legge nella sentenza - quando dicono che 'ricomprendere tra i redditi i trattamenti indennitari percepiti dai disabili significa allora considerare la disabilità alla stregua di una fonte di reddito - come se fosse un lavoro o un patrimonio - ed i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni, non un sostegno al disabile, ma una 'remunerazione' del suo stato di invalidità oltremodo irragionevole, oltre che in contrasto con l'art. 3 della Costituzione”. Il Consiglio di Stato conferma quindiquanto già sentenziato dal Tar del Lazio, il quale aveva respinto “una definizione di reddito disponibile che includa la percezione di somme, anche se esenti da imposizione fiscale”: in sintesi, le provvidenze economiche previste per la disabilità non possono e non devono essere conteggiate come reddito.

E argomenta così il Consiglio di Stato, in merito alla questione di indennità e reddito: “Non è allora chi non veda che l’indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché, né certo all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica (cioè indipendente da ogni eventuale o ulteriore prestazione assistenziale attiva) situazione d’inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale. Tali indennità o il risarcimento sono accordati a chi si trova già così com’è in uno svantaggio, al fine di pervenire in una posizione uguale rispetto a chi non soffre di quest’ultimo ed a ristabilire una parità morale e competitiva. Essi non determinano infatti una 'migliore' situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al più mirando a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa”.

Esultano i ricorrenti, che proprio pochi minuti fa hanno ricevuto da notizia dall'avvocato che li ha rappresentati, Federico Sorrentino. “Ero sicura che il Consiglio di Stato ci avrebbe dato ragione! Questa è la prova che in Italia la giustizia ancora esiste, a dispetto di quanto vogliono farci credere – commenta emozionata Chiara Bonanno, una delle promotrici del ricorso - È una sentenza storica, perché nata dalla volontà di tante persone e famiglie vessate da una legge iniqua e ingiusta e da un governo che si è mostrato persecutorio nei nostri confronti. La prima sentenza del Tar – ricorda Bonanno – era infatti immediatamente esecutiva. ma per due anni il governo ha continuato ad applicare un Isee palesemente ingiusto, che ha creato ingiustizie, gravi danni e perfino morti. Perché chiedere a famiglie allo stremo di compartecipare alle spese dell'assistenza significa colpire con forza chi forza non ha. Chi ha fatto questa legge ha creato gravi danni economici, ma sopratutto alla dignità di queste persone. Davide ha vinto contro Golia: tante persone debolissime si sono letteralmente trascinate dal notaio, per firmare il mandato all'avvocato. E' stato faticosissimo fare tutto questo: ma abbiamo vinto. I deboli hanno sconfitto il potere. E oggi festeggiamo”.

fonte: http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/501969/Nuovo-Isee-le-famiglie-vincono-il-ricorso-l-indennita-non-e-reddito

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Assicurazione

La gravidanza delle libere professioniste. Tutela e welfare

riprendiamoci1

 

POLITICHE DI WELFARE E GENITORIALITA'. La questione del welfare per i liberi professionisti è questione delicata. Tra le poche tutele e la crisi economica che erode i redditi, i libero professionista, la libera professionista,  deve districarsi. Dalla legge 103 in poi - legge che istituisce le casse previdenziali e assistenziali private per le professioni - lo stato demanda alle casse private la funzione sussidiaria di definizione delle politiche di welfare per la propria categoria (ovviamente nel rispetto dei molti vincoli che lo stato stesso definisce). Ecco che, proprio dagli psicologi, nella gestione del proprio ente pensionistico e di assistenza, l'ENPAP, arriva un bell'esempio di buone politiche di assistenza e di buone pratiche verso i propri iscritti.

SISTEMI DI TUTELE. Nella categoria professionale degli psicologi, i numeri parlano chiaro: più dell'84% per cento della categoria è donna. Ecco perché inevitabilmente bisognerebbe parlare di politiche di genere, di parità, e di politiche di welfare in modo inscindibile. Il tema della maternità, è poi un esempio perfetto. Sappiamo come in Italia il tasso di natalità è verticalmente basso. Nei paesi europei non è un mistero che il tasso di natalità, banalmente la scelta di fare o no un figlio, va di pari passo con il sistema di tutele per le donne e per tutto il sistema famiglia.

Dall'Istat arrivano poi i seguenti dati:

Le madri e il mondo del lavoro

Quasi il 53% delle mamme italiane lavora. Una percentuale che sale al 57,8% tra le donne al primo figlio e scende al 39% di quelle con tre o più figli: segno che la maternità costa, e se lasciare il lavoro al primo figlio non sempre conviene, diventa quasi una scelta obbligata quando il costo dei servizi – asilo e babysitter – inizia a salire.

Certo, le scelte professionali delle mamme sono influenzate anche da età, grado di istruzione e tipo di coppia.
E’ questo il disegno che emerge dal recente approfondimento dell’Istat “Avere figli in Italia negli anni 2000”, realizzato a partire delle indagini campionarie sulle nascite e le madri condotte nel 2002, 2005 e 2012.

Il 14% delle lavoratrici che sono diventate madri nel biennio 2009/2010 ha smesso di lavorare dopo la gravidanza. Percentuale che però  varia a seconda della nazionalità dei genitori, dell’area di residenza e del numero totale di figli. Tra le coppie italiane il numero delle mamme che lascia o perde il lavoro dopo la nascita del figlio scende leggermente, al 13,6%.

Una percentuale che arriva invece al 22% nel caso in cui la mamma è straniera e il papà italiano. Un dato che potrebbe ingannare è quello relativo alle coppie di stranieri – in cui “solo” il 14% delle mamme smette di lavorare dopo la nascita del figlio – che sconta invece il fatto che nel caso di entrambi i genitori stranieri il 52% delle donne non erano occupate neanche prima della gravidanza.

Per quanto riguarda invece la residenza, “le differenze territoriali – scrive l’Istat - evidenziano il persistere nel Mezzogiorno di un modello più “tradizionale”, che vede le donne uscire dal mercato del lavoro soprattutto al primo figlio. Al Nord e al Centro, invece, le uscite sono direttamente in relazione con il numero dei figli”.

fonte: secondowelfare.it

Costruire quindi un sistema di tutele è obiettivo primario, raggiungibile, necessario. Ecco l'esempio dell'ente previdenziale e assistenziale degli psicologi e delle psicologhe che, per una volta, fa scuola e si rende visibile per la portata innovativa delle sue azioni.

Una nuova tutela ENPAP per le psicologhe in gravidanza, con Altrapsicologia. Dal 16 Gennaio 2016.

di Federico Zanon, presidente Altrapsicologia, vicepresidente Enpap

ENPAP: LA VISION DI ALTRAPSICOLOGIA. Crediamo da sempre nella valorizzazione delle nostre istituzioni di categoria, Ordini ed ENPAP. Al governo dell’ENPAP, abbiamo lavorato con decisione negli ultimi due anni per recuperare un’immagine dell’ente deteriorata da chi ci ha preceduto. Lo stiamo facendo attraverso una decisa azione di trasparenza, buona gestione finanziaria e ampliamento dell’assistenza a tutti gli psicologi.

DONNE E PSICOLOGHE. Le psicologhe sono l’80% della popolazione ENPAP. Su 10 psicologi, 8 sono donne. Il 57% di loro ha meno di 40 anni, il 72% ha meno di 45 anni. Una demografia che ci caratterizza come categoria professionale e che è ben rappresentata nell’EBook dedicato alla condizione femminile in ENPAP, che abbiamo voluto per raccontare la realtà delle donne psicologhe.

PSICOLOGHE E MATERNITA’. Una popolazione femminile e giovane, che vive la gravidanza come evento frequente: 1171 gravidanze nel 2010, 1332 nel 2011, 1474 nel 2012. Un trend che non accenna a fermarsi. Sono colleghe con grandi risorse personali e professionale: in controtendenza rispetto al senso comune, riescono a recuperare il proprio reddito dopo la gravidanza e a superarlo lievemente rispetto a prima.

GRAVIDANZA: UN MOMENTO DELICATO. Le risorse che dimostriamo come categoria non devono farci dimenticare che la gravidanza è sempre un momento delicato. Chi ha avuto figli conosce bene quel tempo di nove mesi scandito da attese, gioie, ma anche timori e bisogno di rassicurazioni sulla salute del bambino e della mamma. E non sempre l’organizzazione del Sistema sanitario pubblico aiuta: fra tempi di prenotazione e indisponibilità degli esami, spesso ci si deve rivolgere alla sanità privata affrontando spese impreviste.

ECCO PERCHE’ ABBIAMO CREATO IL ‘PACCHETTO MATERNITA’. Per liberare le colleghe in gravidanza da spese e fastidi imprevisti. Per agevolarle nella prenotazione di visite ed esami. Perché possano vivere solo il meglio della gravidanza e liberarsi da preoccupazioni superflue. Perché possano dedicarsi a coltivare la loro professione anche in gravidanza, se lo desiderano.

COSA CONTIENE. Ogni iscritta ENPAP, per il solo fatto di essere iscritta e quindi senza dover fare nulla, ha una ‘dote’ di 2000,00 Euro complessivi (massimale coperto), senza franchige o scoperti, da spendere per i seguenti esami e percorsi riabilitativi:

• n. 4 ecografie (compresa la morfologica)
• le analisi clinico chimiche da protocollo
• alternativamente: amniocentesi, villocentesi o Harmony test.
• n. 4 visite di controllo ostetrico ginecologiche
• n. 1 ecocardiografia fetale
• n. 1 visita di controllo ginecologico post-parto
inoltre:
• 2 visite urologiche
• 1 ciclo di prestazioni fisioterapiche riabilitative del pavimento pelvico post parto
• 3 colloqui psicologici post parto (con massimale di 250 euro complessivi)

COME USUFRUIRNE. Attraverso EMAPI, a partire dal 16 Gennaio 2016. Si potrà anticipare la spesa e poi ottenere il rimborso oppure prenotare direttamente i strutture convenzionate e non pagare nulla. Il sito di riferimento è QUESTO.

L’IMPORTANZA DELLO PSICOLOGO. Non potevamo non prevederlo: tre colloqui con uno psicologo a scelta dell’iscritta, per una spesa complessiva di 250,00 Euro, per tutelare la salute psicologica nel delicato periodo dopo il parto.

COPERTE ANCHE LE PARTNER DEGLI ISCRITTI. Le coniugi e conviventi degli iscritti ENPAP, anche se non sono psicologhe, possono avere la stessa copertura delle iscritte ENPAP se per loro è stata stipulata con EMAPI la Garanzia A, che costa 53,00 Euro l’anno. Per chi non avesse esteso questa copertura, il prossimo slot utile per farlo è a partire dal 16 Aprile 2016.

TUTELA ANCHE PER LE COPPIE OMOSESSUALI. Il ‘pacchetto maternità’ è estendibile alle conviventi, indipendentemente dal genere dell’iscritto/a. Nel solco della nostra tradizione sul tema, dopo il contributo per la genitorialità aperto anche a coppie omogenitoriali, anche per questa tutela abbiamo abbiamo voluto affermare con la forza dei fatti che per noi il riconoscimento dei diritti civili delle persone LGBT è irrinunciabile.

fonte: www.altrapsicologia.it

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DGR 30 – Riordino residenzialità psichiatrica: la delibera verrà modificata

Il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato la mozione promossa dal Partito Democratico che impegna la Giunta regionale a predisporre in tempi rapidi una modifica della DGR n. 30-1517 del 3 giugno 2015 di riordino della rete dei servizi residenziali della psichiatria.

Tale mozione, ha preso corpo a seguito di una serie di incontri con le parti sociali ed il Partito Democratico, che ha visto tra i protagonisti anche l'Ordine degli Psicologi.

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