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Innovazione Sociale

Si parla di futuro frugale con Paolo Legrenzi

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Si parla di futuro frugale con Paolo Legrenzi

Il futuro? Sarà all'insegna della frugalità. Così si esprime il professor Paolo Legrenzi, professore di psicologia all'università di Venezia.

Millenni di vita in ambienti ostili e di lotta per la sopravvivenza hanno plasmato un uomo proiettato verso l'accaparrare risorse, soprattutto dalla natura.

Ma oggi, nei tempi di crisi che stiamo vivendo, una parola un po' desueta sembra trovare un nuovo senso e una nuova pregnanza. Frugalità è la scelta consapevole di chi sa che non si può continuare a consumare il mondo che ci circonda con i ritmi degli ultimi decenni. Non significa tornare a un edenico quanto irreale passato, ma abitare il presente e proiettarsi nel futuro facendo i giusti investimenti e puntando su ambiente, educazione, ricerca, arte, scienza.

Ne parlerò Sabato 11 con Paolo Legrenzi in compagnia di Pier Paolo Pracca (11 ottobre, ore 17, Cascina delle Rocche, Loc. Moncucco 50, Santo Stefano Belbo.

Un evento patrocinato dall'Ordine Psicologi Piemonte, a cura della Fondazione Scarampi e della Biblioteca Cesare Pavese

Di seguito una interessante intervista al Professor Paolo Legrenzi.

Paolo Legrenzi, il futuro sarà ricco e frugale senza più inutili sprechi

 

«Il futuro? Lo immagino ricco e frugale». Per spiegare il suo punto di vista il professor Paolo Legrenzi, docente emerito di psicologia a Venezia, in precedenza a lungo a Trieste, ha scritto per il Mulino un saggio intitolato “Frugalità” (141 pagine, 12 euro) che inaugura insieme a “Perseveranza” di Salvatore Natoli una nuova collana dell’editrice bolognese dedicata alle “Parole controtempo”. A giudizio di Legrenzi, la frugalità è «l’esito del rifiuto dell’abbondanza e del superfluo», una vera e propria scelta di vita. Non a caso cita spesso Henry David Thoreau, il filosofo statunitense persuaso che un uomo è ricco in proporzione al numero delle cose di cui può fare a meno. In questo senso, chiosa Legrenzi, «la frugalità ha come effetto collaterale la tranquillità d’animo».

Nessuna demonizzazione del mercato, dunque?

«Certamente no. Il volume è un tentativo di riflettere su quanto è accaduto nel corso dell’ultimo secolo, sui motivi che hanno spinto milioni di persone a vivere in maniera non frugale. In precedenza gran parte della popolazione era costretta alla frugalità, tipica del mondo contadino. Poi si è affermata l’industria dei prodotti di massa, che ha fatto nascere negli individui nuove esigenze. Oggi dobbiamo combattere contro questo meccanismo di costruzione dei desideri, rilanciato di continuo dalla pubblicità e dai media, che fa leva su quello che Peter Behrens, il primo designer industriale della storia, definiva a inizio Novecento il contenuto spirituale degli oggetti».

Quanto sta pesando la crisi in atto sulle scelte di acquisto?

«Gli ultimi dati disponibili per l’Italia, relativi al 2013, offrono indicazioni preziose per comprendere la forza del desiderio. I consumi sono diminuiti moltissimo ma secondo dinamiche all’apparenza incongrue, che dimostrano il lavoro profondo fatto contro la frugalità. Gli acquisti di prodotti di bellezza, ad esempio, sono rimasti stabili. Al contrario si è contratta del trenta per cento la spesa per i farmaci, si tende a risparmiare sul cibo. Sembra sorprendente ma c’è una logica: nel momento in cui si ha una disponibilità minore di denaro è agevole vedere che cosa la gente considera essenziale e che cosa ritiene superfluo. Questo non accade solo nell’Italia di oggi. Nella Francia occupata dai tedeschi durante il secondo conflitto mondiale le aziende produttrici di calze e rossetti non registrarono una caduta del fatturato».

Chi ha inventato la società dei consumi?

«I pionieri sono stati in gran parte americani, anche se l’idea del contenuto spirituale di un prodotto è di Behrens, un tedesco. Sono statunitensi i più importanti teorici della pubblicità capaci negli anni Trenta di mettere a punto strategie per comunicare il fascino dei prodotti. Due di essi, Egmond Arens e Roy Sheldon, si pongono poi il problema cruciale della sostituzione delle merci. Lo risolvono affiancando alla nozione di stile quella di ‘obsoletismo’, come lo definivano, ovvero di uno stile che invecchia. È la strategia che viene usata in particolare nell’universo della moda, proponendo a ritmo continuo. nuove collezioni».

A Londra, nello stesso periodo, Keynes immaginava un futuro diverso. Perché ha sbagliato?

«Il grande economista in un saggio del 1930 sosteneva che è il bisogno di denaro a far lavorare le persone. Appena il reddito fosse cresciuto in misura sufficiente per soddisfare le necessità, aggiungeva Keynes, gli uomini e le donne avrebbero lavorato poche ore al giorno, dedicando il resto del tempo ad attività ritenute più gratificanti. Al contrario, secondo Arens e Sheldon, la gente lavora per veder realizzati desideri sempre nuovi, in un processo senza fine. Avevano ragione come si è visto da quello che è accaduto in seguito».

L’idea della frugalità da lei proposta è indipendente dalle capacità di risparmio?

«Senza alcun dubbio. Chi risparmia fa una scelta che lo rende meno indifeso o più robusto di fronte alle crisi economiche. Chi è frugale, invece, non sente la mancanza di ciò che non possiede. Come sottolineo nel libro, sembrano due concetti poco distanti tra loro, ma ciò che li avvicina è esclusivamente il rifiuto del consumo opulento, del superfluo. L’abitudine al risparmio è una sorta di scudo, consente un margine di manovra al singolo, rappresenta un cuscino di sicurezza. Con la scelta della frugalità il risparmio è un effetto collaterale, non il perno dell’esistenza. Essere frugali significa fare a meno di molte cose senza che questo rappresenti un sacrificio. L’abitudine al poco, ne sono convinto, è una difesa preventiva capace di renderci quasi invulnerabili ai rovesciamenti della sorte. E’ un atteggiamento antico e un’ottima strategia per affrontare le incertezze del futuro».

La ricchezza, dunque, va condannata?

«È l’utilizzo che ne facciamo a costituire un pericolo a causa del meccanismo in atto di continua costruzione di desideri che alimentano i consumi. Possiamo sottrarci ad esso perché sappiamo bene come funziona. La frugalità, almeno secondo il mio punto di vista da psicologo, consiste essenzialmente nel rifiuto di lasciarsi corrompere dall’abitudine di attribuire un costo ad ogni cosa. Nel corso degli ultimi anni l’area di ciò che si può comprare con il denaro si è allargata in maniera esponenziale, pagando si può persino saltare una coda. I prezzi cancellano i sensi di colpa, legittimano ciò che in precedenza veniva ritenuto irrituale oppure non corretto. L’obiettivo primario non è combattere la ricchezza, bensì impiegarla per finalità diverse».

La decrescita non rappresenta quindi la soluzione?

«È una scelta sbagliata. Chi difende la decrescita pensa a una riduzione del Pil. Io, invece, credo sia meglio suggerire un utilizzo alternativo dei soldi pubblici e privati: dobbiamo pagare i debiti e non lasciarli in eredità ai figli, investire in ricerca, cultura e tutela dell’ambiente. In sintesi, occorre liberare risorse in ambito personale e collettivo per scopi meno effimeri. Possiamo cominciare a farlo solo noi occidentali, che abbiamo conosciuto la genesi e lo sviluppo del processo. Nei paesi in cui le classi medie cominciano ora ad avere un potere d’acquisto rilevante non è pensabile che si ragioni di frugalità».

«Quello dell’educazione. Spetta ai genitori il compito di insegnare ai figli a resistere alle sirene del consumo. Se non si apprezza la frugalità sin dall’infanzia sarà impossibile farlo in seguito. So bene che si tratta di un cambio di passo che richiede un lungo periodo per trasformarsi in senso comune. Ma è tempo di iniziare il cammino, i frutti poi arriveranno».

 

Tratto da:  link

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole.

Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management.

Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino

Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti.

Da Febbraio 2014 sono Presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all’interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Alessandro Lombardo

Disegnare il pensiero? Sei step verso il Design Thinking

Di cosa si tratta? Il Design Thinking è una modalità alternativa di risoluzione dei problemi che si riscontrano nella fase progettuale dell’innovazione e che mira a sviluppare soluzioni che trascendano il problema specifico in sé per suggerire prassi che possano portare ad un’innovazione in ottica user-centered, mettendo quindi al centro della strategia i bisogni e le richieste dei consumatori.

Come dice il nome stesso, il Design Thinking attinge dai processi creativi propri dei designer per affrontare con un’ottica meno rigida la pianificazione strategica aziendale e personale. La multidisciplinarità degli approcci contenuti in questo tipo di progettazione dell’innovazione è un suo tratto distintivo, che la rende preferibile ad altri approcci troppo “settoriali” che potrebbero rappresentare un limite all’innovazione stessa.

Detta in parole povere: rendere tangibili e manipolabili i pensieri strategici e organizzativi per generare innovazione.

1. Identificare l’opportunità (generazione di idee)

Il Design Thinking si basa sulla capacità di essere intuitivi, di riconoscere modelli, di sviluppare idee che abbiano un significato sia emozionale sia funzionale, di potersi esprimere con altri mezzi che non siano solo parole o simboli. E sul concetto di “gruppo di lavoro” che crea una perfetta intersezione tra tecnologia, business e valori umani. In questa prima fase in aula, insegnanti e studenti vengono suddivisi in team multidisciplinari. Ciascun team deve individuare un problema attuale e cruciale che riguardi la propria scuola, raccolta fondi per implementare il budget dell’istituto, attenzione all’ambiente, efficienza energetica, inclusione sociale. Una volta identificato il problema, si fa un esercizio: ciò che fino a ieri è stato concepito come una minaccia si trasforma in un’opportunità per la risoluzione del problema.

 Quindi si invitano gruppi di genitori, di educatori, di persone vicine alla comunità scolastica interessate all’argomento scelto, si condivide con loro il problema/opportunità e si procede con una serie di domande. Gli studenti, più domande faranno ai loro interlocutori più entreranno nell’ottica di perfetti thinker design.

2.  Progettare (una fucina di idee)

“Nessuna idea è troppo stupida”, questo è il mantra del secondo step nel processo del Design Thinking. Partendo da questa frase, i gruppi multidisciplinari di studenti iniziano a scrivere su post-it colorati idee in piena libertà. I post-it vengono attaccati alla lavagna in modo che tutti possano leggerli, e si possa approfondire “lo scambio di idee” necessario per capire cosa c’è e cosa manca al fine di maturare una soluzione partecipativa e comune.

La visualizzazione di idee attraverso lo sketching, nel Design Thinking, ha un ruolo centrale, perché fornisce una memoria temporale ed esterna per tentativi di idee, e supporta il dialogo tra coloro che “progettano” riguardo a problemi e soluzioni.  Inoltre l’aspetto gioco dello sketching aumenta la sensibilità percettiva nell’elaborazione di idee innovative e alla risoluzione dei problemi.

3. Il prototipo

Nella stessa misura in cui lo sketching aiuta i thinkers design a pensare ed elaborare idee, “prototipare velocemente” è un’altra maniera di visualizzare e testare nuove soluzioni. Dal momento che il progettista non ha mai informazioni sufficienti su un progetto e probabilmente mai quelle fondamentali, la prototipazione veloce permette di testare i dettagli di un primo prodotto, le loro forme e le loro sfumature. Inoltre, il fatto che i materiali per questo tipo di prototipazione siano poco costosi e grezzi, immette nell’ottica dei fallimenti precoci.

L’apprendimento e l’accettazione di questi fallimenti ed errori sono elementi fondamentali da trasferire in aula agli studenti. I thinker design si sentono a loro agio nell’incertezza. 

Nell’esperimento in aula è stato riscontrato che i gruppi di studenti all’inizio erano spaventati nell’usare prototipi rozzi per paura di ottenere feedback negativi dai loro insegnanti, ma poi  si sono convinti vedendo i benefici della co-creazione che più un prototipo è completo, meno sono le persone che ti danno feedback.

Infine, la regola della tangibilità educa gli studenti a dare una forma concreta alle loro idee: “i prototipi sono mezzi di comunicazione” che consentiranno all’interlocutore una valutazione pragmatica e spendibile dell’idea di progetto.

4. Feedback (il confronto)

Una parte importante nel processo del Design Thinking è data dal feedback. In questa fase  insegnati, genitori, dirigenti scolastici, tutte le parti interessate testano il progetto degli studenti esprimendo un feedback circa la sua utilità sul mercato e la sua propensione al business. Gli studenti raccolgono da parte degli esperti un’opinione su ciò che funziona e ciò che può essere migliorabile.

5. Perfezionamento e diffusione

In base al feedback ricevuto, gli studenti sono guidati dai loro coach/ insegnanti a rendere il progetto sempre più perfettibile, e una volta raddrizzato il tiro, con quella che ritengono la soluzione migliore, potranno lanciarlo sul mercato e testarne così la commerciabilità.

6. Presentare il pitch

La presentazione al pubblico del progetto rappresenta la fase finale del processo del Design Thinking. Quella in cui il team di studenti multidisciplinari elegge la persona più empatica, più comunicativa e con una spiccata propensione alla socialità, per rappresentare al meglio il suo pitch. Essere esaustivi e persuasivi in pochi minuti nella speranza di convincere l’interlocutore a finanziare la loro idea di progetto!

Un pò di storia: le d.school di Stanford e di Postdam

“Crediamo che grandi innovatori e leaders debbano essere grandi design thinkers. Crediamo che il design thinking sia un catalizzatore per l’innovazione e portatore di nuove cose nel mondo. Crediamo al grande impatto di gruppi di lavoro nell’intersezione tra tecnologia, business e valori umani. Crediamo che comunità dinamiche creino relazioni dinamiche che portino a breakthroughs”. Queste sono le visioni delle due scuole di Design Thinking, la d.school alla Stanford University nella Silicon Valley in California e la D-School dell’ Hasso-Plattner-Institutea Postdam in Germania. Con grande successo queste scuole educano giovani innovatori provenienti da diverse discipline come Ingegneria, Medicina, Business, Scienze Umanistiche ed Educazione a lavorare insieme per risolvere grandi problemi in un’ottica human centred. 

La cultura aperta e radicale di collaborazione praticata in queste scuole ispira sia intellettualmente sia emozionalmente, e crea un ambiente dove persone di differenti aree come grandi compagnie, startup, organizzazioni no profit e governi possono partecipare lavorando e imparando assieme sui progetti. I valori umani sono il cuore dell’approccio collaborativo usato. Le scuole si focalizzano sulla creazione di esperienze di apprendimento spettacolarmente trasformative. Lungo il percorso accademico, gli studenti sviluppano un processo per produrre soluzioni creative anche alle più complesse sfide a cui sono chiamati ad affrontare.

Propensione all’azione

L’obiettivo delle d.school è quello di preparare una generazione di studenti a risolvere le sfide aperte del nostro tempo. Si definisce ampiamente cosa significa essere uno studente della d.school e si supporta ogni studente di Design Thinking, i quali vanno da bambini delle elementari a dirigenti senior. 

Alle d.scholl si applica il “learning by doing”. Gli studenti cominciano sul campo, dove sviluppano empatia con le persone per cui devono progettare, scoprendo le reali necessità umane a cui si volevano indirizzare. Quindi creano prototipi veloci e a basso costo per ritornare sul campo e testarli con le persone reali. La propensione è verso l’azione, seguita da riflessioni su scoperte personali del processo. L’esperienza è misurata dall’iterazione: gli studenti svolgono quanti più cicli possibili per ogni progetto. Le scuole collaborano con aziende, organizzazioni del settore no-profit e non governative per lo sviluppo di questi progetti. E’ un loop di apprendimento: gli studenti ottengono una migliore conoscenza di cosa significa usare il Design Thinking fuori dalla classe, e i partner approfondiscono le loro metodologie di innovazione. Gli studenti vengono alla d.school con una curiosità intensa, una profonda affinità con le altre persone e il desiderio di aumentare la loro conoscenza oltre le loro esperienze personali e invece di lavorare in posti differenti allo stesso progetto, svolgono ogni step del processo innovativo assieme, facendo leva sulle loro differenze come una specie di motore creativo. Il processo di Design Thinking diventa un collante che tiene i team assieme, permettendo agli studenti di compiere balzi intuitivi, di pensare in maniera differente e di vedere in maniera nuova vecchi problemi. Le d.school credono che questi punti di vista dinamici e qualche volta contrastanti incoraggino gli studenti a vedere la natura illimitata dell’innovazione e a credere in loro stessi per trovare la propria strada.

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Dire, Fare, Promuovere la professione dello psicologo: le valutazioni di un progetto di OPP Il festival della Psicologia

unnamedNel mese di giugno 2015 si è svolto il primo Festival della Psicologia. Il Festival della Psicologia, si inserisce nel solco di un progetto di promozione della Professione e dei professionisti psicologi piemontesi, che ha messo insieme una serie di azioni comunicative e di marketing professionale. 

Gli obiettivi di questa prima edizione, erano quindi il porre l'attenzione sulla nostra professione da parte dei cittadini e delle istituzioni. Una sfida questa, portata avanti con scelte precise, come il chiudere definitivamente con la parentesi dei colloqui gratuiti.

Le attività mese on campo sono state molteplici, tutte dirette a promuovere e a dialogare con i diversi pubblici e con i diversi interlocutori: oltre alle due giornate del Festival quindi, i concorsi fotografici, di scrittura, di cucina, il sito web www.psicologiaonair.it, la pagina Facebook Psicologiaonair, la web serie in tre puntate visibile su Youtube (qui se ne può visionare una):

 


Nell'ottica di valutazione dei progetti, ottica che ormai appartiene di fatto alla cultura dell'Ordine Psicologi Piemonte, ecco i risultati della prima edizione, visionabili direttamente dal sito dell'Ordine Psicologi Piemonte:

 

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