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Psicologia

Psicologia della formazione: dialogo con Gian Piero Quaglino

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

Incontro il professor Gian Piero Quaglino, già preside della defunta facoltà di Psicologia a Torino e professore ordinario di Psicologia della formazione, nel suo studio. Non nascondiamolo: è stato uno dei miei maestri. Maestro di sguardi sui fenomeni organizzativi. Questo dialogo, in fondo, inizia circa dieci anni fa, quando frequentai il suo corso di Psicologia della formazione. Insomma, è una lunga storia.

AL – Professor Quaglino, in una precedente intervista nel 2004, si faceva riferimento a due sue recenti pubblicazioni, La vita Organizzativa e Autoformazione. Facendo riferimento proprio al concetto, all’idea e alla pratica dell’auto-formazione le chiedo: è un segno di resa questo, come a dire, le organizzazioni non sono più un luogo deputato a fare formazione ?

GPQ – Forse le questioni sono più d’una dietro questo interrogativo che lei si è posto. L’auto-formazione è una modalità di pensare alla formazione soprattutto dando a quello che viene chiamato normalmente “il partecipante ad un corso di formazione”, e quindi chi ha un progetto di formazione per sé, più spazio in termini di guida e orientamento di questo percorso di formazione. E’ quindi più un mettere a disposizione degli aiuti, in termini metodologici piuttosto che contenutistici, per lasciare che ciascuno costruisca il proprio percorso di formazione, che non il pensare che tutta la formazioni è delegata in toto alle persone che prima erano orientate o comunque sollecitate a partecipare ai corsi. Non è quindi una delega in toto, ma è il rendere i partecipanti più attivi ne decidere dove andare e come andare nella propria formazione. In questo naturalmente c’è l’idea di recuperare la persona considerata in tutte le sue connotazioni soggettive e non semplicemente per quelle che sono le sue appartenenze organizzative, istituzionali, professionali, Semmai quindi di restituire alla formazione uno spazio di attenzione per questioni più personali, che non siano ovviamente riconducibili a problemi da ricondurre ad un setting clinico in senso stretto, ma più educative e formative. In questo la formazione tradizionale, non fa molto. Viceversa l’aspetto dell’auto-formazione come formazione da sé non è esattamente il discorso della formazione di sé ma è soltanto adombrata da questo discorso dell’auto-formazione. Direi che l’auto-formazione si può definire innanzitutto come formazione da sé, con l’aiuto metodologico di un professionista che non è propriamente nel ruolo di docente e la formazione di sé è tutta un’altra questione.

AL – Professore, ascoltando questa sua distinzione fra formazione di sé e formazione da se, mi viene alla mente anni fa, quando frequentai il suo corso di psicologia della formazione nel 2002, lei commentò il fenomeno allora emergente della formazioneon-line. La sua opinione, se non ricordo male, era che la presenza del formatore, o comunque di un professionista, fosse imprescindibile, come a dire che l’auto-formazione di fronte ad uno schermo si presentasse come povera.

GPQ – Quella non è formazione. On-line possiamo fare istruzione ma non facciamo formazione. Se poi si vuole parlare di formazione anche nel caso dell’istruzione, ciascuno è legittimato ad usare le parole come meglio crede ma, a stretto rigor di termini,  non ci si forma on-line, al massimo ci si istruisce. Se intendiamo la formazione come esperienza di apprendimento, la tecnologia non è di nessun aiuto.

AL –Se pensiamo al fatto che l’humus nel quale ci muoviamo adesso è ipertecnologico, anche nelle organizzazioni contemporanee si ha l’impressione paradossale che dietro alle vision futuribili delle varie “Nuove Formazioni”, dietro il “moloch” della tecnologia e del web, dietro la categoria 2.0, se parliamo di formazione, per come l’abbiamo intesa fin qui, si siano fatti metodologicamente mille passi indietro.

GPQ – Certamente la tecnologia permette e consente passi avanti, ma anche passi indietro. Dal punto di vista strettamente della formazione, non della informazione o della istruzione, i passi indietro sono certamente maggiori dei passi avanti, come infiniti sono i passi dal punto di vista dell’informazione. Poi è chiaro che l’informazione non è governata anche se produce conoscenza., con il rischi di rimanere superficiale.

AL – Perché questo?

GPQ – Ma perché tutta l’informazione, la conoscenza, il dato o la nozione che circola in rete, non ha nessuna qualità di approfondimento, di spessore, di rilievo critico, che sia capace di costruire il pensiero. Prevalentemente costruisce suggestioni, spunti, cenni, ma generalmente costruisce una falsa idea di sapere.

AL – In un video che ormai da anni gira in rete, si vede Steve Jobs che racconta ai neolaureati dell’Università americana di Stanford tre storie che in qualche modo riassumono la sua vita. Credo sia un buon esempio questo per capire qual è il nesso tra formazione e narrazione. Nei contesti organizzativi, si parla molto di storytelling e di storie organizzative. Spesso ho però l’impressione che chi entra in un’organizzazione corra il grande rischio di essere fagocitato dalle storie “ufficiali”, dalle storie istituzionali, dal Grande Racconto, perdendo, chissà dove, il senso della propria storia.

GPQ – Certo, chi entra a far parte di un’organizzazione entra a far parte di una storia collettiva, una storia collettiva che c’era prima e che probabilmente continuerà anche dopo. Se la storia collettiva soffoca la storia individuale o se in qualche modo anche solo la confonde, non credo che questo sia alla fine un grosso vantaggio neanche per l’organizzazione. A me sembra che le organizzazioni questo aspetto non lo capiscano e forse non sono interessate a capirlo. Credo che il problema fondamentale sia che la formazione e l’organizzazione siano molto più lontane di quanto realmente si creda, una sorta di inconciliabilità di fondo tra la formazione come esperienza di apprendimento personale e la dimensione di esperienza lavorativa nel contesto organizzativo. Le organizzazioni non formano, cercano invece di con-formare, per come hanno deciso o pensato, anche con buone intenzioni per carità, ma rispetto a quello che pensano che le persone debbano sapere e ovviamente rispetto a quelli che sono gli obiettivi organizzativi, i risultati attesi. Le storie, in questo senso, servono un po’ per condire o contenere tutto questo. Le storie individuali non sono di interesse per nessuna realtà organizzativa in realtà. Questa credo sia l’inconciliabilità di fondo tra storie organizzative e storie individuali. Poi certo, le organizzazioni sono pressate sempre più dalle proprie istanze e quindi credo che la questione sia la pervasività del modello organizzativo su ogni altro modello di vita possibile.

AL – Mi viene in mente professore lo studio di Gareth Morgan, Images, Metafore dell’organizzazione. Quali sono le metafore delle organizzazioni di oggi?

GPQ – A me sembra che la metafora fondamentale delle organizzazioni sia l’egoismo, questo è un dato di fondo.  Questo è una dato confermato dal fatto che le organizzazioni sentono il bisogno di dover continuamente parlare dell’importanza delle risorse umane, delle persone, della motivazione, ma che poi, alla fine, tutto questo non si traduca in qualcosa che non sia strumentale o finalizzata ad altro. Considero quindi che le organizzazioni abbiano perso le metafore ma che allo stesso tempo abbiano calato la maschera.

AL – Questo calare la maschera mi sembra che sia bene raccontato nel suo libro La vita Organizzativa.

GPQ – Sappiamo benissimo che esistono alcuni principi organizzativi irremovibili, come l’efficacia, l’efficienza, la valorizzazione delle risorse, tutte queste parole di cui molto si sente parlare, a cui è difficile contrapporsi. Per cui, il libro La vita Organizzativa è soltanto il tentativo di dire che sotto quella apparente dimensione osservabile di razionalità, di logica, di problem solving o decision making, l’organizzazione è un contenitore di tutta la vita e delle esistenze delle persone e che ovviamente c’è molta più soggettività di quanto in realtà si pretende di governare.


Laboratorio delle Dinamiche di Gruppo e Organizzative

Due mattinate di lavoro sul “Lavoro di gruppo” e sulla “Conduzione di gruppi di lavoro“.

Due i Focus:

  • L’utilizzo e l’apprendimento di esercitazioni e/o Giochi di gruppo quali, a titolo di esempio:

Obelisco di Zin: Esercitazione in gruppo con focus Problem Solving.

Nasa | Allunaggio: Esercitazione classica focalizzata sul Decision making gruppale.

Money Run: Esercitazione in gruppo focalizzata sulla Leadership

  • La sperimentazione e l’apprendimento delle dinamiche di gruppo in contesti organizzativi

Venerdì 16 febbraio | 9 – 13

Sabato 17 febbraio | 9 – 13

Sede: Circolo della Stampa. Corso Stati Uniti Torino

PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI CLICCA QUI

La lunga marcia della formazione iniziata, nel nostro paese, cinquant’anni fa, ha trovato sin dall’inizio la psicologia in posizione di interlocutrice particolarmente attenta e impegnata sul fronte dello sviluppo dei contenuti così come su quello dell’innovazione dei metodi.

Le Esercitazioni di Gruppo, talvolta definite anche, non a caso, “giochi psicologici”, sono da considerare certamente come uno dei contributi più rappresentativi e significativi in tal senso, sia per la capacità di promuovere una didattica attiva sia per la possibilità di stimolare l’apprendere dall’esperienza.

Disponiamo oggi di un archivio ricchissimo composto da centinaia e centinaia di esercitazioni sui più diversi temi relazionali, professionali, organizzativi e istituzionali: team building e team working, leadership e comunicazione, negoziazione e conflitto, problem solving e decision making, e così via. E disponiamo di centinaia e centinaia di varianti di minore o maggiore complessità, in indoor o outdoor, di piccolo o grande gruppo, di role-playing più o meno strutturato, di breve o lunga durata, in forma di simulazione o di storytelling.

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Nonostante ciò stiamo per assistere ad una nuova stagione di innovazione del setting di apprendimento che è proprio delle Esercitazioni di Gruppo sotto la spinta delle nuove tecnologie, della rete, dell’ e-learning, della realtà aumentata, e di tutto ciò che offre il mondo del “digitale”.

Per tutte queste ragioni possiamo considerare le Esercitazioni di Gruppo, non solo come un “classico” metodo di formazione, ma soprattutto come una delle principali risorse applicate nei più differenti contesti di intervento professionale tra sviluppo individuale e sviluppo organizzativo.

Questi 2 workshop si propongono dunque di essere una introduzione al mondo delle Esercitazioni di Gruppo attraverso una presentazione delle questioni principali di definizione del Setting di Apprendimento, di utilizzo in ambito formativo, sociale e consulenziale, di progettazione e innovazione.

In ciascun incontro e’ prevista la sperimentazione di un’esercitazione, l’analisi delle dinamiche emergenti, l’approfondimento delle modalità di conduzione e discussione, l’individuazione dei criteri e delle linee di innovazione, in una prospettiva di “gruppo di progetto” attivo e finalizzato.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Dialoghi

Protetto: Psicologia Plurale. Dialogo con Michele Piccolo: fare lo Psicologo a New York

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Medicina narrativa

Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

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Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

Quella che segue, è l’introduzione all’Ebook Medicina Narrativa in Ospedale. Storie di bella sanità pubblica. Questo Ebook, è l’esito finale di un lavoro che, in questi anni, insieme alla collega Angela Fabiano, ho portato avanti in un’azienda ospedaliera di Catania.

Psicologia ospedaliera dunque? Si, io ritengo questo progetto un progetto a forte valenza psicologica, dove le metodologie scelte, quelle della cosiddetta Medicina Narrativa o ancor meglio dello Storytelling, si sono messi al servizio di una visione psicologica del contesto ospedaliero.

Il progetto, che in realtà è ancora in corso, ha visto la partecipazione di numerosi medici, infermieri, ostetriche, fisioterapisti, ed è a loro che va ora il mio pensiero. Perché, grazie al lavoro di questi anni, ne sento ancora le tracce, le parole, le emozioni, quando rileggo queste narrazioni.

Quando, anni fa, ho pensato il progetto, non ho fatto altro che immaginarmi il contesto ospedaliero come una contenitore ipersaturo di narrazioni e, di conseguenza, vedevo come necessaria la costruzione di una processualita’ che avesse funzione desaturante e digestiva. Nei fatti, non è stato semplice trovare il giusto equilibrio, la giusta distanza che è sempre necessaria quando ti poni di fronte a qualcuno è, per dirla in breve, gli dici: raccontami una storia, raccontami le tue storie. E leggendo le narrazioni contenute nell’Ebook, tra ironia, tristezza, angoscia, paura, lacrime, ricordi, traumi, sorrisi, questa giusta distanza, questa stessa giusta distanza, sarà difficile esercitarla in chi avrà voglia di immergersi e di farsi travolgere da queste narrazioni.

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INTRODUZIONE EBOOK

L’INIZIO. Questo libro è l’esito finale del lavoro svolto nei workshop presso l’Azienda Sanitaria ARNASS Garibaldi di Catania dal titolo “Medicina Narrativa Storie di cura: un percorso di integrazione” con la dott.ssa Angela Fabiano come Responsabile Scientifica ed io, come Progettista e formatore. A questo workshop hanno partecipato medici, infermieri e fisioterapisti dei presidi sanitari Garibaldi e Nesima di Catania ed a loro, ai partecipanti, è d’obbligo un enorme ringraziamento.

Il workshop è stato pensato e disegnato come un luogo esperienziale e autobiografico dove, nel corso delle due giornate, venivano svolte una serie di attività che mettevano al centro i partecipanti. Le loro esperienze, le loro storie, le loro narrazioni, situate e contestualizzate con una cornice identitaria ben definita, la loro professione, sono state finalità e strumento operativo del workshop.

STORIE DI SE’. Sappiamo che le professioni mediche sono professioni ad alto impatto relazionale e ad alto impatto emotivo e psicologico. Tra i costi dell’attuale medicina (si parla spesso di sostenibilità del sistema sanitario), ci si dimentica però di inserire e di valorizzare (letteralmente, dare valore) il costo umano dello stare dentro i sistemi sanitari pubblici attuali. Quanto è emotivamente sostenibile svolgere una professione medica oggi? Immergersi, come farà il lettore in queste storie, storie di pazienti memorabili, di primi pazienti, di aiutanti, non vuol dire altro che immergersi nella vita di chi, la sanità, la vive tutti i giorni: i medici, gli infermieri, i fisioterapisti, e tutto il personale sanitario. Ecco perché Storie di bella sanità.

LE RELAZIONI PERICOLOSE. Queste storie sono storie di relazioni. Relazioni di medici, infermieri, fisioterapisti, con persone che hanno incontrato nella loro più o meno lunga professione e che, inevitabilmente, non sono altro che storie di sé. Ogni storia racconta qualcosa di sé. Storie che hanno lasciato un segno, e che in qualche modo, per qualche motivo che non sempre – e forse è giusto così – viene esplicitato, lascia una traccia, una ferita, un segno per l’appunto, nel sé di chi racconta. E di chi ascolta.

LA LINGUA DEI SEGNI. Segni dunque. Segni che vanno letti come delle tracce di umanità, di una “disperata vitalità che, nel percorso della medicina contemporanea, nell’era della medicina della tecnica, si pensa, erroneamente, di aver lasciato da parte. Se ne accorgerà il lettore: questa “tremenda” umanità che trasuda ed emerge nelle storie di questo libro, nelle parole e nei racconti dei nostri medici, infermieri, fisioterapisti, si ritrova quello che si pensa non esserci più nella medicina attuale: umanità, emozioni, anima.

UMANIZZARE LA MEDICINA. Seguendo le storie che si leggeranno, sembra quindi chiaro che il tema della cosiddetta umanizzazione della medicina è, per certi versi, un falso problema. Anzi, appare paradossalmente come un goffo tentativo di ritrovare qualcosa di andato perso, di reinserire quel che si pensa non esserci: l’umanità per l’appunto. Ed il goffo tentativo è propriamente il principio additivo sottostante ad un’operazione di questa portata: aggiungere, in questo caso, presuppone una mancanza.

Davvero mancherebbe umanità nei reparti e nei rapporti? Davvero pensiamo che i pazienti, la vita delle persone che si affidano volenti o nolenti ai nostri medici, infermieri, incontrano così poca umanità nei nostri ospedali? O forse, ed è questa la nostra tesi, qui di umanità ne incontriamo a volontà, così tanta che si fatica a raccontarla tutta?

TRAVOLTI DALLE STORIE. Allora, vale di certo la pena di dirlo in modo chiaro e netto: di vicende umane, di amore, di vita, di speranza, di morte, di delusioni, di distacchi, di tragedie e anche di commedie verrà sommerso il lettore delle storie contenute in questo libro. Travolto, come ne sono stato travolto io nelle mie vesti di formatore del workshop, io che queste storie le ha vissute e fatte emergere, che queste storie le ha ascoltate e che, inevitabilmente, le ha fatte proprie. Queste storie, non posso che portarle con me, custodirle come fossero piccoli e grandi segreti di chi le ha volute raccontare, come segreti sussurrati a bassa voce.

DI CHI SONO LE STORIE. Viene difficile, seguendo la traccia sopracitata, rispondere così a domande come “a chi appartengono queste storie?” o “di cosa raccontano queste storie?”. Le storie sono di chi le ascolta verrebbe da dire, e di certo, il ruolo che la narrazione ha in queste storie è stato principalmente quello di creare un contesto di condivisione. Ora, con questo libro, compiamo l’ultimo passaggio, che è quello di raccontare ulteriormente, a chi vorrà ascoltare, leggendo queste storie, cosa significa fare il medico, l’infermiere o il fisioterapista, nella sanità di oggi. Storie di bella sanità appunto. Buona lettura.

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Formazione Continua in Psicologia

L’obbligo della formazione continua degli psicologi: le nuove regole

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La storia della cosiddetta Educazione Continua in Psicologia o Formazione Continua in Psicologia è, purtroppo, molto lunga e frastagliata. Ma, a quanto pare, sembrerebbe arrivare a compimento o, perlomeno, in CNOP, pare si siano decisi a lavorarci seriamente dopo 4 anni di tempo perso.
La notizia è che da circa un mese stiamo lavorando (faccio parte in quanto presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte del Consiglio Nazionale e sto lavorando nel Gruppo di lavoro che sta producendo tale regolamento) a quello che sarà il nuovo regolamento per la Formazione Continua degli Psicologi. Alla buon’ora si direbbe.
Nel caos di questi anni, sono molte le questioni lasciate appese fin qui sulla formazione continua degli psicologi. Una, su tutte:
ECM per tutti? ECM solo per chi lavora nel pubblico o nel privato accreditato? La domanda sul cosa si dovesse fare lato ECM, almeno in parte, è rimasta ad aleggiare fin qui all’interno della categoria professionale. Per quanto vi fossero posizioni chiare sulla non obbligatorietà degli ECM per il libero professionista, una alone di ambiguità è sempre rimasto attorno al tema. Complici, alcuni ordini regionali che lanciavano messaggi ambigui.
Con questo nuovo regolamento, si dovrebbe finalmente chiarire questa diatriba o ambiguità.

Un pò di storia

Per meglio inquadrare il tutto, facciamo un pò di cronistoria di questi ultimi anni sulla questione.
L’inizio della storia. La Formazione continua come obbligo deontologico – incardinato in quanto professione. Lo sappiamo bene in fondo, noi psicologi abbiamo l’obbligo della formazione continua come obbligo etico e deontologico in primis. Basterebbe questo no? No. Vediamo perché.
La legge di riforma della professione. 2012- DP 137, Riforma delle professioni – l’obbligo è legge
2013 il regolamento FCP redatto in CNOP viene inviato a salute e poi il silenzio
Referendum del codice deontologico. Il referendum del condisce deontologicoSe vi ricordate, nel 2014, ci fu l’ultimo referendum per la modifica del nostro codice deontologico. Tale referendum, oltre alla modifica dell’articolo 1 e 21, si è concentrato anche sull’articolo 5 proprio per recepire l’obbligo della formazione continua del DP 137, inclusa la questione del mancato obbligo come illecito deontologico.
Cosa dice il Decreto sulla formazione continua.
In sintesi, ecco cosa dice il Decreto Presidenziale 137 del 2012 sulla formazione continua ma,  prima, una piccola notazione:
tale decreto, dice che entro un’anno dall’entrata in vigore di tale Decreto, si sarebbe dovuto attivare il regolamento. Bene. come vedremo, il regolamento FCP fu inviato al ministero della salute per tempo, nel 2013 ma, e non si capisce ben per quale motivo, è rimasto appeso senza proseguire nel suo iter per renderlo valido ed operativo. Ad oggi, 2017, siamo l’unica professione regolamentata che non ha chiarito le procedure per la formazione continua.
Ma veniamo al decreto con qualche piccolo commento:

DPR 137/2012 – Obblighi di formazione

Un primo necessario passo indietro: il DP 137 è l’applicazione del decreto legge 138 del 2011, che per quanto concerne la formazione continua, così definisce:
Titolo II
LIBERALIZZAZIONI, PRIVATIZZAZIONI ED ALTRE MISURE PER FAVORIRE LO SVILUPPO
Art. 3. Comma b) previsione dell’obbligo per il professionista di seguire percorsi di formazione continua permanente predisposti sulla base di appositi regolamenti emanati dai consigli nazionali, fermo restando quanto previsto dalla normativa vigente in materia di educazione continua in medicina (ECM). La violazione dell’obbligo di formazione continua determina un illecito disciplinare e come tale è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale che dovrà integrare tale previsione;
Come detto, il decreto legge viene poi reso operativo e sostanziato dal Decreto Presidenziale 137. Vediamolo, per quanto concerne la questione formazione:
L’articolo 7 del D.P.R. 137 dà attuazione al principio contenuto nella lettera b) del provvedimento di autorizzazione alla delegificazione, in tema di formazione continua dei professionisti.
 In particolare, il regolamento:
  • – conferma che la formazione continua è uno specifico dovere del professionista, la cui violazione comporta illecito disciplinare; in fondo non è proprio una novità per noi
  • – stabilisce che i corsi di formazione possono essere organizzati anche da associazioni di iscritti agli albi, richiedendo sempre l’autorizzazione dei consigli nazionali e il parere vincolante del ministro; in sostanza si dice che il consiglio nazionale si deve occupare di definire gli enti che possono erogare formazione certificata FCP
  • – attribuisce al consiglio nazionale (e non al ministro vigilante, come disposto dallo schema di regolamento) il compito, entro un anno dall’entrata in vigore del DPR, di emanare un decreto per disciplinare modalità e condizioni dell’assolvimento dell’obbligo di formazione, requisiti dei corsi di aggiornamento e valore dei crediti formativi; alla buonora verrebbe da dire.
  • – demanda a convenzioni tra i consigli nazionali e le università la possibilità di stabilire regole comuni di riconoscimento reciproco dei crediti formativi; in sostanza si dice che si possono creare convenzioni tra ordini differenti di diverse professioni per riconoscersi reciprocamente i crediti. Un’assistente sociale che fa un corso di psicologia evolutiva accreditato FCP può farsi riconoscere i crediti.
  • – demanda ai diversi consigli nazionali il compito di individuare crediti formativi interdisciplinari; come sopra.
  • – consente agli ordini e ai collegi di organizzare la formazione anche in cooperazione con altri soggetti; in sostanza da la possibilità agli ordini di erogare formazione acquistando corsi da erogare ai propri iscritti
  • – consente alle regioni di disciplinare l’attribuzione di fondi per l’organizzazione di scuole, corsi ed eventi di formazione professionale; sancisce la possibilità di accedere per la formazione a fondi regionali
  • – ribadisce quanto già affermato dalle disposizioni di autorizzazione, ovvero che resta ferma la disciplina vigente sull’educazione continua in medicina (ECM). In sostanza, permane, come ovvio, l’obbligo di ECM per come è stato fin qui. Qui, di certo, si dovrà fare chiarezza con il ministero della salute e con Agenas che, a loro detta, specie per Agenas, qualsiasi professionista che si occupi di salute, vedi per esempio lo psicoterapeuta, è obbligato agli ECM. Vedremo, che non è così ma, va detto chiaramente, questo dovrà essere chiarito e sancito da parte di CNOP insieme al ministero della Salute, nostro ministero vigilante, una volta per tutte.
Questo, in estrema sintesi. Ora, essendo in fondo molto chiaro, possiamo già antipare che, lapalissaniamente, il nuovo regolamento FCP per gli psicologi, deve contenere questi passaggi. Nulla di più, e nulla di meno. Lo fa? Si. Possiamo anticiparlo.

I capisaldi della formazione a misura di psicologo

Cosa contiene questo regolamento e quali i capisaldi? Proviamo ad elencarli sommariamente.
– la presenza di provider pubblici e provider privati
– l’obbligo dei 150 crediti nei tre anni
– la possibile certificazione delle attività svolte naturalmente dagli psicologi (es, la supervisione, la scrittura di articoli, l’auto formazione etc)
Altri due aspetti importanti:
– questo obbligo non deve far altro che consolidare una prassi già presente tra gli psicologi che è quello di formarsi. Gli psicologi già si formano quanto basta, – – – questo regolamento deve esclusivamente sancire tale prassi e definire un sistema, a norma della legge 137 e del nostro CD, che sancisca e definisca tale formazione.
– Gli Ordini potranno e dovranno erogare crediti. In quanto provider, ciascun Ordine Psicologi regionale potrà, con semplicità, accreditare i propri momenti formativi verso i propri iscritti andando così a saturare perlomeno una parte di tale obbligo in modo gratuito per i propri iscritti.

ECM e FCP this is the problem. Qualche ultima domanda e risposta per finire.

Partiamo da una banale domanda: siamo psicologi o medici? Psicologi. Bene. E allora, formiamoci in psicologia.
La formazione per gli psicologi clinici, e per gli psicoterapeuti liberi professionisti sarà ECM e FCP? Qui, come detto, andrà fatta chiarezza da parte del CNOP. Ad oggi, la posizione del CNOP è la seguente: gli ECM sono un obbligo per i dipendenti pubblici e per chi lavora nel privato accreditato. E’ anche vero però che alcuni ordini i regionali, come la Campania, come la Toscana, passano il messaggio, a mio parere ambiguo, che l’obbligo ECM è esteso a tutti.
A questo punto però, come il regolamento FCP approvato, ci sarebbe la soluzione del cosiddetto doppio canale per cui, per chi lavora nel sistema salute pubblico o accreditato, continuerebbe a formarsi come il sistema ECM, per tutti gli altri, vale il sistema FCP. Un libero professionista psicologo clinico e psicoterapeuta, si dovrebbe in sostanza formare tramite il sistema FCP. Credo, sia un punto importante non solo simbolico per la nostra professione.

Per una psicologia non solo clinica?

Questo, credo sia uno dei valori importanti di questo regolamento, ovvero, la salvaguardia delle aree della professione non sanitarie e non pubbliche. Che senso avrebbe, in quanto psicologo del lavoro formarsi in medicina? Che senso avrebbe in quanto psicologo sociale formarsi in medicina? In sostanza, qui si tratta anche, posto l’obbligo della formazione, di salvaguardare anche quelle aree.
Nuova burocrazia per lo psicologi? Certo, in parte si, Sarà compito del CNOP, se il regolamento verrà approvato, andare a definire le procedure per il professionista definendo tali procedure in ottica di semplicità e di minimo aggravio per il collega. Va anche detto che uno dei valori della definitiva approvazione di tale regolamento è propriamente la strutturazione dell’obbligo formativo a misura di psicologo, si spera, anche dal punto di vista delle procedure.

I prossimi passaggi.

Ad oggi, siamo ancora in fase di revisione. E’ previsto, il 15 dicembre, l’approvazione di tale regolamento da parte del CNOP. Successivamente, verrà inviato al Ministero della Salute per l’approvazione.

Ovviamente, vi terrò informati.

 

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