Connect with us

Psicologia Plurale

Psicologia Plurale. Tre interviste su Università, Servizi Pubblici e Promozione Professionale

Dopo l’intervista a Michele Piccolo sulla situazione dello psicologo a New York, proseguono i dialoghi via chat di Gabriele Cassullo con Alberto Stefana (Brescia), Chiara Leoni (Barcellona) e Antonio Amatulli (Lucca)

Chiara Leoni ha 44 anni. Si è laureata in Servizio Sociale all’Universitá di Pisa e Trieste (rispettivamente, D.U. e laurea magistrale) e in Psicologia all’Universitat Oberta de Catalunya (Barcellona, Spagna). Ha effettuato un master in Mediazione Familiare Sistemica presso l’Istituto di Psicoterapia Relazionale di Lucca e in Mediazione all’Universidad rey Juan Carlos (Spagna). E’ mediatrice accreditata per la Generalitat de Catalunya e il Ministerio de Justicia di Spagna. Sta attualmente ffrequentando il quarto anno della scuola di formazione in terapia Gestalt, Escola del Taller de Gestalt di Barcellona. Ha lavorato in ambito sociale con minori e famiglie. Attualmente lavora come terapeuta infantile e familiare per Associazione Anoe di Barcellona.

 

Gabriele: Ciao Chiara. Grazie per avere accettato l’intervista via chat. Iniziamo dall’inizio: come hai scelto di iscriverti a Psicologia?

Chiara: Quando mi iscrissi all’Universitá ero in dubbio tra Psicologia e Servizio Sociale. Psicologia mi attirava di piú, ma mi spaventava la lunghezza del percorso: 5 anni, piú uno di tirocinio, piú la specializzazione… . Decisi quindi di iscrivermi a Servizio Sociale per poter avere piú facilmente un’indipendenza economica, sapendo che dopo avrei proseguito con Psicologia. In effetti, esercitando nei servizi sociali vidi che mi mancavano gli strumenti per gestire situazioni complesse.

Gabriele: Dove vivevi? Chiara: Vivevo in Italia, a Lucca.

Gabriele: E quando hai deciso di virare verso la Psicologia?

Chiara: Francamente appena misi piede a Psicologia a Firenze‚ perché ero molto in crisi con il ruolo di assistente sociale pubblico. Lavoravo in Comune. Pensai che avrei lottato per aprirmi uno studio, una volta laureata, e avevo il forte bisogno di lasciarmi alle spalle la gestione dei contributi economici. Rimuginavo il tema, lo analizzavo e, per quanto lo giustificassi a livello teorico, a me non piaceva la parte amministrativa del mio lavoro e avevo bisogno di una mansione professionale che consistese solo in colloqui. Mi resi conto che forse ero poco adatta per fare la psicologa.

Gabriele: Sei rimasta soddisfatta delle competenze acquisite nel corso di laurea?

Chiara: Non molto, per la verità. Vedevo che stavo ripetendo quanto già avevo studiato a Servizio Sociale. Poi dopo il primo anno emigrai, mi laureai in Spagna, e lì, se da una parte mi piaceva il taglio piú applicato degli studi, era tutto e solo cognitivo-comportamentale. Io a Servizio Sociale avevo studiato Freud, il metodo Esther Bick, la Klein, la Mahler… e avevamo studiato la sistemica di Palo Alto per applicarla ai casi. Per me ora Psicologia, con questo piano di studi cosí neuroscientifico, medico, statistico… era un passo indietro! Anche se, devo dire, le materie scientifiche sono quelle dove ho ottenuto i voti piú alti.

Gabriele: Tornando al tuo lavoro di assistente sociale, puoi farci un esempio delle “situazioni complesse” a cui ti riferivi prima?

Chiara: Per esempio, consulenze alle scuole su sospetto abuso al minore. Indagini sulle capacita genitoriali o idoneità all’adozione, gestione di affidi familiari.

Gabriele: Ti viene in mente qualche situazione nello specifico?

Chiara: Una situazione gravissima di sindrome di Munchausen. E poi molti affidi ormai cronici con un gran livello di conflitto tra genitori naturali e affidatari, dove si triangolava l’operatore e questi era totalmente solo.

Gabriele: La sindrome di Munchausen é impressionante. Si trattava di madre-figlio? Chiara: Sì Gabriele: Seguiti dalla Pediatria?

Chiara: In quella situazione lavorammo bene proprio per il valido aiuto della Pediatria ospedaliera.

Gabriele: Con il senno di oggi, diresti che uno psicologo avrebbe potuto aiutarvi?

Chiara: Certo!! Ma non volevano mai collaborare. Sempre supplicavamo gli psicologi dell’ASL di gestire casi insieme, ma dicevano che erano sovraccarichi. Il tribunale dei minorenni non dava nemmeno loro incarichi. Per esempio, in caso di indagine sulle competenze genitoriali, dava il mandato obligatorio al servizio sociale “con facoltá di avvalersi della U.O. di psicologia”. Peró poi, quando applicavamo tale facoltá, ci rispondevano che non avrebbero collaborato.

Gabriele: Come miglioreresti il sistema? (Parliamo della situazione specifica che hai vissuto in prima persona, ma credo sia estensibile ad altre..)

Chiara: Quando ho potuto lavorare con psicologi, siamo stati più effettivi in generale. Ricordo la differenza tra fare un colloquio per l’adozione in coppia con una psicologa. Quattro occhi vedono meglio che due, a maggior ragione quando si tratta di due ruoli professionali diversi e complementari. Io penso che gli psicologi del servizio pubblico sono quasi inesistenti. Dovrebbero essere molti di più. E dovrebbero essere anche organizzati dei servizi multi-specialità come tanti anni fa, creando un lavoro integrato tra servizi. Facendo l’avvocato del diavolo, diró che una supervisora che avevamo presso il servizio (era una neuropsichiatra infantile e psicoanalista molto esperta e conosciuta) ci disse che la non integrazione non penalizzava tanto noi, quanto loro. Lei diceva che il sociale lavora bene anche solo, peró é il sanitario che da solo é molto povero. Credo che avesse ragione, ma oggi come oggi io non credo che la Psicologia sia “sanitaria”, anche se qui entreremmo in un gran tema…. Credo comunque molto nel lavoro interdisciplinare. Negli anni ’70 ci si era riusciti, con la legge 833. Su questo tema era nato un grande movimento, perché la OMS aveva definito la salute come equilibrio fisico, psichico e sociale. Ci si era creduto. Il distretto socio sanitario era nato per quello. Quando io nel 1998 cominciai a lavorare, la psicologa era al piano di sopra insieme alle terapiste della riabilitazione. Ci cercavamo e coordinavamo fra un colloquio e un altro. vedevamo insieme le coppie adottive. Poi piano piano questi servizi sono stati centralizzati in ospedale. Credo che andrebbe recuperato il senso di che il lavoro psicosociale non può essere frazionato, fatto salvo il setting terapeutico stretto.

Gabriele: Che cosa è successo poi?

Chiara: Si é applicato il modello medico rigidamente. Purtroppo in generale si sono affievoliti gli echi dei movimenti sociali degli anni ’70 e si é persa lintegrazione socio-sanitaria. Mi sfugge ora il movimento legislativo di quegli anni, comunque si fecero leggi quadro che non prevedevano diritti sociali della cittadinanza. I diritti sanitari esistevano, i diritti sociali erano a discrezione degli enti. Ad oggi l’Italia é uno dei pochissimi Paesi europei che non ha leggi sui diritti sociali. Suppongo che abbia influito.

Gabriele: Immagino di sì. Tu come ti sei mossa? Dicevi di essere in burn out dal lavoro di assistente sociale, se si può dire cosi?

Chiara: Assolutamente stanca, in burn out forse no perché ancora mi piaceva il lavoro con le persone. Mentre stavo progettando di chiedere un anno di aspettativa, licenziarmi e andare a lavorare nel privato sociale, mi capitò la possibilità di trasferirmi in Spagna, a Barcellona, per motivi familiari. Quando fui li vidi chiaro che la situazione era diversa. Terminai psicologia, mi iscrissi a una scuola di psicoterapia Gestalt e feci 4 anni di terapia personale. Ora posso dire che la terapia personale sarebbe stata la svolta per stare meglio dove stavo prima. Da allora ho lavorato alternando i due ruoli, anche se soprattutto come assistente sociale fino ad oggi. Finalmente stavo bene nel mio ruolo, ma ricnosco che lavorare nel privato é ben diverso…. Oltretutto in un sistema di servizi molto diverso da quello italiano, molto organico, molto specializzato, con una forte integrazione tra pubblico e privato e con molti piú srumenti di diritto di cittadinanza.

Gabriele: C’è differenza in quel Paese nella diffusione della psicologia da luogo a luogo o é abbastanza omogenea?

Chiara: Molta differenza tra nord e sud. Però in generale, nel pubblico, é omogenea perché esiste il PIR, equivalente alla specializzazione dei medici, ed escono 40 posti ogni anno per tutto il Paese. Questo solo per la clinica.

Gabriele: E poi il lavoro come va?

Chiara: Il lavoro si trova abbastanza perché esiste molto privato convenzionato. É vero peró che gli stipendi sono bassi perché i contratti del settore sono svantaggiosi. Nella clinica é quasi impossibile entrare, invece: poca richiesta a fronte di molta offerta. Però nel sociale lo psicologo é molto presente. Esiste la figura dello psicologo nel servizio sociale di base, nellequipe psicopedagogica che lavora con le scuole, nel servizio adozioni…

Gabriele: Ho capito. Ma quei 40 specializzati ogni anno non erano soprattutto in clinica? Non vengono assorbiti dal sistema?

Chiara: Sì, ma sono comunque pochissimi posti rispetto al numero totale degli aspiranti. Vengono assorbiti ma stanno 4 anni con 1000 euro al mese, poi, finito il PIR, non hanno un posto garantito. Devono dare concorsi, o aprire uno studio, o cercare lavoro nelle cliniche private….

Gabriele: Il sistema sanitario non li assorbe.

Chiara: No no.. dà loro solo la specializzazione. É anche vero che con il PIR entrano più facilmente nelle cliniche private, le quali ormai chiedono questo titolo in modo preferente.

Gabriele: Ho capito. Vuoi dirci qualcosa di te per chiudere? Di te oggi, se sei felice delle scelte che hai fatto, o se hai rimpianti.

Chiara: Sono molto contenta perché da una settimana lavoro come terapeuta infantile e familiare per una associazione. Sono a partita iva ma ho realizzato il mio sogno che era fare la terapeuta. Direi che rifarei daccapo tutto, compreso servizio sociale, perché la ricchezza professionale e personale che mi ha dato non ha prezzo. Forse l’unico rimpianto é… avessi fatto prima la terapia personale!! Dovrebbero dire a tutti gli assistenti sociali e gli psicologi che facciano un percorso terapeutico. Mi ha cambiato la vita

Gabriele: In molti potrebbero sentire la cosa come coercitiva.

Chiara: Nessuna coercizione., infatti la direttrice della mia scuola mi disse che era per me. Infatti senza quella non avrei retto tutto il movimento interno che mette in gioco la formazione. In ogni caso io ho visto un prima e un dopo… ma sono daccordo, non può essere un obbligo. Solo rifletto sul fatto che lavorare con persone fragili é una responabilitá grande, é bello ma anche duro e produce livelli di angustia notevoli. Quando aiutiamo qualcuno entrano in gioco i meccanismi del transfert e controtransfert: se non siamo passati per un processo terapeutico, come possiamo sapere cosa é nostro e cosa é dell’altro? Ma non puó essere un obbligo, é un regalo che facciamo a noi stessi…. Come dice il mio prof di yoga… sperimentalo tu stesso!

Gabriele: Sono d’accordo. Grazie molte Chiara per la tua intervista.

Alberto Stefana ha 34 anni. E’ consulente presso l’Unità Operativa di Psichiatria – ASST Spedali Civili di Brescia, dottore di ricerca presso l’Università di Verona ed esercita la libera professione di psicologo specialista in psicoterapia psicodinamica a Brescia.

Gabriele: Eccoci. La prima domanda è la più classica. Puoi dirci qualcosa della tua scelta di iscriverti a Psicologia?

Alberto: La mia scelta mi è stata chiara solo anni dopo, è stata dettata dal bisogno/desiderio di guardare più da vicino e risolvere alcuni aspetti della mia vita emotiva. Al tempo credevo di aver scelto psicologia per il semplice desiderio di capire meglio come funziona la mente umana. Ovviamente c’era anche questa ultima componente, ma non era la principale.

Gabriele: Come sei arrivato a questa comprensione a posteriori?

Alberto: Qualcosa di questo avevo iniziato a intuirlo leggendo e riflettendo sui testi di clinica-dinamica, poi durante il tirocinio post laurea ho deciso di iniziare una analisi personale e lungo tale percorso sono divenuto pienamente consapevole di ciò che aveva dettato la mia scelta.

Gabriele: Ho capito. Dell’università che ricordo hai?

Alberto: Purtroppo ho pochi ricordi perché lavorando a Brescia ed essendo la mia Università a Padova non ho frequentato. Quindi, non ho molto da dire sull’Università in sé. Quello che ricordo è che durante l’università mi sono imbattuto in alcune letture (non tanto quelle di preparazione agli esami, quanto articoli e libri che trovavo citati in qualche libro di testo e che poi andavo a prendere in biblioteca) che mi hanno aperto un mondo e mi hanno fatto decidere di intraprendere la strada che poi mi ha portato a lavorare come clinico. Dopo l’Università ho fatto la scuola di specializzazione in psicoterapia, le lezioni erano nel fine settimana. Di quell’esperienza ho dei bei ricordi perché avevo la possibilità di confrontarmi con i colleghi, più o meno esperti, e di agganciare la teoria alla clinica. I ricordi meno belli di quell’esperienza quadriennale sono legati a qualche docente che nonostante il ruolo istituzionale (formatore) e la professione scelta (psicoterapeuta/psicoanalista) aveva poche doti umane, quantomeno con noi allievi

Gabriele: La scuola comunque ti è servita a preparare il tuo successivo terreno professionale?

Alberto: La scuola è stata fondamentale perché, insieme all’analisi personale, mi ha dato gli strumenti necessari (soprattutto tramite le supervisioni sia individuali sia di gruppo) per iniziare a lavorare con i pazienti. Inoltre, una collega della scuola che collaborava con l’Università di Brescia mi propose di collaborare come cultore della materia (il che implicava nulla più che interrogare agli esami e condurre qualche seminario), io accettai ed entrai così in contatto con la Clinica Psichiatria dell’Università di Brescia, con la quale iniziai poi a lavorare.

Gabriele: Lavori ancora li?

Alberto: Sì, ho un contratto di collaborazione libero professionale.

Gabriele: Dicevi prima che già dall’università lavoravi… Era un lavoro inerente al nostro campo?

Alberto: Assolutamente no, negli anni di studi ho spaziato dall’operaio, al postino, al costruire/riparare i tetti delle case. Qualsiasi lavoro che mi permettesse di mantenermi durante gli studi. Ho anche fatto l’educatore, ma anche quello a mio modo di vedere è distante dallo psicologo, anche se alcuni li vedono molto vicini.

Gabriele: Complimenti

Alberto: Grazie

Gabriele: I passi professionali successivi alla scuola quali sono stati?

Alberto: Dopo la scuola di psicoterapia, all’attività clinica ho affiancato un dottorato di ricerca, il cui ciclo è appena terminato (avrò la discussione della tesi nei prossimi mesi). Lì ho conosciuto meglio l’Università… e devo dire che non mi ha convinto molto.

Gabriele: In un’altra città ancora giusto?

Alberto: Esatto, a Verona.

Gabriele: Ti sei sempre spostato molto, continui a farlo?

Alberto: Attualmente vivo e lavoro a Brescia, quindi non mi sposto quasi più. Però con la mia famiglia abbiamo in programma di trasferirci in maniera definitiva all’estero, abbiamo delle idee ma dobbiamo ancora decidere dove esattamente.

Gabriele: Quindi l’esperienza all’università non ti ha entusiasmato

Gabriele: Puoi dirci perché in breve?

Alberto: Non mi ha entusiasmato affatto, tutt’altro. Ho trovato una qualità media molto bassa, si trovano anche persone preparate, ADDIRITTURA alcune sono sia preparate sia disponibili verso studenti e colleghi, ma in generale non sono rimasto soddisfatto. Se mio figlio avesse già l’età per, e il desiderio di, andare all’università lo consiglierei di formarsi all’estero. Particolarmente non mi è piaciuta l’assenza di meritocrazia, lo sfruttamento del lavoro altrui, e il fatto che molto sia mosso da dinamiche che con la cultura e l’istruzione hanno nulla a che vedere.

Gabriele: In effetti tu ti sei già proiettato verso l’estero scrivendo un bel libro sul controtransfert da Freud ai giorni nostri e pubblicandolo in inglese da Routledge.

Gabriele: Ti trovi meglio in una dimensione internazionale?

Alberto: Quel libro era stato scritto in italiano, inizialmente pensato per arrivare a studenti e colleghi italiani, ma non ho trovato alcun editore disposto a pubblicarlo a meno che non fossi in grado di garantire un tot di vendite (per esempio tramite l’adozione del testo in un corso universitario), così ho deciso di tradurlo. Routledge ha accettato subito il progetto, che è stato arricchito da una introduzione di Bob Hinshelwood, e da dei bei endorsement scritti da Otto Kerneberg e Theodor Jacobs.

Gabriele: Di nuovo complimenti

Alberto: Grazie

Alberto: Tra l’altro nel libro cito alcuni tuoi lavori.

Gabriele: Ti ringrazio per questo

Alberto: Anche per quanto riguarda il confronto e la collaborazione, devo dire che mi trovo meglio e trovo più porte aperte all’estero. Quindi sì, mi trovo meglio in una dimensione internazionale.

Gabriele: Anche a livello affettivo… la tua famiglia ha un respiro internazionale

Alberto: Sì, la mia compagna è peruviana, mio figlio ha la doppia nazionalità.

Gabriele: Come mai pensate a trasferirvi? Cosa non va secondo te qui in Italia?

Alberto: Per quanto mi riguarda, ci sono vari aspetti che non vanno come vorrei. Da una parte, c’è la difficolta, come purtroppo sanno bene in molti, di trovare lavori stabili, che diano una certa tranquillità economica. Dall’altra parte, la mia compagna è abituata a vivere in metropoli (Lima conta quasi 10 milioni di abitanti) e qui si trova un po’ stretta. Sul “cosa non va” in generale, non sono mi sento in grado di dare una risposta.

Gabriele: Lo so che è un tasto dolente ma credo sia importante capire perché non riusciamo a far sì che professionisti di valore non lascino il nostro Paese..

Alberto: Per quanto riguarda l’ambito della ricerca, quello che ho potuto osservare è che molte borse/assegni/posti da ricercatore vanno non ai ricercatori più bravi o più produttivi, ma a quelli meglio “agganciati”. Per quanto riguarda l’attività clinica privata, credo che non aiuti il fatto che ci sono moltissimi psicologi, molti dei quali non adeguatamente formati, e molte figure che fanno clinica senza averne né gli strumenti né il riconoscimento legale (mi riferisco ai counselor, ad alcuni filosofi, ecc). Questo spesso sfocia in una clinica di bassa qualità e nella diffusione di una brutta nomea per la categoria professionale, cosa che poi impatta negativamente sul numero di persone che decidono di rivolgersi a uno psicologo.

Gabriele: Il tuo dottorato presso che dipartimento è?

Alberto: Scienze Umane

Gabriele: Quindi affollato.. non solo Psicologia..

Alberto: esatto, psicologia, pedagogia, filosofia, antropologia ecc.

Gabriele: Mentre presso Psichiatria a Brescia ti sei trovato meglio?

Alberto: Sì, mi trovo molto meglio. Il grosso del lavoro è clinico, e al di là delle difficoltà insite nel lavorare con persone affette da patologie mentali gravi lo trovo molto stimolante e, seppur non sempre, appagante. Poi occupo una piccola parte della mia attività alla ricerca, principalmente scrittura di articoli. Anche il rapporto con i responsabili e i colleghi è buono.

Gabriele: Come mai non si trova spazio li?

Alberto: Come strutturato?

Gabriele: Sì. E’ una questione fra Psicologi e Psichiatri?

Alberto: L’assunzione a tempo indeterminato non dipende dall’Azienda Ospedaliera. Non ci sono concorsi per psicologo da una decina di anni

Gabriele: E da Psichiatra?

Alberto: Quelli ci sono, ci sono anche per i tecnici della riabilitazione psichiatrica. È proprio la nostra categoria a passarsela male.

Gabriele: Immaginavo

Gabriele: Visto che conosci da vicino la Psichiatria, hai qualche rilievo da fare sul rapporto dei servizi psichiatrici con gli Psicologi?

Gabriele: Cioè, come potremmo ritagliarci più spazio?

Alberto: So che volevano creare una Unità Operativa di Psicologia che raccogliesse tutti gli psicologi dell’Azienda Ospedaliera per poi inviarli nelle varie U.O. che ne facessero richiesta. Non so a che punto sia questo “progetto”, ma se si realizzasse forse potrebbe darci un po’ più di riconoscimento e di peso. Inoltre, mi verrebbe da rispondere che potrebbe esserci di aiuto anche un incremento della maggiore ricerca volta a indagare l’utilità, anche economica per le ASST, del lavoro psicologico, ma nonostante i risultati degli studi finora pubblicati, risultati che “strizzano l’occhio” alla psicologia, sembrano essere (sono?) ignorati.

Gabriele: La mia idea è che nel SSN occorrano servizi squisitamente psicologici. E non psicologi impiegati in psichiatria o neuropsichiatria infantile (ospiti in casa di altri), è questa la direzione? Concordi?

Alberto: Concordo! La direzione che alcuni tentano di imboccare è questa, ma non sono molto ottimista sul fatto che si riesca a raggiungere la meta, quantomeno con tempi non biblici.

Gabriele: Cosa ostacola, al di là dei soldi (che quando si vuole ci sono)?

Alberto: Credo che l’ostacolo più grande sia che, con qualche eccezioni, la maggior parte dei medici e dei dirigenti d’azienda ritiene la psicologia un qualcosa di non scientifico e di non realmente utile.

Gabriele: Oppure di minaccioso per loro… questo lo aggiungo io.. Vuoi aggiungere qualcosa?Intanto ti ringrazio molto per questa intervista, forse un po’ dolente, ma secondo me utile..

Alberto: Forse è scontato, ma mi viene in mente l’importanza di una formazione continua, che non si limiti ai libri di testo dati dai docenti, che includa il confronto con colleghi di differenti approcci. Altrettanto importante è intraprendere e completare un percorso di psicoterapia personale (dell’indirizzo teorico che più si sente affine a sé), e discutere dei propri casi con colleghi più esperti (oltre che ovviamente con colleghi, spesso amici, con un livello più visino al nostro).

Grazie a te per l’invito, spero che la nostra chiacchierata possa essere utile a qualche collega. Gabriele: Non è affatto scontato.. . Il confronto fra colleghi è proprio nello spirito di queste interviste.

Grazie ancora Alberto

 

 

Antonio Amatulli ha 35 anni. E’ libero professionista a Lucca e la sua epistemologia di riferimento sono le Psicologie Non Strutturaliste. E’ inoltre Business Coach e Consulente Sessuale. I suoi ambiti di intervento sono la Psicologia Clinica e Aziendale. www.psicologolucca.net

Gabriele: Ciao Antonio

Gabriele: Quando vuoi partiamo

Antonio: Ciao Gabriele! Anche ora!

Gabriele: Benissimo. Pronti! Antonio: VIA!

Gabriele: Inizierei dal chiederti come hai scelto psicologia

Antonio: Guarda, E’ una risposta che si perde nei meandri del tempo

Gabriele: Lo sai che il tempo è relativo..

Antonio: Da quando ero bambino, mi divertivo a smontare i miei giocattoli, per capire “come funzionassero”

Antonio: Ps: Il tempo è soggettivo!

Gabriele: Esatto

Gabriele: Quindi se metto insieme, una passione per il funzionamento soggettivo?

Antonio: Anche. Da ragazzo mi son ritrovato, come molti colleghi, a essere l’amico con cui parlare, trovavo divertente capire come mai le persone agissero in un certo modo o in un altro… E alla fine, alle superiori, conoscere la psicanalisi fu particolarmente divertente

Gabriele: Divertente?

Antonio: Certo. Avere delle mappe del funzionamento umano… Poterle utilizzare per interpretare il mondo… Non è divertente?

Gabriele: Si molto

Antonio: E’ un po’ come il gioco dell’unire i punti nelle riviste di enigmistica. Non cosi lineare, ovviamente, ma una cosa del genere

Gabriele: E’ bella questa dimensione del gioco e della soggettivazione

Gabriele: Ma poi c’è l’imbuto della scelta Gabriele: Iscriversi a Psicologia

Antonio: Vero!

Gabriele: Come E’ avvenuta?

Antonio: Guarda, c’è sempre stata. Alla fine era l’unica cosa che volevo fare. Spirito da Cavaliere? Ferite inferiori? Chi lo sa? So solo che per buona parte delle superiori ero ben deciso a volermi iscrivere, e dopo un po’ di incertezza con filosofia, all’indomani delle prime lezioni, mi iscrissi.

Gabriele: Beh è già una lunga gestazione per una scelta per un ragazzo a quell’età Gabriele: Denota già una certa serietà di fondo

Antonio: Dici? Può darsi. Da cosa noti la serietà?

Antonio: Comunque, credo che sia perché è bello aiutare le persone a esser felici

Gabriele: L’intento all’aiuto è nobileUn ragazzo potrebbe fare mille altre cose più faciliSapevi già allora il percorso che ti aspettava?

Antonio: A quei tempi mi era più facile ascoltare gli altri che fare un integrale! No, non sapevo a cosa andavo incontro

Gabriele: Vero anche questo

Antonio: Va detto che ho sempre avuto la sensazione che, qualsiasi cosa avessi fatto, il mondo non sarebbe mai stato quello da cui arrivavo, ma non sapevo praticamente nulla. Fai conto che scelsi l’indirizzo di sviluppo e educazione solo perché conoscevo una persona al secondo anno che mi avrebbe potuto aiutare con gli appunti e i libri!

Gabriele: Le vie del destino sono infinite..

Antonio: Davvero

Gabriele: Come hai vissuto l’università?

Antonio: L’università è stata una giungla. Aule da 200 persone, sala computer (quasi) inesistente, segreteria e dipartimento dall’altra parte della città. (ero a Firenze). Ma ho conosciuto veramente tante persone in gamba… Chi poi si è laureato, chi ha cambiato corso, chi ha smesso. Chi avevo perso di vista e poi ho ritrovato dopo. E’ stato bello. Quando più, quando meno, ma è stato bello.

Gabriele: Questa rete di pari continui a coltivarla?

Antonio: No, alla fine no. Ognuno ha preso la sua strada

Gabriele: Ho capito Gabriele: E il passaggio all’uscita dall’università come è stato?

Antonio: Guarda, ero contento. Mi laureai di luglio, quindi mi godetti l’estate! (cosa che non accadeva da diversi anni) Trovai subito il tirocinio, e mi buttai li. Fui molto fortunato per entrambi i semestri. Da loro ho imparato molto

Gabriele: Poi lo scoglio dell’esame di statoE di lì si aprono le praterie… Tu hai scritto un libro proprio su questo se non sbaglio?

Antonio: Fu una bega. Lo bocciai a Firenze e lo rifeci a Padova. Per me fu un battesimo del fuoco vero e proprio

Gabriele: Molto duroCome mai?

Antonio: Ho scritto un libro sul dopo Esame di Stato, si. Si chiama: “Dall’EdS al Primo Cliente. Come diventare Psicologi di Successo nel Miglior tempo possibile”. Contiene tutto il necessario per poter avviare la propria professione. L’EdS fu una prova su due fronti: Quella di contenuto e quella di, chiamiamola… resilienza. Quando lo diedi a Padova, feci le prime tre prove in due giorni e l’orale un paio di settimane dopo. Questo fu ottimo, dal punto si vista pratico, e mi richiese di affrontare ogni singola prova tornando “lucido” appena terminata. Uscito da li, mi sentivo di poter spaccare il mondo

Gabriele: Ahahah

Gabriele: Una liberazione

Antonio: Una liberazione e un potere: la consapevolezza di poter affrontare sfide che paiono più grandi di me

Gabriele: Dico bene se immagino l’università e l’eds come il passaggio nel collo stretto dell’imbuto? E poi un potersi ricollegare al ragazzino con il suo gioco alla soggettivazione? Direi finalmente un “potersi mettere in gioco”..

Antonio: Guarda… Più che imbuto… L’università la vedo più come una sorta di “livello bonus”, e l’EdS come un “boss di fine livello”. Quindi si, il dopo EdS è stato un “potersi mettere in gioco” (come sicuramente hai notato, il “giocare” fa parte della mia vita e dei miei valori)

Gabriele: E’ una bella cornice professionale.. il mettersi in giocoQuali sono state le sfide successive all’eds?

Antonio: Ehh, da un punto di vista professionale, il sopportare lo studio vuoto nel primo anno. Nonostante ora sia ben soddisfatto del mio lavoro, e lo sono da abbastanza tempo, il primo anno è stato particolarmente duro. Mi sentivo perso, sprecato, sfiduciato. Per questo, poi, decisi di rimboccarmi le maniche e studiarmi un po’ di marketing professionale, cosi da iniziare a costruire la mia comunicazione online e offline. E poi tutto è cambiato. E per questo ho scritto Dall’EdS al Primo Cliente, perché era giusto che i colleghi potessero avere delle informazioni certe, un metodo, con cui partire

Gabriele: CertoC’è molto della tua esperienza in quel libro?

Antonio: C’è TUTTO della mia esperienza in quel libro. Tutto quello che sapevo fino ad allora. Ora so molte più cose, e infatti, anche se lentamente, ne sto scrivendo una sorta di seguito spirituale!

Gabriele: Non ci si ferma mai

Antonio: Esatto

Gabriele: Quali sono i tuoi progetti attuali?

Gabriele: Come costruisci il tuo reddito e come prepari quello di domani?

Antonio: Ehh che domandone! I progetti attuali sono molti e complementari. Dammi un paio di commenti e ti dico tutto

Gabriele: Fai pure con i tuoi tempi soggettivi..

Antonio: Da un lato, con il collega e amico Luigi Frezza, stiamo portando in Italia le Psicologie Non Strutturaliste, una particolare epistemologia che mette al centro del proprio lavoro la costruzione di soluzioni da parte del cliente e non il semplice problem solving (fanno parte di esse la terapia narrativa di Michael White e la terapia centrata sulla soluzione di Steve de Shazer)

Gabriele: Si avremo anche l’intervista di Luigi..

Antonio: E lo facciamo principalmente tramite corsi online e sollecitando il tema sul nostro gruppo di riferimento. Abbiamo appena concluso la 5° edizione del livello base e a gennaio partiamo con la 1° edizione del livello avanzato

Gabriele: Bene!

Antonio: Grande Luigi! Lui sarà molto più bravo di me a spiegarla!

Gabriele: Ahahah di solito si è complementari..

Antonio: Un altro progetto è lo studio di una vera e propria disciplina “para psicologica”, quella del Marketing Diretto, strumento oramai essenziale per lavorare bene e con soddisfazione. Il mio prossimo libro verterà principalmente su questo declinato al lavoro dello Psicologo.

Gabriele: Sei soddisfatto della tua vita professionale oggi? Concludi pure con calma la tua risposta..

Antonio: Infine, un progetto fresco fresco è quello di essere entrato nel primo gruppo di Psicologi italiani che usano l’EMI, una particolare metodologia, anch’essa che usa i movimenti oculari, ma diversa per modalità dall’EMDR, volta al recupero e all’integrazione di ricordi passati. EMI sta per Eye Movement Integration

Gabriele: Ti metti ancora in gioco…

Antonio: Certo che si!

Gabriele: Rispetto agli ambiti di intervento, ti occupi anche di psicologia delle organizzazioni?

Antonio: Per rispondere alla tua domanda, sulla soddisfazione, si certo che lo sono! La cosa che più mi da soddisfazione è il riconoscimento dei colleghi più giovani. Molti mi hanno detto che per loro sono e sono stato un punto di riferimento. E’ bello, dà soddisfazione. Ma è anche una grande responsabilità.

Gabriele: Il bambino che giocava era molto serio, come abbiamo detto…

Antonio: E’ vero anche questo. Quando penso a questa responsabilità, penso a quanto è stato importante per me avere figure di riferimento. E’ anche un po’ ricambiare il favore. E poi, magari, un giorno loro lo diverranno per me! In merito alla psicologia delle organizzazioni, lavoro anche con le aziende. Lavoro per piccole e micro imprese e liberi professionisti: Chi ha bisogno di rivoluzionare l’organizzazione, chi di essere sostenuto, chi di riorganizzare la propria identità. Inoltre, faccio parte di una meravigliosa realtà bresciana, chiamata Fare Utili, che propone servizi di Educazione Imprenditoriale, tramite la quale sono stato a contatto con decine di imprenditori

Gabriele: Complimenti Antonio

Gabriele: Vuoi aggiungere qualcosa?

Antonio: Grazie, caro. Si voglio aggiungere qualcosa. Ripensando a quanto detto mi sono ricordato ancora una volta che quello che ho ottenuto l’ho ottenuto facendo semplicemente una cosa: cogliendo le opportunità che mi si sono parate davanti. La collaborazione con Fare Utili, una delle cose più belle che mi sia capitata nella vita, professionale e non, l’ho ottenuta perché ho detto all’AD che volevo lavorare per lui. Testuali parole, io gli dissi: “Non so come, ma voglio lavorare per te”. E lui disse: “va bene, parliamone assieme”. Eravamo a un corso di PNL, e la mia vita è cambiata. Antonio: Infine, un’ultima cosa, per i colleghi, chi alle prime chi alle vecchie armi

Gabriele: Si Antonio: E’ l’ora di non aspettare più che ci vengano a cercare, di aspettare e sperare per un invio da parte di un medico. E’ l’ora di diventare i punti di riferimento per la nostra società. La Psicologia può dare molto, ma per farlo dobbiamo uscire dai soliti discorsi, dall’essere la fotocopia di qualcun altro venuto prima di noi e trovare il nostro spazio, la nostra chiave di lettura, il nostro campo di esperienza. E’ l’ora di appropriarcene e di comunicarlo al mondo intero. Possiamo e dobbiamo diventare il punto di riferimento per le altre professioni. E per farlo dobbiamo mollare un attimo la psicologia per avvicinarci alle regole che comandano il mondo del mercato. E’ arrivata l’ora di diventare padroni della nostra professione, l’ora di diventare liberi.

Antonio: E che queste parole ci siano utili e di ispirazione

Gabriele: Sono d’accordo Gabriele: Ti ringrazio molto per questa intervista

Antonio: Prego, Gabriele, grazie a te. E’ stato un piacere prendermi del tempo per raccontarmi.

 
Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti alla News Letter

La nostra newsletter mensile con una selezione dei migliori post

Dichiaro di aver letto e di accettare la privacy policy del sito

Più letti

Articoli recenti

Prodotti in vendita

Più letti