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Psicologia Plurale

Psicologia Plurale. Tre interviste su Università, Servizi Pubblici e Promozione Professionale

Dopo l’intervista a Michele Piccolo sulla situazione dello psicologo a New York, proseguono i dialoghi via chat di Gabriele Cassullo con Alberto Stefana (Brescia), Chiara Leoni (Barcellona) e Antonio Amatulli (Lucca)

Chiara Leoni ha 44 anni. Si è laureata in Servizio Sociale all’Universitá di Pisa e Trieste (rispettivamente, D.U. e laurea magistrale) e in Psicologia all’Universitat Oberta de Catalunya (Barcellona, Spagna). Ha effettuato un master in Mediazione Familiare Sistemica presso l’Istituto di Psicoterapia Relazionale di Lucca e in Mediazione all’Universidad rey Juan Carlos (Spagna). E’ mediatrice accreditata per la Generalitat de Catalunya e il Ministerio de Justicia di Spagna. Sta attualmente ffrequentando il quarto anno della scuola di formazione in terapia Gestalt, Escola del Taller de Gestalt di Barcellona. Ha lavorato in ambito sociale con minori e famiglie. Attualmente lavora come terapeuta infantile e familiare per Associazione Anoe di Barcellona.

 

Gabriele: Ciao Chiara. Grazie per avere accettato l’intervista via chat. Iniziamo dall’inizio: come hai scelto di iscriverti a Psicologia?

Chiara: Quando mi iscrissi all’Universitá ero in dubbio tra Psicologia e Servizio Sociale. Psicologia mi attirava di piú, ma mi spaventava la lunghezza del percorso: 5 anni, piú uno di tirocinio, piú la specializzazione… . Decisi quindi di iscrivermi a Servizio Sociale per poter avere piú facilmente un’indipendenza economica, sapendo che dopo avrei proseguito con Psicologia. In effetti, esercitando nei servizi sociali vidi che mi mancavano gli strumenti per gestire situazioni complesse.

Gabriele: Dove vivevi? Chiara: Vivevo in Italia, a Lucca.

Gabriele: E quando hai deciso di virare verso la Psicologia?

Chiara: Francamente appena misi piede a Psicologia a Firenze‚ perché ero molto in crisi con il ruolo di assistente sociale pubblico. Lavoravo in Comune. Pensai che avrei lottato per aprirmi uno studio, una volta laureata, e avevo il forte bisogno di lasciarmi alle spalle la gestione dei contributi economici. Rimuginavo il tema, lo analizzavo e, per quanto lo giustificassi a livello teorico, a me non piaceva la parte amministrativa del mio lavoro e avevo bisogno di una mansione professionale che consistese solo in colloqui. Mi resi conto che forse ero poco adatta per fare la psicologa.

Gabriele: Sei rimasta soddisfatta delle competenze acquisite nel corso di laurea?

Chiara: Non molto, per la verità. Vedevo che stavo ripetendo quanto già avevo studiato a Servizio Sociale. Poi dopo il primo anno emigrai, mi laureai in Spagna, e lì, se da una parte mi piaceva il taglio piú applicato degli studi, era tutto e solo cognitivo-comportamentale. Io a Servizio Sociale avevo studiato Freud, il metodo Esther Bick, la Klein, la Mahler… e avevamo studiato la sistemica di Palo Alto per applicarla ai casi. Per me ora Psicologia, con questo piano di studi cosí neuroscientifico, medico, statistico… era un passo indietro! Anche se, devo dire, le materie scientifiche sono quelle dove ho ottenuto i voti piú alti.

Gabriele: Tornando al tuo lavoro di assistente sociale, puoi farci un esempio delle “situazioni complesse” a cui ti riferivi prima?

Chiara: Per esempio, consulenze alle scuole su sospetto abuso al minore. Indagini sulle capacita genitoriali o idoneità all’adozione, gestione di affidi familiari.

Gabriele: Ti viene in mente qualche situazione nello specifico?

Chiara: Una situazione gravissima di sindrome di Munchausen. E poi molti affidi ormai cronici con un gran livello di conflitto tra genitori naturali e affidatari, dove si triangolava l’operatore e questi era totalmente solo.

Gabriele: La sindrome di Munchausen é impressionante. Si trattava di madre-figlio? Chiara: Sì Gabriele: Seguiti dalla Pediatria?

Chiara: In quella situazione lavorammo bene proprio per il valido aiuto della Pediatria ospedaliera.

Gabriele: Con il senno di oggi, diresti che uno psicologo avrebbe potuto aiutarvi?

Chiara: Certo!! Ma non volevano mai collaborare. Sempre supplicavamo gli psicologi dell’ASL di gestire casi insieme, ma dicevano che erano sovraccarichi. Il tribunale dei minorenni non dava nemmeno loro incarichi. Per esempio, in caso di indagine sulle competenze genitoriali, dava il mandato obligatorio al servizio sociale “con facoltá di avvalersi della U.O. di psicologia”. Peró poi, quando applicavamo tale facoltá, ci rispondevano che non avrebbero collaborato.

Gabriele: Come miglioreresti il sistema? (Parliamo della situazione specifica che hai vissuto in prima persona, ma credo sia estensibile ad altre..)

Chiara: Quando ho potuto lavorare con psicologi, siamo stati più effettivi in generale. Ricordo la differenza tra fare un colloquio per l’adozione in coppia con una psicologa. Quattro occhi vedono meglio che due, a maggior ragione quando si tratta di due ruoli professionali diversi e complementari. Io penso che gli psicologi del servizio pubblico sono quasi inesistenti. Dovrebbero essere molti di più. E dovrebbero essere anche organizzati dei servizi multi-specialità come tanti anni fa, creando un lavoro integrato tra servizi. Facendo l’avvocato del diavolo, diró che una supervisora che avevamo presso il servizio (era una neuropsichiatra infantile e psicoanalista molto esperta e conosciuta) ci disse che la non integrazione non penalizzava tanto noi, quanto loro. Lei diceva che il sociale lavora bene anche solo, peró é il sanitario che da solo é molto povero. Credo che avesse ragione, ma oggi come oggi io non credo che la Psicologia sia “sanitaria”, anche se qui entreremmo in un gran tema…. Credo comunque molto nel lavoro interdisciplinare. Negli anni ’70 ci si era riusciti, con la legge 833. Su questo tema era nato un grande movimento, perché la OMS aveva definito la salute come equilibrio fisico, psichico e sociale. Ci si era creduto. Il distretto socio sanitario era nato per quello. Quando io nel 1998 cominciai a lavorare, la psicologa era al piano di sopra insieme alle terapiste della riabilitazione. Ci cercavamo e coordinavamo fra un colloquio e un altro. vedevamo insieme le coppie adottive. Poi piano piano questi servizi sono stati centralizzati in ospedale. Credo che andrebbe recuperato il senso di che il lavoro psicosociale non può essere frazionato, fatto salvo il setting terapeutico stretto.

Gabriele: Che cosa è successo poi?

Chiara: Si é applicato il modello medico rigidamente. Purtroppo in generale si sono affievoliti gli echi dei movimenti sociali degli anni ’70 e si é persa lintegrazione socio-sanitaria. Mi sfugge ora il movimento legislativo di quegli anni, comunque si fecero leggi quadro che non prevedevano diritti sociali della cittadinanza. I diritti sanitari esistevano, i diritti sociali erano a discrezione degli enti. Ad oggi l’Italia é uno dei pochissimi Paesi europei che non ha leggi sui diritti sociali. Suppongo che abbia influito.

Gabriele: Immagino di sì. Tu come ti sei mossa? Dicevi di essere in burn out dal lavoro di assistente sociale, se si può dire cosi?

Chiara: Assolutamente stanca, in burn out forse no perché ancora mi piaceva il lavoro con le persone. Mentre stavo progettando di chiedere un anno di aspettativa, licenziarmi e andare a lavorare nel privato sociale, mi capitò la possibilità di trasferirmi in Spagna, a Barcellona, per motivi familiari. Quando fui li vidi chiaro che la situazione era diversa. Terminai psicologia, mi iscrissi a una scuola di psicoterapia Gestalt e feci 4 anni di terapia personale. Ora posso dire che la terapia personale sarebbe stata la svolta per stare meglio dove stavo prima. Da allora ho lavorato alternando i due ruoli, anche se soprattutto come assistente sociale fino ad oggi. Finalmente stavo bene nel mio ruolo, ma ricnosco che lavorare nel privato é ben diverso…. Oltretutto in un sistema di servizi molto diverso da quello italiano, molto organico, molto specializzato, con una forte integrazione tra pubblico e privato e con molti piú srumenti di diritto di cittadinanza.

Gabriele: C’è differenza in quel Paese nella diffusione della psicologia da luogo a luogo o é abbastanza omogenea?

Chiara: Molta differenza tra nord e sud. Però in generale, nel pubblico, é omogenea perché esiste il PIR, equivalente alla specializzazione dei medici, ed escono 40 posti ogni anno per tutto il Paese. Questo solo per la clinica.

Gabriele: E poi il lavoro come va?

Chiara: Il lavoro si trova abbastanza perché esiste molto privato convenzionato. É vero peró che gli stipendi sono bassi perché i contratti del settore sono svantaggiosi. Nella clinica é quasi impossibile entrare, invece: poca richiesta a fronte di molta offerta. Però nel sociale lo psicologo é molto presente. Esiste la figura dello psicologo nel servizio sociale di base, nellequipe psicopedagogica che lavora con le scuole, nel servizio adozioni…

Gabriele: Ho capito. Ma quei 40 specializzati ogni anno non erano soprattutto in clinica? Non vengono assorbiti dal sistema?

Chiara: Sì, ma sono comunque pochissimi posti rispetto al numero totale degli aspiranti. Vengono assorbiti ma stanno 4 anni con 1000 euro al mese, poi, finito il PIR, non hanno un posto garantito. Devono dare concorsi, o aprire uno studio, o cercare lavoro nelle cliniche private….

Gabriele: Il sistema sanitario non li assorbe.

Chiara: No no.. dà loro solo la specializzazione. É anche vero che con il PIR entrano più facilmente nelle cliniche private, le quali ormai chiedono questo titolo in modo preferente.

Gabriele: Ho capito. Vuoi dirci qualcosa di te per chiudere? Di te oggi, se sei felice delle scelte che hai fatto, o se hai rimpianti.

Chiara: Sono molto contenta perché da una settimana lavoro come terapeuta infantile e familiare per una associazione. Sono a partita iva ma ho realizzato il mio sogno che era fare la terapeuta. Direi che rifarei daccapo tutto, compreso servizio sociale, perché la ricchezza professionale e personale che mi ha dato non ha prezzo. Forse l’unico rimpianto é… avessi fatto prima la terapia personale!! Dovrebbero dire a tutti gli assistenti sociali e gli psicologi che facciano un percorso terapeutico. Mi ha cambiato la vita

Gabriele: In molti potrebbero sentire la cosa come coercitiva.

Chiara: Nessuna coercizione., infatti la direttrice della mia scuola mi disse che era per me. Infatti senza quella non avrei retto tutto il movimento interno che mette in gioco la formazione. In ogni caso io ho visto un prima e un dopo… ma sono daccordo, non può essere un obbligo. Solo rifletto sul fatto che lavorare con persone fragili é una responabilitá grande, é bello ma anche duro e produce livelli di angustia notevoli. Quando aiutiamo qualcuno entrano in gioco i meccanismi del transfert e controtransfert: se non siamo passati per un processo terapeutico, come possiamo sapere cosa é nostro e cosa é dell’altro? Ma non puó essere un obbligo, é un regalo che facciamo a noi stessi…. Come dice il mio prof di yoga… sperimentalo tu stesso!

Gabriele: Sono d’accordo. Grazie molte Chiara per la tua intervista.

Alberto Stefana ha 34 anni. E’ consulente presso l’Unità Operativa di Psichiatria – ASST Spedali Civili di Brescia, dottore di ricerca presso l’Università di Verona ed esercita la libera professione di psicologo specialista in psicoterapia psicodinamica a Brescia.

Gabriele: Eccoci. La prima domanda è la più classica. Puoi dirci qualcosa della tua scelta di iscriverti a Psicologia?

Alberto: La mia scelta mi è stata chiara solo anni dopo, è stata dettata dal bisogno/desiderio di guardare più da vicino e risolvere alcuni aspetti della mia vita emotiva. Al tempo credevo di aver scelto psicologia per il semplice desiderio di capire meglio come funziona la mente umana. Ovviamente c’era anche questa ultima componente, ma non era la principale.

Gabriele: Come sei arrivato a questa comprensione a posteriori?

Alberto: Qualcosa di questo avevo iniziato a intuirlo leggendo e riflettendo sui testi di clinica-dinamica, poi durante il tirocinio post laurea ho deciso di iniziare una analisi personale e lungo tale percorso sono divenuto pienamente consapevole di ciò che aveva dettato la mia scelta.

Gabriele: Ho capito. Dell’università che ricordo hai?

Alberto: Purtroppo ho pochi ricordi perché lavorando a Brescia ed essendo la mia Università a Padova non ho frequentato. Quindi, non ho molto da dire sull’Università in sé. Quello che ricordo è che durante l’università mi sono imbattuto in alcune letture (non tanto quelle di preparazione agli esami, quanto articoli e libri che trovavo citati in qualche libro di testo e che poi andavo a prendere in biblioteca) che mi hanno aperto un mondo e mi hanno fatto decidere di intraprendere la strada che poi mi ha portato a lavorare come clinico. Dopo l’Università ho fatto la scuola di specializzazione in psicoterapia, le lezioni erano nel fine settimana. Di quell’esperienza ho dei bei ricordi perché avevo la possibilità di confrontarmi con i colleghi, più o meno esperti, e di agganciare la teoria alla clinica. I ricordi meno belli di quell’esperienza quadriennale sono legati a qualche docente che nonostante il ruolo istituzionale (formatore) e la professione scelta (psicoterapeuta/psicoanalista) aveva poche doti umane, quantomeno con noi allievi

Gabriele: La scuola comunque ti è servita a preparare il tuo successivo terreno professionale?

Alberto: La scuola è stata fondamentale perché, insieme all’analisi personale, mi ha dato gli strumenti necessari (soprattutto tramite le supervisioni sia individuali sia di gruppo) per iniziare a lavorare con i pazienti. Inoltre, una collega della scuola che collaborava con l’Università di Brescia mi propose di collaborare come cultore della materia (il che implicava nulla più che interrogare agli esami e condurre qualche seminario), io accettai ed entrai così in contatto con la Clinica Psichiatria dell’Università di Brescia, con la quale iniziai poi a lavorare.

Gabriele: Lavori ancora li?

Alberto: Sì, ho un contratto di collaborazione libero professionale.

Gabriele: Dicevi prima che già dall’università lavoravi… Era un lavoro inerente al nostro campo?

Alberto: Assolutamente no, negli anni di studi ho spaziato dall’operaio, al postino, al costruire/riparare i tetti delle case. Qualsiasi lavoro che mi permettesse di mantenermi durante gli studi. Ho anche fatto l’educatore, ma anche quello a mio modo di vedere è distante dallo psicologo, anche se alcuni li vedono molto vicini.

Gabriele: Complimenti

Alberto: Grazie

Gabriele: I passi professionali successivi alla scuola quali sono stati?

Alberto: Dopo la scuola di psicoterapia, all’attività clinica ho affiancato un dottorato di ricerca, il cui ciclo è appena terminato (avrò la discussione della tesi nei prossimi mesi). Lì ho conosciuto meglio l’Università… e devo dire che non mi ha convinto molto.

Gabriele: In un’altra città ancora giusto?

Alberto: Esatto, a Verona.

Gabriele: Ti sei sempre spostato molto, continui a farlo?

Alberto: Attualmente vivo e lavoro a Brescia, quindi non mi sposto quasi più. Però con la mia famiglia abbiamo in programma di trasferirci in maniera definitiva all’estero, abbiamo delle idee ma dobbiamo ancora decidere dove esattamente.

Gabriele: Quindi l’esperienza all’università non ti ha entusiasmato

Gabriele: Puoi dirci perché in breve?

Alberto: Non mi ha entusiasmato affatto, tutt’altro. Ho trovato una qualità media molto bassa, si trovano anche persone preparate, ADDIRITTURA alcune sono sia preparate sia disponibili verso studenti e colleghi, ma in generale non sono rimasto soddisfatto. Se mio figlio avesse già l’età per, e il desiderio di, andare all’università lo consiglierei di formarsi all’estero. Particolarmente non mi è piaciuta l’assenza di meritocrazia, lo sfruttamento del lavoro altrui, e il fatto che molto sia mosso da dinamiche che con la cultura e l’istruzione hanno nulla a che vedere.

Gabriele: In effetti tu ti sei già proiettato verso l’estero scrivendo un bel libro sul controtransfert da Freud ai giorni nostri e pubblicandolo in inglese da Routledge.

Gabriele: Ti trovi meglio in una dimensione internazionale?

Alberto: Quel libro era stato scritto in italiano, inizialmente pensato per arrivare a studenti e colleghi italiani, ma non ho trovato alcun editore disposto a pubblicarlo a meno che non fossi in grado di garantire un tot di vendite (per esempio tramite l’adozione del testo in un corso universitario), così ho deciso di tradurlo. Routledge ha accettato subito il progetto, che è stato arricchito da una introduzione di Bob Hinshelwood, e da dei bei endorsement scritti da Otto Kerneberg e Theodor Jacobs.

Gabriele: Di nuovo complimenti

Alberto: Grazie

Alberto: Tra l’altro nel libro cito alcuni tuoi lavori.

Gabriele: Ti ringrazio per questo

Alberto: Anche per quanto riguarda il confronto e la collaborazione, devo dire che mi trovo meglio e trovo più porte aperte all’estero. Quindi sì, mi trovo meglio in una dimensione internazionale.

Gabriele: Anche a livello affettivo… la tua famiglia ha un respiro internazionale

Alberto: Sì, la mia compagna è peruviana, mio figlio ha la doppia nazionalità.

Gabriele: Come mai pensate a trasferirvi? Cosa non va secondo te qui in Italia?

Alberto: Per quanto mi riguarda, ci sono vari aspetti che non vanno come vorrei. Da una parte, c’è la difficolta, come purtroppo sanno bene in molti, di trovare lavori stabili, che diano una certa tranquillità economica. Dall’altra parte, la mia compagna è abituata a vivere in metropoli (Lima conta quasi 10 milioni di abitanti) e qui si trova un po’ stretta. Sul “cosa non va” in generale, non sono mi sento in grado di dare una risposta.

Gabriele: Lo so che è un tasto dolente ma credo sia importante capire perché non riusciamo a far sì che professionisti di valore non lascino il nostro Paese..

Alberto: Per quanto riguarda l’ambito della ricerca, quello che ho potuto osservare è che molte borse/assegni/posti da ricercatore vanno non ai ricercatori più bravi o più produttivi, ma a quelli meglio “agganciati”. Per quanto riguarda l’attività clinica privata, credo che non aiuti il fatto che ci sono moltissimi psicologi, molti dei quali non adeguatamente formati, e molte figure che fanno clinica senza averne né gli strumenti né il riconoscimento legale (mi riferisco ai counselor, ad alcuni filosofi, ecc). Questo spesso sfocia in una clinica di bassa qualità e nella diffusione di una brutta nomea per la categoria professionale, cosa che poi impatta negativamente sul numero di persone che decidono di rivolgersi a uno psicologo.

Gabriele: Il tuo dottorato presso che dipartimento è?

Alberto: Scienze Umane

Gabriele: Quindi affollato.. non solo Psicologia..

Alberto: esatto, psicologia, pedagogia, filosofia, antropologia ecc.

Gabriele: Mentre presso Psichiatria a Brescia ti sei trovato meglio?

Alberto: Sì, mi trovo molto meglio. Il grosso del lavoro è clinico, e al di là delle difficoltà insite nel lavorare con persone affette da patologie mentali gravi lo trovo molto stimolante e, seppur non sempre, appagante. Poi occupo una piccola parte della mia attività alla ricerca, principalmente scrittura di articoli. Anche il rapporto con i responsabili e i colleghi è buono.

Gabriele: Come mai non si trova spazio li?

Alberto: Come strutturato?

Gabriele: Sì. E’ una questione fra Psicologi e Psichiatri?

Alberto: L’assunzione a tempo indeterminato non dipende dall’Azienda Ospedaliera. Non ci sono concorsi per psicologo da una decina di anni

Gabriele: E da Psichiatra?

Alberto: Quelli ci sono, ci sono anche per i tecnici della riabilitazione psichiatrica. È proprio la nostra categoria a passarsela male.

Gabriele: Immaginavo

Gabriele: Visto che conosci da vicino la Psichiatria, hai qualche rilievo da fare sul rapporto dei servizi psichiatrici con gli Psicologi?

Gabriele: Cioè, come potremmo ritagliarci più spazio?

Alberto: So che volevano creare una Unità Operativa di Psicologia che raccogliesse tutti gli psicologi dell’Azienda Ospedaliera per poi inviarli nelle varie U.O. che ne facessero richiesta. Non so a che punto sia questo “progetto”, ma se si realizzasse forse potrebbe darci un po’ più di riconoscimento e di peso. Inoltre, mi verrebbe da rispondere che potrebbe esserci di aiuto anche un incremento della maggiore ricerca volta a indagare l’utilità, anche economica per le ASST, del lavoro psicologico, ma nonostante i risultati degli studi finora pubblicati, risultati che “strizzano l’occhio” alla psicologia, sembrano essere (sono?) ignorati.

Gabriele: La mia idea è che nel SSN occorrano servizi squisitamente psicologici. E non psicologi impiegati in psichiatria o neuropsichiatria infantile (ospiti in casa di altri), è questa la direzione? Concordi?

Alberto: Concordo! La direzione che alcuni tentano di imboccare è questa, ma non sono molto ottimista sul fatto che si riesca a raggiungere la meta, quantomeno con tempi non biblici.

Gabriele: Cosa ostacola, al di là dei soldi (che quando si vuole ci sono)?

Alberto: Credo che l’ostacolo più grande sia che, con qualche eccezioni, la maggior parte dei medici e dei dirigenti d’azienda ritiene la psicologia un qualcosa di non scientifico e di non realmente utile.

Gabriele: Oppure di minaccioso per loro… questo lo aggiungo io.. Vuoi aggiungere qualcosa?Intanto ti ringrazio molto per questa intervista, forse un po’ dolente, ma secondo me utile..

Alberto: Forse è scontato, ma mi viene in mente l’importanza di una formazione continua, che non si limiti ai libri di testo dati dai docenti, che includa il confronto con colleghi di differenti approcci. Altrettanto importante è intraprendere e completare un percorso di psicoterapia personale (dell’indirizzo teorico che più si sente affine a sé), e discutere dei propri casi con colleghi più esperti (oltre che ovviamente con colleghi, spesso amici, con un livello più visino al nostro).

Grazie a te per l’invito, spero che la nostra chiacchierata possa essere utile a qualche collega. Gabriele: Non è affatto scontato.. . Il confronto fra colleghi è proprio nello spirito di queste interviste.

Grazie ancora Alberto

 

 

Antonio Amatulli ha 35 anni. E’ libero professionista a Lucca e la sua epistemologia di riferimento sono le Psicologie Non Strutturaliste. E’ inoltre Business Coach e Consulente Sessuale. I suoi ambiti di intervento sono la Psicologia Clinica e Aziendale. www.psicologolucca.net

Gabriele: Ciao Antonio

Gabriele: Quando vuoi partiamo

Antonio: Ciao Gabriele! Anche ora!

Gabriele: Benissimo. Pronti! Antonio: VIA!

Gabriele: Inizierei dal chiederti come hai scelto psicologia

Antonio: Guarda, E’ una risposta che si perde nei meandri del tempo

Gabriele: Lo sai che il tempo è relativo..

Antonio: Da quando ero bambino, mi divertivo a smontare i miei giocattoli, per capire “come funzionassero”

Antonio: Ps: Il tempo è soggettivo!

Gabriele: Esatto

Gabriele: Quindi se metto insieme, una passione per il funzionamento soggettivo?

Antonio: Anche. Da ragazzo mi son ritrovato, come molti colleghi, a essere l’amico con cui parlare, trovavo divertente capire come mai le persone agissero in un certo modo o in un altro… E alla fine, alle superiori, conoscere la psicanalisi fu particolarmente divertente

Gabriele: Divertente?

Antonio: Certo. Avere delle mappe del funzionamento umano… Poterle utilizzare per interpretare il mondo… Non è divertente?

Gabriele: Si molto

Antonio: E’ un po’ come il gioco dell’unire i punti nelle riviste di enigmistica. Non cosi lineare, ovviamente, ma una cosa del genere

Gabriele: E’ bella questa dimensione del gioco e della soggettivazione

Gabriele: Ma poi c’è l’imbuto della scelta Gabriele: Iscriversi a Psicologia

Antonio: Vero!

Gabriele: Come E’ avvenuta?

Antonio: Guarda, c’è sempre stata. Alla fine era l’unica cosa che volevo fare. Spirito da Cavaliere? Ferite inferiori? Chi lo sa? So solo che per buona parte delle superiori ero ben deciso a volermi iscrivere, e dopo un po’ di incertezza con filosofia, all’indomani delle prime lezioni, mi iscrissi.

Gabriele: Beh è già una lunga gestazione per una scelta per un ragazzo a quell’età Gabriele: Denota già una certa serietà di fondo

Antonio: Dici? Può darsi. Da cosa noti la serietà?

Antonio: Comunque, credo che sia perché è bello aiutare le persone a esser felici

Gabriele: L’intento all’aiuto è nobileUn ragazzo potrebbe fare mille altre cose più faciliSapevi già allora il percorso che ti aspettava?

Antonio: A quei tempi mi era più facile ascoltare gli altri che fare un integrale! No, non sapevo a cosa andavo incontro

Gabriele: Vero anche questo

Antonio: Va detto che ho sempre avuto la sensazione che, qualsiasi cosa avessi fatto, il mondo non sarebbe mai stato quello da cui arrivavo, ma non sapevo praticamente nulla. Fai conto che scelsi l’indirizzo di sviluppo e educazione solo perché conoscevo una persona al secondo anno che mi avrebbe potuto aiutare con gli appunti e i libri!

Gabriele: Le vie del destino sono infinite..

Antonio: Davvero

Gabriele: Come hai vissuto l’università?

Antonio: L’università è stata una giungla. Aule da 200 persone, sala computer (quasi) inesistente, segreteria e dipartimento dall’altra parte della città. (ero a Firenze). Ma ho conosciuto veramente tante persone in gamba… Chi poi si è laureato, chi ha cambiato corso, chi ha smesso. Chi avevo perso di vista e poi ho ritrovato dopo. E’ stato bello. Quando più, quando meno, ma è stato bello.

Gabriele: Questa rete di pari continui a coltivarla?

Antonio: No, alla fine no. Ognuno ha preso la sua strada

Gabriele: Ho capito Gabriele: E il passaggio all’uscita dall’università come è stato?

Antonio: Guarda, ero contento. Mi laureai di luglio, quindi mi godetti l’estate! (cosa che non accadeva da diversi anni) Trovai subito il tirocinio, e mi buttai li. Fui molto fortunato per entrambi i semestri. Da loro ho imparato molto

Gabriele: Poi lo scoglio dell’esame di statoE di lì si aprono le praterie… Tu hai scritto un libro proprio su questo se non sbaglio?

Antonio: Fu una bega. Lo bocciai a Firenze e lo rifeci a Padova. Per me fu un battesimo del fuoco vero e proprio

Gabriele: Molto duroCome mai?

Antonio: Ho scritto un libro sul dopo Esame di Stato, si. Si chiama: “Dall’EdS al Primo Cliente. Come diventare Psicologi di Successo nel Miglior tempo possibile”. Contiene tutto il necessario per poter avviare la propria professione. L’EdS fu una prova su due fronti: Quella di contenuto e quella di, chiamiamola… resilienza. Quando lo diedi a Padova, feci le prime tre prove in due giorni e l’orale un paio di settimane dopo. Questo fu ottimo, dal punto si vista pratico, e mi richiese di affrontare ogni singola prova tornando “lucido” appena terminata. Uscito da li, mi sentivo di poter spaccare il mondo

Gabriele: Ahahah

Gabriele: Una liberazione

Antonio: Una liberazione e un potere: la consapevolezza di poter affrontare sfide che paiono più grandi di me

Gabriele: Dico bene se immagino l’università e l’eds come il passaggio nel collo stretto dell’imbuto? E poi un potersi ricollegare al ragazzino con il suo gioco alla soggettivazione? Direi finalmente un “potersi mettere in gioco”..

Antonio: Guarda… Più che imbuto… L’università la vedo più come una sorta di “livello bonus”, e l’EdS come un “boss di fine livello”. Quindi si, il dopo EdS è stato un “potersi mettere in gioco” (come sicuramente hai notato, il “giocare” fa parte della mia vita e dei miei valori)

Gabriele: E’ una bella cornice professionale.. il mettersi in giocoQuali sono state le sfide successive all’eds?

Antonio: Ehh, da un punto di vista professionale, il sopportare lo studio vuoto nel primo anno. Nonostante ora sia ben soddisfatto del mio lavoro, e lo sono da abbastanza tempo, il primo anno è stato particolarmente duro. Mi sentivo perso, sprecato, sfiduciato. Per questo, poi, decisi di rimboccarmi le maniche e studiarmi un po’ di marketing professionale, cosi da iniziare a costruire la mia comunicazione online e offline. E poi tutto è cambiato. E per questo ho scritto Dall’EdS al Primo Cliente, perché era giusto che i colleghi potessero avere delle informazioni certe, un metodo, con cui partire

Gabriele: CertoC’è molto della tua esperienza in quel libro?

Antonio: C’è TUTTO della mia esperienza in quel libro. Tutto quello che sapevo fino ad allora. Ora so molte più cose, e infatti, anche se lentamente, ne sto scrivendo una sorta di seguito spirituale!

Gabriele: Non ci si ferma mai

Antonio: Esatto

Gabriele: Quali sono i tuoi progetti attuali?

Gabriele: Come costruisci il tuo reddito e come prepari quello di domani?

Antonio: Ehh che domandone! I progetti attuali sono molti e complementari. Dammi un paio di commenti e ti dico tutto

Gabriele: Fai pure con i tuoi tempi soggettivi..

Antonio: Da un lato, con il collega e amico Luigi Frezza, stiamo portando in Italia le Psicologie Non Strutturaliste, una particolare epistemologia che mette al centro del proprio lavoro la costruzione di soluzioni da parte del cliente e non il semplice problem solving (fanno parte di esse la terapia narrativa di Michael White e la terapia centrata sulla soluzione di Steve de Shazer)

Gabriele: Si avremo anche l’intervista di Luigi..

Antonio: E lo facciamo principalmente tramite corsi online e sollecitando il tema sul nostro gruppo di riferimento. Abbiamo appena concluso la 5° edizione del livello base e a gennaio partiamo con la 1° edizione del livello avanzato

Gabriele: Bene!

Antonio: Grande Luigi! Lui sarà molto più bravo di me a spiegarla!

Gabriele: Ahahah di solito si è complementari..

Antonio: Un altro progetto è lo studio di una vera e propria disciplina “para psicologica”, quella del Marketing Diretto, strumento oramai essenziale per lavorare bene e con soddisfazione. Il mio prossimo libro verterà principalmente su questo declinato al lavoro dello Psicologo.

Gabriele: Sei soddisfatto della tua vita professionale oggi? Concludi pure con calma la tua risposta..

Antonio: Infine, un progetto fresco fresco è quello di essere entrato nel primo gruppo di Psicologi italiani che usano l’EMI, una particolare metodologia, anch’essa che usa i movimenti oculari, ma diversa per modalità dall’EMDR, volta al recupero e all’integrazione di ricordi passati. EMI sta per Eye Movement Integration

Gabriele: Ti metti ancora in gioco…

Antonio: Certo che si!

Gabriele: Rispetto agli ambiti di intervento, ti occupi anche di psicologia delle organizzazioni?

Antonio: Per rispondere alla tua domanda, sulla soddisfazione, si certo che lo sono! La cosa che più mi da soddisfazione è il riconoscimento dei colleghi più giovani. Molti mi hanno detto che per loro sono e sono stato un punto di riferimento. E’ bello, dà soddisfazione. Ma è anche una grande responsabilità.

Gabriele: Il bambino che giocava era molto serio, come abbiamo detto…

Antonio: E’ vero anche questo. Quando penso a questa responsabilità, penso a quanto è stato importante per me avere figure di riferimento. E’ anche un po’ ricambiare il favore. E poi, magari, un giorno loro lo diverranno per me! In merito alla psicologia delle organizzazioni, lavoro anche con le aziende. Lavoro per piccole e micro imprese e liberi professionisti: Chi ha bisogno di rivoluzionare l’organizzazione, chi di essere sostenuto, chi di riorganizzare la propria identità. Inoltre, faccio parte di una meravigliosa realtà bresciana, chiamata Fare Utili, che propone servizi di Educazione Imprenditoriale, tramite la quale sono stato a contatto con decine di imprenditori

Gabriele: Complimenti Antonio

Gabriele: Vuoi aggiungere qualcosa?

Antonio: Grazie, caro. Si voglio aggiungere qualcosa. Ripensando a quanto detto mi sono ricordato ancora una volta che quello che ho ottenuto l’ho ottenuto facendo semplicemente una cosa: cogliendo le opportunità che mi si sono parate davanti. La collaborazione con Fare Utili, una delle cose più belle che mi sia capitata nella vita, professionale e non, l’ho ottenuta perché ho detto all’AD che volevo lavorare per lui. Testuali parole, io gli dissi: “Non so come, ma voglio lavorare per te”. E lui disse: “va bene, parliamone assieme”. Eravamo a un corso di PNL, e la mia vita è cambiata. Antonio: Infine, un’ultima cosa, per i colleghi, chi alle prime chi alle vecchie armi

Gabriele: Si Antonio: E’ l’ora di non aspettare più che ci vengano a cercare, di aspettare e sperare per un invio da parte di un medico. E’ l’ora di diventare i punti di riferimento per la nostra società. La Psicologia può dare molto, ma per farlo dobbiamo uscire dai soliti discorsi, dall’essere la fotocopia di qualcun altro venuto prima di noi e trovare il nostro spazio, la nostra chiave di lettura, il nostro campo di esperienza. E’ l’ora di appropriarcene e di comunicarlo al mondo intero. Possiamo e dobbiamo diventare il punto di riferimento per le altre professioni. E per farlo dobbiamo mollare un attimo la psicologia per avvicinarci alle regole che comandano il mondo del mercato. E’ arrivata l’ora di diventare padroni della nostra professione, l’ora di diventare liberi.

Antonio: E che queste parole ci siano utili e di ispirazione

Gabriele: Sono d’accordo Gabriele: Ti ringrazio molto per questa intervista

Antonio: Prego, Gabriele, grazie a te. E’ stato un piacere prendermi del tempo per raccontarmi.

 

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Proseguono i dialoghi di Psicologia Plurale, tenuti da Gabriele Cassullo con psicologi di vario ambito e orientamento.

In questa intervista con Costanza Jesurum (Roma) si toccano i temi dell’antiviolenza, dell’afflato politico inerente alla professione e della qualità della presenza dello psicologo nel web.

Costanza Jesurum è nata a Roma, dove lavora come psicoterapeuta a orientamento junghiano. Si è laureata prima in Filosofia, poi in Psicologia. Si è specializzata presso l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e ha pubblicato “Manuale Antistalking” (Melangolo, 2014), “Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana” (Minimum Fax, 2015), “Dentro e fuori la stanza. Cosa succede a chi fa psicoterapia oggi” (Minimum Fax, 2017).

Prevalentemente svolge attività di studio privato, ma collabora anche con testate giornalistiche e, da dieci anni, tiene il blog “Bei zauberei”.

Gabriele: La prima domanda di questa intervista sull’avviamento alla professione di Psicologo è la più classica. Come sei arrivata a scegliere questa professione?

Costanza: Sono arrivata tardivamente alla scelta della professione, e direttamente a quella di psicoterapeuta. Mi sono prima laureata in filosofia e in quegli anni qualcuno mi diceva che mi avrebbe vista come psicologa, mentre io pensavo che avrei più volentieri voluto scrivere e lavorare nell’editoria o nell’imprenditoria culturale (cose che in effetti ho anche fatto). Accadde però che sull’orlo della laurea mi avvicinassi al mondo del volontariato (violenza di genere – all’epoca telefono rosa) e fu un’esperienza galvanizzante e frustrante. Parlare con le persone delle loro storie personali e trovare insieme a loro possibilità nuove mi piaceva molto, ma mi rendevo conto di essere senza strumenti adatti, capii che quel tipo di lavoro mi sarebbe piaciuto molto di più di qualsiasi lavoro intellettuale. C’era una dimensione di piacere ecco, e anche una sensazione di fare filosofia in un altro modo. E quindi mi iscrissi a Psicologia.

Gabriele: Come hai trovato lo studio della Psicologia all’Università? Era come te lo aspettavi? E che cosa all’Università ti ha appassionata e indirizzata utilmente, ripensandola alla luce del poi?

Costanza: Sono arrivata a psicologia con una laurea in filosofia e una grandissima spocchia, ero preparata al fatto che nell’accademia specie i primi anni si studia la microfisica di una disciplina e i suoi spesso poco fascinosi fondamenti perciò non tradì le mie aspettative e anzi, al contrario mi sorprese. Inoltre psicologia a Roma è particolarmente intrisa di psicologia dinamica – e all’epoca c’erano diversi psicoanalisti junghiani e freudiani a tenere dei corsi, e per me l’incrocio tra prospettiva psicodinamica e ricerca standardizzata fu una cosa impressionante e fulminante, che mi ha credo condizionata profondamente dopo. Ero approdata alla psicologia con un’idea letteraria, artistica e artigianale della disciplina e questa idea tutto sommato rimane, ma l’università mi ha dato un secondo polo, un secondo centro prospettico, un modo – la ricerca scientifica la logica sperimentale – che si è messo in tensione costante con il primo modo di vedere la disciplina e la pratica clinica. Trovai anche in tutta la riflessione sulla metodologia della rilevazione dei dati – analisi dei dati! – il proseguio di quello che avevo studiato a filosofia della scienza, e mi resi conto di quanto il mondo intellettuale da cui provenivo poco sapesse della mole di lavoro intorno alla nostra ricerca. Pensando anche a questo ho lavorato poi al mio modo di fare divulgazione, quasi nel tentativo di riparare un torto.
Poi c’è un’altra cosa. Io mi sono laureata con Lingiardi. Gli sono molto grata, perché è stata una salubre correzione ancora una volta ai vizi di una matrice culturale e possiamo dire di ceto e di classe, feci entrambe le mie tesi (per la triennale e per la specialistica nell’area dei “gender studies” e ho acquisito un modo di pensare non solo le questioni di sesso e di genere ma anche di storia della disciplina e di consapevolezza politica delle categorie che utilizziamo che non mi ha abbandonata. Ci sarebbe ancora nel cassetto un libro su psicoanalisi e femminismo a metà, prima o poi lo finirò – ma le mie due tesi di laurea hanno influenzato molto il mio lavoro successivo. Sono stata nei centri antiviolenza, ho scritto di stalking, etc.

Gabriele: È molto interessante questa traiettoria che dal Telefono Rosa ti ha condotta ai centri antiviolenza. È un tema caldo, come sai. Che cosa pensi dell’attuale situazione di questi servizi? E come la psicologia potrebbe aiutare a migliorarla in futuro?

Costanza: La realtà dei centri antiviolenza è estremamente variegata e penso quasi del tutto sconosciuta all’opinione pubblica. I centri nascono come risposta ideologica e politica a una necessità materiale e risolvono con pochissime risorse situazioni di estrema gravità, di cui l’opinione pubblica ha contezza solo nelle forme episodiche e definitive dei fatti di cronaca.

Nei centri antiviolenza trovano protezione donne sfregiate, madri e bambini vittime di tentato omicidio e su cui pendono promesse di morte, e una serie di situazioni che non solo soltanto semplicemente l’esito di un sistema culturale maschilista ma anche l’esito di incontri con psicopatologie gravi e la spuma di una grave marginalità sociale. Fanno perciò un grande lavoro di recupero di donne in difficoltà e di reinserimento sociale, quando lavorano bene, le tolgono da contesti gravemente abusanti e le reinseriscono in progetti di vita più salubri per loro, fanno cioè non soltanto un prezioso lavoro di riparazione dell’abuso, ma anche di riconsegna a una vita quotidiana. Tutte queste cose vengono portate avanti con pochissimi soldi, con operatrici sottopagate e a forza di appalti e di bandi regionali o nazionali. Fanno molto, ma indubbiamente non coprono la domanda che viene dal territorio, e la situazione è particolarmente ingravescente nel sud e nelle isole, dove i centri sono molti di meno. Quindi, al netto di tutte le critiche possibili a me pare che siano un dispositivo che argina in maniera efficace la violenza di genere e che necessita di sostegno politico ed economico.

Questo non vuol dire che lavorino sempre al meglio, ma pensare a un miglioramento nell’attuale momento storico è più complicato di quanto si pensi. I centri antiviolenza sono infatti una soluzione a un problema della comunità che viene dalla critica femminista.

Nascono dalla riflessione delle donne femministe e come azione militante verso quelli che per loro sono gli effetti di una società maschilista. Ne consegue che ci lavorano solo donne, che si occupano soprattutto di donne e che sono affezionate al momento della storia del pensiero femminista che combacia con la teoresi della differenza. Non si mastica Judith Butler, non si conosce Teresa De Lauretiis, ci si ferma a Irigaray e ancora si celebra Carla Lonzi. Di conseguenza, l’intervento psicologico è visto con molta ambivalenza: viene chiamato in causa quando si tratta di aiutare le donne, ma ributtato fuori dalla finestra quando si tratta di ragionare intorno alle dinamiche perverse dei sistemi familiari o delle psicopatologia che connota l’uomo violento. E io per questo motivo – cioè sia per affetto a Hegel per un verso, e a Butler per un altro, sia per fatica a un modo di concepire uomini donne e sguardo psicologico, sono uscita dai centri, e ho smesso di lavorarci. Ero a disagio – pur riconoscendone la grande utilità materiale.

Se dovessi però pensare a un intervento, non penso che dall’alto, dallo stato debba venire un intervento che corregga in maniera uniforme l’attività dei centri – perché in un certo senso penso che sia più intelligente culturalmente rispettare quel sapere e quella storia politica, che in qualche modo sono ancora utili ed efficaci. Piuttosto mi piacerebbe in linea di massima- temo al momento onirica – che venissero finanziati dei progetti di intervento sociale sulla violenza di genere intrafamiliare che abbiano una primigenia prospettiva psicodinamica con uno sguardo attento ai bambini e alla psicopatologia di tutte le parti in causa, dove possano essere arruolate donne e uomini con competenze specifiche, che abbiano anche tesaurizzato la lezione femminista e che vadano oltre in un progetto sociale e inclusivo. Va detto però, lo dico con una certa esperienza anche di terapia con maschi abusanti, che sarebbe un progetto molto complesso da realizzare perché la psicopatologia dell’uomo talmente violento da far finire una donna in un centro, è in generale piuttosto resistente all’intervento clinico, refrattaria, cronicizzata. Secondo alcuni operatori ha maggior probabilità disuccesso, l’intervento avvenuto dopo che c’è stata una sanzione giuridica e una condanna penale. In ogni caso, e sempre sul piano utopico perché di questi tempi soldi non ce ne sono, mi parrebbe più intelligente affiancare i centri con nuovi spazi riformulati e gestiti dal pubblico, piuttosto che modificare quelli che ci sono, spazi in cui la priorità sia data allo sguardo psicologico che alla critica sociale, diversamente da come funziona attualmente.

Gabriele: Sì, negli anni si sono create strutture, pubbliche e private, che operano in questo ambito. Consultori, comunità ecc. Ti viene in mente qualche estratto dal tuo lavoro psicoterapeutico con persone vittime di violenza? Anche per dare un’idea di quale potrebbe essere il contributo dello Psicologo in questo campo.

Costanza: Si certo, anche se mi piacerebbero più bandi pubblici per progetti di case di accoglienza, perché molte di queste donne hanno bisogno di una riprogrammazione ab ovo della loro vita pubblica e privata, anche per questioni di sicurezza, e con una particolare attenzione logistica alla segretezza.

Ma per venire alla tua domanda. C’è una sorta di diagnosi differenziale che va fatta con le donne vittime di violenza ai primi incontri. Semplificando grossolonamente, perché poi sappiamo che in psicologia le differenze non sono mai così nette – c’è un tipo di violenza di genere che è l’esito di una organizzazione patologica della coppìa dove la donna colpita è invischiata in una relazione altamente disfunzionale, in un gioco di perversioni, identificazioni proiettive e deleghe. Poi ce ne è un secondo tipo, molto frequente con la violenza di genere correlata allo stalking che invece si determina quando la donna in realtà ha un benessere psicologico di fondo, nella coppia patologica non ci vuole stare, ci è finita per uno stato di debolezza transitorio. Il primo caso riguarda sistemi di coppie violente che possono durare anni e decenni e che si spezzano spesso e volentieri per questioni estranee alla violenza fisica o psicologica, che è un linguaggio accettato dalle parti in causa. Si tratta di coppie dove c’è un alto grado di malessere, diagnosi psichiatriche intorno all’asse due (disturbi di personalità) quasi sicuramente per entrambi, dove indubbiamente la componente sociale ed economica può costituire una variabile di rinforzo importante, ma non è il dato saliente. Il secondo gruppo di casi è quello per cui invece una donna è entrata in relazione con un uomo con una patologia grave, ma con un approccio molto fusionale, molte attenzioni, un corteggiamento serrato e che la sollevava e la faceva sentire riscaldata in una fase di debolezza transitoria. Relazioni che nascono dopo episodi difficili della vita della donna: un lutto, una malattia importante, la perdita di un posto di lavoro, e che hanno all’inizio per lei un sapore riparativo. Se non che poi la donna si riprende, aveva una depressione reattiva e transitoria, l’uomo invece aveva un problema più strutturato e importante, la fusionalità non è più dirimente per lei ma rimane vitale per lui per cui: lei deciderà di chiudere quando lui vorrà continuare. A quel punto emerge la violenza di genere come dispositivo psichico e in alcuni casi socio culturale – per tentare invano di ripristinare la fusionalità perduta o la gerarchia in declino ( il gradiente con cui si mischia la componente sociale e maschilista, meriterebbe una discussione a parte. Il dato psicodiagnostico e psichiatrico per me c’è sempre, ma ci sono contesti, anche nel nostro paese, in cui questo dato diagnostico è socializzato vi si assegnano dei valori condivisi diventa sistema culturale).

Gabriele: Mi pare che si possa dire che nel tuo modo di declinare la professione di Psicologo ci sia quindi un equilibrio fra il versante individuale e quello sociale, senza che nessuno dei due ne risulti sacrificato.

Traspare dalle tue risposte un impegno sociale che si fa quasi politico direi. Secondo te davvero il lavoro psicologico puó contribuire a modificare non solo la vita del singolo ma anche quei contesti culturali a cui ti riferivi?

Costanza: Discorso molto ampio. Penso quasi più al lavoro possibile dello psicologo che della psicoterapia, che per la verità è ciò che faccio per la maggior parte del mio tempo professionale. Ma la psicoterapia è – se davvero fatta bene – la scoperta e riappropriazione di un destino, anche quando dovesse andare distante dalle nostre convinzioni. Invece io ho in effetti diverse idee su un possibile uso politico in senso vasto del sapere psicologico o più strettamente psicodinamico. Sulle modifiche che potrebbe apportare. Per esempio mi capita spesso di riflettere su come i cosiddetti fattori di rischio incidano sulle matrici relazionali, o su come le psicopatologie incontrandosi e contattandosi, generino a loro volta microculture.

Questo mi da una visione di uno sguardo sociologico psicologicamente investito che suggerisce dei provvedimenti politici. E quindi come psicologa fare determinate proposte.

Per esempio: se so che in una certa area amministrativa c’è una potente disoccupazione e un dilagante alcolismo, elementi che procurano una maggior incidenza di aspri conflitti intrafamiliari, con conseguenze maggior incidenza statistica di diagnosi importanti nell’area dei disturbi di personalità, posso immaginare degli interventi di natura preventiva. Per esempio garantire un maggior numero di posti negli asili nido pubblici, e il tempo prolungato per le scuole primarie. Perché è vero che le figure genitoriali sono primarie e importanti, ma è vero pure che si sottovaluta il potere salvifico di relazioni secondarie e protettive, Una buona compagine al nido, una brava maestra elementare possono (un potere che deve fare i conti con la biologia e il dna ma c’è ) essere la differenza tra una nevrosi e un Disturbo Borderline di Personalità. Oppure, se penso alla quantità di malessere psicologico anche grave che circola nelle scuole, e che sale agli onori della cronaca solo quando esita nel suicidio o nel bullismo, io mi chiedo se non sia possibile immaginare un’attività di screening e un intervento nelle scuole che sia meno affidato alle politiche di questo o quel preside, con sportelli affidati senza criteri chiari.
Invece guardo con molto sospetto all’uso delle categorie politiche per delegittimare organizzazioni partitiche o orientamenti e scelte elettorali, come reiteratamente ci è capitato di leggere fin da quando si facevano le diagnosi a Berlusconi. Questo sia per un motivo marcatamente deontologico che riguarda il rispetto per i pazienti titolari di quelle stesse diagnosi usate per squalificare le persone, sia per un rispetto per le logiche elettorali ma anche a causa di un certo disincanto in merito all’epistemologia della diagnosi. Le diagnosi sono molto versatili, se uno è narcisista lo è a destra come a sinistra, nel sindacato come nell’esercito.

Gabriele: Anche il titolo del tuo libro “Dentro e fuori la stanza”, per Minimun Fax, evoca questo tuo specifico modo di stare sulla soglia fra mondo interno ed esterno.

Credo che ciò implichi anche un modo per lo Psicologo di abitare i Social e il virtuale in generale, come nuovi luoghi di aggregazione di forze vitali e non solo di disgregazione del tessuto sociale “reale”. Ci puoi esprimere il tuo pensiero al riguardo?

Forse talvolta la differenza nella vita la fa anche solo il fatto di effettuare, in quei momenti di fragilità a cui ti riferivi prima quando parlavi delle vittime di relazioni disfunzionali, un buon o un cattivo incontro.

Costanza: Devo molto alla rete, soprattutto, ma non solo, professionalmente. Con la rete – e cioè con il Blog e Facebook – ho avuto degli editori, delle collaborazioni a riviste e giornali, perfino la televisione – anche se non ho accettato mai. Ho fatto anche dei bellissimi incontri con colleghi, o con persone che magari mi interessavano per altre cose – per esempio amo scrivere: sono un lettore forte, e mi sono ritrovata a poter chiacchierare con qualcuno di cui avevo letto i libri anni prima. Penso che per molte persone l’uso dei Social abbia modificato la struttura del quotidiano inserendo delle ritualità comunicative e relazionali in più, e che anzi possono essere persino eccessive. Regolarmente arriva qualcuno che dice che oggi, con i Social siamo tutti più soli, e io credo che chi lo dice in realtà non abbia capito neanche lontanamente di cosa si tratta. Invece la mia sensazione è – nel bene, come devo dire anche nel male – che il mutamento antropologico dell’immissione dei Social – con la correlazione a tratti mefistofelica ai telefonini – è quella di una potenziale relazionalità costante, con una sempre potenziale possibilità di interloquire e far sapere dove si è cosa si fa e che problema si ha. Questa interconnessione costante può essere sicuramente collusiva, con problematiche individuali che le siano complementari, o che ci si incastrino in maniera anche non proprio scontata, ma questo vale per tutte le cose, tutto sommato anche con il baretto di paese dove l’eterno disoccupato passerà intere giornate a parlare con le persone di passaggio, non può voler dire che il baretto sia una cattiva istituzione.

Gabriele: La tua risposta mi fa venire in mente due cose.

La prima è associativa e riguarda l’intervista a un musicista, Moby, il quale disse che New York è la città in cui ci si puó sentire più soli al mondo. Perche, anche se si è circondati da gente, si puó finire a vivere isolati in un appartamento e, avendo tutto a portata di mano o di click, non si esce mai dal proprio isolato.

La seconda riguarda l’ “essere iperconnesso”. Mi viene da riflettere su come le popolazioni umane abbiano sempre avuto bisogno di confini, e questo ad esempio per arginare epidemie virali. Di modo che non si diffondessero nell’intera popolazione.

Forse questo è uno dei rischi dell’iperconnessione odierna. Possiamo diventare portatori e trasmettitori inconsapevoli di “epidemie psichiche” (idee, mentalità…) se non si è attenti e critici verso i contenuti che vengono condivisi. In questo senso vedo anche il ruolo dello psicologo online come un elaboratore di vaccini che immunizzino la comunità rispetto alla trasmissione virale e acritica di contenuti. Un intessitore di pensiero, insomma.

Che cosa ne pensi? Ti viene da associare altri pensieri o esperienze personali?

Costanza: No io non penso che la vita sui Social aumenti la percezione della solitudine in modo dirimente – o meglio forse può capitare di vedere scritte le modalità delle relazioni proprio e altrui e di riflettere sulla difficoltà che si ha nel reagirvi per cui chi ha certe strutture difensive se la vivrà in un modo e un altro in un altro. Il paragone che fai però non mi convince del tutto perché il funzionamento dei Social ti permette di decollare dal pianerottolo delle tue conoscenze e di confrontarti con grandi numeri di contatti anche estranei solo quando lo decidi, ad intensità molto diverse, ed è diverso dalla grande città che in qualche modo ti impone grandi numeri di estraneità nel momento stesso in cui ci metti piede – senza considerare il fatto che nella prassi dei Social la comunicazione tra sconosciuti è un fatto accettato quasi tipico del mezzo, mentre nei contesti urbani al contrario è giudicata con sospetto. Ma per dire, le persone con pochi contatti perché così desiderano, vivono in un clima interattivo sui Social pari a quello della frazione sull’Aurelia. Piuttosto ho constatato che molte persone difficoltà sul piano relazionale, troveranno nella connessione collettiva e costante della rete una serie di occasioni intermedie che permettono alle resistenze comunicative di negoziare, entrare in relazione e scavalcare i muri. Per le persone che hanno difficoltà relazionali la rete è un aiuto materiale molto consistente. Questa cosa potrebbe sfuggire a chi sta poco in rete e chi ne gode poco delle potenzialità relazionali. Chi la abita molto spesso si trova a vedere relazioni che dalla rete cadono nel reale, e si intrecciano alla vita materiale diventando amicizie materiali. Ho fatto delle amicizie tramite il Blog e Facebook, amicizie di persone che vedo a cena, con cui parlo dei di cose banali e private, o con cui ragiono di progetti di lavoro – anche questa intervista per dire. E in qualche caso, ho incontrato persone di una timidezza incredibile, qualcuna molto ritrosa e diffidente, che molto difficilmente avrei contattato se fossimo state insieme in un analogo grande contesto.
invece penso che la rete possa costituire un problema per persone di diverso assetto psichico i narcisisti e i seduttivi, per certe personalità magari facilmente alla mercé del parere del prossimo, che magari delegano a terzi delle decisioni, che affidano al collettivo o per quelli che non si mettono in gioco in certe cose importanti della propria vita, impegnative, che esigono solitudine, ma si spendono nel gioco liquido e spicciolo di una comunicazione non sempre concludente, necessaria. La rete è un’occasione di levità costante. Perciò non solo esiste un problema di confini ma anche di saperla usare in un modo capace di produrre gerarchie di senso importanti. E tutto questo non è impossibile ma neanche immediato.

Per quello che mi dici tu cioè sulle epidemie emotive e culturali, è assolutamente vero, e credo che dipenda da questioni che forse spiegherebbe meglio un collega cognitivista di me, che ho una formazione psicodinamica. Ma io rilevo un particolare funzionamento cognitivo nell’approcciare lo schermo, e quello che vi si legge, una sospensione di giudizio critico, un affidarsi ipso facto a oggetti che si considerano immediatamente credibili e condivisibili. Per fare un esempio ( a cui confesso di ricorrere spesso): qualche anno fa Steven Spielberg pubblicò una foto in cui era seduto davanti a un triceratopo morto, un dinosauro del suo film Jurassic Park, e 5000 animalisti (cinquemila) protestarono e scrissero arrabbiatissimi perché si vantava di aver ucciso una creatura innocente. Cioè hanno visto la foto, hanno deciso che era tutto vero, non hanno considerato l’ipotesi che un bestione con tutti bozzi in testa di dieci metri forse era la copia di un dinosauro, e si sono incendiati. Dopo di che è avvenuto quello che dici tu, una sorta di contagio emotivo, e ideologico, come se la sospensione del giudizio di suo slatentizzasse con più agio altre cose sotterranee ed emotive, e qui forse l’armamentario psicodinamico torna utile. Si abbassa la valutazione critica dell’immagine, si scatenano meccanismi difensivi arcaici: scissione e proiezione. Nella comunicazione tra soggetti anche affascinanti subdole quanto efficaci forme di identificazione proiettiva.

Gabriele: Costanza, ti ringrazio molto per la tua generosità. e per la densità dei contenuti che hai offerto.

Mi verrebbe da portare avanti la chiacchierata, riflettendo su concetti come “occasioni intermedie”, non immediatezza/immediatezza della rete, e quella magia per cui noi siamo percettivamente soli con un device (assorbiti nel nostro privato, e come se nessuno ci vedesse) ed esprimiamo qualcosa che diventa istantaneamente pubblico. Cose di questo tipo, che meriterebbero di essere espanse. Ma che è anche bene forse lasciare insature, in modo che si espandano nelle mente di chi ci legge eventualmente.

Vuoi ancora aggiungere qualcosa?

Costanza: Grazie di tutte queste belle domande. Quello spazio intermedio, o meglio la materialità degli atti di cui si compone l’azione solitaria che si iscrive nel discorso collettivo, è un’ellisse in cui ci possiamo pensare a due coppie di fuochi. La prima riguarda il grado di autenticità degli atti comunicativi. Le comunicazioni sui Social infatti sono tutte fortemente mediate e hanno ognuna un grado di artefazione: si comincia controllando la grammatica e la logica di quello che si scrive – che è già un’operazione di controllo dell’immagine di se, e si va verso un grado successivo di perfezionamento nella cesellatura dello stile, fino a gradi sempre più sofisticati: la scelta di foto migliori, il ritoccare le foto in cui si è ritratti. Non si tratta di menzogna, di mettere davanti diciamo una personalità diversa dalla propria per ingannare l’altro – in rete ingannano in pochissimi e pochissimi hanno il dominio necessario sul linguaggio per poter vestire le spoglie di un altro da se – ma di una rappresentazione del meglio di se, l’ideale dell’io secondo i canoni propri del proprio modo di pensare e di sentire. La seconda polarità riguarda l’uso buono e cattivo della prima, il mancato controllo delle proprie logiche comunicative, versus una sorveglianza matura e attenta delle modalità con cui si entra in relazione. Su questo asse – quando capita – si può iscrivere l’inclusione dello sguardo psicoterapeutico sull’uso dei Social, i quali come dicevo prima tridimensionalizzano i propri comportamenti rendendoli osservabili. Verba volant, scripta manent: due persone litigano su Facebook ed entrambe hanno la possibilità di ragionare con lo storico delle loro reazioni emotive, la lettura dei loro scambi, il fatto che circostanze analoghe si sono riprodotte su altre bacheche, su certe loro ricorrenze, vulnerabilità, tic comunicativi. In stanza di terapia tutto questo può diventare un patrimonio prezioso, e specie considerando quanto spesso queste interazioni sono con persone non incontrate dal vero, e su cui si hanno informazioni sommarie, si ha per le mani un dispositivo che procura un vero e proprio dispositivo che mette controluce, e da piena visibilità a tutte le proiezioni messe in gioco. Parlare dell’attività sui Social con uno psicoterapeuta può allora diventare particolarmente interessante.

Gabriele: Sono molto d’accordo. Di nuovo, ti ringrazio per questa bella intervista.

I libri di Costanza Jesurom:

Fuori e Dentro la Stanza

Negli ultimi trent’anni la psicologia e la psicoterapia sono diventate delle presenze costanti delle nostre vite. Gli psicologi sono spesso protagonisti del dibattito pubblico, intervengono sui giornali, in tv, hanno voce in cause giudiziarie, sono interpellati da chi decide le politiche sociali… La psicologia è autorevole, ha guadagnato credito, e chi ne fa uso fa molta meno fatica a capirne la necessità e a chiederne il sostegno. Al contrario, la psicoterapia appare ancora come un nebuloso insieme di questioni: se la sua efficacia comincia a essere data per assodata, rimane un senso di grande confusione sulla sua essenza. Che cos’è, rispetto alla medicina? Perché ci sono tante scuole? Quanto è bene pagare? Perché bisogna pagare anche le sedute che si saltano? Perché il genitore che manda il figlio in terapia non può avere informazioni dal terapeuta ogni volta che desidera? Perché tanti psicoterapeuti non prendono in terapia parenti dei propri pazienti? Quali rischi ci sono nell’affidarsi a chi promette di guarire la nostra psiche? Dentro e fuori la stanza è un libro che articola una serie di risposte chiare per chi va in terapia, e al tempo stesso ricostruisce il dibattito contemporaneo e la storia della psicologia recente. Un testo divulgativo su un mondo che pensiamo di conoscere ma che è molto meno trasparente di quanto appaia, utile a fare la cosa più difficile e più semplice di sempre: diventare se stessi.

Guida portatile alla psicopatologia quotidiana

«Datemi un uomo normale e io lo guarirò». Questo prometteva Carl Gustav Jung nel secolo scorso. Il tempo passato ha trasformato le sue parole in una profezia, rivelando come gli esseri umani non siano altro che dei fasci di nevrosi. Costanza Jesurum, psicanalista e terapeuta, da anni tiene un blog amatissimo, Zauberei, con cui ci aiuta a districarci nella psicopatologia della vita quotidiana al tempo delle ansie onnipresenti. E con la stessa ironia ma con un metodo ancora più stringente, ha voluto scrivere un manuale divertentissimo ma solidamente scientifico. Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana è un prontuario di resistenza umana che risponde alle mille domande che ci assillano mentre andiamo ai colloqui con gli insegnanti a scuola, ai pranzi domenicali coi parenti, dopo una nottata inaspettata di sesso con uno sconosciuto o proprio mentre usciamo dalla nostra seduta settimanale sul lettino dello psicologo.

 

 

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