Laboratorio di Medicina narrativa: storie di medici che curano, storie di bella sanità (pubblica)

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Laboratorio di Medicina narrativa: storie di medici che curano, storie di bella sanità (pubblica)

 La Medicina Narrativa, diffusa gia' da alcuni anni anche in Italia, pone attenzione alle storie di malattia come modo per ri-collocare e comprendere le persone nel proprio specifico contesto, mettere a fuoco, oltre che i bisogni, anche nuove strategie di intervento.

La narrazione dell'esperienza personale dovrebbe avere un ruolo significativo nelle relazioni di cura, perche' la sofferenza richiede di essere inserita in racconti reali per acquisire un senso preciso, diventare condivisibile e trasformarsi in risorsa. Tuttavia, raccogliere e portare alla luce un'esperienza non e' facile, richiede tempi appropriati e riflessioni adeguate.
In occasione del convegno dell'11 e 12 luglio a Catania, ho avuto occasione di presentare il progetto Sostenere il legame: medicina narrative based e rappresentazioni del malessere in sanità, svolto presso l'Arnas Garibaldi di Catania.
Un laboratorio, da me supervisionato, svolto insieme ad un gruppo di  colleghe siciliane, e che ha coinvolto medici, infermieri, fisioterapisti e ostetriche che ha avuto come tema il legame di cura. Un laboratorio che ha visto impegnati gli operatori sanitari nel raccontare le loro storie di cura, le storie dei loro pazienti e del loro stare in contatto con la malattia.
Cosa possiamo intendere per Medicina narrativa? In contrapposizione all’ acronimo EBM (Evidence Based Medicine) nasce l’acronimo NBM (Narrative Based Medicine), dove la narrazione della patologia del paziente al medico è considerata fondamentale al pari dei segni e dei sintomi clinici della malattia stessa. Questo modello, sviluppato presso la Harvard Medical School da B.J. Good sottolinea l'importanza delle “storie” nel valutare la qualità delle cure e del rapporto medico-paziente. In un certo senso, a partire da questa definizione, nel nostro laboratorio abbiamo voluto ribaltare la prospettiva: non solo i racconti dei pazienti, ma i racconti dei medici nello stare a contatto con la sofferenza e la malattia.
Nel laboratorio, abbiamo quindi utilizzato tecniche di storytelling, utili a raccogliere storie, proprio per favorire l'emersione di quel pensare per storie, che è, a mio parere, il "reale" senso del termine medicina narrativa. Storie di cura quindi, ma dalla parte del medico e dell'operatore sanitario. Il titolo del laboratorio è stato il seguente: Il primo paziente non si scorda mai.
Tra le tante storie raccolte, toccanti, pregne di emozioni, di passioni, ne voglio qui condividere una su tutte: Gli occhi di Nonno Cesare. In attesa di vederle tutte pubblicate in una prossima pubblicazione.

Gli occhi di non Cesare

Certo di tempo ne è passato ma… gli occhietti azzurri e vispi di Nonno Cesare, sono sempre presenti nella mia memoria.

Per quegli anni (1977) avere un paziente di 84 anni era quasi un record.

Come ogni mattina prima di andare nello studio passavo a trovare il caro Nonno Cesare e salutare la dolcissima Nonna Giovannina, che chissà perché a qualunque ora del giorno e della notte cucinava. Cucinava quello che il marito eterno, pensava di potere mangiare, senza vomitare.

Sentivo che oramai le volte che sarei dovuto andare in quella casetta a piano terra, sarebbero state poche. Appena riesco a mettere a fuoco il suo sneccuto faccino e quegli occhietti di gattino spaurito, in un contrasto di colore delle guancie che si avvicinava più al verde che al rosa.

La voce roca e profonda di Nonno Cesare interruppe il mio saluto con queste parole:

Dottorino… siamo arrivati, ora basta… Il Creatore ad ognuno di Noi ha dato un tempo da vivere su questa terra, quello che c’era prima e quello che verrà dopo non è più tempo di nostra appartenenza e non posso chiedere a nessuno di vivere il tempo che non può essere e non stato mai Mio… 

Due giorni dopo, Nonna Giovannina affacciata alla porta non piangeva, quasi mi consolava. Cesare aveva sempre ragione, il suo tempo era finito.

Ancora dopo quasi quarant’anni se ho difficoltà  a dire ai Parenti di Pazienti ricoverati all’Hospice, che l’ora è giunta, recito la frase di Nonno Cesare e sembra che per incanto la paura, la rabbia, lo sbigottimento nella voce e negli occhi di chi mi ascolta si tramutino in pace.

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