Lo Psicologo che progetta nel sociale

10915653_845629962142060_5408702429857733775_oDomani parte il primo dei workshop che come Ordine Psicologi Piemonte abbiamo organizzato dal titolo:

LABORATORIO DI PROGETTAZIONE SOCIALE: COME COSTRUIRE UN BUON PROGETTO.

Al di là del workshop in sé, vorrei sottolineare alcuni aspetti che ritengo centrali e che sono il retroterra - e allo stesso tempo gli obiettivi - di un progetto  a favore della professione che, giova ricordarlo, si situa nell'alveo delle politiche (professionali) attive sul lavoro messe in atto dall'Ordine Psicologi Piemonte.

PERCHE' PROGETTAZIONE SOCIALE

E', o dovrebbe essere ormai chiaro che la professione, se tale vuole restare, deve essere in grado di entrare sempre più in quei meccanismi dei mutamenti sociali ed economici cui stiamo assistendo. Quello a noi più evidente, essendo la nostra professione a vocazione sanitaria, è il crollo del welfare pubblico.

DAL PRIMO AL SECONDO WELFARE

Il welfare state dei principali paesi europei è sottoposto da tempo a una serie di pressioni, di modificazioni, di ripensamenti. Di certo le crisi economiche degli ultimi anni stanno accelerato queste mutazioni. Il sistema economico pubblico non è più in grado di sostenere la domanda "tradizionale" di welfare che si allarga a dismisura.

La nostra professione, si è incardinata fin dagli albori all'interno del welfare pubblico. Nella sanità ha trovato la forza e l'unità per poter venire alla luce come professione a sé stante. E' quindi chiaro che, in un contesto di crisi, chiunque si trovi all'interno, chiunque faccia parte di quel sistema, entra anch'esso in crisi. In questo senso, il "primo" welfare, quello d'ispirazione universale, pubblico per vocazione, non è più in grado di fornire soluzioni adeguate (né peraltro posti di lavoro adeguati al numero di psicologi presenti in Italia).

E' ormai chiaro come l'espansione della spesa per il welfare (che tocca sanità, assistenza, previdenza), che per fare un esempio locale, in una regione come il Piemonte è l'80% del bilancio regionale, determini alla fine - questa è storia di oggi e di questi ultimi decenni -  incrementi della pressione fiscale e disavanzo pubblico. E' anche ormai noto che la gratuità, al di là di ogni opinione o pensiero sul sistema di welfare a vocazione pubblica, può accrescerne eccessivamente la domanda e determinare sprechi. In questo contesto, piaccia o non piaccia,  si è assistito ad un considerevole ridimensionamento del ruolo dello stato nel cosiddetto welfare universale. In questo contesto, oltre alla difesa e al ripensamento di un nuovo welfare pubblico, è necessario per la professione trovare anche altre vie.

Ma un secondo elemento entra in gioco. Ovvero le rapide trasformazioni nella struttura dei bisogni sociali e all’emergere di “nuovi rischi” e "nuove domande di salute" che si dipanano lungo il ciclo di vita: immigrazione, invecchiamento della popolazione, nuove fragilità e marginalità, precarietà lavorativa, cronicità, solo per citarne alcune.

In questo contesto, tra spinte alla trasformazione del welfare, e nuove domande e nuovi bisogni, è in questa zona grigia che la professione dello psicologo deve e può essere in grado di fornire soluzioni e interventi.

Il cosiddetto secondo welfare, è la grande sfida della sussidiarietà tra pubblico e privato. E' quello dell'integrazione tra pubblico, profit, e no profit, è quello dell'innovazione sociale, ovvero nuove soluzioni, per nuovi problemi, con nuove forme di finanziamento, che non saranno più solo pubbliche, ma anche private.

Ecco che si arriva quindi alla necessità, anche per la nostra professione, di possedere nuove e diverse competenze per poter essere in grado di rispondere e di entrare a pieno titolo in questa grande area progettuale, quello della progettazione sociale, dell'innovazione sociale. Questa, a mio parere, è la sfida da cogliere, e che racconterò - in una sorta di narrazione dell'innovazione sociale - in alcuni miei prossimi articoli. Dovremmo saperlo noi psicologi, narrando s'impara.

 

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