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Psicologia

Psicologia della formazione: dialogo con Gian Piero Quaglino

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

Incontro il professor Gian Piero Quaglino, già preside della defunta facoltà di Psicologia a Torino e professore ordinario di Psicologia della formazione, nel suo studio. Non nascondiamolo: è stato uno dei miei maestri. Maestro di sguardi sui fenomeni organizzativi. Questo dialogo, in fondo, inizia circa dieci anni fa, quando frequentai il suo corso di Psicologia della formazione. Insomma, è una lunga storia.

AL – Professor Quaglino, in una precedente intervista nel 2004, si faceva riferimento a due sue recenti pubblicazioni, La vita Organizzativa e Autoformazione. Facendo riferimento proprio al concetto, all’idea e alla pratica dell’auto-formazione le chiedo: è un segno di resa questo, come a dire, le organizzazioni non sono più un luogo deputato a fare formazione ?

GPQ – Forse le questioni sono più d’una dietro questo interrogativo che lei si è posto. L’auto-formazione è una modalità di pensare alla formazione soprattutto dando a quello che viene chiamato normalmente “il partecipante ad un corso di formazione”, e quindi chi ha un progetto di formazione per sé, più spazio in termini di guida e orientamento di questo percorso di formazione. E’ quindi più un mettere a disposizione degli aiuti, in termini metodologici piuttosto che contenutistici, per lasciare che ciascuno costruisca il proprio percorso di formazione, che non il pensare che tutta la formazioni è delegata in toto alle persone che prima erano orientate o comunque sollecitate a partecipare ai corsi. Non è quindi una delega in toto, ma è il rendere i partecipanti più attivi ne decidere dove andare e come andare nella propria formazione. In questo naturalmente c’è l’idea di recuperare la persona considerata in tutte le sue connotazioni soggettive e non semplicemente per quelle che sono le sue appartenenze organizzative, istituzionali, professionali, Semmai quindi di restituire alla formazione uno spazio di attenzione per questioni più personali, che non siano ovviamente riconducibili a problemi da ricondurre ad un setting clinico in senso stretto, ma più educative e formative. In questo la formazione tradizionale, non fa molto. Viceversa l’aspetto dell’auto-formazione come formazione da sé non è esattamente il discorso della formazione di sé ma è soltanto adombrata da questo discorso dell’auto-formazione. Direi che l’auto-formazione si può definire innanzitutto come formazione da sé, con l’aiuto metodologico di un professionista che non è propriamente nel ruolo di docente e la formazione di sé è tutta un’altra questione.

AL – Professore, ascoltando questa sua distinzione fra formazione di sé e formazione da se, mi viene alla mente anni fa, quando frequentai il suo corso di psicologia della formazione nel 2002, lei commentò il fenomeno allora emergente della formazioneon-line. La sua opinione, se non ricordo male, era che la presenza del formatore, o comunque di un professionista, fosse imprescindibile, come a dire che l’auto-formazione di fronte ad uno schermo si presentasse come povera.

GPQ – Quella non è formazione. On-line possiamo fare istruzione ma non facciamo formazione. Se poi si vuole parlare di formazione anche nel caso dell’istruzione, ciascuno è legittimato ad usare le parole come meglio crede ma, a stretto rigor di termini,  non ci si forma on-line, al massimo ci si istruisce. Se intendiamo la formazione come esperienza di apprendimento, la tecnologia non è di nessun aiuto.

AL –Se pensiamo al fatto che l’humus nel quale ci muoviamo adesso è ipertecnologico, anche nelle organizzazioni contemporanee si ha l’impressione paradossale che dietro alle vision futuribili delle varie “Nuove Formazioni”, dietro il “moloch” della tecnologia e del web, dietro la categoria 2.0, se parliamo di formazione, per come l’abbiamo intesa fin qui, si siano fatti metodologicamente mille passi indietro.

GPQ – Certamente la tecnologia permette e consente passi avanti, ma anche passi indietro. Dal punto di vista strettamente della formazione, non della informazione o della istruzione, i passi indietro sono certamente maggiori dei passi avanti, come infiniti sono i passi dal punto di vista dell’informazione. Poi è chiaro che l’informazione non è governata anche se produce conoscenza., con il rischi di rimanere superficiale.

AL – Perché questo?

GPQ – Ma perché tutta l’informazione, la conoscenza, il dato o la nozione che circola in rete, non ha nessuna qualità di approfondimento, di spessore, di rilievo critico, che sia capace di costruire il pensiero. Prevalentemente costruisce suggestioni, spunti, cenni, ma generalmente costruisce una falsa idea di sapere.

AL – In un video che ormai da anni gira in rete, si vede Steve Jobs che racconta ai neolaureati dell’Università americana di Stanford tre storie che in qualche modo riassumono la sua vita. Credo sia un buon esempio questo per capire qual è il nesso tra formazione e narrazione. Nei contesti organizzativi, si parla molto di storytelling e di storie organizzative. Spesso ho però l’impressione che chi entra in un’organizzazione corra il grande rischio di essere fagocitato dalle storie “ufficiali”, dalle storie istituzionali, dal Grande Racconto, perdendo, chissà dove, il senso della propria storia.

GPQ – Certo, chi entra a far parte di un’organizzazione entra a far parte di una storia collettiva, una storia collettiva che c’era prima e che probabilmente continuerà anche dopo. Se la storia collettiva soffoca la storia individuale o se in qualche modo anche solo la confonde, non credo che questo sia alla fine un grosso vantaggio neanche per l’organizzazione. A me sembra che le organizzazioni questo aspetto non lo capiscano e forse non sono interessate a capirlo. Credo che il problema fondamentale sia che la formazione e l’organizzazione siano molto più lontane di quanto realmente si creda, una sorta di inconciliabilità di fondo tra la formazione come esperienza di apprendimento personale e la dimensione di esperienza lavorativa nel contesto organizzativo. Le organizzazioni non formano, cercano invece di con-formare, per come hanno deciso o pensato, anche con buone intenzioni per carità, ma rispetto a quello che pensano che le persone debbano sapere e ovviamente rispetto a quelli che sono gli obiettivi organizzativi, i risultati attesi. Le storie, in questo senso, servono un po’ per condire o contenere tutto questo. Le storie individuali non sono di interesse per nessuna realtà organizzativa in realtà. Questa credo sia l’inconciliabilità di fondo tra storie organizzative e storie individuali. Poi certo, le organizzazioni sono pressate sempre più dalle proprie istanze e quindi credo che la questione sia la pervasività del modello organizzativo su ogni altro modello di vita possibile.

AL – Mi viene in mente professore lo studio di Gareth Morgan, Images, Metafore dell’organizzazione. Quali sono le metafore delle organizzazioni di oggi?

GPQ – A me sembra che la metafora fondamentale delle organizzazioni sia l’egoismo, questo è un dato di fondo.  Questo è una dato confermato dal fatto che le organizzazioni sentono il bisogno di dover continuamente parlare dell’importanza delle risorse umane, delle persone, della motivazione, ma che poi, alla fine, tutto questo non si traduca in qualcosa che non sia strumentale o finalizzata ad altro. Considero quindi che le organizzazioni abbiano perso le metafore ma che allo stesso tempo abbiano calato la maschera.

AL – Questo calare la maschera mi sembra che sia bene raccontato nel suo libro La vita Organizzativa.

GPQ – Sappiamo benissimo che esistono alcuni principi organizzativi irremovibili, come l’efficacia, l’efficienza, la valorizzazione delle risorse, tutte queste parole di cui molto si sente parlare, a cui è difficile contrapporsi. Per cui, il libro La vita Organizzativa è soltanto il tentativo di dire che sotto quella apparente dimensione osservabile di razionalità, di logica, di problem solving o decision making, l’organizzazione è un contenitore di tutta la vita e delle esistenze delle persone e che ovviamente c’è molta più soggettività di quanto in realtà si pretende di governare.


Laboratorio delle Dinamiche di Gruppo e Organizzative

Due mattinate di lavoro sul “Lavoro di gruppo” e sulla “Conduzione di gruppi di lavoro“.

Due i Focus:

  • L’utilizzo e l’apprendimento di esercitazioni e/o Giochi di gruppo quali, a titolo di esempio:

Obelisco di Zin: Esercitazione in gruppo con focus Problem Solving.

Nasa | Allunaggio: Esercitazione classica focalizzata sul Decision making gruppale.

Money Run: Esercitazione in gruppo focalizzata sulla Leadership

  • La sperimentazione e l’apprendimento delle dinamiche di gruppo in contesti organizzativi

Venerdì 16 febbraio | 9 – 13

Sabato 17 febbraio | 9 – 13

Sede: Circolo della Stampa. Corso Stati Uniti Torino

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La lunga marcia della formazione iniziata, nel nostro paese, cinquant’anni fa, ha trovato sin dall’inizio la psicologia in posizione di interlocutrice particolarmente attenta e impegnata sul fronte dello sviluppo dei contenuti così come su quello dell’innovazione dei metodi.

Le Esercitazioni di Gruppo, talvolta definite anche, non a caso, “giochi psicologici”, sono da considerare certamente come uno dei contributi più rappresentativi e significativi in tal senso, sia per la capacità di promuovere una didattica attiva sia per la possibilità di stimolare l’apprendere dall’esperienza.

Disponiamo oggi di un archivio ricchissimo composto da centinaia e centinaia di esercitazioni sui più diversi temi relazionali, professionali, organizzativi e istituzionali: team building e team working, leadership e comunicazione, negoziazione e conflitto, problem solving e decision making, e così via. E disponiamo di centinaia e centinaia di varianti di minore o maggiore complessità, in indoor o outdoor, di piccolo o grande gruppo, di role-playing più o meno strutturato, di breve o lunga durata, in forma di simulazione o di storytelling.

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Nonostante ciò stiamo per assistere ad una nuova stagione di innovazione del setting di apprendimento che è proprio delle Esercitazioni di Gruppo sotto la spinta delle nuove tecnologie, della rete, dell’ e-learning, della realtà aumentata, e di tutto ciò che offre il mondo del “digitale”.

Per tutte queste ragioni possiamo considerare le Esercitazioni di Gruppo, non solo come un “classico” metodo di formazione, ma soprattutto come una delle principali risorse applicate nei più differenti contesti di intervento professionale tra sviluppo individuale e sviluppo organizzativo.

Questi 2 workshop si propongono dunque di essere una introduzione al mondo delle Esercitazioni di Gruppo attraverso una presentazione delle questioni principali di definizione del Setting di Apprendimento, di utilizzo in ambito formativo, sociale e consulenziale, di progettazione e innovazione.

In ciascun incontro e’ prevista la sperimentazione di un’esercitazione, l’analisi delle dinamiche emergenti, l’approfondimento delle modalità di conduzione e discussione, l’individuazione dei criteri e delle linee di innovazione, in una prospettiva di “gruppo di progetto” attivo e finalizzato.

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Dialoghi

Psicologia Plurale. Dialogo con Michele Piccolo: fare lo Psicologo a New York

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Inauguriamo oggi uno spazio dedicato a interviste tenute da Gabriele Cassullo a giovani e non più giovani colleghi.

Il tema delle interviste sono le molte vie che possono portare alla professione di Psicologo, in Italia e all’estero.

Le interviste offrono inoltre lo spunto per riflettere su molti problemi presenti nella nostra professione, ma anche sulle opportunità che si aprono davanti a noi.

Si inizia con il dott. Michele Piccolo di New York

Psicologia Plurale. Michele Piccolo, Psicologo, New York

41 anni Psicologo italiano con uno studio privato di psicoterapia a New York. Formazione in Psicoanalisi presso l’Institute for Psychanalytic Training and Research. Docente di Cyber-Lectures in Psychoanalytic Theory per Contemporary Freudian Society e docente presso The New York Counseling and Guidance Service. Dottore di Ricerca (PhD) in Psicologia Clinica, Università di Torino. Membro dell’American Psychological Association. Settore professionale: clinica www.DrPiccolo.nyc

Michele: Per me va bene fare l’intervista “on the go”. Un pezzo ogni giorno scrivendo messaggi WhatsApp quando sono in metropolitana.

Gabriele: Già questo trasmette l’atmosfera dello psicologo a New York … Va bene. La prima domanda è come e quando hai scelto la professione di psicologo?

Michele: Avevo 15 o 16 anni al liceo, durante l’ora di religione (che non frequentavo) ero in biblioteca e mi sono imbattuto in un libro di Eric Berne (“A che gioco giochiamo?”) appartenente all’Analisi Transazionale. Mi colpì il fatto che qualcuno si soffermasse ad analizzare le dinamiche interpersonali. Inoltre sono cresciuto in una famiglia cristiana non cattolica, dove c’era molta enfasi sull’auto-osservazione. La messa in discussione delle figure di autorità, tipico della cultura protestante, è stata un altro fattore nella curiosità intellettuale. Volevo studiare i funzionamenti dell’anima… a quel tempo questo movente interiore era molto naïve.

Gabriele: Quindi da questo movente interiore è nata la decisione di iscriversi a psicologia. Avevi dubbi quando ti sei iscritto?

Michele: I dubbi erano di tipo economico, da liceale credevo ancora nello “studio per amore dello studio”. Volevo carpire i moti d’animo dei poeti e della mia poesia adolescenziale (aimè, “sudate carte”) anche quando “carmina non dant panem“. Mio padre – classe operaia – aveva ragione sul fatto che medicina mi avrebbe dato maggiori agi anche nel coltivare studi psicologici, ma io lasciai casa subito dopo il test di ingresso a psicologia per una città universitaria che non apparteneva a nessun mio famigliare. I dubbi crebbero quando compresi lo status socio-economico in cui la psicologia versava negli anni Novanta subito dopo il riconoscimento giuridico del 1989. Col tempo vedevo sempre più aspiranti psicologi esprimere questi dubbi economici con il reinventarsi un profilo professionale al di là dello stereotipo dello psicologo terapeuta focalizzato su sedute individuali. Ma io quello volevo fare: sbarcare il lunario facendo psicoterapia, e in aggiunta, metter su famiglia un giorno. Però la strada sarebbe stata lunga. Infatti, di lì a breve i dubbi economici si concretizzarono con un incidente di percorso che incluse un lutto in famiglia. Quando ne uscii mi ritrovai con un impiego come programmatore informatico e laureando fuori corso.

Gabriele: È molto interessante, e credo che molti potrebbero ritrovarsi in questo sviluppo parallelo di una passione interna e di piedi “operai” ben piantati nella realtà. Per di più con un incidente che obbliga a prendere strade laterali rispetto all’ideale che avevamo in mente. Come hai gestito questa deviazione obbligata dalla strada maestra? Oggi, a posteriori, come la vedi?

Michele: Non so quale sarebbe stata la strada maestra. Non sono sicuro che il lettore sia interessato a sapere come abbia gestito questi problemi personali. In breve posso dire che devo molto a due persone: una ragazza e un professore. A Palazzo Nuovo incontrai una ragazza americana che anni dopo sarebbe diventata mia moglie. Eravamo nell’era Bush e c’era un forte sentimento antiamericano, ma cominciai a sviluppare interessi per cose oltre frontiera. Mi incuriosii nello scoprire come “campavano” gli psicologi-psicoterapeuti americani e scoprii che i 50 Stati hanno 50 regole diverse e che nell’immaginario collettivo e nel parlamento USA la figura dello psicologo libero professionista aveva un peso legale assimilabile a quello di un medico. Ero ancora distante dall’idea di emigrare e molto tempo prima dei miei sogni americani, mia moglie infuse in me un senso di squadra nella mia vita, sostenendoci a vicenda. Mi diede energie e occhi nuovi. La seconda persona è stata il mio relatore di tesi. Forse c’è stata una qualche affinità elettiva intellettuale tra me e lui: io lo scelsi per le sue idee cliniche, lui mi seguì forse per “dare credito” (nel suo gergo) a qualche mia risorsa interiore. Il prof. Borgogno mi coinvolse in un progetto di tesi che includeva interviste a psicoanalisti americani a NY anni prima del mio trasferimento qui. Dopo la laurea avrei intrapreso anche un dottorato con Borgogno. Non ero appassionato di ricerca, ma Borgogno in quegli anni era un professore “operaio” centrato sugli aspetti clinici del lavoro psicologico. Era uno studioso di uno psicoanalista di inizi Novecento noto come sperimentatore di metodi di cura nel suo “furor sanandi”. Una cosa che mi interessava dei dottorati era che fossero sotto il cappello della Divisione Ricerca e Relazioni Internazionali dell’università ed io sapevo già che per esercitare negli USA la laurea non era sufficiente, ma lo sarebbe stato un’istruzione dottorale di terzo livello: PhD. Con il senno di poi vedo che in Borgogno cercavo un docente il cui “pane e burro” (espressione americana) fosse vedere pazienti tutti i giorni (interessante regressione alla fase orale!). Ero un po’ tediato dai docenti universitari che insistevano che lo psicologo avrebbe dovuto reinventarsi al di là della pratica clinica con l’insegnamento e consulenze. Durante il dottorato ho dovuto “masticare” molti numeri psicometrici, ma come dice un amico ricercatore all’università di Bergamo: “alla fine è dolce tornare al nostro mestiere clinico”. Altri professori hanno lasciato un segno nella mia carriera studentesca, in particolare docenti con una visione dello sviluppo umano che includesse l’idea di una “madre-natura” (o forse “Padre-Natura”) che avesse “scelto” come vanno le cose nel cervello umano che cresce — un contributo di pensiero con un taglio spirituale sullo sviluppo umano.

Gabriele: Grazie per queste tue aperture anche molto personali. Sul piano professionale quindi credo che il passo successivo sia stato lo spostamento negli Stati Uniti. Credo sia un passaggio di interesse per i colleghi. Puoi dirci qualcosa di come ti sei mosso? Sul pratico, sul sociale rispetto al creare un tuo spazio, e se vuoi anche sul personale, come stai facendo in questa intervista e ti ringrazio per questo.

Michele: A volte i programmi di dottorato incoraggiano scambi di studio all’estero. Io volevo organizzarmi per passare un anno del mio dottorato a NY, visto che avevo già fatto esperienza del milieu psicoanalitico della città per la tesi di laurea. Prima di trovare la destinazione giusta, ero solito offrire una mano in Dipartimento come interprete-traduttore ogni qual volta c’era un visiting professor da un paese anglofono a Torino. Chiacchierando con uno di questi chiesi informazioni in merito a un externship che avevo adocchiato a NY (le externship sono internship all’esterno di una struttura). Quindi studiai il programma dell’externship dell’IPTAR (Institute for Psychoanalytic Training and Research), un programma sia clinico che di ricerca. Quest’ultima parte avrebbe adempiuto ai requisiti di ricerca del dottorato. Mi adoperai quindi a facilitare la redazione di un accordo internazionale tra la scuola di dottorato e l’IPTAR basato sui filoni di ricerca offerti che sarebbe stato poi firmato dal Rettore. Tale accordo avrebbe permesso di includere, come parte integrante del programma in sede, i corsi previsti dal dottorato anche se frequentati fuori sede. Il volo era previsto per il settembre successivo. Mi organizzai anche in famiglia per vivere insieme per un anno a New York. In quell’anno molte cose accaddero su molti fronti. Oltre al senso di scoperta e sorpresa di chi si confronta con un paese straniero, due cose in particolare accaddero quell’anno. Una in ambito familiare comportò la triste realizzazione che il mio primogenito aveva dei ritardi seri nello sviluppo per i quali ci fu offerto aiuto dal sistema educativo locale qualora avessimo voluto estendere la nostra permanenza oltre quell’anno (prima di allora mio figlio era un bambino anglofono in un asilo italiano). La seconda cosa è stata l’incontro con Norbert Freedman, un anziano psicoanalista cieco che accompagnavo a casa dopo lezione. Era il decano emerito che anni prima aveva avviato quel programma di ricerca. Alla fine di quell’anno avevo completato tutti i corsi del dottorato tranne la tesi e quindi non avevo più obblighi di frequenza qualora avessi esteso la mia permanenza. Per farlo però dovevo ottenere il permesso del mio relatore italiano, ma non era nulla rispetto ai problemi a venire: per rimanere a New York non potevo più muovermi come un dottorando, avevo bisogno di un lavoro per sostenere me e la mia famiglia. Ero già in possesso del permesso di soggiorno giusto, ma avrei avuto bisogno di tornare ad essere “operaio” perché la mia formazione in psicologia era ancora troppo “verde” perché il sistema potesse offrirmi posizioni lavorative. Norbert Freedman fu la figura chiave nell’incoraggiarmi a intraprendere il training clinico per diventare uno psicoanalista riconosciuto dall’associazione internazionale fondata dallo stesso Freud (I.P.A.). Alla fine di quell’anno mi ritrovai nelle mani due validi motivi per rimanere a NY (mio figlio e il training) ma non i fondi per completare la transizione dall’essere uno studente in visita a un residente permanente, in una fase troppo prematura perché il sistema locale potesse offrirmi lavoro come psicologo. Lo Stato di New York non riconosceva allora come oggi l’abilitazione italiana come psicologo. I requisiti per diventare psicologo a NY prevedono un titolo di dottorato. Quindi attesi il completamento della tesi di dottorato (in collaborazione con una professoressa dell’Adelphi University) per capire come ottenere l’abilitazione. Sarebbe stato un processo di diversi anni. Nel frattempo mi reinventai ancora una volta come programmatore informatico (anni prima avevo lavorato come ingegnere del software – autodidatta – per l’Istituto Boella del Politecnico di Torino). Ma questa volta non avrei curato l’implementazione di applicativi, avrei semplicemente insegnato informatica in una scuola media. Dagli anni Settanta esiste a Manhattan una scuola privata italiana (dall’asilo al liceo scientifico). Fui molto fortunato nell’ottenere una cattedra lì.

Gabriele: Arriviamo così all’oggi. Qual è la tua situazione professionale? Ti senti realizzato e soddisfatto di ciò che hai fatto?

Michele: Passarono molti anni prima di ottenere l’abilitazione come psicologo per lo Stato di New York. Molti anni come professore di informatica. Lo Stato di New York non ha accordi internazionali come nell’UE per riconoscere titoli esteri. Una volta completato il dottorato feci domanda e la risposta fu che non sarebbe bastata la traduzione notarizzata dei titoli italiani (laurea e dottorato), ma avrebbero avuto bisogno di una descrizione dettagliata di ogni singolo corso universitario intrapreso a qualsiasi livello perché dovevano verificare i contenuti a fronte di una griglia di una legge che descrive le 7 materie necessarie per la licenza (l’abilitazione). Dovevo tradurre la descrizione dei corsi dal catalogo universitario includendo la bibliografia delle letture. Fu un’opera mastodontica che generò circa 50 pagine per la laurea e altre 50 per il dottorato. Dovetti disturbare diversi professori in Dipartimento a Torino a cui va tutta la mia gratitudine. Nel frattempo ero insegnante presso La Scuola d’Italia, mentre la sera ero tirocinante presso una clinica psicoanalitica come “unlicensed psychotherapist” sotto supervisione per raggiungere il monte ore di esperienza clinica richiesta per la licenza. Dopo diversi anni, non mesi, di “botta e risposta” con gli uffici governativi per la licenza e con l’aiuto di un amico avvocato-psicologo, la risposta fu che a loro avviso mi mancavano tre corsi specifici secondo i loro standard: “Professional Ethics”, “Biological Bases of the Behavior” e “Psychometrics”. Non accettarono le mie proteste secondo cui avevo già coperto quelle materie, perché dalle descrizioni fornite considerarono quanto fatto in Italia in quelle tre materie a un livello “undergraduate“, mentre erano ammessi solo corsi “graduate” per la licenza.

Gabriele: Interessante pensare che allo psicologo negli Stati Uniti sia richiesto un livello più avanzato in questi tre campi rispetto all’Italia. Trovi che siano rappresentativi della differenza del “sistema psi” italiano vs statunitense?

Michele: La differenza non è tra gli USA e l’Italia, la differenza è tra lo Stato di New York e un altro stato come l’Oklahoma dove ci sono psicologi a livello di laurea magistrale (istruzione di 2° livello) a confronto con New York e la California, per esempio, che richiedono un’istruzione di terzo livello (dottorato). Poi la differenza storica è che qui prima di intraprendere un percorso di studio professionalizzante (medico, avvocato o psicologo) devi fare un percorso di cultura generale, il college, che assomiglia più a un “liceone”. La laurea in medicina o in giurisprudenza comincia solo dopo 4 anni di college in cui ricopri un’istruzione generalista. Quindi quando esaminavano i miei corsi hanno saltato a piè pari i primi quattro anni della mia laurea vecchio ordinamento perché si chiedevano: “Dove sono gli anni di college PRIMA di aver intrapreso psicologia?” e quindi hanno arbitrariamente deciso che i primi anni di università sarebbero stati considerati college generalista da escludere ai fini della licenza. Le tre materie “mancanti” si trovavano negli anni “tagliati”. In risposta alla loro valutazione ho dovuto cercare un’università locale che mi avrebbe offerto quei tre corsi e furono così gentili da pre-approvare un programma universitario online da cui estrapolai quanto richiesto. Quindi nell’iter verso la licenza c’è da aggiungere un semestre di corsi “graduate” svolti on-line la sera tardi dopo i due impieghi quotidiani (la scuola media e la clinica psicoanalitica). Una volta completati i corsi, fortemente basati su esami scritti a cadenza settimanale per l’intero semestre, fui in grado di paragonare il sistema con la mia esperienza universitaria italiana. Era ironico che il docente mi chiamasse “dottore” (titolo riservato a persone in possesso di un dottorato e non di una laurea), sapevano che avevo già completato una dissertazione di ricerca e avevo pubblicazioni, mentre partecipavo a questi corsi. Capii che in Italia siamo ben preparati, ma non sappiamo “venderci” e non sappiamo spiegarci.

Gabriele: Condivido la riflessione. Quindi lo Stato di New York è piuttosto richiedente anche se comparato ad altri Stati degli USA. Ha la fama di essere una città dove gli psicologi lavorano molto e le persone vanno molto dallo psicologo. Puoi darci una visione da insider rispetto a questo, magari sulla base della tua esperienza attuale?

Michele: Qui la licenza è un punto di arrivo e non un punto di partenza come in Italia. Una volta raggiunta l’abilitazione avrai avuto un sufficiente flusso di clienti/pazienti. Ma l’esame di abilitazione è molto selettivo come l’esame per diventare avvocato in Italia. Ho molti amici locali con un dottorato americano che hanno difficoltà a passare l’esame di stato di New York (l’esame più brutale e difficile della mia vita). Il flusso di pazienti è collegato a differenze sostanziali in due ambiti: il sistema sanitario e l’immaginario collettivo. Riguardo al sistema sanitario facciamo un esempio di uno specialista. Un gastroenterologo frequenta 4 anni di scuole superiori, poi 4 anni college generalista (diciamo in letteratura francese), poi 4 anni di Medical School (con accesso molto selettivo, ma senza requisito di tesi finale), poi 4 o 6 anni di “residency” (specializzazione in ospedale) dove lavora 12 ore al giorno, quasi gratis, senza licenza e sotto supervisione (e non può esercitare autonomamente fuori dall’ospedale). Durante la “residency” sostiene un esame difficile per prendere la licenza. Lascia l’ospedale e si apre uno studio privato. A questo punto attrae pazienti richiedendo a 3 delle 12 (per dire) assicurazioni sanitarie disponibili di diventare un “in-network provider“, ossia un “provveditore di servizi sanitari convenzionato” (intenzionalmente qui non uso la parola “medico”) per quelle 3 assicurazioni sanitarie scelte. Le assicurazioni valuteranno le sue credenziali e il loro bisogno di specialisti in quella specifica zona. Una volta diventato “in-network“, tutta la popolazione che possiede una di quelle assicurazioni che ha bisogno di un gastroenterologo in quella zona, troverà il nome di quel “provider” sulla lista di quella assicurazione. È importante capire che lo specialista non avrà bisogno del passa parola per avere pazienti privati e non avrà bisogno di mantenere un piede nell’ospedale che ha finalmente lasciato, non avrà bisogno di invii da colleghi o da ex supervisori, basterà la lista dell’assicurazione.

Gabriele: Lo stesso vale per lo psicologo? (A parte la formazione di cui ci hai già parlato, intendo il sistema post-licenza).

Michele: Perché faccio un esempio di un medico e non di uno psicologo? Perché negli anni Novanta, grazie alla pressione dell’American Psychological Association (APA), il parlamento ha approvato una legge federale (valida per tutti i 50 stati) che equipara sul piano legale un intervento di salute mentale a un intervento di salute fisica, le cosiddette PARITY LAWS. I due interventi sono considerati entrambi come “medical necessity” e un’assicurazione non può rifiutarsi di coprirne i costi.

Gabriele: Ho capito. Grazie.

Michele: Ora uno psicologo ha frequentato 4 anni di scuola superiore, 4 anni di college generalista (diciamo letteratura francese), poi 5 o 6 anni di dottorato in psicologia, poi 2 anni di tirocinio (1 anno prima e 1 anno dopo la graduation) durante il quale lavora quasi gratis (a volte il tirocinio è pagato) dove esercita ricerca o psicoterapia senza licenza ma sotto supervisione (e con l’obbligo di vedere molti pazienti da solo anche senza licenza); dopo di che deve passare l’esame di abilitazione (lo stesso in tutti e 50 gli stati perché regolamentato da un’associazione simile all’APA) che è molto brutale e difficile. A volte ci vogliono anni di tentativi per passarlo. Una delle vice-direttrici di una clinica dove ho lavorato come tirocinante remunerato da 5 anni provava a passare l’esame e, dopo tentativi falliti per diventare una figura psicologico-clinica, aveva ottenuto un ruolo amministrativo come intake coordinator. Per questo dico che la licenza è un punto di arrivo e non un punto di partenza come in Italia. Una volta che la raggiungi non vedi il tuo primo paziente in autonomia il giorno dopo, ma ne hai già visti tanti. La responsabilità legale nel vedere pazienti per anni senza licenza ricade sulle spalle del supervisore che firma la data di inizio della collaborazione. Ho lavorato in due cliniche prima di prendere la licenza. Una di esse non era per il monte ore del tirocinio in psicologia ma per un’altra licenza. Un elemento molto importante qui nello Stato di New York (può variare negli altri 49 stati) è che la salute mentale non è appannaggio di un solo ordine professionale: gli psicologi. Ci sono almeno altri 4 ordini professionali con iter e leggi distinte. Sono i seguenti: “Family Therapist“, “Social Worker“, “Psychoanalyst“, “Mental Health Counselor“. Queste diverse professioni possono tutte svolgere psicoterapia. Sono tutte a quattro a livello di laurea magistrale, mentre solo “Psychologist” è a livello dottorale. Ognuna di queste professioni ha luoghi distinti per il tirocinio necessario e ognuna ha un Esame di Stato a parte. Quindi si spiega perché una di quelle due cliniche non era per la licenza come psicologo, ma come psicoanalista. Mentre di mattino facevo l’insegnante, di sera lavoravo per accumulare le ore necessarie per la licenza come “Psychoanalyst“, un percorso a parte. Parlare di istituti psicoanalitici non riguarda la professione dello psicologo in senso stretto, ma eventualmente dello psicologo interessato. A volte ci sono “Psychologists” che hanno una formazione psicoanalitica senza aver perseguito la licenza da “Psychoanalyst“. A questo riguardo una cosa è degna di nota: le leggi che istituiscono la professione dello “Psychoanalyst” contengono la parola “inconscio”. È interessate vedere quella parola nel contesto di leggi statali e nella bocca di avvocati, dal momento che a volte essa è bandita dai corsi di psicologia. Molti psicologi italiani perseguono quella licenza quando emigrano a New York in quanto non hanno un dottorato. Abbiamo parlato di aspetti di sistema e il secondo punto riguarda l’immaginario collettivo (qui a NY, non altrove negli USA), esso ha una stratificazione diversa dall’Italia per un motivo essenziale: la figura dello psicologo clinico è sulle “pagine gialle” da una generazione in più rispetto all’Italia. Benché l’Italia abbia ospitato eventi accademici molto presto, come il congresso internazionale di psicologia del 1905 a Roma frequentato dallo stesso William James, la figura clinica dello psicologo ha avuto un’etichetta giuridica molto tardi nel nostro paese. Per fare un esempio: se dico a mia nonna contadina che faccio lo psicologo avrà bisogno di spiegazioni per capire di cosa si tratta, se invece un mio paziente americano dice alla sua bisnonna che va da uno psicologo, lei saprà di cosa si tratta. Il fatto che la figura professionale sia stata “in circolo” nell’immaginario collettivo per un periodo più lungo fa una grossa differenza. In Italia facciamo fatica a spiegare ai medici, spesso mettendoci sulla difensiva, che cosa facciamo. Invece qui i medici senza problemi inviano pazienti dallo psicologo, apprezzando il loro operato. Può darsi che molti di questi medici siano stati in terapia loro stessi da adolescenti. Un mio paziente è un neurochirurgo e sa che i suoi traumi infantili non vanno affrontati con interventi medici.

Gabriele: Quindi non ci resta che tenere duro. Ci dai un assaggio della tua pratica odierna?

Michele: Scusa se nel risponderti ritorno a parlare della “meccanica” del sistema assicurativo, penso possa essere di interesse. Dopo aver conseguito la licenza, mi sono adoperato a seguire aspetti burocratici prima della data di lancio del mio studio. Ho contattato le assicurazioni sanitarie più usate in zona per confrontare i tariffari imposti da contratto. Nel fare domanda per diventare convenzionato, alcune assicurazioni non forniscono informazioni a curiosi e quindi ho chiesto a un’agenzia specializzata di rappresentarmi (come fossero miei avvocati). Il processo è molto frustrante, motivo per cui molti psicologi non fanno domanda. In alcuni casi l’iter prende mesi senza aver la certezza di essere accettato. Mentre attendevo una risposta continuavo a lavorare in clinica in attesa. Non appena sono stato accettato da alcune assicurazioni e il mio nome figurava nei loro elenchi online, mi sono adoperato a creare un mio sito web; in quel frangente il mio background da informatico mi è stato d’aiuto. L’obiettivo è fare in modo che il potenziale paziente che ti trova nelle liste delle assicurazioni possa anche trovare un tuo profilo professionale su internet per associare un volto a un nome. Dopo ciò ho cominciato a ricevere chiamate da pazienti. Ho ridotto le mie ore in clinica ed ho subaffittato uno studio di una collega inizialmente per un solo giorno a settimana con l’obiettivo di riempire le 8 ore di quel giorno – ogni giovedì. Presto le sedute del giovedì diventarono 12 nella stessa giornata. Ero sorpreso del volume di richieste – spiegabile dai due fattori menzionati: il fatto che il sistema copra i costi e il valore della psicoterapia nell’immaginario collettivo. Subaffittai così lo studio per una seconda giornata settimanale e tempo 6 mesi presi uno studio tutto mio staccandomi dal subaffitto. Il rapporto con le assicurazioni è complesso perché a fine seduta compilo note burocratiche con il codice della diagnosi e dei servizi offerti attraverso moduli elettronici. Quando le assicurazioni ricevano i dati necessari mi inviano il rimborso della seduta settimane dopo. Se ci sono errori di codifica rifiutano il pagamento. L’aspetto che più apprezzo di questo sistema è che non devo spargere la voce riguardo ai servizi offerti. Non devo contare su invii da colleghi e supervisori. Il mio nome è nella lista delle assicurazioni e grazie alle percezioni condivise nell’immaginario collettivo, quando una persona ha bisogno di parlare dei propri problemi cercherà uno psicologo (o uno degli altri 4 tipi di psicoterapeuta). Un sistema che ti tiene occupato: settimana scorsa ho fatto 46 sedute (includendo il sabato). La maggior parte dei clinici nella salute mentale (non solo psicologi) spesso non si imbarca in tutto questo lavoro burocratico con le assicurazioni. (se sei convenzionato vieni definito “in-network” altrimenti sei “out-of-network“). E alcune assicurazioni offrono “out-of-network benefits” per coprire costi con provider non convenzionati. In tal caso sarà il paziente a seguire l’iter burocratico del rimborso e non lo psicologo che avrà già ricevuto l’assegno dal paziente (la psicoterapia a New York la paghi via assegno). Negli anni queste cose hanno creato aspettative che i sistemi sanitari-assicurativi in un modo o nell’altro coprano i costi della psicoterapia. Ricordo quando mia mamma faceva il gesto di pagare il pediatra che mi visitava a domicilio da bambino quando l’invenzione del sistema delle “mutue” era ancora cosa nuova; il medico le diceva che era tutto pagato dal sistema. Erano gli anni Settanta in Italia; immaginiamo che cosa sarebbe stato se anche gli psicologi fossero stati già dall’ora inclusi nello stesso sistema. In aggiunta, esiste in seguito un desiderio di svincolarsi dal sistema assicurativo quando raggiungi una certa anzianità nel settore. Quando magari sei uno psicologo con ruoli di supervisione ti sgancerai dalle assicurazioni e dirai ai tuoi pazienti che d’ora in avanti non accetterai più assicurazioni ma solo pagamenti diretti… e molto spesso i pazienti accettano. Il contratto con le assicurazioni ti obbliga a usare tariffe specifiche mentre un terapeuta con qualche anno di esperienza chiederà di più – come il primario di ospedale che ti vede privatamente fuori dall’ospedale. Rileggendo questa intervista mi accorgo come mi sia focalizzato su questi calcoli tecnici; forse perché al momento questi aspetti sono nel vivo emotivo del mio lavoro: nei due lunghi tirocini newyorchesi sognavo di avviare uno studio tutto mio. Però questa meccanica risulta impraticabile se la terapia offerta non è coinvolgente per il paziente dalla primissima seduta. Le assicurazioni fanno da ponte verso la clientela, ma è il vissuto emotivo in seduta che fa tornare il paziente per il secondo appuntamento. Su questo punto io devo molto al mio percorso terapeutico personale e ad uno dei miei supervisori clinici: Janice Lieberman (l’autrice del libro “Body Talk“) che ha lasciato un profondo segno sul mio stile clinico tanto che un giorno giunsi a chiedermi: “ma prima di conoscere Janice che cosa facevo con i pazienti in seduta?”. A Janice devo anche l’essere stato coinvolto nell’insegnare Freud ad aspiranti Social Workers e più recentemente un corso on-line per psichiatri e psicologi in Sud-Korea e Taiwan (per la Contemporary Freudian Society). Un’ultima parola riguardo al sistema: è apprezzabile come i medici e gli psicologi facciano squadra. Sarebbe ideale che in Italia i docenti di psicologia quanto quelli di medicina abbiano entrambi la possibilità di essere legalmente sia professori sia clinici nel privato e nel pubblico. Sarebbe bello che la facoltà di psicologia aprisse cliniche di supporto psicologico nei campus universitari per offrire a tutta la popolazione studentesca servizi di psicoterapia fornita da tirocinanti in psicologia sotto supervisione. La presenza di cliniche universitarie è vitale qui. In ultimo, l’American Psychological Association è organizzata nel tenere contatti stretti con parlamentari. L’attività di lobbying nel bene e nel male è consuetudine. In caso una proposta di legge danneggi gli psicologi, l’APA contatta tutti gli psicologi e prepara bozze di petizioni che ogni psicologo invia al senatore o parlamentare del proprio distretto. Sfortunatamente una petizione come #DiagnoseTrump, firmata da decine di migliaia di professionisti della salute mentale nel 2016, non ha sortito l’effetto sperato (non si trattava di una petizione organizzata dall’APA). Mi hai chiesto come oggi sia la mia pratica clinica a New York e mi perdonerai che io abbia speso molto tempo a darti dei numeri; cercando il movente emotivo delle mie parole forse cercavo di ringraziare qualcuno per un’abbondanza che non mi aspettavo e forse sono un po’ risentito perché il sistema-Italia non me l’abbia potuta offrire.

Gabriele: Ti ringrazio molto per la tua dettagliata testimonianza Michele.

 

 





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Medicina narrativa

Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

The following two tabs change content below.
Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

Quella che segue, è l’introduzione all’Ebook Medicina Narrativa in Ospedale. Storie di bella sanità pubblica. Questo Ebook, è l’esito finale di un lavoro che, in questi anni, insieme alla collega Angela Fabiano, ho portato avanti in un’azienda ospedaliera di Catania.

Psicologia ospedaliera dunque? Si, io ritengo questo progetto un progetto a forte valenza psicologica, dove le metodologie scelte, quelle della cosiddetta Medicina Narrativa o ancor meglio dello Storytelling, si sono messi al servizio di una visione psicologica del contesto ospedaliero.

Il progetto, che in realtà è ancora in corso, ha visto la partecipazione di numerosi medici, infermieri, ostetriche, fisioterapisti, ed è a loro che va ora il mio pensiero. Perché, grazie al lavoro di questi anni, ne sento ancora le tracce, le parole, le emozioni, quando rileggo queste narrazioni.

Quando, anni fa, ho pensato il progetto, non ho fatto altro che immaginarmi il contesto ospedaliero come una contenitore ipersaturo di narrazioni e, di conseguenza, vedevo come necessaria la costruzione di una processualita’ che avesse funzione desaturante e digestiva. Nei fatti, non è stato semplice trovare il giusto equilibrio, la giusta distanza che è sempre necessaria quando ti poni di fronte a qualcuno è, per dirla in breve, gli dici: raccontami una storia, raccontami le tue storie. E leggendo le narrazioni contenute nell’Ebook, tra ironia, tristezza, angoscia, paura, lacrime, ricordi, traumi, sorrisi, questa giusta distanza, questa stessa giusta distanza, sarà difficile esercitarla in chi avrà voglia di immergersi e di farsi travolgere da queste narrazioni.

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INTRODUZIONE EBOOK

L’INIZIO. Questo libro è l’esito finale del lavoro svolto nei workshop presso l’Azienda Sanitaria ARNASS Garibaldi di Catania dal titolo “Medicina Narrativa Storie di cura: un percorso di integrazione” con la dott.ssa Angela Fabiano come Responsabile Scientifica ed io, come Progettista e formatore. A questo workshop hanno partecipato medici, infermieri e fisioterapisti dei presidi sanitari Garibaldi e Nesima di Catania ed a loro, ai partecipanti, è d’obbligo un enorme ringraziamento.

Il workshop è stato pensato e disegnato come un luogo esperienziale e autobiografico dove, nel corso delle due giornate, venivano svolte una serie di attività che mettevano al centro i partecipanti. Le loro esperienze, le loro storie, le loro narrazioni, situate e contestualizzate con una cornice identitaria ben definita, la loro professione, sono state finalità e strumento operativo del workshop.

STORIE DI SE’. Sappiamo che le professioni mediche sono professioni ad alto impatto relazionale e ad alto impatto emotivo e psicologico. Tra i costi dell’attuale medicina (si parla spesso di sostenibilità del sistema sanitario), ci si dimentica però di inserire e di valorizzare (letteralmente, dare valore) il costo umano dello stare dentro i sistemi sanitari pubblici attuali. Quanto è emotivamente sostenibile svolgere una professione medica oggi? Immergersi, come farà il lettore in queste storie, storie di pazienti memorabili, di primi pazienti, di aiutanti, non vuol dire altro che immergersi nella vita di chi, la sanità, la vive tutti i giorni: i medici, gli infermieri, i fisioterapisti, e tutto il personale sanitario. Ecco perché Storie di bella sanità.

LE RELAZIONI PERICOLOSE. Queste storie sono storie di relazioni. Relazioni di medici, infermieri, fisioterapisti, con persone che hanno incontrato nella loro più o meno lunga professione e che, inevitabilmente, non sono altro che storie di sé. Ogni storia racconta qualcosa di sé. Storie che hanno lasciato un segno, e che in qualche modo, per qualche motivo che non sempre – e forse è giusto così – viene esplicitato, lascia una traccia, una ferita, un segno per l’appunto, nel sé di chi racconta. E di chi ascolta.

LA LINGUA DEI SEGNI. Segni dunque. Segni che vanno letti come delle tracce di umanità, di una “disperata vitalità che, nel percorso della medicina contemporanea, nell’era della medicina della tecnica, si pensa, erroneamente, di aver lasciato da parte. Se ne accorgerà il lettore: questa “tremenda” umanità che trasuda ed emerge nelle storie di questo libro, nelle parole e nei racconti dei nostri medici, infermieri, fisioterapisti, si ritrova quello che si pensa non esserci più nella medicina attuale: umanità, emozioni, anima.

UMANIZZARE LA MEDICINA. Seguendo le storie che si leggeranno, sembra quindi chiaro che il tema della cosiddetta umanizzazione della medicina è, per certi versi, un falso problema. Anzi, appare paradossalmente come un goffo tentativo di ritrovare qualcosa di andato perso, di reinserire quel che si pensa non esserci: l’umanità per l’appunto. Ed il goffo tentativo è propriamente il principio additivo sottostante ad un’operazione di questa portata: aggiungere, in questo caso, presuppone una mancanza.

Davvero mancherebbe umanità nei reparti e nei rapporti? Davvero pensiamo che i pazienti, la vita delle persone che si affidano volenti o nolenti ai nostri medici, infermieri, incontrano così poca umanità nei nostri ospedali? O forse, ed è questa la nostra tesi, qui di umanità ne incontriamo a volontà, così tanta che si fatica a raccontarla tutta?

TRAVOLTI DALLE STORIE. Allora, vale di certo la pena di dirlo in modo chiaro e netto: di vicende umane, di amore, di vita, di speranza, di morte, di delusioni, di distacchi, di tragedie e anche di commedie verrà sommerso il lettore delle storie contenute in questo libro. Travolto, come ne sono stato travolto io nelle mie vesti di formatore del workshop, io che queste storie le ha vissute e fatte emergere, che queste storie le ha ascoltate e che, inevitabilmente, le ha fatte proprie. Queste storie, non posso che portarle con me, custodirle come fossero piccoli e grandi segreti di chi le ha volute raccontare, come segreti sussurrati a bassa voce.

DI CHI SONO LE STORIE. Viene difficile, seguendo la traccia sopracitata, rispondere così a domande come “a chi appartengono queste storie?” o “di cosa raccontano queste storie?”. Le storie sono di chi le ascolta verrebbe da dire, e di certo, il ruolo che la narrazione ha in queste storie è stato principalmente quello di creare un contesto di condivisione. Ora, con questo libro, compiamo l’ultimo passaggio, che è quello di raccontare ulteriormente, a chi vorrà ascoltare, leggendo queste storie, cosa significa fare il medico, l’infermiere o il fisioterapista, nella sanità di oggi. Storie di bella sanità appunto. Buona lettura.

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Formazione Continua in Psicologia

L’obbligo della formazione continua degli psicologi: le nuove regole

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

La storia della cosiddetta Educazione Continua in Psicologia o Formazione Continua in Psicologia è, purtroppo, molto lunga e frastagliata. Ma, a quanto pare, sembrerebbe arrivare a compimento o, perlomeno, in CNOP, pare si siano decisi a lavorarci seriamente dopo 4 anni di tempo perso.
La notizia è che da circa un mese stiamo lavorando (faccio parte in quanto presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte del Consiglio Nazionale e sto lavorando nel Gruppo di lavoro che sta producendo tale regolamento) a quello che sarà il nuovo regolamento per la Formazione Continua degli Psicologi. Alla buon’ora si direbbe.
Nel caos di questi anni, sono molte le questioni lasciate appese fin qui sulla formazione continua degli psicologi. Una, su tutte:
ECM per tutti? ECM solo per chi lavora nel pubblico o nel privato accreditato? La domanda sul cosa si dovesse fare lato ECM, almeno in parte, è rimasta ad aleggiare fin qui all’interno della categoria professionale. Per quanto vi fossero posizioni chiare sulla non obbligatorietà degli ECM per il libero professionista, una alone di ambiguità è sempre rimasto attorno al tema. Complici, alcuni ordini regionali che lanciavano messaggi ambigui.
Con questo nuovo regolamento, si dovrebbe finalmente chiarire questa diatriba o ambiguità.

Un pò di storia

Per meglio inquadrare il tutto, facciamo un pò di cronistoria di questi ultimi anni sulla questione.
L’inizio della storia. La Formazione continua come obbligo deontologico – incardinato in quanto professione. Lo sappiamo bene in fondo, noi psicologi abbiamo l’obbligo della formazione continua come obbligo etico e deontologico in primis. Basterebbe questo no? No. Vediamo perché.
La legge di riforma della professione. 2012- DP 137, Riforma delle professioni – l’obbligo è legge
2013 il regolamento FCP redatto in CNOP viene inviato a salute e poi il silenzio
Referendum del codice deontologico. Il referendum del condisce deontologicoSe vi ricordate, nel 2014, ci fu l’ultimo referendum per la modifica del nostro codice deontologico. Tale referendum, oltre alla modifica dell’articolo 1 e 21, si è concentrato anche sull’articolo 5 proprio per recepire l’obbligo della formazione continua del DP 137, inclusa la questione del mancato obbligo come illecito deontologico.
Cosa dice il Decreto sulla formazione continua.
In sintesi, ecco cosa dice il Decreto Presidenziale 137 del 2012 sulla formazione continua ma,  prima, una piccola notazione:
tale decreto, dice che entro un’anno dall’entrata in vigore di tale Decreto, si sarebbe dovuto attivare il regolamento. Bene. come vedremo, il regolamento FCP fu inviato al ministero della salute per tempo, nel 2013 ma, e non si capisce ben per quale motivo, è rimasto appeso senza proseguire nel suo iter per renderlo valido ed operativo. Ad oggi, 2017, siamo l’unica professione regolamentata che non ha chiarito le procedure per la formazione continua.
Ma veniamo al decreto con qualche piccolo commento:

DPR 137/2012 – Obblighi di formazione

Un primo necessario passo indietro: il DP 137 è l’applicazione del decreto legge 138 del 2011, che per quanto concerne la formazione continua, così definisce:
Titolo II
LIBERALIZZAZIONI, PRIVATIZZAZIONI ED ALTRE MISURE PER FAVORIRE LO SVILUPPO
Art. 3. Comma b) previsione dell’obbligo per il professionista di seguire percorsi di formazione continua permanente predisposti sulla base di appositi regolamenti emanati dai consigli nazionali, fermo restando quanto previsto dalla normativa vigente in materia di educazione continua in medicina (ECM). La violazione dell’obbligo di formazione continua determina un illecito disciplinare e come tale è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale che dovrà integrare tale previsione;
Come detto, il decreto legge viene poi reso operativo e sostanziato dal Decreto Presidenziale 137. Vediamolo, per quanto concerne la questione formazione:
L’articolo 7 del D.P.R. 137 dà attuazione al principio contenuto nella lettera b) del provvedimento di autorizzazione alla delegificazione, in tema di formazione continua dei professionisti.
 In particolare, il regolamento:
  • – conferma che la formazione continua è uno specifico dovere del professionista, la cui violazione comporta illecito disciplinare; in fondo non è proprio una novità per noi
  • – stabilisce che i corsi di formazione possono essere organizzati anche da associazioni di iscritti agli albi, richiedendo sempre l’autorizzazione dei consigli nazionali e il parere vincolante del ministro; in sostanza si dice che il consiglio nazionale si deve occupare di definire gli enti che possono erogare formazione certificata FCP
  • – attribuisce al consiglio nazionale (e non al ministro vigilante, come disposto dallo schema di regolamento) il compito, entro un anno dall’entrata in vigore del DPR, di emanare un decreto per disciplinare modalità e condizioni dell’assolvimento dell’obbligo di formazione, requisiti dei corsi di aggiornamento e valore dei crediti formativi; alla buonora verrebbe da dire.
  • – demanda a convenzioni tra i consigli nazionali e le università la possibilità di stabilire regole comuni di riconoscimento reciproco dei crediti formativi; in sostanza si dice che si possono creare convenzioni tra ordini differenti di diverse professioni per riconoscersi reciprocamente i crediti. Un’assistente sociale che fa un corso di psicologia evolutiva accreditato FCP può farsi riconoscere i crediti.
  • – demanda ai diversi consigli nazionali il compito di individuare crediti formativi interdisciplinari; come sopra.
  • – consente agli ordini e ai collegi di organizzare la formazione anche in cooperazione con altri soggetti; in sostanza da la possibilità agli ordini di erogare formazione acquistando corsi da erogare ai propri iscritti
  • – consente alle regioni di disciplinare l’attribuzione di fondi per l’organizzazione di scuole, corsi ed eventi di formazione professionale; sancisce la possibilità di accedere per la formazione a fondi regionali
  • – ribadisce quanto già affermato dalle disposizioni di autorizzazione, ovvero che resta ferma la disciplina vigente sull’educazione continua in medicina (ECM). In sostanza, permane, come ovvio, l’obbligo di ECM per come è stato fin qui. Qui, di certo, si dovrà fare chiarezza con il ministero della salute e con Agenas che, a loro detta, specie per Agenas, qualsiasi professionista che si occupi di salute, vedi per esempio lo psicoterapeuta, è obbligato agli ECM. Vedremo, che non è così ma, va detto chiaramente, questo dovrà essere chiarito e sancito da parte di CNOP insieme al ministero della Salute, nostro ministero vigilante, una volta per tutte.
Questo, in estrema sintesi. Ora, essendo in fondo molto chiaro, possiamo già antipare che, lapalissaniamente, il nuovo regolamento FCP per gli psicologi, deve contenere questi passaggi. Nulla di più, e nulla di meno. Lo fa? Si. Possiamo anticiparlo.

I capisaldi della formazione a misura di psicologo

Cosa contiene questo regolamento e quali i capisaldi? Proviamo ad elencarli sommariamente.
– la presenza di provider pubblici e provider privati
– l’obbligo dei 150 crediti nei tre anni
– la possibile certificazione delle attività svolte naturalmente dagli psicologi (es, la supervisione, la scrittura di articoli, l’auto formazione etc)
Altri due aspetti importanti:
– questo obbligo non deve far altro che consolidare una prassi già presente tra gli psicologi che è quello di formarsi. Gli psicologi già si formano quanto basta, – – – questo regolamento deve esclusivamente sancire tale prassi e definire un sistema, a norma della legge 137 e del nostro CD, che sancisca e definisca tale formazione.
– Gli Ordini potranno e dovranno erogare crediti. In quanto provider, ciascun Ordine Psicologi regionale potrà, con semplicità, accreditare i propri momenti formativi verso i propri iscritti andando così a saturare perlomeno una parte di tale obbligo in modo gratuito per i propri iscritti.

ECM e FCP this is the problem. Qualche ultima domanda e risposta per finire.

Partiamo da una banale domanda: siamo psicologi o medici? Psicologi. Bene. E allora, formiamoci in psicologia.
La formazione per gli psicologi clinici, e per gli psicoterapeuti liberi professionisti sarà ECM e FCP? Qui, come detto, andrà fatta chiarezza da parte del CNOP. Ad oggi, la posizione del CNOP è la seguente: gli ECM sono un obbligo per i dipendenti pubblici e per chi lavora nel privato accreditato. E’ anche vero però che alcuni ordini i regionali, come la Campania, come la Toscana, passano il messaggio, a mio parere ambiguo, che l’obbligo ECM è esteso a tutti.
A questo punto però, come il regolamento FCP approvato, ci sarebbe la soluzione del cosiddetto doppio canale per cui, per chi lavora nel sistema salute pubblico o accreditato, continuerebbe a formarsi come il sistema ECM, per tutti gli altri, vale il sistema FCP. Un libero professionista psicologo clinico e psicoterapeuta, si dovrebbe in sostanza formare tramite il sistema FCP. Credo, sia un punto importante non solo simbolico per la nostra professione.

Per una psicologia non solo clinica?

Questo, credo sia uno dei valori importanti di questo regolamento, ovvero, la salvaguardia delle aree della professione non sanitarie e non pubbliche. Che senso avrebbe, in quanto psicologo del lavoro formarsi in medicina? Che senso avrebbe in quanto psicologo sociale formarsi in medicina? In sostanza, qui si tratta anche, posto l’obbligo della formazione, di salvaguardare anche quelle aree.
Nuova burocrazia per lo psicologi? Certo, in parte si, Sarà compito del CNOP, se il regolamento verrà approvato, andare a definire le procedure per il professionista definendo tali procedure in ottica di semplicità e di minimo aggravio per il collega. Va anche detto che uno dei valori della definitiva approvazione di tale regolamento è propriamente la strutturazione dell’obbligo formativo a misura di psicologo, si spera, anche dal punto di vista delle procedure.

I prossimi passaggi.

Ad oggi, siamo ancora in fase di revisione. E’ previsto, il 15 dicembre, l’approvazione di tale regolamento da parte del CNOP. Successivamente, verrà inviato al Ministero della Salute per l’approvazione.

Ovviamente, vi terrò informati.

 

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