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Innovazione sociale

Torino – Momenti di Felicità 2015: il primo Festival della Psicologia en plein air

logoverticaleMomenti di Felicità 2015 è il primo Festival della Psicologia en plein air. Il 27 e 28 giugno Torino ospiterà momenti di incontri e scambi liberi sul tema del benessere individuale e collettivo, in una piazza aperta a tutta la cittadinanza.

Per questa edizione 2015, il tema scelto è quello della Felicità. Tema ambizioso su cui far dialogare psicologi, sociologi, giornalisti, economisti e creativi, con l’obiettivo di trasformare Torino, per due giorni, in una piccola capitale della felicità sempre più viva e in movimento, capace di far star bene chi ci abita.

La psicologia si apre così a un pubblico più ampio, curioso di conoscere e approfondire tematiche psicologiche ma non solo. Il dibattito sarà aperto agli adulti, ma avrà un occhio di riguardo anche per i più piccoli, per i quali sono previste attività e piccoli laboratori a tema, dove la creatività e i colori saranno i protagonisti.

 

IL FESTIVAL E LA PSICOLOGIA

L'Ordine degli Psicologi del Piemonte si propone, con il Festival della Felicità 2015, di diffondere la cultura psicologica e di sensibilizzare la popolazione sulle tematiche inerenti il benessere, individuale e sociale, in modo fresco e innovativo, attraverso appuntamenti e incontri di interesse pubblico e in collaborazione con diversi attori presenti sul territorio. 


L'intento quindi, attraverso questa manifestazione, è quello di avvicinare i temi della psicologia alla gente e la gente alla psicologia.

La psicologia può offrire un importante contributo al miglioramento della salute delle persone e delle loro relazioni, alla crescita individuale, di coppia, famigliare, sociale e in generale al viver bene. Per scoprire qualcosa di più di noi stessi e del mondo in cui viviamo.

Maggiori informazioni su: www.psicologiaonair.it

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole.

Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management.

Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino

Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti.

Da Febbraio 2014 sono Presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all’interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Alessandro Lombardo

Disegnare il pensiero? Sei step verso il Design Thinking

Di cosa si tratta? Il Design Thinking è una modalità alternativa di risoluzione dei problemi che si riscontrano nella fase progettuale dell’innovazione e che mira a sviluppare soluzioni che trascendano il problema specifico in sé per suggerire prassi che possano portare ad un’innovazione in ottica user-centered, mettendo quindi al centro della strategia i bisogni e le richieste dei consumatori.

Come dice il nome stesso, il Design Thinking attinge dai processi creativi propri dei designer per affrontare con un’ottica meno rigida la pianificazione strategica aziendale e personale. La multidisciplinarità degli approcci contenuti in questo tipo di progettazione dell’innovazione è un suo tratto distintivo, che la rende preferibile ad altri approcci troppo “settoriali” che potrebbero rappresentare un limite all’innovazione stessa.

Detta in parole povere: rendere tangibili e manipolabili i pensieri strategici e organizzativi per generare innovazione.

1. Identificare l’opportunità (generazione di idee)

Il Design Thinking si basa sulla capacità di essere intuitivi, di riconoscere modelli, di sviluppare idee che abbiano un significato sia emozionale sia funzionale, di potersi esprimere con altri mezzi che non siano solo parole o simboli. E sul concetto di “gruppo di lavoro” che crea una perfetta intersezione tra tecnologia, business e valori umani. In questa prima fase in aula, insegnanti e studenti vengono suddivisi in team multidisciplinari. Ciascun team deve individuare un problema attuale e cruciale che riguardi la propria scuola, raccolta fondi per implementare il budget dell’istituto, attenzione all’ambiente, efficienza energetica, inclusione sociale. Una volta identificato il problema, si fa un esercizio: ciò che fino a ieri è stato concepito come una minaccia si trasforma in un’opportunità per la risoluzione del problema.

 Quindi si invitano gruppi di genitori, di educatori, di persone vicine alla comunità scolastica interessate all’argomento scelto, si condivide con loro il problema/opportunità e si procede con una serie di domande. Gli studenti, più domande faranno ai loro interlocutori più entreranno nell’ottica di perfetti thinker design.

2.  Progettare (una fucina di idee)

“Nessuna idea è troppo stupida”, questo è il mantra del secondo step nel processo del Design Thinking. Partendo da questa frase, i gruppi multidisciplinari di studenti iniziano a scrivere su post-it colorati idee in piena libertà. I post-it vengono attaccati alla lavagna in modo che tutti possano leggerli, e si possa approfondire “lo scambio di idee” necessario per capire cosa c’è e cosa manca al fine di maturare una soluzione partecipativa e comune.

La visualizzazione di idee attraverso lo sketching, nel Design Thinking, ha un ruolo centrale, perché fornisce una memoria temporale ed esterna per tentativi di idee, e supporta il dialogo tra coloro che “progettano” riguardo a problemi e soluzioni.  Inoltre l’aspetto gioco dello sketching aumenta la sensibilità percettiva nell’elaborazione di idee innovative e alla risoluzione dei problemi.

3. Il prototipo

Nella stessa misura in cui lo sketching aiuta i thinkers design a pensare ed elaborare idee, “prototipare velocemente” è un’altra maniera di visualizzare e testare nuove soluzioni. Dal momento che il progettista non ha mai informazioni sufficienti su un progetto e probabilmente mai quelle fondamentali, la prototipazione veloce permette di testare i dettagli di un primo prodotto, le loro forme e le loro sfumature. Inoltre, il fatto che i materiali per questo tipo di prototipazione siano poco costosi e grezzi, immette nell’ottica dei fallimenti precoci.

L’apprendimento e l’accettazione di questi fallimenti ed errori sono elementi fondamentali da trasferire in aula agli studenti. I thinker design si sentono a loro agio nell’incertezza. 

Nell’esperimento in aula è stato riscontrato che i gruppi di studenti all’inizio erano spaventati nell’usare prototipi rozzi per paura di ottenere feedback negativi dai loro insegnanti, ma poi  si sono convinti vedendo i benefici della co-creazione che più un prototipo è completo, meno sono le persone che ti danno feedback.

Infine, la regola della tangibilità educa gli studenti a dare una forma concreta alle loro idee: “i prototipi sono mezzi di comunicazione” che consentiranno all’interlocutore una valutazione pragmatica e spendibile dell’idea di progetto.

4. Feedback (il confronto)

Una parte importante nel processo del Design Thinking è data dal feedback. In questa fase  insegnati, genitori, dirigenti scolastici, tutte le parti interessate testano il progetto degli studenti esprimendo un feedback circa la sua utilità sul mercato e la sua propensione al business. Gli studenti raccolgono da parte degli esperti un’opinione su ciò che funziona e ciò che può essere migliorabile.

5. Perfezionamento e diffusione

In base al feedback ricevuto, gli studenti sono guidati dai loro coach/ insegnanti a rendere il progetto sempre più perfettibile, e una volta raddrizzato il tiro, con quella che ritengono la soluzione migliore, potranno lanciarlo sul mercato e testarne così la commerciabilità.

6. Presentare il pitch

La presentazione al pubblico del progetto rappresenta la fase finale del processo del Design Thinking. Quella in cui il team di studenti multidisciplinari elegge la persona più empatica, più comunicativa e con una spiccata propensione alla socialità, per rappresentare al meglio il suo pitch. Essere esaustivi e persuasivi in pochi minuti nella speranza di convincere l’interlocutore a finanziare la loro idea di progetto!

Un pò di storia: le d.school di Stanford e di Postdam

“Crediamo che grandi innovatori e leaders debbano essere grandi design thinkers. Crediamo che il design thinking sia un catalizzatore per l’innovazione e portatore di nuove cose nel mondo. Crediamo al grande impatto di gruppi di lavoro nell’intersezione tra tecnologia, business e valori umani. Crediamo che comunità dinamiche creino relazioni dinamiche che portino a breakthroughs”. Queste sono le visioni delle due scuole di Design Thinking, la d.school alla Stanford University nella Silicon Valley in California e la D-School dell’ Hasso-Plattner-Institutea Postdam in Germania. Con grande successo queste scuole educano giovani innovatori provenienti da diverse discipline come Ingegneria, Medicina, Business, Scienze Umanistiche ed Educazione a lavorare insieme per risolvere grandi problemi in un’ottica human centred. 

La cultura aperta e radicale di collaborazione praticata in queste scuole ispira sia intellettualmente sia emozionalmente, e crea un ambiente dove persone di differenti aree come grandi compagnie, startup, organizzazioni no profit e governi possono partecipare lavorando e imparando assieme sui progetti. I valori umani sono il cuore dell’approccio collaborativo usato. Le scuole si focalizzano sulla creazione di esperienze di apprendimento spettacolarmente trasformative. Lungo il percorso accademico, gli studenti sviluppano un processo per produrre soluzioni creative anche alle più complesse sfide a cui sono chiamati ad affrontare.

Propensione all’azione

L’obiettivo delle d.school è quello di preparare una generazione di studenti a risolvere le sfide aperte del nostro tempo. Si definisce ampiamente cosa significa essere uno studente della d.school e si supporta ogni studente di Design Thinking, i quali vanno da bambini delle elementari a dirigenti senior. 

Alle d.scholl si applica il “learning by doing”. Gli studenti cominciano sul campo, dove sviluppano empatia con le persone per cui devono progettare, scoprendo le reali necessità umane a cui si volevano indirizzare. Quindi creano prototipi veloci e a basso costo per ritornare sul campo e testarli con le persone reali. La propensione è verso l’azione, seguita da riflessioni su scoperte personali del processo. L’esperienza è misurata dall’iterazione: gli studenti svolgono quanti più cicli possibili per ogni progetto. Le scuole collaborano con aziende, organizzazioni del settore no-profit e non governative per lo sviluppo di questi progetti. E’ un loop di apprendimento: gli studenti ottengono una migliore conoscenza di cosa significa usare il Design Thinking fuori dalla classe, e i partner approfondiscono le loro metodologie di innovazione. Gli studenti vengono alla d.school con una curiosità intensa, una profonda affinità con le altre persone e il desiderio di aumentare la loro conoscenza oltre le loro esperienze personali e invece di lavorare in posti differenti allo stesso progetto, svolgono ogni step del processo innovativo assieme, facendo leva sulle loro differenze come una specie di motore creativo. Il processo di Design Thinking diventa un collante che tiene i team assieme, permettendo agli studenti di compiere balzi intuitivi, di pensare in maniera differente e di vedere in maniera nuova vecchi problemi. Le d.school credono che questi punti di vista dinamici e qualche volta contrastanti incoraggino gli studenti a vedere la natura illimitata dell’innovazione e a credere in loro stessi per trovare la propria strada.

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Pronta la legge sugli educatori e sui pedagogisti: obbligo di laurea e più qualità

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Anziani e disabili maltrattati nelle case di cura, bambini picchiati a scuola: i recenti fatti di cronaca rendono evidente quanto una solida professionalità della figura dell’educatore sia centrale per evitare che simili episodi possano ripetersi. È arrivato il momento di mettere ordine per porre fine all’incertezza dell’identità nelle figure professionali degli educatori e dei pedagogisti: alla Camera è pronta una proposta di legge, a mia prima firma, per voltare finalmente pagina.

Educatori non ci si improvvisa perché la scarsa preparazione produce comportamenti e atteggiamenti deleteri in tutti gli ambiti sociali, educativi e sanitari, dove è invece necessario un alto profilo professionale. Gli educatori e i pedagogisti in Italia sono oltre 100mila: rappresentano una galassia variegata e fragile, una giungla di titoli e ambiti lavorativi che comprende al suo interno anche ingiustizie e disparità.

Con questa legge entrerà in vigore l’obbligatorietà della laurea per accedere alle professioni educative e, per tutelare anche chi sta già svolgendo un eccellente lavoro senza titolo, si prevede un tempo e un percorso privilegiato per conseguire la laurea, riconoscendo il lavoro svolto come credito formativo.

La legge, inoltre, permetterà di ampliare gli sbocchi occupazionali, dall’ambito socio-sanitario alla scuola, indicando in modo chiaro i servizi, le organizzazioni e gli istituti dove esercitare l’attività professionale. Questa legge valorizzerà il lavoro educativo, riconoscendo alle professioni di questo ambito una dignità scientifica e professionale, per un decisivo miglioramento della qualità dei servizi per anziani, disabili, minori, carcerati e tanti altri ancora.

 

fonte: http://www.vannaiori.it/

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