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Laboratorio Medicina Narrativa

Il primo terremoto di internet: dialogo con Massimo Giuliani

 

Il primo terremoto di internet. Un libro dal collega psicologo Massimo Giuliani. Una narrazione costruita a stanze, a più voci, a partire dall'esperienza vissuta del terremoto dell'Aquila. D'altro canto anche Massimo è aquilano, pur vivendo in provincia di Brescia. Non la storia del terremoto quindi, ma storie che intersecano storie con quel filo rosso che le connette tutte: il web. Ecco perché è il primo terremoto di internet: così lontano e così vicino.

D: Massimo, che terremoto racconti nel tuo libro?

R: La domanda è interessante, perché la storia della tragedia aquilana non è la storia di un solo terremoto. C'è il terremoto che le persone hanno vissuto, e poi c'è il terremoto che i media hanno raccontato. Per la prima volta nella storia un capoluogo di regione veniva evacuato totalmente, e con esso molti centri della provincia. Le persone venivano mandate molto lontano da casa, separate dalla propria vita, dal lavoro e dalle relazioni. Il cuore della città, il centro storico nel quale si svolgeva la vita, veniva blindato e presidiato da militari. Immagina le conseguenze di chiudere centinaia di ettari di opere d'arte in un recinto e senza protezione. Le intemperie hanno distrutto piano piano chiese, affreschi, monumenti, pietre scolpite. Nello stesso tempo, la propaganda della tv raccontava di una ricostruzione che nessuno vedeva. Quello che succedeva era che la città veniva dimenticata e al suo posto venivano costruite diciannove new town senza servizi e senza luoghi di incontro. Per capire il danno ingente, bisogna tener conto del fatto che quello dell'Aquila era un centro storico piuttosto anomalo: vissuto, frequentato, abitato. Allora la tua domanda è pertinente anche in quest'altro senso: al terremoto che venne dal sottosuolo seguì un lungo terremoto che devastò la socialità, le relazioni, le appartenenze. Al trauma di quella notte seguì il "trauma ripetuto" della separazione forzosa e delle bugie. Dico "trauma ripetuto" prendendo a prestito non a caso un'espressione di Gregory Bateson: quello che accadeva aveva molte somiglianze con la situazione del doppio legame. La città veniva chiusa e dimenticata, la propaganda esortava a godere della "ricostruzione" e a fare come se la città non fosse mai esistita. Chi protestava che quella non era la città, veniva indicato dai media governativi come ingrato. In mezzo a quest'opera di falsificazione dei fatti e della stessa percezione delle persone, a L'Aquila i blog, i social network e gli autori di racconti che circolavano on line sono stati una voce che raccontava un'altra storia.

D- A proposito di "trauma ripetuto" Massimo, in una nostra conversazione mentre leggevo il tuo libro, ti scrivevo che la prima impressione leggendo questo tuo libro fosse di un continuo ritornare al punto di partenza. Un partire e ripartire, ma ogni viaggio insieme ad una voce diversa, una voce differente.

R: Io sono nato in quella città e ci ho vissuto per ventisei anni (da ventitré vivo e lavoro in provincia di Brescia). Dal giorno della tragedia ci torno più spesso di prima e apprezzo i versi di Eliot: "Non smetteremo di esplorare e alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza e conosceremo quel luogo per la prima volta." Naturalmente non ritrovo lo stesso luogo in cui sono cresciuto. In un certo senso non ritrovo mai lo stesso ogni volta che vado. L’ultima volta non era lo stesso perché il centro storico cominciava a fiorire di gru. Non è la fine dei problemi (c’è una parte enorme della città di cui ancora non è nemmeno possibile immaginare la sorte, c’è tanta gente che non sa quando tornerà a casa) e non so nemmeno dire se ci sia la sicurezza che quei cantieri siano ancora aperti fra un po’, ma il suo volto era cambiato un po’, e gli occhi di chi lo guardava anche. Il lungo abbandono ha generato qualcosa che in un articolo di psicologia dell’emergenza che sta per uscire ho chiamato “nostalgia paradossale”. È il ricordo doloroso di un luogo che non vedrai più pur continuando ad abitarlo. Ho trovato una espressione formidabile di questa “nostalgia paradossale” nel fatto che una canzone degli anni Trenta del secolo scorso, “Te voglio revetè” (“Ti voglio rivedere”, nota anche come “L’Aquila bella mè”) è tornata popolare e circola in parecchie versioni di gruppi che la suonano oggi. Era una canzone che parlava di immigrazione, che iniziava con le parole (te le traduco in italiano) “Come un sasso che sibila in volo, questo treno mi portò lontano”. Dal 6 aprile 2009 queste parole valevano anche per la parte di popolazione che era stata allontanata alla città, ma diventarono l’espressione del rimpianto di tutti quelli che si domandavano se e quando avrebbero riveduto la città. Che era lì, oltre quelle transenne, sotto i piedi delle persone, davanti ai loro occhi, ma nello stesso tempo non c’era. Mi piace molto la tua idea che ogni capitolo di questo libro sia un partire e ripartire: ogni volta con una guida diversa. Mi sono affidato ai blogger aquilani: ho compiuto una scelta certamente arbitraria, ma ho cercato di rivolgermi alle voci che dal primo momento hanno raccontato, e che ritenevo rappresentative. Ringrazio ancora Luisa Nardecchia, Anna Colasacco, Francesco Paolucci, Mauro Montarsi, Adriano Di Barba, il collettivo di Animammersa. Mi sono fatto raccontare da ciascuno come fosse diventato una voce di quella narrazione a più voci. E ho interrogato le voci dei social network, che dalla notte maledetta raccontavano il disastro in diretta. Ti dicevo, io in quella città ci sono cresciuto. Tanto che quando ho cominciato a tornarci per sapere, già due giorni dopo il terremoto, ho preso a raccontare anch’io sul mio blog quello che vedevo. La scrittrice aquilana Patrizia Tocci ha curato l’anno scorso il libro “I gigli della memoria” per il quale ha cercato cinquantacinque aquilani testimoni del 6 aprile per raccontare le prime ore, e ha inserito anche un mio testo che aveva trovato da qualche parte. Le voci aquilane hanno raccontato una storia diversa perché la loro era una storia raccontata da dentro: hanno costituito un narratore collettivo che traeva la propria autorevolezza dal fatto di essere partecipe, testimone interno. Sapevano di cosa parlavano, insomma. Ecco, io da aquilano sapevo come scegliere le mie guide. Con ciascuna di loro ho esplorato un territorio differente. Il rapporto fra il terremoto e i media, il dolore della perdita, gli aspetti tecnici e urbanistici negati, l’ironia della provincia anche davanti alla catastrofe. E poi ho chiesto a Giorgina Cantalini di avere un punto di vista su tutti questi punti di vista, e magari sul mio punto di vista su questi punti di vista. Così, da attrice e regista, e con la sensibilità linguistica della sua formazione, mi ha scritto la bellissima postfazione. Un altra partenza, un altro ritorno sui luoghi della vicenda aquilana da un’altra prospettiva ancora.

D- Max, cosa racconti di questo libro nei tuoi incontri pubblici?

R- Parliamo di cosa può essere Internet se proviamo a usare la tecnologia senza accettare i limiti che ci impone. Un certo numero di persone che digitano sui propri status di Facebook il racconto delle ore del terremoto, noi che aggreghiamo questi frammenti per farne una storia, utilizziamo lo strumento in un modo che va oltre quello per cui è stato pensato. Le strutture della rete hanno un forte potere nel definire il contesto entro il quale puoi parlare di te e raccontarti. In un certo senso, ti determinano. Ecco, parliamo ad esempio di cosa succede quando le persone riescono a fare in modo che i loro bisogni e i loro desideri diventino il contesto dentro il quale usare la tecnologia, anziché lasciare che questa faccia da contesto alle loro storie e alle loro domande. Parliamo di cosa succede quando la rete ti aiuta a pensare invece che sollecitarti reazioni immediate. Parliamo di quella "mente" emergente che è il prodotto di tanti segmenti di comunicazione, e che in certe condizioni può essere una risorsa anche per la democrazia. Dopo decenni in cui la televisione ha affermato la supremazia di un modello di comunicazione "da uno a molti", parliamo di come quella "mente" può avere (l'ha avuta, nella storia che raccontiamo) la possibilità di invertire questa influenza. E poi parliamo di cosa accade quando chi è stato vittima di un trauma e ha perso affetti, casa e altro, sente la propria storia raccontata in modo infedele. E' una ferita ulteriore, quella della negazione del dolore fino all'irrisione.

D – Un’ultima domanda. Perché hai scritto questo libro?

R- Perché avendo vissuto metà della mia vita a L'Aquila e conoscendola, avevo accesso a una storia che doveva essere raccontata. Non voleva essere un nuovo libro sulla tragedia aquilana, ce ne sono tanti e alcuni molto utili. Io volevo scrivere un libro che attraverso un'esperienza concreta raccontasse cosa può essere la rete. Se la rete ha raccontato L'Aquila meglio degli altri media, L'Aquila è un'esperienza che dice molte cose importanti sulla rete. Ecco, conoscendo da vicino quell'esperienza e alcuni dei suoi protagonisti, ho pensato che dovevo raccontarla. E ho pensato anche di dover fare piuttosto in fretta: il libro è uscito proprio mentre quella grande spinta a raccontare si stava esaurendo. Era il momento di fare il punto. Così, dopo aver passato mesi e mesi in telefonate con un editore che diceva di essere molto interessato ma ogni volta mi rispondeva "ne stiamo parlando", ho deciso per l'autopubblicazione. D'altra parte non sapevo davvero a chi bussare (era la prima volta che scrivevo un libro di argomento non strettamente "clinico"; non era proprio un libro su Internet, non era proprio un libro sul terremoto: a chi avrebbe potuto interessare?) e poi non c'era più tempo. Così ho impaginato col mio computer la versione a stampa e l'ebook per Amazon,e questo mi è sembrato tutto sommato coerente con lo spirito del libro! Ho chiamato un vecchio amico, Duccio Battistrada di Roma, che ha la matita felice e ha illustrato in passato libretti di alcuni cd. Gli ho chiesto di farmi una di quelle cose che sa fare lui, col suo tratto rapido ed essenziale, per la copertina. Poi ho scritto a un po' di amici per chiedere loro un parere e un'occhiata alle bozze. Il rischio, nell'autopubblicazione (senza nemmeno passare dall'esame di un editore), è quello di produrre roba autoreferenziale. Fra questi amici c'era Giorgina Cantalini, attrice e regista nata anche lei a L'Aquila, che mi ha mandato alcune osservazioni che mi hanno illuminato. Le ho detto: è importantissimo, fanne una postfazione! In alcune delle recenti presentazioni, Giorgina ha partecipato e ha dato la propria voce ad alcuni racconti che ho ripubblicato dal web. Ecco come è nato il libro.

 

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole.

Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management.

Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino

Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti.

Da Febbraio 2014 sono Presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all’interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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