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2. Design e innovazione, l’importanza di un luogo (simbolico) dove innovare

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

Per introdurre il design thinking in un’azienda serve uno spazio dove tutto si possa spostare e configurare facilmente, una squadra di facilitatori individuati tra i dipendenti e designer esterni. Così potranno esprimersi senza subire i non-si-può-fare …

Sorgente: 2. Design e innovazione, l’importanza di un luogo (simbolico) e di un …

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Medicina narrativa

Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

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Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

Quella che segue, è l’introduzione all’Ebook Medicina Narrativa in Ospedale. Storie di bella sanità pubblica. Questo Ebook, è l’esito finale di un lavoro che, in questi anni, insieme alla collega Angela Fabiano, ho portato avanti in un’azienda ospedaliera di Catania.

Psicologia ospedaliera dunque? Si, io ritengo questo progetto un progetto a forte valenza psicologica, dove le metodologie scelte, quelle della cosiddetta Medicina Narrativa o ancor meglio dello Storytelling, si sono messi al servizio di una visione psicologica del contesto ospedaliero.

Il progetto, che in realtà è ancora in corso, ha visto la partecipazione di numerosi medici, infermieri, ostetriche, fisioterapisti, ed è a loro che va ora il mio pensiero. Perché, grazie al lavoro di questi anni, ne sento ancora le tracce, le parole, le emozioni, quando rileggo queste narrazioni.

Quando, anni fa, ho pensato il progetto, non ho fatto altro che immaginarmi il contesto ospedaliero come una contenitore ipersaturo di narrazioni e, di conseguenza, vedevo come necessaria la costruzione di una processualita’ che avesse funzione desaturante e digestiva. Nei fatti, non è stato semplice trovare il giusto equilibrio, la giusta distanza che è sempre necessaria quando ti poni di fronte a qualcuno è, per dirla in breve, gli dici: raccontami una storia, raccontami le tue storie. E leggendo le narrazioni contenute nell’Ebook, tra ironia, tristezza, angoscia, paura, lacrime, ricordi, traumi, sorrisi, questa giusta distanza, questa stessa giusta distanza, sarà difficile esercitarla in chi avrà voglia di immergersi e di farsi travolgere da queste narrazioni.

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INTRODUZIONE EBOOK

L’INIZIO. Questo libro è l’esito finale del lavoro svolto nei workshop presso l’Azienda Sanitaria ARNASS Garibaldi di Catania dal titolo “Medicina Narrativa Storie di cura: un percorso di integrazione” con la dott.ssa Angela Fabiano come Responsabile Scientifica ed io, come Progettista e formatore. A questo workshop hanno partecipato medici, infermieri e fisioterapisti dei presidi sanitari Garibaldi e Nesima di Catania ed a loro, ai partecipanti, è d’obbligo un enorme ringraziamento.

Il workshop è stato pensato e disegnato come un luogo esperienziale e autobiografico dove, nel corso delle due giornate, venivano svolte una serie di attività che mettevano al centro i partecipanti. Le loro esperienze, le loro storie, le loro narrazioni, situate e contestualizzate con una cornice identitaria ben definita, la loro professione, sono state finalità e strumento operativo del workshop.

STORIE DI SE’. Sappiamo che le professioni mediche sono professioni ad alto impatto relazionale e ad alto impatto emotivo e psicologico. Tra i costi dell’attuale medicina (si parla spesso di sostenibilità del sistema sanitario), ci si dimentica però di inserire e di valorizzare (letteralmente, dare valore) il costo umano dello stare dentro i sistemi sanitari pubblici attuali. Quanto è emotivamente sostenibile svolgere una professione medica oggi? Immergersi, come farà il lettore in queste storie, storie di pazienti memorabili, di primi pazienti, di aiutanti, non vuol dire altro che immergersi nella vita di chi, la sanità, la vive tutti i giorni: i medici, gli infermieri, i fisioterapisti, e tutto il personale sanitario. Ecco perché Storie di bella sanità.

LE RELAZIONI PERICOLOSE. Queste storie sono storie di relazioni. Relazioni di medici, infermieri, fisioterapisti, con persone che hanno incontrato nella loro più o meno lunga professione e che, inevitabilmente, non sono altro che storie di sé. Ogni storia racconta qualcosa di sé. Storie che hanno lasciato un segno, e che in qualche modo, per qualche motivo che non sempre – e forse è giusto così – viene esplicitato, lascia una traccia, una ferita, un segno per l’appunto, nel sé di chi racconta. E di chi ascolta.

LA LINGUA DEI SEGNI. Segni dunque. Segni che vanno letti come delle tracce di umanità, di una “disperata vitalità che, nel percorso della medicina contemporanea, nell’era della medicina della tecnica, si pensa, erroneamente, di aver lasciato da parte. Se ne accorgerà il lettore: questa “tremenda” umanità che trasuda ed emerge nelle storie di questo libro, nelle parole e nei racconti dei nostri medici, infermieri, fisioterapisti, si ritrova quello che si pensa non esserci più nella medicina attuale: umanità, emozioni, anima.

UMANIZZARE LA MEDICINA. Seguendo le storie che si leggeranno, sembra quindi chiaro che il tema della cosiddetta umanizzazione della medicina è, per certi versi, un falso problema. Anzi, appare paradossalmente come un goffo tentativo di ritrovare qualcosa di andato perso, di reinserire quel che si pensa non esserci: l’umanità per l’appunto. Ed il goffo tentativo è propriamente il principio additivo sottostante ad un’operazione di questa portata: aggiungere, in questo caso, presuppone una mancanza.

Davvero mancherebbe umanità nei reparti e nei rapporti? Davvero pensiamo che i pazienti, la vita delle persone che si affidano volenti o nolenti ai nostri medici, infermieri, incontrano così poca umanità nei nostri ospedali? O forse, ed è questa la nostra tesi, qui di umanità ne incontriamo a volontà, così tanta che si fatica a raccontarla tutta?

TRAVOLTI DALLE STORIE. Allora, vale di certo la pena di dirlo in modo chiaro e netto: di vicende umane, di amore, di vita, di speranza, di morte, di delusioni, di distacchi, di tragedie e anche di commedie verrà sommerso il lettore delle storie contenute in questo libro. Travolto, come ne sono stato travolto io nelle mie vesti di formatore del workshop, io che queste storie le ha vissute e fatte emergere, che queste storie le ha ascoltate e che, inevitabilmente, le ha fatte proprie. Queste storie, non posso che portarle con me, custodirle come fossero piccoli e grandi segreti di chi le ha volute raccontare, come segreti sussurrati a bassa voce.

DI CHI SONO LE STORIE. Viene difficile, seguendo la traccia sopracitata, rispondere così a domande come “a chi appartengono queste storie?” o “di cosa raccontano queste storie?”. Le storie sono di chi le ascolta verrebbe da dire, e di certo, il ruolo che la narrazione ha in queste storie è stato principalmente quello di creare un contesto di condivisione. Ora, con questo libro, compiamo l’ultimo passaggio, che è quello di raccontare ulteriormente, a chi vorrà ascoltare, leggendo queste storie, cosa significa fare il medico, l’infermiere o il fisioterapista, nella sanità di oggi. Storie di bella sanità appunto. Buona lettura.

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Dialoghi

Psicodiagnosi e Personalità. Dialogo con Luigi Abbate sul test PAI

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

 

Continuiamo questo viaggio, in partnership con Hogrefe, nel mondo dei test psicologici e della psicodiagnosi con questo dialogo insieme a Luigi Abbate, psicologo e analista di formazione junghiana. Insieme a lui, dialogheremo intorno al test PAI, Personality Assessment Inventory.

IL TEST PAI

Il PAI è un efficace inventario di personalità ateorico, pensato per l’età adulta (dai 18 anni in poi). Una volta effettuata l’anamnesi e l’esame dello stato mentale della persona, può essere somministrato al fine di rilevare informazioni utili per la diagnosi clinica e la pianificazione del trattamento. Si tratta di un inventario di personalità che vanta una lunga tradizione clinica e di ricerca. Il PAI può essere agevolmente somministrato e compreso anche a soggetti con basso livello di scolarità, non richiede per lo scoring l’uso di complesse griglie di correzione, ma offre un sistema di calcolo dei punteggi automatizzato, e – per la sua brevità (344 item e ca. 45′ per la somministrazione) ed esaustività diagnostica – è una valida alternativa al MMPI-2.

Applicazioni

Ambito clinico: le caratteristiche del PAI connotano questo strumento come particolarmente utile in un’ampia varietà di contesti clinici, tra i quali: screening diagnostico; psicodiagnosi; valutazione della personalità, anche normale; identificazione del rischio suicidario; valutazione di caratteristiche comportamentali di tipo violento; pianificazione del trattamento. In particolare, appare particolarmente utile nel contesto psicodiagnostico più ampio in ragione del bilancio costo-efficacia, inteso come rapporto fra la mole di informazioni che è possibile raccogliere rispetto al tempo impiegato per l’autosomministrazione.

Ambito forense: particolarmente utili ai fini di perizie o altri usi giuridici sono – oltre alle scale cliniche utili per l’inquadramento diagnostico – sono le scale di controllo: InconsistenzaInfrequenzaImpressione NegativaImpressione Positiva e altri indicatori di simulazione e malingering utili per questo tipo di valutazioni. Proprio per queste specifiche caratteristiche il test ha trovato negli Stati Uniti e in altri paesi ampie applicazioni in ambito giuridico.

QUI per maggiori informazioni sul test

 L’intervista con Luigi Abbate

D. “Dobbiamo liberare noi stessi e la nostra professione dall’idea dell’assessment psicologico come attività tecnica semispecializzata, condotta da persone leggermente schizoidi che sarebbero diventati terapeuti se soltanto le fossero piaciuti gli esseri umani quanto i numeri”: è una citazione di Stephen Finn che sintetizza il passaggio dalla visione dell’assessment centrata sul test alla visione dell’assessment centrato sulla persona. Quali sono state in psicodiagnosi, le implicazioni del passaggio dal modello psicometrico al modello clinico dell’assessment?

R. Forse la frase di Finn andrebbe contestualizzata in quello che è stato il suo tentativo di trasformare l’assessment in un Therapeutic Assessment. Nella mia esperienza ho incontrato colleghi che si occupavano di test e comunicavano solo con un computer il che, tuttavia, non è sempre vero. Personalmente faccio l’analista junghiano e la maggior parte dei miei allievi sta facendo una formazione come psicoterapeuta o è già psicoterapeuta. Nonostante io faccia l’analista junghiano, non mi sono mai appassionato a un test interpretativo e ho sempre pensato che non sono le tecniche ad essere proiettive ma che questo è un possibile approccio alla loro interpretazione. Forse il percorso è all’inverso: dal clinico allo psicometrico, ed è solo passando attraverso lo psicometrico che si può fare una clinica sostenuta da evidenze. La personalità del clinico è assolutamente importante, fondamentale, ma se non passa attraverso una “certezza psicometrica” rischia di andare per strade difficilmente percorribili, e soprattutto approda in posizioni difficilmente difendibili. Senza scivolare necessariamente in estremismi psicometrici, un assessment con strumenti empiricamente e psicometricamente sostenuti è fondamentale.

D. Come riesce a integrare la pratica psicodiagnostica, fatta notoriamente di struttura, regole e oggettività, con l’approccio junghiano, dove la relazione e la soggettività assumono un ruolo di primo piano?

La sua domanda è certamente pertinente, in realtà stiamo parlando di due lavori diversi. A volte scherzando, ma non del tutto, dico che posso permettermi due stanze dove ho organizzato setting diversi: in una faccio l’analista, nell’altra faccio valutazioni e test. In realtà sono due realtà così diverse che non c’è il rischio che si possano confondere l’una con l’altra, si confondono solo se chi le fa è confuso lui, o sostiene un approccio impressionistico al test.

D. Sebbene abbia radici antiche, nel DSM-5 sembra che acquisisca più concretezza il dibattito tra analisi della personalità secondo il modello categoriale e secondo il modello dimensionale. Cosa pensa dei due modelli?

R. La diagnosi psichiatrica è inevitabilmente categoriale, mentre quella psicologica non può che essere dimensionale. Semplificando al massimo, potremmo dire che un approccio categoriale consente ai clinici di comunicare tra loro e di riconoscere che la persona ha un qualche disorder, anzi, per continuare a seguire la terminologia anglosassone, una disease. Un approccio dimensionale invece ci mette di fronte a una definizione che è più vicino al concetto di illness che è il vissuto di quella persona che ha quella disease. Una diagnosi DSM è basata prevalentemente su segni e sintomi. Parafrasando Robert Bornstein, uno studioso americano che si occupa di assessment, potremmo dire che l’approccio categoriale consente di comprendere la patologia del paziente, mentre quello dimensionale di capire la persona con quella patologia. Di fatto, nella pratica clinica abbiamo bisogno di entrambi gli approcci. Non possiamo peraltro dimenticarci che grandi sforzi sono stati fatti con il PDM-2 per rendere più diffuso un approccio dimensionale

D. Quando si parla di assessment di personalità, in molti casi si nota un forte scetticismo verso i test proiettivi e le prove grafiche. Tuttavia, i test cognitivi e i self-report da soli non possono accedere a quelle componenti dinamiche della personalità meno consapevoli. Perché c’è ancora questa difficoltà ad integrare metodi diversi di valutazione?

R. Mi perdoni, la sua domanda parte da posizioni oramai superate, forse ancora diffuse ma superate. In un momento di grande crisi della psicologia e di “attacchi armati” nei confronti dei test da parte di una componente di “psicologica scientifica”, alla fine degli anni 90 del secolo scorso, l’American Psychological Association (APA) ha commissionato a un gruppo abbastanza nutrito di clinici (Meyer, ecc.) di fare il punto sull’utilizzo dei test. Il gruppo ha prodotto un documento finale che si pone come un discrimine tra un prima e un dopo; tra le tecniche proiettive tout court e i test cognitivi e i self-report. Di fatto non esistono e non sono mai esistite le tecniche proiettive, come accennavo prima, quello che ci ha sviato è stato l’aver confuso la tecnica con l’approccio interpretativo, e l’approccio proiettivo è uno dei possibili approcci, ma non l’unico. Hermann Rorschach non aveva pensato alle sue macchie come una tecnica proiettiva, tutt’altro. L’approccio proiettivo di fatto è senza regole, è fortemente impressionista e basato su “costrutti ipotetici” poco verificabili, insomma tutto nelle mani del clinico che si affida a una teoria della personalità, quella a impostazione psicodinamica che, tuttavia, non è l’unica teoria né è abbastanza forte da dominare sulle altre. Da quando nel 2001 Greg Meyer, Stephen Finn e altri hanno pubblicato una fondamentale rassegna sull’evidenza del testing e dell’assessment psicologico, l’approccio ai test ha cambiato registro, anzi potremmo dire che è cambiato il paradigma: si è passati (in parte si sta cercando ancora di passare), con grandi sforzi, dal paradigma interpretativo a quello empirico, 

 D. Parliamo del Personality Assessment Inventory (PAI): come è strutturato e come supporta il professionista nella psicodiagnosi?  

R. Nonostante sia un test pubblicato nel 1991, verrebbe da dire che è un “test di ultima generazione”. L’autore, Leslie C. Morey, ha cercato di fare un salto in avanti rispetto ad alcune caratteristiche di altri self-report, soprattutto rispetto a quelli che sono certi difetti, primo tra tutti la sovrapposizione di item tra le diverse scale, problema che nel PAI non si presenta. Si tratta di un self-report che offre informazioni più attuali rispetto alla psicopatologia odierna. La parte interessante sono le scale che ci consentono di valutare l’approccio del soggetto, le cosiddette scale di validità, e tutti quegli indici secondari che consentono di intercettare con maggiore facilità i tentativi di alterare la risposta. Di particolare interesse e utilità è il rapporto tra scale e sottoscale, ognuna di fatto è indipendente. Per esempio, un costrutto complesso come può essere la Depressione è il risultato di tre aspetti diversi, espressi nel PAI dalle sottoscale: perché il clinico possa fare una diagnosi di depressione è necessario che non solo la scala Depressione sia oltre il cut-off, ma che anche tutte le tre sottoscale abbiano superato la soglia di significatività. Di contro, le sottoscale viaggiano anche autonomamente e non sono necessariamente l’espressione del costrutto di riferimento. Facciamo un altro esempio, la sottoscala BOR-S (Autolesionismo) è una delle quattro sottoscale della scala BOR (Caratteristiche Borderline); essa evidenzia comportamenti impulsivi e pericolosi. Per esempio, si alza con facilità in chi gioca d’azzardo rischiando i propri beni, ma chi gioca non è necessariamente un borderline, piuttosto ha una caratteristica che hanno anche i borderline, senza per questo esserlo.

Inoltre, la modalità di risposta secondo una scala Likert a quattro punti consente al soggetto di definire meglio il suo vissuto e al contempo offre al clinico la possibilità di cogliere le sfumature: non solo se un comportamento o un vissuto ci sono, ma “quanto” ci sono.  

D. Nella sua esperienza, con quali altri test può essere integrato il PAI per una valutazione di ampio respiro della personalità?

A un self-report non può che corrispondere, come diremmo col linguaggio di oggi, uno strumento performance based. Il self-report è l’idea che il soggetto ha di sé, per quello che riesce a capire di sé e ha deciso di comunicare, e va messo a confronto con quello che uno strumento diverso, con inferenze indirette, pensa di quel soggetto. Sì, proprio così: quello che lo strumento pensa del soggetto. Se prendiamo ad esempio il Rorschach secondo il Comprehensive System di Exner, compito del clinico è somministrare e siglare bene, poi il resto lo fa l’algoritmo interpretativo sotteso al sistema; solo successivamente interviene il clinico che rielabora le informazioni che vengono dal test, le mette insieme con le altre informazioni che ha, comprese quelle extra-test, per arrivare ad una descrizione coerente e funzionale della persona valutata.

D. Oltre alle scale di validità, cliniche, di trattamento e interpersonali, il PAI presenta degli ulteriori indici che si basano su particolari combinazioni di punteggi di scale o su funzioni discriminanti. Ci può parlare del valore di questi indici? 

R. Le scale di validità come si è sempre detto e saputo sono l’elemento fondante di qualsiasi self-report, è il loro andamento che ci consente di dare un senso al profilo che segue. In questo potremmo dire che il PAI è un self-report di seconda generazione. Nel PAI sono infatti presenti una serie di indici, costruiti attraverso alcune costanti, e un indice di regressione che consentono di dare maggiori indicazioni su alcune condizioni specifiche. Ci sono indici che consentono di inferire più direttamente aspetti di difesa o di malingering, ma ci sono anche indici che consentono di inferire potenzialità comportamentali non direttamente riferite dal soggetto: ad esempio, l’indice su un potenziale di violenza o sulla potenzialità al suicidio.

 D. Il PAI dà la possibilità di interpretare secondo un sistema di codici?

Si, Morey ha proposto un’interpretazione sia per configurazioni rappresentate da codici e sia attraverso configurazioni specifiche frutto di un accorpamento di scale e sottoscale diverse, per definire una configurazione clinica che non è esplicitata direttamente da una specifica scala. Per esempio, nel PAI c’è una scala che definisce il disturbo antisociale di personalità che è il risultato di tre componenti diverse rappresentate da specifiche sottoscale; mentre non esiste, per esempio, una scala per il disturbo narcisistico, tuttavia sappiamo che questo può essere inferito da tre sottoscale che rappresentano caratteristiche tipiche di questo disturbo: MAN-G (Grandiosità), DOM (Dominanza) e ANT-E (Egocentrismo). Queste configurazioni, tuttavia, non sono ancora disponibili per l’edizione italiana del PAI, ma speriamo lo siano presto.

D. Essendo approdato in Italia piuttosto recentemente, sul PAI non ci sono ancora tanti studi italiani, specie relativamente all’ambito forense. Esso però ha, a livello internazionale, una lunga storia in questo settore. Ci parla del potenziale applicativo del PAI in contesto forense?  

R. Direi che, pur non essendoci ancora in Italia una casistica ampia sull’uso in ambito forense, avendo il PAI, più di 25 anni di storia sono tuttavia molti i lavori che ne sostengono l’utilizzo sia in ambito carcerario sia in contesti medico-legali o giuridici. In un incontro tra colleghi che nell’ultimo anno hanno utilizzato il PAI in contesti diversi è emerso come esso ben si adatti all’ambiente giuridico, per le caratteristiche peculiari del modo di valutare l’interpretabilità del protocollo e le interferenze intenzionali di alterarne i risultati. Per esempio, la coppia di scale interpersonali consente di definire uno stile di relazione che va al di là del semplice sapere se uno si relaziona o meno, e questa è certamente un’informazione utile in tutti quei contesti in cui è in gioco il parenting, o la relazione di coppia.

 D. Il report del PAI presenta due cut-off: uno a 70 punti T e quello indicato dal cosiddetto “skyline”. Ci parla di queste due prospettive interpretative?

Lo skyline è certamente uno degli aspetti più interessanti del grafico in cui sono espressi i risultati del PAI.  Vediamo se sinteticamente riesco a spiegarlo in maniera chiara: è come se fossero sovrapposti due campioni, quello generale non clinico e quello clinico. Il campione generale si esprime attraverso il grafico rappresentato dai punteggi ottenuti dal soggetto e questo ci consente di capire quanto questo devia rispetto alla media della popolazione generale non clinica; lo skyline sovrapposto, esprime l’andamento della popolazione clinica e definisce due deviazioni standard dalla sua media. Quindi, contemporaneamente, noi possiamo vedere sia come il soggetto si distanzia dalla popolazione generale sia come si colloca rispetto a quella clinica. Forse un esempio ci aiuta a capire meglio. Due deviazioni standard dalla media sono il cut-off convenzionale per considerare il punteggio d’interesse rispetto alla specifica scala, mentre due deviazioni standard del campione clinico corrispondono ad un innalzamento diverso. Le due deviazioni standard del campione clinico per la scala DEP (Depressione) hanno una corrispondenza nel campione clinico a 91, quindi se il nostro soggetto ha una DEP che si pone tra 70 è 91 è più depresso della media della popolazione generale, mente se si pone a 95 non solo è più depresso della popolazione generale ma è anche più depresso nel riferimento con la popolazione clinica: in questo caso il report fornisce un’informazione importante rispetto alla reale gravità del suo essere depresso.

Luigi Abbate, psicologo, analista di formazione junghiana, insegna Fondamenti di psicodiagnostica clinica presso la scuola di specializzazione in Psicologia Clinica di Sapienza Università di Roma e Psicodiagnostica dell’età evolutiva e dell’adulto alla LUMSA di Roma. Vicedirettore del Master Universitario di II livello in Psicodiagnostica e Valutazione Psicologica del Consorzio Humanitas-Lumsa di Roma, è autore di numerosi lavori sulla psicodiagnostica e l’assessment e, insieme a P. Porcelli ha recentemente pubblicato, IRorschach Comprehensive System. Manuale di siglatura e interpretazioneRaffaello Cortina Editore.

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Formazione Continua in Psicologia

L’obbligo della formazione continua degli psicologi: le nuove regole

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La storia della cosiddetta Educazione Continua in Psicologia o Formazione Continua in Psicologia è, purtroppo, molto lunga e frastagliata. Ma, a quanto pare, sembrerebbe arrivare a compimento o, perlomeno, in CNOP, pare si siano decisi a lavorarci seriamente dopo 4 anni di tempo perso.
La notizia è che da circa un mese stiamo lavorando (faccio parte in quanto presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte del Consiglio Nazionale e sto lavorando nel Gruppo di lavoro che sta producendo tale regolamento) a quello che sarà il nuovo regolamento per la Formazione Continua degli Psicologi. Alla buon’ora si direbbe.
Nel caos di questi anni, sono molte le questioni lasciate appese fin qui sulla formazione continua degli psicologi. Una, su tutte:
ECM per tutti? ECM solo per chi lavora nel pubblico o nel privato accreditato? La domanda sul cosa si dovesse fare lato ECM, almeno in parte, è rimasta ad aleggiare fin qui all’interno della categoria professionale. Per quanto vi fossero posizioni chiare sulla non obbligatorietà degli ECM per il libero professionista, una alone di ambiguità è sempre rimasto attorno al tema. Complici, alcuni ordini regionali che lanciavano messaggi ambigui.
Con questo nuovo regolamento, si dovrebbe finalmente chiarire questa diatriba o ambiguità.

Un pò di storia

Per meglio inquadrare il tutto, facciamo un pò di cronistoria di questi ultimi anni sulla questione.
L’inizio della storia. La Formazione continua come obbligo deontologico – incardinato in quanto professione. Lo sappiamo bene in fondo, noi psicologi abbiamo l’obbligo della formazione continua come obbligo etico e deontologico in primis. Basterebbe questo no? No. Vediamo perché.
La legge di riforma della professione. 2012- DP 137, Riforma delle professioni – l’obbligo è legge
2013 il regolamento FCP redatto in CNOP viene inviato a salute e poi il silenzio
Referendum del codice deontologico. Il referendum del condisce deontologicoSe vi ricordate, nel 2014, ci fu l’ultimo referendum per la modifica del nostro codice deontologico. Tale referendum, oltre alla modifica dell’articolo 1 e 21, si è concentrato anche sull’articolo 5 proprio per recepire l’obbligo della formazione continua del DP 137, inclusa la questione del mancato obbligo come illecito deontologico.
Cosa dice il Decreto sulla formazione continua.
In sintesi, ecco cosa dice il Decreto Presidenziale 137 del 2012 sulla formazione continua ma,  prima, una piccola notazione:
tale decreto, dice che entro un’anno dall’entrata in vigore di tale Decreto, si sarebbe dovuto attivare il regolamento. Bene. come vedremo, il regolamento FCP fu inviato al ministero della salute per tempo, nel 2013 ma, e non si capisce ben per quale motivo, è rimasto appeso senza proseguire nel suo iter per renderlo valido ed operativo. Ad oggi, 2017, siamo l’unica professione regolamentata che non ha chiarito le procedure per la formazione continua.
Ma veniamo al decreto con qualche piccolo commento:

DPR 137/2012 – Obblighi di formazione

Un primo necessario passo indietro: il DP 137 è l’applicazione del decreto legge 138 del 2011, che per quanto concerne la formazione continua, così definisce:
Titolo II
LIBERALIZZAZIONI, PRIVATIZZAZIONI ED ALTRE MISURE PER FAVORIRE LO SVILUPPO
Art. 3. Comma b) previsione dell’obbligo per il professionista di seguire percorsi di formazione continua permanente predisposti sulla base di appositi regolamenti emanati dai consigli nazionali, fermo restando quanto previsto dalla normativa vigente in materia di educazione continua in medicina (ECM). La violazione dell’obbligo di formazione continua determina un illecito disciplinare e come tale è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale che dovrà integrare tale previsione;
Come detto, il decreto legge viene poi reso operativo e sostanziato dal Decreto Presidenziale 137. Vediamolo, per quanto concerne la questione formazione:
L’articolo 7 del D.P.R. 137 dà attuazione al principio contenuto nella lettera b) del provvedimento di autorizzazione alla delegificazione, in tema di formazione continua dei professionisti.
 In particolare, il regolamento:
  • – conferma che la formazione continua è uno specifico dovere del professionista, la cui violazione comporta illecito disciplinare; in fondo non è proprio una novità per noi
  • – stabilisce che i corsi di formazione possono essere organizzati anche da associazioni di iscritti agli albi, richiedendo sempre l’autorizzazione dei consigli nazionali e il parere vincolante del ministro; in sostanza si dice che il consiglio nazionale si deve occupare di definire gli enti che possono erogare formazione certificata FCP
  • – attribuisce al consiglio nazionale (e non al ministro vigilante, come disposto dallo schema di regolamento) il compito, entro un anno dall’entrata in vigore del DPR, di emanare un decreto per disciplinare modalità e condizioni dell’assolvimento dell’obbligo di formazione, requisiti dei corsi di aggiornamento e valore dei crediti formativi; alla buonora verrebbe da dire.
  • – demanda a convenzioni tra i consigli nazionali e le università la possibilità di stabilire regole comuni di riconoscimento reciproco dei crediti formativi; in sostanza si dice che si possono creare convenzioni tra ordini differenti di diverse professioni per riconoscersi reciprocamente i crediti. Un’assistente sociale che fa un corso di psicologia evolutiva accreditato FCP può farsi riconoscere i crediti.
  • – demanda ai diversi consigli nazionali il compito di individuare crediti formativi interdisciplinari; come sopra.
  • – consente agli ordini e ai collegi di organizzare la formazione anche in cooperazione con altri soggetti; in sostanza da la possibilità agli ordini di erogare formazione acquistando corsi da erogare ai propri iscritti
  • – consente alle regioni di disciplinare l’attribuzione di fondi per l’organizzazione di scuole, corsi ed eventi di formazione professionale; sancisce la possibilità di accedere per la formazione a fondi regionali
  • – ribadisce quanto già affermato dalle disposizioni di autorizzazione, ovvero che resta ferma la disciplina vigente sull’educazione continua in medicina (ECM). In sostanza, permane, come ovvio, l’obbligo di ECM per come è stato fin qui. Qui, di certo, si dovrà fare chiarezza con il ministero della salute e con Agenas che, a loro detta, specie per Agenas, qualsiasi professionista che si occupi di salute, vedi per esempio lo psicoterapeuta, è obbligato agli ECM. Vedremo, che non è così ma, va detto chiaramente, questo dovrà essere chiarito e sancito da parte di CNOP insieme al ministero della Salute, nostro ministero vigilante, una volta per tutte.
Questo, in estrema sintesi. Ora, essendo in fondo molto chiaro, possiamo già antipare che, lapalissaniamente, il nuovo regolamento FCP per gli psicologi, deve contenere questi passaggi. Nulla di più, e nulla di meno. Lo fa? Si. Possiamo anticiparlo.

I capisaldi della formazione a misura di psicologo

Cosa contiene questo regolamento e quali i capisaldi? Proviamo ad elencarli sommariamente.
– la presenza di provider pubblici e provider privati
– l’obbligo dei 150 crediti nei tre anni
– la possibile certificazione delle attività svolte naturalmente dagli psicologi (es, la supervisione, la scrittura di articoli, l’auto formazione etc)
Altri due aspetti importanti:
– questo obbligo non deve far altro che consolidare una prassi già presente tra gli psicologi che è quello di formarsi. Gli psicologi già si formano quanto basta, – – – questo regolamento deve esclusivamente sancire tale prassi e definire un sistema, a norma della legge 137 e del nostro CD, che sancisca e definisca tale formazione.
– Gli Ordini potranno e dovranno erogare crediti. In quanto provider, ciascun Ordine Psicologi regionale potrà, con semplicità, accreditare i propri momenti formativi verso i propri iscritti andando così a saturare perlomeno una parte di tale obbligo in modo gratuito per i propri iscritti.

ECM e FCP this is the problem. Qualche ultima domanda e risposta per finire.

Partiamo da una banale domanda: siamo psicologi o medici? Psicologi. Bene. E allora, formiamoci in psicologia.
La formazione per gli psicologi clinici, e per gli psicoterapeuti liberi professionisti sarà ECM e FCP? Qui, come detto, andrà fatta chiarezza da parte del CNOP. Ad oggi, la posizione del CNOP è la seguente: gli ECM sono un obbligo per i dipendenti pubblici e per chi lavora nel privato accreditato. E’ anche vero però che alcuni ordini i regionali, come la Campania, come la Toscana, passano il messaggio, a mio parere ambiguo, che l’obbligo ECM è esteso a tutti.
A questo punto però, come il regolamento FCP approvato, ci sarebbe la soluzione del cosiddetto doppio canale per cui, per chi lavora nel sistema salute pubblico o accreditato, continuerebbe a formarsi come il sistema ECM, per tutti gli altri, vale il sistema FCP. Un libero professionista psicologo clinico e psicoterapeuta, si dovrebbe in sostanza formare tramite il sistema FCP. Credo, sia un punto importante non solo simbolico per la nostra professione.

Per una psicologia non solo clinica?

Questo, credo sia uno dei valori importanti di questo regolamento, ovvero, la salvaguardia delle aree della professione non sanitarie e non pubbliche. Che senso avrebbe, in quanto psicologo del lavoro formarsi in medicina? Che senso avrebbe in quanto psicologo sociale formarsi in medicina? In sostanza, qui si tratta anche, posto l’obbligo della formazione, di salvaguardare anche quelle aree.
Nuova burocrazia per lo psicologi? Certo, in parte si, Sarà compito del CNOP, se il regolamento verrà approvato, andare a definire le procedure per il professionista definendo tali procedure in ottica di semplicità e di minimo aggravio per il collega. Va anche detto che uno dei valori della definitiva approvazione di tale regolamento è propriamente la strutturazione dell’obbligo formativo a misura di psicologo, si spera, anche dal punto di vista delle procedure.

I prossimi passaggi.

Ad oggi, siamo ancora in fase di revisione. E’ previsto, il 15 dicembre, l’approvazione di tale regolamento da parte del CNOP. Successivamente, verrà inviato al Ministero della Salute per l’approvazione.

Ovviamente, vi terrò informati.

 

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