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Psicologia

La chiusura dei manicomi criminali. Un braccio di ferro culturale

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

180
Dopo il voto del Senato anche alla Camera dei Deputati è stato dato il via libera alla conversione in legge, con modifiche, del D.L. 52/2014 sulla chiusura degli OPG. 
Una lunga storia, che parte dalla legge 180, del 1978, ed arriva fino ad oggi, dopo anni di tentennamenti, di rinvii, di discussioni. Pubblico quindi una riflessione del filosofo Pier Aldo Rovatti, che credo abbia il merito di porre all’attenzione alcuni punti nodali sulla questione.

 

La chiusura dei manicomi criminali. Un braccio di ferro culturale

di Pier Aldo Rovatti

Negli ultimi cinquant’anni Michel Foucault, Franco Basaglia e con loro un’intera cultura critica ci hanno fatto capire che la “malattia mentale” (le virgolette sono d’obbligo) non è solo un problema sociale tra gli altri ma un sintomo eloquente, quasi una misura storica e politica della società nel suo insieme. Se osserviamo e approfondiamo il trattamento riservato di volta in volta alla follia, possiamo comprendere qualcosa di essenziale sui processi che innervano le varie epoche e sulla specificità del presente in cui viviamo. Capiamo che valore hanno “gli altri” per noi e il grado della nostra civiltà.

Questa pur rapida premessa è necessaria per valutare episodi che magari riteniamo significativi ma tendiamo a ritenere politicamente e culturalmente non così centrali, come potrebbe essere il caso dell’approvazione definitiva alla Camera del decreto di chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, insomma i “manicomi criminali”, una sopravvivenza dichiarata a più riprese “vergognosa” e che tuttavia sembra molto difficile far scomparire. Alla conversione in legge di questo decreto (il cui iter risale inizialmente al 2012 e si deve all’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino) si è arrivati dopo acute battaglie tuttora non sopite: non è qui la sede per scendere nei dettagli, basterà evidenziare che ciò che è soprattutto in gioco è la contestata cancellazione di ogni pratica di manicomializzazione.

Il manicomio non è scomparso nei fatti e specialmente nelle nostre teste con la famosa legge 180 del 1978 (la cosiddetta “legge Basaglia”). Già allora la psichiatria ufficiale aveva proseguito per la sua strada e ancora oggi essa fa sentire la propria voce, che rappresenta evidentemente una porzione non così piccola dell’opinione pubblica. Si tratta dell’opinione, radicata in pesanti pregiudizi, secondo la quale tra normalità e follia, tra guaribilità e inguaribilità, tra disturbo mentale e infermità mentale, esiste un confine netto e non oltrepassabile. Un’opinione, ora ammantata di scientificità, che può avere e ha avuto (pensiamo solo al programma hitleriano dell’eliminazione dei “gusci vuoti”, cioè degli individui ormai socialmente inutili) conseguenze terribili.

In Italia, proprio nei mesi scorsi, c’è stato un forte movimento (“Stop-Opg”) che ha cercato di scalfire la crosta dei pregiudizi e di migliorare il decreto di cui sto parlando: ricorderete il “cavallo azzurro” partito da Trieste e che ha girato l’intero Paese armato di questo messaggio di civiltà (con la benedizione dello stesso Presidente della Repubblica Napolitano). Ciò nonostante, le lobby degli psichiatri si sono levate per manifestare il loro dissenso.

Le Società scientifiche della psichiatria ufficiale chiedono in sostanza di salvaguardare il vecchio modello medico, che vedono “tradito” dalla messa in questione delle istituende Rems (ovvero le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, che rischiano di diventare dei mini-manicomi criminali) e dalla valorizzazione di quel canale che farebbe defluire gli attuali internati negli Opg nei Dipartimenti di salute mentale. Questa augurabile ipotesi permetterebbe programmi di cura e di reinserimento personalizzati. C’è anche, come è ovvio, un problema di destinazione delle risorse previste dal decreto, ma il punto è di cultura generale: cosa ce ne facciamo del disturbo mentale, riusciremo finalmente a infrangere la linea spessa che separa normalità da follia?

Insomma, gli psichiatri ufficiali desiderano tenersi addosso il loro camice bianco e impugnare ben stretti nelle loro mani i manuali diagnostici che classificano minuziosamente sindromi vecchie e nuove. La parola manicomio li scandalizza sommamente, intanto però si guardano dallo scendere in piazza per contestare il codice Rocco laddove esso perpetua l’idea di “pericolosità sociale”. Un argine deve pur esserci – sembrano dire – ma non sta a noi il compito di custodirlo: tocca ad altri punire e contenere, noi siamo esclusivamente dei medici del cervello.

Si sa che in vari luoghi della psichiatria istituzionale e privata si continuano a “legare” gli agitati, magari senza curarsi troppo dei motivi dell’agitazione. Si sa che qualcuno, anche di recente, è morto così, ma si fa finta di non saperlo. Quasi sempre la psichiatria ufficiale tende a veleggiare altrove. Non ama immischiarsi troppo: si dichiara fieramente contraria alla contenzione proprio mentre, magari, sta (inconsapevolmente?) avallandola. Non sono tanto in gioco le loro “competenze” quanto il fatto che essi si assumono di rappresentare un’opinione ancora molto diffusa (e in linea con l’attuale trend tecnico-scientifico).

[pubblicato su “Il Piccolo”, 30 maggio 2014]

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Mi occupo di psicologia, psicoterapia, consulenza e formazione. Appassionato di innovazione, di nuove tecnologie, di sport. Marito di Claudia, e padre di Maya e Sole. Svolgo attività Da molti anni svolgo attività di consulenza e formazione per aziende e organizzazioni italiane e multinazionali. Tra i miei clienti: Vodafone, Novartis, Essilor, Teva, Coop Italia, Novacoop, Scuola Coop, Gruppo Generali, Poste Italiane, varie Aziende Sanitarie italiane. Per loro, ho svolto progetti di consulenza e sviluppo organizzativo, di formazione e di change management. Dirigo un centro clinico, il Centro Psicologia e Psicoterapia Torino ed un Centro dedicato ai percorsi di coppia, il Centro Terapia di Coppia Torino Svolgo Da febbraio 2013 sono Consigliere di Indirizzo Generale in Enpap. Insieme ai colleghi di Altrapsicologia, abbiamo lavorato questi 4 anni verso obiettivi di sviluppo delle attività di assistenza per gli iscritti Enpap, per tutelare e aumentare le nostre pensioni e per rendere il nostro Ente di previdenza un ente trasparente e al servizio degli iscritti. Da Febbraio 2014 sono Presidente dell'Ordine Psicologi Piemonte, portando molteplici innovazioni all'interno di un ente che gestisce e settemila colleghi e colleghe. Servizi, Trasparenza, Tutela, Formazione, Promozione, sono stati i nostri punti cardine.

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Psicologia

Psicologia della formazione: dialogo con Gian Piero Quaglino

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Incontro il professor Gian Piero Quaglino, già preside della defunta facoltà di Psicologia a Torino e professore ordinario di Psicologia della formazione, nel suo studio. Non nascondiamolo: è stato uno dei miei maestri. Maestro di sguardi sui fenomeni organizzativi. Questo dialogo, in fondo, inizia circa dieci anni fa, quando frequentai il suo corso di Psicologia della formazione. Insomma, è una lunga storia. (altro…)

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Medicina narrativa

Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

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Medicina Narrativa in ospedale. Storie di bella sanità pubblica

Quella che segue, è l’introduzione all’Ebook Medicina Narrativa in Ospedale. Storie di bella sanità pubblica. Questo Ebook, è l’esito finale di un lavoro che, in questi anni, insieme alla collega Angela Fabiano, ho portato avanti in un’azienda ospedaliera di Catania.

Psicologia ospedaliera dunque? Si, io ritengo questo progetto un progetto a forte valenza psicologica, dove le metodologie scelte, quelle della cosiddetta Medicina Narrativa o ancor meglio dello Storytelling, si sono messi al servizio di una visione psicologica del contesto ospedaliero.

Il progetto, che in realtà è ancora in corso, ha visto la partecipazione di numerosi medici, infermieri, ostetriche, fisioterapisti, ed è a loro che va ora il mio pensiero. Perché, grazie al lavoro di questi anni, ne sento ancora le tracce, le parole, le emozioni, quando rileggo queste narrazioni.

Quando, anni fa, ho pensato il progetto, non ho fatto altro che immaginarmi il contesto ospedaliero come una contenitore ipersaturo di narrazioni e, di conseguenza, vedevo come necessaria la costruzione di una processualita’ che avesse funzione desaturante e digestiva. Nei fatti, non è stato semplice trovare il giusto equilibrio, la giusta distanza che è sempre necessaria quando ti poni di fronte a qualcuno è, per dirla in breve, gli dici: raccontami una storia, raccontami le tue storie. E leggendo le narrazioni contenute nell’Ebook, tra ironia, tristezza, angoscia, paura, lacrime, ricordi, traumi, sorrisi, questa giusta distanza, questa stessa giusta distanza, sarà difficile esercitarla in chi avrà voglia di immergersi e di farsi travolgere da queste narrazioni.

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INTRODUZIONE EBOOK

L’INIZIO. Questo libro è l’esito finale del lavoro svolto nei workshop presso l’Azienda Sanitaria ARNASS Garibaldi di Catania dal titolo “Medicina Narrativa Storie di cura: un percorso di integrazione” con la dott.ssa Angela Fabiano come Responsabile Scientifica ed io, come Progettista e formatore. A questo workshop hanno partecipato medici, infermieri e fisioterapisti dei presidi sanitari Garibaldi e Nesima di Catania ed a loro, ai partecipanti, è d’obbligo un enorme ringraziamento.

Il workshop è stato pensato e disegnato come un luogo esperienziale e autobiografico dove, nel corso delle due giornate, venivano svolte una serie di attività che mettevano al centro i partecipanti. Le loro esperienze, le loro storie, le loro narrazioni, situate e contestualizzate con una cornice identitaria ben definita, la loro professione, sono state finalità e strumento operativo del workshop.

STORIE DI SE’. Sappiamo che le professioni mediche sono professioni ad alto impatto relazionale e ad alto impatto emotivo e psicologico. Tra i costi dell’attuale medicina (si parla spesso di sostenibilità del sistema sanitario), ci si dimentica però di inserire e di valorizzare (letteralmente, dare valore) il costo umano dello stare dentro i sistemi sanitari pubblici attuali. Quanto è emotivamente sostenibile svolgere una professione medica oggi? Immergersi, come farà il lettore in queste storie, storie di pazienti memorabili, di primi pazienti, di aiutanti, non vuol dire altro che immergersi nella vita di chi, la sanità, la vive tutti i giorni: i medici, gli infermieri, i fisioterapisti, e tutto il personale sanitario. Ecco perché Storie di bella sanità.

LE RELAZIONI PERICOLOSE. Queste storie sono storie di relazioni. Relazioni di medici, infermieri, fisioterapisti, con persone che hanno incontrato nella loro più o meno lunga professione e che, inevitabilmente, non sono altro che storie di sé. Ogni storia racconta qualcosa di sé. Storie che hanno lasciato un segno, e che in qualche modo, per qualche motivo che non sempre – e forse è giusto così – viene esplicitato, lascia una traccia, una ferita, un segno per l’appunto, nel sé di chi racconta. E di chi ascolta.

LA LINGUA DEI SEGNI. Segni dunque. Segni che vanno letti come delle tracce di umanità, di una “disperata vitalità che, nel percorso della medicina contemporanea, nell’era della medicina della tecnica, si pensa, erroneamente, di aver lasciato da parte. Se ne accorgerà il lettore: questa “tremenda” umanità che trasuda ed emerge nelle storie di questo libro, nelle parole e nei racconti dei nostri medici, infermieri, fisioterapisti, si ritrova quello che si pensa non esserci più nella medicina attuale: umanità, emozioni, anima.

UMANIZZARE LA MEDICINA. Seguendo le storie che si leggeranno, sembra quindi chiaro che il tema della cosiddetta umanizzazione della medicina è, per certi versi, un falso problema. Anzi, appare paradossalmente come un goffo tentativo di ritrovare qualcosa di andato perso, di reinserire quel che si pensa non esserci: l’umanità per l’appunto. Ed il goffo tentativo è propriamente il principio additivo sottostante ad un’operazione di questa portata: aggiungere, in questo caso, presuppone una mancanza.

Davvero mancherebbe umanità nei reparti e nei rapporti? Davvero pensiamo che i pazienti, la vita delle persone che si affidano volenti o nolenti ai nostri medici, infermieri, incontrano così poca umanità nei nostri ospedali? O forse, ed è questa la nostra tesi, qui di umanità ne incontriamo a volontà, così tanta che si fatica a raccontarla tutta?

TRAVOLTI DALLE STORIE. Allora, vale di certo la pena di dirlo in modo chiaro e netto: di vicende umane, di amore, di vita, di speranza, di morte, di delusioni, di distacchi, di tragedie e anche di commedie verrà sommerso il lettore delle storie contenute in questo libro. Travolto, come ne sono stato travolto io nelle mie vesti di formatore del workshop, io che queste storie le ha vissute e fatte emergere, che queste storie le ha ascoltate e che, inevitabilmente, le ha fatte proprie. Queste storie, non posso che portarle con me, custodirle come fossero piccoli e grandi segreti di chi le ha volute raccontare, come segreti sussurrati a bassa voce.

DI CHI SONO LE STORIE. Viene difficile, seguendo la traccia sopracitata, rispondere così a domande come “a chi appartengono queste storie?” o “di cosa raccontano queste storie?”. Le storie sono di chi le ascolta verrebbe da dire, e di certo, il ruolo che la narrazione ha in queste storie è stato principalmente quello di creare un contesto di condivisione. Ora, con questo libro, compiamo l’ultimo passaggio, che è quello di raccontare ulteriormente, a chi vorrà ascoltare, leggendo queste storie, cosa significa fare il medico, l’infermiere o il fisioterapista, nella sanità di oggi. Storie di bella sanità appunto. Buona lettura.

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Formazione Continua in Psicologia

L’obbligo della formazione continua degli psicologi: le nuove regole

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La storia della cosiddetta Educazione Continua in Psicologia o Formazione Continua in Psicologia è, purtroppo, molto lunga e frastagliata. Ma, a quanto pare, sembrerebbe arrivare a compimento o, perlomeno, in CNOP, pare si siano decisi a lavorarci seriamente dopo 4 anni di tempo perso.
La notizia è che da circa un mese stiamo lavorando (faccio parte in quanto presidente dell’Ordine Psicologi Piemonte del Consiglio Nazionale e sto lavorando nel Gruppo di lavoro che sta producendo tale regolamento) a quello che sarà il nuovo regolamento per la Formazione Continua degli Psicologi. Alla buon’ora si direbbe.
Nel caos di questi anni, sono molte le questioni lasciate appese fin qui sulla formazione continua degli psicologi. Una, su tutte:
ECM per tutti? ECM solo per chi lavora nel pubblico o nel privato accreditato? La domanda sul cosa si dovesse fare lato ECM, almeno in parte, è rimasta ad aleggiare fin qui all’interno della categoria professionale. Per quanto vi fossero posizioni chiare sulla non obbligatorietà degli ECM per il libero professionista, una alone di ambiguità è sempre rimasto attorno al tema. Complici, alcuni ordini regionali che lanciavano messaggi ambigui.
Con questo nuovo regolamento, si dovrebbe finalmente chiarire questa diatriba o ambiguità.

Un pò di storia

Per meglio inquadrare il tutto, facciamo un pò di cronistoria di questi ultimi anni sulla questione.
L’inizio della storia. La Formazione continua come obbligo deontologico – incardinato in quanto professione. Lo sappiamo bene in fondo, noi psicologi abbiamo l’obbligo della formazione continua come obbligo etico e deontologico in primis. Basterebbe questo no? No. Vediamo perché.
La legge di riforma della professione. 2012- DP 137, Riforma delle professioni – l’obbligo è legge
2013 il regolamento FCP redatto in CNOP viene inviato a salute e poi il silenzio
Referendum del codice deontologico. Il referendum del condisce deontologicoSe vi ricordate, nel 2014, ci fu l’ultimo referendum per la modifica del nostro codice deontologico. Tale referendum, oltre alla modifica dell’articolo 1 e 21, si è concentrato anche sull’articolo 5 proprio per recepire l’obbligo della formazione continua del DP 137, inclusa la questione del mancato obbligo come illecito deontologico.
Cosa dice il Decreto sulla formazione continua.
In sintesi, ecco cosa dice il Decreto Presidenziale 137 del 2012 sulla formazione continua ma,  prima, una piccola notazione:
tale decreto, dice che entro un’anno dall’entrata in vigore di tale Decreto, si sarebbe dovuto attivare il regolamento. Bene. come vedremo, il regolamento FCP fu inviato al ministero della salute per tempo, nel 2013 ma, e non si capisce ben per quale motivo, è rimasto appeso senza proseguire nel suo iter per renderlo valido ed operativo. Ad oggi, 2017, siamo l’unica professione regolamentata che non ha chiarito le procedure per la formazione continua.
Ma veniamo al decreto con qualche piccolo commento:

DPR 137/2012 – Obblighi di formazione

Un primo necessario passo indietro: il DP 137 è l’applicazione del decreto legge 138 del 2011, che per quanto concerne la formazione continua, così definisce:
Titolo II
LIBERALIZZAZIONI, PRIVATIZZAZIONI ED ALTRE MISURE PER FAVORIRE LO SVILUPPO
Art. 3. Comma b) previsione dell’obbligo per il professionista di seguire percorsi di formazione continua permanente predisposti sulla base di appositi regolamenti emanati dai consigli nazionali, fermo restando quanto previsto dalla normativa vigente in materia di educazione continua in medicina (ECM). La violazione dell’obbligo di formazione continua determina un illecito disciplinare e come tale è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale che dovrà integrare tale previsione;
Come detto, il decreto legge viene poi reso operativo e sostanziato dal Decreto Presidenziale 137. Vediamolo, per quanto concerne la questione formazione:
L’articolo 7 del D.P.R. 137 dà attuazione al principio contenuto nella lettera b) del provvedimento di autorizzazione alla delegificazione, in tema di formazione continua dei professionisti.
 In particolare, il regolamento:
  • – conferma che la formazione continua è uno specifico dovere del professionista, la cui violazione comporta illecito disciplinare; in fondo non è proprio una novità per noi
  • – stabilisce che i corsi di formazione possono essere organizzati anche da associazioni di iscritti agli albi, richiedendo sempre l’autorizzazione dei consigli nazionali e il parere vincolante del ministro; in sostanza si dice che il consiglio nazionale si deve occupare di definire gli enti che possono erogare formazione certificata FCP
  • – attribuisce al consiglio nazionale (e non al ministro vigilante, come disposto dallo schema di regolamento) il compito, entro un anno dall’entrata in vigore del DPR, di emanare un decreto per disciplinare modalità e condizioni dell’assolvimento dell’obbligo di formazione, requisiti dei corsi di aggiornamento e valore dei crediti formativi; alla buonora verrebbe da dire.
  • – demanda a convenzioni tra i consigli nazionali e le università la possibilità di stabilire regole comuni di riconoscimento reciproco dei crediti formativi; in sostanza si dice che si possono creare convenzioni tra ordini differenti di diverse professioni per riconoscersi reciprocamente i crediti. Un’assistente sociale che fa un corso di psicologia evolutiva accreditato FCP può farsi riconoscere i crediti.
  • – demanda ai diversi consigli nazionali il compito di individuare crediti formativi interdisciplinari; come sopra.
  • – consente agli ordini e ai collegi di organizzare la formazione anche in cooperazione con altri soggetti; in sostanza da la possibilità agli ordini di erogare formazione acquistando corsi da erogare ai propri iscritti
  • – consente alle regioni di disciplinare l’attribuzione di fondi per l’organizzazione di scuole, corsi ed eventi di formazione professionale; sancisce la possibilità di accedere per la formazione a fondi regionali
  • – ribadisce quanto già affermato dalle disposizioni di autorizzazione, ovvero che resta ferma la disciplina vigente sull’educazione continua in medicina (ECM). In sostanza, permane, come ovvio, l’obbligo di ECM per come è stato fin qui. Qui, di certo, si dovrà fare chiarezza con il ministero della salute e con Agenas che, a loro detta, specie per Agenas, qualsiasi professionista che si occupi di salute, vedi per esempio lo psicoterapeuta, è obbligato agli ECM. Vedremo, che non è così ma, va detto chiaramente, questo dovrà essere chiarito e sancito da parte di CNOP insieme al ministero della Salute, nostro ministero vigilante, una volta per tutte.
Questo, in estrema sintesi. Ora, essendo in fondo molto chiaro, possiamo già antipare che, lapalissaniamente, il nuovo regolamento FCP per gli psicologi, deve contenere questi passaggi. Nulla di più, e nulla di meno. Lo fa? Si. Possiamo anticiparlo.

I capisaldi della formazione a misura di psicologo

Cosa contiene questo regolamento e quali i capisaldi? Proviamo ad elencarli sommariamente.
– la presenza di provider pubblici e provider privati
– l’obbligo dei 150 crediti nei tre anni
– la possibile certificazione delle attività svolte naturalmente dagli psicologi (es, la supervisione, la scrittura di articoli, l’auto formazione etc)
Altri due aspetti importanti:
– questo obbligo non deve far altro che consolidare una prassi già presente tra gli psicologi che è quello di formarsi. Gli psicologi già si formano quanto basta, – – – questo regolamento deve esclusivamente sancire tale prassi e definire un sistema, a norma della legge 137 e del nostro CD, che sancisca e definisca tale formazione.
– Gli Ordini potranno e dovranno erogare crediti. In quanto provider, ciascun Ordine Psicologi regionale potrà, con semplicità, accreditare i propri momenti formativi verso i propri iscritti andando così a saturare perlomeno una parte di tale obbligo in modo gratuito per i propri iscritti.

ECM e FCP this is the problem. Qualche ultima domanda e risposta per finire.

Partiamo da una banale domanda: siamo psicologi o medici? Psicologi. Bene. E allora, formiamoci in psicologia.
La formazione per gli psicologi clinici, e per gli psicoterapeuti liberi professionisti sarà ECM e FCP? Qui, come detto, andrà fatta chiarezza da parte del CNOP. Ad oggi, la posizione del CNOP è la seguente: gli ECM sono un obbligo per i dipendenti pubblici e per chi lavora nel privato accreditato. E’ anche vero però che alcuni ordini i regionali, come la Campania, come la Toscana, passano il messaggio, a mio parere ambiguo, che l’obbligo ECM è esteso a tutti.
A questo punto però, come il regolamento FCP approvato, ci sarebbe la soluzione del cosiddetto doppio canale per cui, per chi lavora nel sistema salute pubblico o accreditato, continuerebbe a formarsi come il sistema ECM, per tutti gli altri, vale il sistema FCP. Un libero professionista psicologo clinico e psicoterapeuta, si dovrebbe in sostanza formare tramite il sistema FCP. Credo, sia un punto importante non solo simbolico per la nostra professione.

Per una psicologia non solo clinica?

Questo, credo sia uno dei valori importanti di questo regolamento, ovvero, la salvaguardia delle aree della professione non sanitarie e non pubbliche. Che senso avrebbe, in quanto psicologo del lavoro formarsi in medicina? Che senso avrebbe in quanto psicologo sociale formarsi in medicina? In sostanza, qui si tratta anche, posto l’obbligo della formazione, di salvaguardare anche quelle aree.
Nuova burocrazia per lo psicologi? Certo, in parte si, Sarà compito del CNOP, se il regolamento verrà approvato, andare a definire le procedure per il professionista definendo tali procedure in ottica di semplicità e di minimo aggravio per il collega. Va anche detto che uno dei valori della definitiva approvazione di tale regolamento è propriamente la strutturazione dell’obbligo formativo a misura di psicologo, si spera, anche dal punto di vista delle procedure.

I prossimi passaggi.

Ad oggi, siamo ancora in fase di revisione. E’ previsto, il 15 dicembre, l’approvazione di tale regolamento da parte del CNOP. Successivamente, verrà inviato al Ministero della Salute per l’approvazione.

Ovviamente, vi terrò informati.

 

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